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Pax. Epilogo (cap 8) convinzioni e dubbi

By 10 Febbraio 2026No Comments

Saida imprecò sommossamente, i piani erano andati in frantumi. Tutti.
La loro via di fuga era stata annichilita dal raid sul loro rifugio, il loro piano per esfiltrare era stato cancellato dalla comparsa della squadra di Gannicus là, e l’idea di ripiegare nel complesso… Pura follia. Scartò quell’ipotesi ben conscia del fatto che erano in inferiorità numerica, e con meno munizioni. Inoltre, realisticamente i licanei potevano contare su rinforzi che sarebbero arrivati.
Era finita, e lo sapeva. Scambiò uno sguardo con Hawo. La gemella le restituì un’occhiata mesta. Marduk sospirò. Tenne la pistola mitragliatrice con due dita.
-Sto uscendo, Gannicus.-, disse. Era una resa, bella e buona.
-Marduk…-, sussurrò Saida. L’uomo la interruppe, pacato ma fermo.
-Non abbiamo scelta. Per ora.-, rispose lui, -Ma magari, se prendiamo tempo, se ne manifesterà una. Se restiamo qui moriremo e basta.-.
-Quel bastardo è quello che è scappato dal nostro rifugio ad Aquae Sulis.-, sibilò Hawo.
-Già. E vuole me.-, disse l’agente. Nei suoi occhi, Saida vide accettazione, ma anche determinazione. Non era passività, non era resa. Non ancora.
-Qualunque cosa accada, non reagite.-, sibilò lui.
-Non chiederlo…-, mormorò Saida. Strinse impotente la sua arma.
-Sto perdendo la pazienza, Marduk!-, tuonò la voce di Gannicus.
-Non temere. Sto uscendo.-, disse lui, -E non farò scherzi.-.
-Civile, per un barbaro. Persino ragionevole.-, altra voce. Ignota. Accento licaneo.
Un altro dei sicofanti della purezza di Licanes. Marduk sospirò. Saida scosse il capo.
Un modo. Doveva esserci un modo…

Gannicus osservò Marduk Atbash emergere. Lo vide tossire, tenendo la pistola mitragliatrice con due dita, posandola davanti a se e mettendo le mani sopra la testa.
Dietro di lui giungevano due donne. Africane. Identiche in viso e nel fisico. Le riconobbe.
-Ah, dunque i nodi vengono tutti al pettine.-, sibilò con odio. Ricordava le torture subite a opera di quelle bastarde. E non intendeva soprassedere, -Una di voi mi ha torturato, ricordo.-.
-Non abbastanza, purtroppo.-, sibilò una delle gemelle nere, smascherandosi palesemente. Gannicus sorrise. Era il trionfo finale. O quasi.
Marduk e i suoi avevano posato a terra le armi, davanti a sé. Mani sopra la testa, visi tesi, sguardi fugacemente alla ricerca di una speranza anche solo illusoria, tutto come da copione.
-Avrò modo di ricambiare con gli interessi. Su entrambe.-, chiarì il licaneo con un sorriso di puro scherno frammisto a scintille di anticipazione. L’idea di rendere pan per focaccia a quelle puttane lo eccitava.
-Loro non c’entrano, Gannicus. È me che vuoi. Il barbaro, il selvaggio. L’avversario.-, sibilò Marduk, -Prendi me, e lasciale stare.-. Fece un passo avanti, incurante dei diversi fucili che si spostarono a mirarlo.
-Offerta lodevole, Atbash.-, disse lui, -Galante. Sempre pronto a sacrificarti. Un vero eroe.-. Era irridente e trasudava disprezzo, lo sapeva. Sorrise. Si avvicinò piano, arma in pugno.
-Come ti fa sentire, essere arrivato al capolinea?-, chiese con un sibilo di disprezzo.
-Al capolinea, Gannicus? Oh, io non sono così preoccupato.-, la voce di Marduk pareva venire da un abisso, -Ma tu dovresti esserlo. L’hai visto, cosa facevano qui, no?-, chiese.
