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Racconti di Dominazione

La lunga notte Cap. 4.4.

By 5 Febbraio 2026No Comments

Torniamo a casa tardi, io e Idra. La strada è deserta, i lampioni tremolano e il freddo mi penetra le ossa, ma sento la sua presenza come un paracadute invisibile che mi protegge.
Stasera siamo state al suo luogo di lavoro, un piccolo locale invaso da luci calde, profumo di incenso e legno antico, sulla costa della cittadina di P.R.
È venuto attorno alle nove un uomo bello, davvero bello, giovane. Non credo avesse trent’anni. Ma mi pareva attratto più dagli occhi profondamente neri e truccati di Idra che dalle sue magie.
“Ti leggo le carte bell’uomo?”
Lui ha accettato fissando le labbra di Idra.
Finalmente siamo a casa. Mi guarda e sorride: “Vuoi imparare anche tu?”
Elena è già davanti alla tele. Deve essere arrivata poco fa, è stesa su un fianco, scalza, ha buttato sul tappeto economico di Idra le sue belle scarpe tacco 14. Una sta dritta, l’altra riversa per terra. Sembrano le due metà della mia anima. Una è qui, con lei, con Idra. L’altra è ancora laggiù, che aspetta nel buio davanti al portone di un brutto palazzo che lui possa tornare…
Ma nessuno abita più in quel palazzo.
Sono le cinque del mattino.
Io scuoto appena la testa, la mia mente ancora piena di ombre e immagini di Dasho, del taxi, del cielo nero che mi sovrasta quando penso a lui. Idra insiste, dolcemente: “Angela… sarebbe bene per te capire, vedere i percorsi, le possibilità… imparare qualche lavoro intendo. Non basta fare le chiacchiere per rimettere in carreggiata la vita. Se non lavori mai che farai?”
Osservo Elena, alta, abbronzata, col seno pieno e i fianchi generosi che non nasconde sotto i tessuti aderenti. Si muove come se il mondo intero fosse un palco e lei pronta a dare uno spettacolo ininterrotto. Quello è un lavoro che imparerei volentieri. Lei lo capisce. L’invito è evidente: “Vieni alla lap con me… è divertente, ti piacerà.”
Mi faccio curiosa. Immagino luci soffuse di locale, i profili dei volti che si delineano in quell’illuminazione bassa, i capelli scuri e lucenti, le mani che si appoggiano su bicchieri, vestiti che scoprono o nascondono, i movimenti invitanti di donne simili a Marina, Valjet, Liveta. Le loro colleghe più altolocate.
Idra ci ferma scuotendo la testa: “No. Non lasciarò che la riporti sulla cattiva strada. La sto redimendo, Angela, e non permetterò che qualcuno la trascini indietro.”
Tutto sommato mi sento grata. Vedo Elena che accenna un’occhiata di sfida verso Idra, ma la decisione è chiara e ancora una volta lascio che altri scelgano per me. Qui comanda chi conosce la tua fragilità.
Ci raccogliamo intorno al tavolo, sono seduta tra loro. È sempre difficile addormentarsi subito.
Idra accende il fuoco. Elena porta caffè, latte, miele.
Yogurt, frutta.
Biscotti.
La scacchiera bianca e rossa della tovaglia si riempie di possibilità di scelta.
Lo adoro.
Idra mi invita a muovermi tra i ricordi prima che il sonno ci vinca. Rivedo vestiti che scoprono o nascondono, i movimenti pieni di sicurezza di uomini che sanno di avere potere.
Ma ora non ho più paura, ne parlo e resto accanto a Idra, al sicuro, eppure eccitata dall’osservare il passato: è strano come la paura e la nostalgia possano coesistere nello stesso istante. Sento il mio cuore battere forte, un ritmo che sembra seguire l’energia di quelle presenze maschili, ognuna con il segno che ha lasciato nella mia storia, ognuna un’avventura sospesa tra seduzione e mistero.
Con la guida di Idra torno al marciapiede su cui ero con Valjet.
