l sole del pomeriggio batteva sulle strade polverose del paese, proiettando ombre lunghe e affilate come lame. Irene camminava a passo svelto, le scarpe con il tacco basso che battevano sul selciato con un ritmo determinato, quasi militare. Gli occhiali da sole scuri nascondevano gli occhi, ma non l’espressione tesa della bocca, le labbra strette in una linea sottile. La gonna a matita le aderiva ai fianchi, accentuando il movimento sinuoso delle anche mentre si dirigeva verso la macelleria. Basta, si ripeteva mentalmente. Oggi si chiude tutto.
La saracinesca della bottega era già alzata, il suono metallico del meccanismo che si arrotolava le aveva fatto venire i brividi lungo la schiena. Dentro, l’odore di carne fresca e sangue misto alle spezie la colpì come uno schiaffo. Rosario era dietro il bancone, le maniche del grembiule arrotolate fino ai gomiti, le braccia pelose coperte di venature scure. Non alzò lo sguardo subito, occupato a tagliare un pezzo di carne con un coltello che luccicava sotto la luce al neon. Il rumore della lama che affondava nella polpa era umido, quasi osceno.
«Sei tornata», disse finalmente, senza smettere di lavorare. La voce era bassa, graffiante, come se le parole gli uscissero dalla gola con fatica. «Pensavo che ieri ti fossi spaventata.»
Irene si fermò a un metro dal bancone, le dita che si stringevano intorno alla borsetta di pelle. «Sono venuta per dirti che non succederà più», rispose, la voce più ferma di quanto si sentisse. «È stato un errore. Un momento di debolezza.»
Rosario sollevò lo sguardo, gli occhi scuri e lucidi come olio. Un sorrisetto gli incurvò le labbra, scoprendo i denti ingialliti. «Un errore, eh?» Posò il coltello sul tagliere con un clink metallico, poi si pulì le mani sul grembiule, lasciando striature rosse. «Peccato. Perché io ho pensato a te, stanotte. A come ti sei inginocchiata, a come hai aperto quella boccuccia perbene per succhiarmi il cazzo come una troia affamata.»
Le parole le colpirono dritte allo stomaco, facendole serrare le cosce. Un calore improvviso le salì tra le gambe, umido e traditore. No. Non ora. «Non sono una troia», sibilò, ma la voce le tremò.
Rosario rise, una risata secca e senza allegria. Si appoggiò al bancone, incrociando le braccia. «No? Allora perché sei qui, Irene? Perché non sei scappata ieri e non hai fatto finta di niente?» Fece un passo verso di lei, l’odore di sudore e carne cruda che si mescolava al suo profumo maschio. «Perché sai che ti piace. Che ti piace essere trattata come la puttana che sei.»
Lei indietreggiò di un passo, ma il muro freddo della bottega le bloccò la ritirata. «Non osare—»
«Osare cosa?» Rosario allungò una mano, afferrandole il polso con dita callose. «Osare dire la verità? Che ti ho osservata per anni, Irene. Ogni volta che venivi qui, con quella gonna stretta e quel modo di camminare come se avessi un bastone su per il culo.» Le strinse più forte, il pollice che premeva contro il tendine. «Ma io sapevo. Sapevo che sotto quella facciata da brava moglie c’era una donna che voleva essere usata. Che voleva essere costretta a mettersi in ginocchio e leccare lo sperma dal pavimento.»
Le parole le bruciavano come acidi, ma invece di ribellarsi, Irene sentì il corpo reagire. Il seno le si fece pesante, i capezzoli duri contro il lino della camicetta. Dio, cosa c’è che non va in me? «Lasciami», sussurrò, ma non ci mise forza.
Rosario si avvicinò ancora, il suo fiato caldo che le solleticava l’orecchio. «Oppure potrei raccontare a tuo marito com’è che la sua santarellina di moglie si è fatta riempire la bocca di cazzo ieri pomeriggio. Che si è venuta con le mutandine fradice mentre le tenevo la testa giù, come a una cagna.» La mano liberò il suo polso solo per scivolare su lungo il braccio, fino alla spalla, poi giù, lungo il fianco. «Che ne dici, Irene? Vuoi che lo sappia tutti quanti che sua moglie è una troia che ama essere umiliata?»
Il cuore le martellava nel petto, così forte che le sembrava di sentirlo in gola. Potrebbe farlo. Potrebbe davvero. Eppure, invece della paura, ciò che provava era un’eccitazione oscura, un formicolio tra le cosce che le faceva stringere i muscoli interni. «Cosa vuoi?» chiese, la voce rotta.