-Questa è la Pax Licanea, agente.-, disse Saida, -Pace, certo. Con coltelli alla gola di tutti. Pace, imposta. Perché non poteva essere scelta.-.
-È la via dei forti! Solo i forti possono accettare questo peso!-, ringhiò lui.
-Quanto nobile, Gannicus.-, sputò Hawo, fissandolo con un ghigno di scherno.
Lui si voltò, arma imbracciata, pura voglia di uccidere.
-Più o meno come quando Said te l’ha piantato nel culo, vero? La tua nobiltà là è servita proprio come ora serve quella di Licanes. Niente!-, sibilò la nera, inviperita.
Gannicus alzò l’arma, mirò. E fu costretto a desistere quando Utricius gli abbassò di prepotenza il fucile.
-Qui nessuno spara, soldato. A nessuno. Questi agenti nemici sono prigionieri della Confederatio.-, ordinò. Gannicus fremette di rabbia. L’oltraggio era totale, assoluto.
-Chiedo che quella donna mi sia affidata per l’interrogatorio, signore.-, disse.
-Verrà valutato.-, rispose Utricius, impassibile. Gannicu si ritrasse, adirato.
-Ci serve l’evacuazione da questa zona. Tre prigionieri e due cadaveri nemici da esfiltrare.-, ordinò. Octavius scosse il capo, armeggiando col vox.
-Il comando non risponde. Sto provando con diverse frequenze ma il vox è morto.-, disse.
Non era una buona notizia, per niente. Gannicus si voltò verso Marduk.
-Opera tua?-, chiese. Fu l’altra nera a rispondere. Quella che pareva più posata della gemella.
-No, Gannicus. Non è opera nostra. E questo vuol dire che stiamo per morire. O pensi che Chin tollererà ancora a lungo le manovre di Licanes in zona?-, chiese.
-Che cazzo stai dicendo?-, chiese Octavius, alzando la testa dal vox defunto.
-Chin non ha difeso tanto strenuamente questo posto tanto per. Sapeva che c’era qualcosa qui. Qualcosa che poteva condurre a Sebater Tigus, e agli ultimi segreti di questo progetto.-, continuò la nera, -Qualcosa che vogliono seppellire in eterno.-.
-Potrebbe darsi.-, ammise Utricius.

Gannicus sorrise, sprezzante, verso Marduk.
-Ti sei scelto delle gran belle compagnie, barbaro! Quella mostra un intelletto non comune per chi non appartiene alla genia di Licanes.-, disse indicando Saida.
Marduk lottò per mantenere la calma. Adirarsi non serviva.
-Gannicus, questo intero quadrante verrà distrutto. Nella prima guerra Chin l’ha fatto molte volte. Ricordi Hueng-Ye?-, chiese a raffica. Tossì. Fitte ai polmoni. Sofferenza pura.
Il male stava tornando, implacabile. Marduk lo forzò nei recessi del suo essere.
-Hueng-Ye…-, l’ufficiale di Gannicus fece un passo avanti. Marduk lo riconobbe.
-Utricius Vannadio Ceruleo.-, disse a mo’ di saluto.
-Marduk Atbash.-, annuì lui, salutandolo a sua volta.
-Comandante, lei lo conosce?-, chiese l’altro fante che armeggiava sul vox.
-Da Hueng-Ye. I Chin bombardarono il settore. Immolarono seicento dei loro, per inchiodare milleduecento dei nostri. Tattica della terra bruciata all’estremo. Per Licanes fu la disfatta.-, disse Utricius. Marduk annuì.
-Allora sai che a maggior ragione accadrà qui. Le nostre comunicazioni sono morte, come le vostre.-, disse, -Questo fa pensare che stiano preparando l’attacco, se non è già in corso.-.
Utricius rimase fermo, come congelato. Paralizzato dall’assoluta e totale verità.
-È impossibile.-, sbottò Gannicus, -Non possono bombardare con più di mille dei loro nella zona bersaglio. Nessun governo, nessun esercito immola i suoi uomini così!-.