Come vorrei rivederla…. sento il vento fresco della notte. Il mondo là fuori non è più spaventoso come prima. Ho ancora Dasho nei pensieri, la tensione dei suoi ordini, le regole di quella scuderia che mi ha tenuta sotto controllo, ma adesso c’è anche questo: la possibilità di vedere, osservare, imparare, scegliere… anche solo per pochi istanti.
E mentre cammino accanto a Idra, sento la presenza di Elena dietro di noi, un richiamo silenzioso, una promessa di mondi che potrei esplorare, ma non oggi. Oggi resto con Idra, con la mia guardiana e respiro.
***
La partenza sulla macchina di quei due nella zona di don Mimì fu scivolosa come l’olio.
Mi piazzai dietro, Valjet al mio fianco, composta come sempre, ma con le spalle più rigide del solito. L’uomo al volante partì piano, con una gentilezza di quelle che non rassicurano ma fanno venire voglia di controllare le portiere.
Parlava come un cliente normale. Commentò il traffico, una buca presa male, il freddo che stava arrivando. Disse persino qualcosa sul lavoro che “non è più quello di una volta”.
Annuii senza rispondere. La sua voce era morbida, troppo. Una guaina di velluto che maschera un pugnale.
La strada si fece dissestata. Ogni buca era un colpo secco che ci faceva sobbalzare. Avvertivo la paura salire dallo stomaco, molle, vischiosa.
Guardai Valjet di sbieco: si mordeva il labbro, una mano ferma sulla coscia, l’altra appoggiata allo sportello. Mi parve che anche lei vacillasse ogni volta che il veicolo prendeva un ostacolo.
Il secondo uomo, seduto accanto al guidatore, restava in silenzio.
Ogni tanto si voltava appena, giusto il tempo di farmi sentire osservata, poi tornava a fissare davanti.
Normali clienti, avrei detto.
Normali fino a un certo punto.
Arrivammo al parcheggio senza che nessuno avesse alzato la voce.
Un posto largo, spoglio, illuminato male. Il motore si spense, la nebbia della tarda notte cadeva sulla scena come una coperta bagnata.
Fu allora che cambiò tutto.
L’uomo alla guida scese, fece il giro dell’auto e si piazzò davanti a Valjet. Non sorrideva più.
La voce, quando parlò, era roca, spogliata di ogni finta cortesia.
“Visto che hai saltato i convenevoli, mi pare di capire che sai chi è compare nostro.”
-Convenevoli? Ci misi qualche momento per collegare.
-Ah, certo. Pensai- non gli ha chiesto il denaro.
Io trattenni il respiro. Il cuore mi batteva nelle orecchie.
Valjet non rispose subito. Lo guardò negli occhi, immobile.
In quel momento capii che il tragitto non era stato un passaggio, ma un avvicinamento. Eravamo dentro qualcosa da cui poteva farsi molto difficile uscire.
E Dasho? Se avesse controllato il nostro posto… mancavamo da troppe ore.
La mente iniziò a ondeggiarmi per un mare di timori.
Avevo mal d’auto, mal di mare.
Il mare, l’azzurro…
Pensai a Dasho.
Mal d’amare.
Anche Valjet sembrò bloccata, allora si voltò il guidatore, pensava sicuramente che smorzare i toni ci avrebbe sciolto la lingua.
“Allora, figliole… che ci fate da queste parti?” disse più rassicurante dell’altro.
Valjet rispose senza esitazioni, voce bassa.
“Ci lavoriamo.”
Lui accennò un mezzo sorriso nello specchietto.
“E per chi?”
La paura mi pakpitò nelle tempie.
Valjet restò forte. “Per… il capo Francesco.”
L’uomo si girò appena, ci studiò come si guarda una merce che non convince.
“Chi vi tiene? Non ho capito” insistette.
Valjet inclinò appena il capo: “Francesco.”
“Francesco chi? È già tanto che Mimì tolleri Dasho e la sua banda di albanesi. E siccome non sono così vecchio bella, mi ricordo di te. E tu sicuramente ricordi quanto sangue è costato raggiungere un accordo, vero? Beh, se vuoi fare la finta tonta io me ne sbatto. Ma un altro gallo a cantare? Già due sono in troppi a organizzare la zona. E poi lo so, siete donne di Dasho. Vero o no?”