Rosario le afferrò i capelli, tirandole la testa all’indietro con un gesto brusco. «Voglio che ti metta in ginocchio. Ora.» La spinse giù con una mano sulla spalla, costringendola ad abbassarsi. Il pavimento di piastrelle fredde le premette contro le ginocchia, il dolore che si mescolava al piacere. «Voglio che mi dimostri che sei la mia puttana.»
Irene chiuse gli occhi, le labbra che tremavano. Dovrei alzarmi. Dovrei scappare. Ma le mani di Rosario erano già sulla cinta dei pantaloni, il suono della zip che si abbassava le risuonò nelle orecchie come una condanna. Quando sentì il calore del suo sesso contro la guancia, il profumo muschiato e salato le invase le narici, facendole girare la testa.
«Apri la bocca», ordinò lui, la voce un ringhio.
Lei obbedì.
Il cazzo di Rosario le riempì la bocca all’istante, duro e pulsante, la punta già umida di pre-sperma. Irene gemette intorno alla carne, le mani che si aggrappavano alle cosce di lui per non cadere all’indietro. Non c’era più spazio per pensare, solo per sentire: il sapore salato, il peso di lui sulla lingua, le dita che le stringevano i capelli come briglie.
«Così», ansimò Rosario, cominciando a muoversi. «Proprio così, troia. Prendilo tutto.» Le affondò più a fondo, fino a sentirla soffocare, poi indietreggiò solo per spingerle la faccia contro il suo pube, costringendola a leccargli le palle sudaticce. «Ti piace, eh? Ti piace essere la mia sgualdrina.»
Irene annuì, le lacrime che le scendevano dagli occhi per lo sforzo, ma non si fermò. Anzi, allungò la lingua, tracciando una scia bagnata lungo l’asta, poi giù, fino all’ano, dove si fermò a circolare con la punta. Rosario imprecò, le dita che le si conficcavano nel cuoio capelluto.
«Porca puttana», ringhiò. «Sei nata per questo, Irene. Per stare in ginocchio a leccare il culo ai uomini.» Le afferrò la nuca, spingendola di nuovo sul suo cazzo. «Ora succhia. E non fermarti fino a che non ti riempio la pancia.»
Lei chiuse gli occhi e obbedì, perduta nel ritmo umido dei suoi gemiti, nel sapore di lui, nella vergogna bruciante che le faceva contrarre il ventre. Ogni spinta la portava più vicino all’orlo, ogni parola oscena di Rosario la faceva bagnare di più, le mutandine ormai un pezzo di stoffa inutile appiccicato alla sua figa fradicia.
Quando venne, fu senza preavviso: un’onda di piacere che le esplose tra le gambe, facendola tremare mentre continuava a succhiare, le cosce che si stringevano nel vuoto. Rosario rise, sentendola gemere intorno al suo cazzo.
«Brava puttana», disse, accelerando i fianchi. «Vieni per me. Vieni mentre ti uso la bocca.»
Poi fu il suo turno. Le tenne la testa ferma, affondando fino in fondo, e Irene sentì il primo getto caldo colpirle la gola, spesso e salato. Ingoiò automaticamente, le lacrime che le solcavano il viso, ma lui continuò a pomparle dentro lo sperma, riempiendola fino a farle colare le gocce dagli angoli delle labbra.
Quando finalmente si ritirò, lei rimase lì, a respirare affannosamente, il mento lucido, le ginocchia doloranti. Rosario si sistemò i pantaloni, guardandola dall’alto con un sorrisetto compiaciuto.
«Torna domani», disse, come se stesse ordinando un taglio di carne. «E porta una gonna più corta. Voglio vederti in ginocchio più facilmente.»
Irene annuì, senza alzare lo sguardo. Non aveva più la forza di ribellarsi.



Beh, la mia esperienza mi dice che è così, anche personalmente.
Ciao! è in arrivo la continuazione. è vero che sto andando un po' lungo, ma in questo periodo non ho…
Ciao, sembra che non abbia più voglia di scrivere...è un peccato hai per le mani un bellissimo racconto...beh, non sono…
Dai regista, regalaci anche la terza parte!
Un racconto che avevo letto 15 anni fa e mi lasciò un forte ricordo. Il prototipo di un romanzo che…