Aveva alzato la voce. Marduk non rispose. Lo fece Saida.
-Chin ha una sola ricchezza. Gli uomini. C’è un licaneo ogni sei Chin. Ogni perdita che vi infliggono vi richiede molto di più per recuperare. Sul lungo periodo, una guerra d’attrito verrà vinta da loro.-, disse, -È dalla prima guerra di Chin che si preparano a questa.-.
-No! È assurdo! Utricius, tutto questo è…-, Gannicus stava urlando, ora.
-Tutto questo è la fine di Licanes.-, sussurrò Marduk, -E la fine di Chin. È la fine di tutto, Gannicus. L’alba dell’era dei mostri. La fine della Pax Licanea e della leggenda degli eredi di Janus. L’Impero è finito, morto per non risorgere mai più. Roma è caduta dalla grazia.-.
Il manrovescio di Gannicus lo sbilanciò. Crollò carponi.
-Taci, bestia! Taci!-, ringhiò il soldato. Marduk sentì la bocca da fuoco a contatto col capo.
“Folle. Non vuole ascoltare…”.
-Non vedi, Gannicus?-, chiese sputando sangue dal labbro rotto, -Non vedi?!-.
-Non c’è da vedere! Noi siamo guerrieri di Licanes. Siamo gli eredi di un impero sempiterno! Noi prevarremo!-, ringhiò. Utricius si mosse. Arma puntata. Non su Marduk.

Ganniucs sbatté gli occhi. L’arma di Utricius era contro la sua nuca.
-Abbassa l’arma, soldato. Ora.-, il tono dell’ufficiale era adamantino.
-Signore…-, iniziò Gannicus.
-Adesso, ho detto.-, ingiunse Utricius, -Prima che decida che la tua sopravvivenza è trascurabile. Marduk Atbash mi ha salvato dal rogo di Hueng-Ye. Può non essere un licaneo, ma non vale meno di me. Gliene devo una. E quella che gli concederò sarà proprio questa: la possibilità di parlare. Anche perché credo che abbia ragione. -.
Stasi, gelo. Interrotto da movimento. Octavius, arma pronta puntata nel mucchio, Gannicus paralizzato. Saida si chinò e imbracciò, puntando a Gannicus, Hawo puntò a Octavius.
Stallo. Totale. Il primo a sparare condannava sé stesso e gli altri.
BLAM! BLAM! Tuoni tra le rovine.
-Basta così!-, la voce di una donna. Seleucinea. Emerse dalle ombre, arma puntata al cielo.
-Non abbiamo tempo per tutto questo. Chin sta per bombardare il settore. Quel che ha detto la barbara è vero. Lo faranno. Lo so da fonte certa. Hanno bloccato le comunicazioni.-.
Quelle parole spinsero finalmente Gannicus ad abbassare l’arma e a fissarla.
-Allora è finita. Perderemo. Tutti. E moriremo qui.-, sussurrò, svuotato.
L’enormità di quella verità gli parve un’onda di marea che lo travolse.
-No. Ho un radiofaro. Contatterà due piloti. Due mezzi. Uno per noi e uno per loro.-, spiegò Seleucinea alzando il radiofaro. Gannicus la fissò.
-Dove…?-, chiese.
-Non c’è tempo!-, esplose Utricius, -Soldato, attiva il radiofaro. Ci ritiriamo. Non ha senso morire qui. Per nessuno.-, chiarì guardando tutti loro. Marduk annuì. -Sta bene.-, disse.
-Non a me!-, ringhiò Gannicus, -Se ne adranno così, Utricius? Questo ê tradimento!-.
-Questo è onore, Gannicus.-, ribatté l’ufficiale. Seleucinea attivò il radiofaro che prese a emettere un bagliore rosso intermittente e un ronzio.
-Attivo.-, disse allontanandosi dopo averlo posato a terra.
-Non possiamo lasciarlo andar via così!-, esclamò Gannicus, -Non esiste!-.