Valjet non abbassò gli occhi: “vero.”
“E allora spiegami una cosa,” disse il guidatore, ancora gentile,” come mai donne di Dasho finiscono a fare giri per conto di un altro?”
Valjet rispose dopo un attimo: “siamo anche sue.”
“Ok, non mi quadra niente… Dasho sa tutto perché si è procurato un alleato e vuole riaprire la guerra con noi. Fuochino?”
“No!” scattammo insieme. “Non sa niente e se sapesse ci ucciderebbe.”
“E come potreste tenere il piede in due scarpe senza il permesso di Dasho?”
“Perché Francesco ricatta. E quando uno ricatta, non chiede permesso.”
“Ricatta? E come, sentiamo.”
Valjet non si mosse. Immobile come un’ombra, rispose senza alzare la voce: “Francesco ha una registrazione di Michela mentre lavorava, l’ha ottenuta a tradimento e ora la sfrutta facendola bere, costringendola a lavorare, portando gente che la conosce al nostro posto per spaventarla. Lei sta con noi per Dasho ma non è proprio una del mestiere. Se la registrazione diventasse pubblica perderebbe tutto ciò che ha nella vita. Ora Francesco la usa per farci invadere zone che non sono nostre, vuole ritagliarsi uno spazio personale, per mettersi in affari. Sa che se uno perde tutto quello che ha non teme di perdere la vita. Così è anche per Michela.”
Io sentii lo stomaco chiudersi.
Seguì un silenzio lungo, carico. Poi finalmente l’uomo alla guida lo spezzò.
“E perché non ne avete parlato a Dasho?”
Valjet sorrise appena. Un sorriso senza calore.
“Perché Dasho ci fa più paura di Francesco e vogliamo risolvere da sole.”
A quel punto i due uomini si misero a parlare tra loro.
Non saprei riportare cosa dicessero… il loro dialetto era più ostico della lingua di Dasho, e mi ricordavano quei tipi che Francesco e Loredana, milanesi doc, chiamavano “i terroni morti di fame” che ai tempi dei loro nonni venivano su al Nord per un piatto di fagioli.
Lo sconforto mi divorava, il cuore impazziva.
“Come ti chiami?” chiese a Valjet quello che per primo l’aveva aggredita.
“Valeria.”
La guardai chiededomi come mai quella mistificazione ma lasciai perdere.
È sempre meglio non dire chi sei, ora imparavo da lei.
“Bel nome” si alzò mentre lei restava seduta, aprì la portiera dal suo lato e le mise davanti al viso una grosso palo di carne scura.
“Succhia e metticela tutta… lasciami a secco, forse se mi fai contento mi passa la voglia di spezzarvi le gambe..”
E lei?
Tirò fuori le gambe dalla macchina facendole scivolare sul sedile, gli si avvicinò come una gattina, miagolando sensuale…
“Signore… la prego, già siamo costrette a lavorare doppio, sia comprensivo in cambio faremo tutto quello che ci chiede…”
“Stai già facendo tutto quello che chiedo, troia.”
Valjet prese subito a fare un gran lavoro, lui glielo sbatteva in faccia, se lo scappellava.
Le tirò le tette fuori dal top a forza un attimo prima di infradiciarle il petto di sperma.
La squadrò da capo a piedi, poi guardò me. L’altro era sceso e ci teneva d’occhio da dietro il parabrezza telefonando. Parlava una lingua che non capivo, inutile sforzarsi. Mentre aiutavo Valjet a ripulirsi mi sentii tirare i capelli.
Il guidatore si era rimesso il telefono in tasca e ora pretendeva da me lo stesso servizio appena fatto da Valjet. “Vediamo se sei più brava a fare pompini che a inventare stronzate, anche se veramente non sembri una battona da strada.”
Slacciò la cintura sormontata da una fibbia a forma di leone dorato. Un accessorio da tamarro mal messo in tiro, e mi mise davanti alle labbra qualcosa di mai visto. Il suo cazzo era enorme, la cappella viola come una prugna. “Sono due settimane che non sfondo un buco…” disse spingendomelo in gola, “cazzo che voglia!”