-Ha ragione!-, fece Octavius. Puntò l’arma su Marduk e gli altri.

-Se è così…-, ragionò con calma Hawo, -Allora potrei suggerire uno scambio. Due ostaggi. Uno di noi viene con voi e viceversa.-. Era calmissima mentre spiegava ciò a cui aveva pensato. Fu sorpresa della calma che provava. Forse perché dopo tanti orrori, quello non faceva paura. Pareva quasi ininfluente.
-E dovremmo fidarci?-, chiese Gannicus.
-Sì, perché nessuno ha scelta.-, disse Marduk. Era determinato. Il licaneo lo guardò rialzarsi.
-E poi?-, chiese Seleucinea.
-Poi riprenderemo contatto per… regolare la faccenda. Tra noi. E magari per capire come affrontare le rivelazioni offerteci da questo posto.-, Marduk avanzò, polsi tesi in avanti.
-No.-, disse Hawo. Spinse indietro l’agente, -Tocca a me.-.
-No!-, esclamarono sia Saida che Marduk. Lei si voltò.
-Io sono sacrificabile, e lo sapete. Saida è quella abile, il genio. E Marduk… con te so che sarà in ottime mani.-, disse. Fissò Gannicus negli occhi, -Qualcosa da ridire?-, chiese.
-No.-, ammise lui, -Mi sta bene.-.
Saida sussurrò una frase in Swhaili, tra le lacrime. Hawo sospirò. S’impose di non piangere.
S’impose di essere forte mentre l’uomo la ammanettava.
-Io andrò con loro.-, disse Utricius, -È giusto. Soldato Vaian. Il comando passa a te.-.
-Ave, Utricius.-, annuì Gannicus tirando verso di sé Hawo. La nera notò lo sguardo brillante di eccitazione dell’uomo. Non tremò. Non dopo quel che aveva visto.
Altri orrori non l’avrebbero sfiorata.
-Se le farai del male…-, sibilò Saida, -Giuro su tutti gli déi che non ci sarà un luogo in cui nascondersi per te, Gannicus.-.
-Lo stesso vale per te, selvaggia.-, sputò Octavius.
-Avete la mia parola. Tornerà senza un graffio.-, disse Marduk.
Il suono di mezzi aerei in avvicinamento rapido fece sì che guardassero al di sopra di sé.
Due mezzi, produzione licanea ma palesemente affiliati a qualche contrabbandiere atterrarono.
-Muoversi! Muoversi! Abbiamo aereomobili da bombardamento in arrivo!-, esclamò uno dei piloti aprendo i portelloni del mezzo a decollo verticale.
Mentre veniva scortata a bordo, Hawo rivolse un ultimo sguardo a sua sorella. Non era affatto certa che l’avrebbe rivista. Saida scoppiò in lacrime.

S’imbarcarono rapidamente sul mezzo. Utricius prese posto. Marduk sedette accanto a lui.
Una Saida affranta si adagiò contro la paratia, accanto all’agente. Marduk la strinse, piano.
-La riavremo con noi. Stanne certa.-, promise. L’africana seppellì il viso nella sua spalla, in lacrime. Lui le circondò le spalle con un braccio, sguardo fisso davanti a sé, consapevole che ciò che avevano visto li aveva segnati, li avrebbe segnati in eterno.
E che Hawo si era sacrificata per far sì che potessero continuare a lottare…
Ma c’era una cosa che Marduk si chiedeva, a dispetto dell’angoscia che avvertiva per il fato di Ferelea e di Hawo, e che non poteva seppellire tra le miriadi di sentimenti.
Perché Minah Ahn e Sebater Tigus erano solo due dei membri del team di sviluppo che aveva dato vita a quelle armi. Dov’erano gli altri? Che fine avevano fatto?

Il bombardamento avvenne esattamente otto minuti dopo il decollo dei due mezzi da Clavis Uzbea. Per il comando licaneo fu un autentica disfatta: i tre quarti delle truppe di Ermillio Sgariano Bruno furono annientati dal bombardamento sistematico. Ai banditi e alle truppe di Chin andò solo relativamente meglio: il caos che questi ultimi avevano generato impedì a numerose unità di disimpegnarsi e quando la devastazione colpì, furono cancellate.
Clavis Uzbea, culla di incubi e orrori senza fine arse nel fuoco di testate incendiarie-termobariche, armi dell’antica Chin, utilizzate solo in quel raro caso, solo su ordine di un singolo uomo che aveva imposto a una squadra di bombardieri di lasciare un fronte per chiudere quella questione in sospeso. Il luogo segnato era stato cancellato dalle mappe.
In ogni caso, per Licanes le perdite non erano sostenibili. Le forze rimanenti ripiegarono verso la Linea Caucasica, assestandosi a difesa mentre nuove unità della neofondata Legio XXIV Glaviana si affrettavano a consolidare l’apparato difensivo.
Di contro però, il nemico non pareva interessato ad attaccare. Per Chin, ciò che importava era aver interrotto la penetrazione nemica nell’area. Gli interessi delle alte sfere erano altrove.
In tutto ciò, furono solo alcuni tra gli alti gradi di Licanes a interrogarsi sul ritorno verso le linee amiche di Gannicus Vaian e di parte della sua squadra. Tra questi, ovviamente, vi fu Licius Carcio Quadro. L’uomo premette per interrogare subito la prigioniera. Hawo tuttavia non mostrò né paura né disprezzo, solo una siderale noncuranza mentre comunicava con voce piatta ciò che avevano trovato presso Clavis Uzbea. Salvo un marginale dettaglio.
Licius Carcio Quadro era certo che lei sapesse altro, non solo su Clavis, ma soprattutto sull’Unio Africae, il cui fronte non aveva mai smesso di intaccare le risorse di Licanes.
Ma si rendeva conto che torturarla non era un’opzione. Così incaricò Gannicus di trovare un modo per fare breccia nelle difese psicologiche dell’africana.
Nel mentre, si concentrò sui dati raccolti. Perché era evidente che qualcuno stesse giocando con loro. E quando Seleucinea, in un rapporto confidenziale gli comunicò della presenza di una figura in nero, all’uomo fu atrocemente più chiaro cosa stesse accadendo.

L’aereomobile di Marduk e gli altri sfidò le correnti ventose anomale generate dal bombardamento. Dietro di loro, Clavis Uzbea bruciava di un rogo finale.
-Tenetevi!-, urlò il pilota. Marduk e Saida si tennero. L’uomo avvolse la nera con un braccio.
Lei lo strinse, tacitamente grata per quella presenza. Utricius si attaccò a ogni possibile sostegno o cinghia. Lo scafo del mezzo oscillò paurosamente, come agitato dalla mano di un gigante irato. Marduk guardò attraverso il portellone chiuso, nell’apposita finestra.
Clavis Uzbea era un’oceano di fuoco. I Chin dovevano aver usato ordigni di vario tipo.
Armi termosaturanti, composti volatili erogati nell’aria che, a contatto con essa, sprigionavano reazioni esplosive. Marduk sapeva che esistevano, ma vederli in azione…
Era tutta un’altra cosa: le simulazioni del corso artificieri et ignis scientia non erano minimamente comparabili. Il mezzo ondeggiò di nuovo mentre il pilota imprecava.
Infine, sotto di loro, prese ad apparire il deserto centroasiatico.
-E ora?-, cheise Saida. Pareva ancora sconvolta. Marduk sapeva di non essere messo meglio.
-Non lo so.-, disse. Si rivolse al pilota, -I tuoi ordini?-, chiese.
-Portarvi a un punto di ritrovo specifico. E lasciarvici.-, disse. Saida scosse il capo.
Si avvicinò alla cabina di pilotaggio del mezzo, camminando con cautela, lenta.