Mi sforzai di far lavorare la lingua senza sosta ma era difficile, lui mi stringeva la gola.
Mi si annebbiò la vista.
Per tutta la sera avevo avuto il terrore di vedere Morte… quella vera con la falce e la tonaca nera.
E adesso era lì, accidenti.
Ce l’avevo davanti agli occhi. Un velo nero che si approfondiva man mano che l’aria mi mancava sempre più.
“Voglio farti crepare zoccola… se avessi tempo te lo ficcherei nel culo e fin nello stomaco e poi ti leccherei per ore la fica consumata dal troppo fottere.”
Dietro il nero delle palpebre serrate iniziai a vederci blu, poi azzurro.
La sua mano sulla mia gola mi riportò alla prima volta che Dasho mi aveva scopata inchiodandomi al cofano di una macchina con una mano sulla gola.
Immaginai che fosse lui a farmi quelle promesse e iniziai a godere.
Parole oscene, spaventose forse? Non in quel momento, non per me.
Era uno scarico di tensione.
E poi Valjet aveva avuto ragione col suo discorso poco prima.
Uno che ha perso tutto che paura ha di schiattare? E io ero sempre sul bordo ormai.
Sentivo i gemiti di Valjet, l’altro la stava scopando alle mie spalle.
D’un colpo quello che mi strangolava mi liberò il collo. Lo sputai fuori prendendo aria.
Mi girai desiderando di vedere Valjet per assicurarmi che stesse bene ma quello mi riprese per i capelli e mi puntò il cazzo in faccia.
Il suo sperma mi invase il viso frapponendosi tra i miei mugolii e le sue bestemmie.
Quando tornò in sé ci riportò la telefonata di poco prima. Si piazzò davanti a noi una volta che Valjet si fu rialzata. La voce roca tagliava l’aria:
“Ho riferito a Mimì la vostra storia assurda. Nessuno ci crede, ma non ritiene di dover approfondire. Mimì non vuole che si dica di lui che è cattivo con le femmine, e poi è uno che dà sempre una seconda occasione. Ora vi riporto dove vi ho prese e farò finta di nulla. Non vi spezzerò le gambe, e non chiamerò Dasho per farvele spezzare da lui. Almeno per ora. Ma… se mai sentirà ancora il nome di Francesco… allora ci saranno gambe spezzate.”
La voce si fece più secca:
“Prima di andare, dovete consegnare quello che avete guadagnato sulla piazza di Mimì, perché essendo zona sua quei soldi sono suoi. Visto che vogliamo fare i galantuomini, ci fidiamo di voi: fate i conti e consegnate solo quanto avete raccolto lì.”
Valjet e io ci guardammo circospette mentre aprivamo le borse. Contammo le banconote, ognuna passando delle mie mani alle sue tremava. Lei le consegnò all’uomo, e lui annuì, un mezzo sorriso che non prometteva nulla ma che dava un senso di sollievo effimero.
Ci riaccompagnò in silenzio, senza parole, fino al punto di partenza.
Una volta fuori, chiamammo Georgi perché ci riportasse dove ci aspettavano Nadia e Liveta.
Erano fuori di sé per l’ansia. Appena ci videro, Nadia si agitò:
“Dasho è passato già due volte. Ha chiesto dove eravate e…”
Liveta, con le mani sui fianchi concluse:
“Non ha bevuto le nostre scuse.”
Valjet sospirò: “Ci abbiamo messo troppo in effetti, è stata una lunga notte ma è inutile piangere sul latte versato. Dobbiamo solo evitare di farlo arrabbiare di più. Angela mi raccomando… gentilissima appena arriva, dolce ma non esagerare che poi sembri falsa e non tradirti con qualche espressione strana.”
“Va bene” risposi tentando di ignorare il fremito tra le scapole. “Non ci pensiamo ora, ci verrà un infarto se iniziamo a preoccuparci di un’altra disgrazia quando ancora non abbiamo metabolizzato la prima.”
Nonostante tutto, eravamo sopravvissute. Ancora una volta. Ancora.

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