-Sai che moriremmo! Chiunque ti abbia ingaggiato non ha messo in conto la nostra sopravvivenza.-, disse, -O forse, non ha voluto metterla in conto.-, aggiunse.
Impugnò la pistola puntando al pilota.
-A meno che voi non abbiate un altro pilota a bordo, penso sia davvero una brutta idea.-, si limitò a dire quello. Marduk scambiò uno sguardo con Utricius. E con Saida.
-Hai i coglioni, pilota. D’acciaio.-, riconobbe l’ufficiale.
-E vorrei tenermeli. Comunque non temete: chi mi ha ingaggiato non sembra intenzionato a farvi crepare di stenti nel deserto.-, disse.
E quella risposta aggiunse solo un altro ai diecimila interrogativi che frullavano nella mente di Marduk. L’uomo sospirò. Si diede una calmata.
-Gran casino, eh?-, chiese Utricius, dando voce al pensiero comune di tutti loro.
Era un eufemismo. Qualcuno li aveva salvati, e non per la prima volta, intuì Marduk.
La mano gli corse ad una tasca della veste. Dove teneva il ciondolo di Sho-Mi. Un pegno di reciproco supporto, certo, ma ora si chiedeva se non fosse stato il suo operato a permettere a loro e alla squadra di Gannicus di lasciare Clavis Uzbea vivi.
E c’era stata anche una terza fazione oltre a lui e all’Unio Africae ad Aquae Sulis, aveva attaccato le squadre d’intervento di Licanes… E poi il carnaio avvenuto in quel locale, il Banatleus, un’orgia di sangue in cui…
In cui alcuni corpi erano stati ritrovati con ferite nette, all’esterno. Ferite provocate dall’uso estremamente preciso di un fucile las da tiratore scelto.
Coincidenze a cui non poteva più attribuire la sola mano del fato. Troppi vettori convergenti.
Marduk improvvisamente annuì.
-Qualcuno vuole guidarci, manipolarci, come pedine.-, disse. Saida e Utricius lo fissarono.
-L’ha fatto già in passato. Al Banatleus, ad Aquae Sulis, e ora… qui.-, continuò.
-Non capisco.-, disse Saida, -Se qualcuno è in grado di muoversi tanto agilmente sullo sfondo di questa guerra, perché orchestrare un simile disegno?-.
-Forse perché la guerra, o una sua conclusione, non è un fine, ma una mera conseguenza.-.
La frase fu detta da Utricius. L’ufficiale licaneo li fissò, lo sguardo duro che spiccava sul viso crepato da rughe e cicatrici. Nonostante lui e Marduk avessero quasi la stessa età, il tempo aveva inciso quel viso, scavando con ogni nuovo giorno senza pietà nuovi solchi.
Utricius era vecchio. Vecchio in un modo che esentava dalla mera fisicità.
La sua vecchiaia era differente. Era come se qualcosa lo avesse consumato, dentro.
Come una malattia, o piuttosto, più semplicemente, il memento di ciò che aveva visto.
Marduk non poté fare a meno di chiedersi se non stesse fissando il suo stesso volto.
Alla fine della corsa, alla fine della notte, quello era lui. Un presagio cupo, tetro.
-Anche così…-, disse Saida, -Che senso avrebbe? Manipolare ambo i lati… Prolungare il conflitto… Solo i produttori di armamenti potrebbero vederci un vantaggio.-.
-Non necessariamente.-, disse Marduk, -Magari la giustificazione è più semplice.-.
-Già. Forse certa gente vuole solo veder bruciare il mondo.-, disse Utricius.

Al successivo silenzio, Saida scosse il capo.
-No.-, disse con convinzione, -Non ci credo. Non può essere. Nessuno con un simile desiderio sarebbe tanto lucido. Tanto… schematico. E nessuno…-, si fermò. Ragionò.
Ripercorse con la mente gli ultimi eventi, le ultime ore. L’attacco al loro rifugio…
Tutto molto rapido, causale, certo… Ma con tutti i partecipanti coinvolti nello scontro privi di coordinamento e rinforzi, chi traeva vantaggio?
“Solo chi voleva dirigere gli eventi da fuori.”, pensò.
-È semplicemente troppo preciso. Il nostro diversivo su Chin, quello di Ferelea su Licanes, e infine… l’attacco al nostro campo. Con Ferelea che viene rapita.-.
“Rapita.”, si concesse di pensare, “Non uccisa. Una preda.”.
Ma non era per liberarla che stava seguendo quel filo di pensieri, bensì verso un’altra direzione. Una più oscuro e personale, che non poteva ancora esprimere.
“Non posso trarre una conclusione.”, pensò, “Ma i miei sospetti restano. Anche se non capisco perché.”. Si alzò. Andò verso la cabina di pilotaggio. L’uomo ai comandi era snello e palesemente un professionaista del volo clandestino. Un contrabbandiere, di questo la nera era abbastanza sicura.
-Chi ti ha ingaggiato?-, chiese. Lui neanche la guardò.
-Non credo di poter rispondere.-, disse. Lei lo fissò, con rabbia. Minacciarlo era inutile.
Ma c’era un’altra strada. Una che valeva la pena battere. E fortunatamente, Saida si portava sempre dietro della valuta universale. Estrasse dalla tasca una pietra, un diamante.
Era una gemma della grandezza di una falange del mignolo, cristallina e sfacettata. Pura.
L’occhio sinistro dell’uomo inquadrò. Lei lasciò che lo guardasse. Poi chiuse il pugno.
-Rispondi alle mie domande, sinceramente, e sarà tuo.-, disse.
-Ah, beh…-, il pilota doveva avere quarant’anni circa, i capelli ingrigiti e il viso affilato, il ghigno tipico di una iena ridens. Saida sorrise a sua volta, come una iena. Ne era in grado.
“Il miglior modo di entrare in empatia con una canaglia, spesso è proprio quello di non fingersi moralmente superiori, bensì allo stesso livello dell’interlocutore.”, aveva detto un addestratore a suo tempo durante la sua formazione. Hawo e lei avevano imparato bene quella lezione. Saida sorrise, un sogghigno appena accennato.
-Quindi? Chi ti ha ingaggiato?-, chiese.
-Un Licaneo… Un tale… Jarius. Jarius e basta.-, disse.
-Un soldato?-, chiese la nera. L’uomo esitò. Lei aprì il pugno. Lui fissò la gemma.
-Allora?-, chiese di nuovo chiudendo la mano. Lui sospirò.
-Pareva un tipo tosto. Ricognitori, forse, a giudicare dal modo in cui si guardava attorno. Sicuramente molto circospetto. L’ho incontrato a Nova Bactariana, durante una serata. Ha detto che pagava. Io e il mio socio siamo stati assoldati da lui. E ci ha pagato un terzo del prezzo subito. Ha pure fornito i mezzi.-, disse lui.
-Ma questi non sono mezzi di Licanes. Sono areomobili diversi. Il modello è Chin, o quasi interamente. Sicuramente, a un esame superifciale lo sembrano.-, disse Saida.
-Sì… Infatti ci ha fatti giungere a una base abbandonata della Zona Demilitarizzata Kirghiza.-, confermò il pilota, -E i mezzi erano lì: pronti al decollo. C’era solo lui… E parlava poco. Ci ha dato i nostri ordini e ha detto che saremmo stati pagati interamente a lavoro finito. Un compito semplice. Nessuno si sarebbe sognato di dire no a tutti quei Calus!-, esclamò.
-Ha pagato in Calus?-, chiese la nera. Era un dettaglio rilevante.
-No. In… oro.-, confessò lui, -Aveva due bisacce. Vecchie monete d’oro dell’antico impero. Sembrava che avesse saccheggiato un museo. E poi lingotti. Non pareva curarsi del prezzo. Ci ha pure dato un extra… Dopo un lavoro così potrei quasi ritirarmi.-.
Saida rifletté. Il pagamento in oro era sospetto. I Calus erano poco tracciabili, ma l’oro era invisibile, irrintracciabile. Jarius era stato scaltro.
“Jarius… Ma sarà il suo vero nome?”, avrebbe potuto dire di no.
-Jarius?-, chiese Marduk, -Hai detto Jarius?!-, chiese al pilota irrompendo in cabina.
-Già. Qualche problema, amico?-, chiese.
-Non ci credo… Lui… Lui era con noi. A Mons Vetera lui c’era. Lui… Lui era uno dei cadetti allora. Uno apposto. L’avevo conosciuto…-, Marduk si passò una mano lungo il viso.
Saida intuì. Il cerchio rosso del fato si chiudeva. Il filo invisibile li avvolgeva stretti sempre più.
-Lui ti conosceva… Ma non lo vedevi da allora, vero?-, chiese. Marduk annuì appena.
-Pensavo fosse morto. O meglio, non sapevo se fosse ancora stato vivo.-, ammise.
Saida annuì. Pezzi e schemi. Andavano al loro posto, ma…
-Secondo te è stato lui, a fare tutto?-, chiese mentre dava il diamante al pilota, che intascò la pietra senza altri commenti.

Marduk riflettè. Infine scosse il capo.
-Non avrebbe mai potuto. Non così. È… troppo. E poi… Non credo abbia mai lasciato l’esercito. Era sempre stato… uno d’un pezzo.-, disse infine.
-Dovrò controllare, e lo farò appena riavrò accesso a dei canali decenti.-, disse Saida.
-Dolente di interrompervi, ma penso convenga vi sediate. Stiamo per atterrare.-, fece il pilota.

Atterrarono nel deserto. O meglio, in quello che pareva essere il deserto.
-Beh. Il mio lavoro qui è finito.-, disse il pilota con un sorriso. Si preparò al decollo.
-E ci lasci qui?!-, chiese Saida.
-Come mi è stato ordinato.-, annuî l’uomo. L’africana espirò, con rabbia.
-Guardate!-, esclamò Marduk. Indicava una casa, o meglio, i suoi resti. Un altro magazzino? No, quella era proprio un’abitazione. Antica, diroccata, e potenzialmente abbandonata.
-Almeno non prenderemo un’insolazione.-, fece Utricius, scrollando le spalle.

Gannicus fissò la prigioniera da oltre il vetro a specchio.
Hawo non parlava. Non sembrava minimamente intenzionata a farlo.
-Tiene duro.-, disse Licius. Seleucinea osservava l’africana con disprezzo scolpito in viso.
-È… fiera. Solo gli déi sanno quanto darei per vederla spezzarsi…-, sibilò con odio.
-Oh, sarebbe magnifico.-, annuì Licius Carcio Quadro. Gannicus scosse il capo.
-Non si spezzerà.-, disse, -Non può.-.
-La credi così forte? Lasciami da sola con lei e…-, l’agente scosse il capo, troncando la tirata della donna con uno sguardo capace di tagliare l’acciaio.
-Non si spezzerà, perché si è già spezzata. È questo il problema.-, disse in tono monocorde.
-Affascinante.-, fece Licius senza particolare interesse, – E quindi cosa suggeriresti?-.
-Tentare di farla cedere usando la forza è inutile, oltre che controproducente, e spingerla a tradire i suoi dell’Unio Africae è altrettanto vano.-, ragionò Gannicus ad alta voce.
Si rendeva conto di avere davanti la possibilità di vendicarsi, ma era anche ben consapevole che farlo avrebbe potuto voler dire condannare Utricius.
“A parti inverite, lui cosa farebbe?”, si chiese. Troverebbe un modo. Perché Utricius era un uomo tutto d’un pezzo, che non avrebbe mai svenduto il suo onore licaneo.
A differenza sua. Gannicus ripensò alle torture subite. Il desiderio di vendetta gli cantò dolcemente all’orecchio, soffiò sulle braci della rabbia e gli ricordò ogni umiliazione.
Hawo aveva riso di lui, lo aveva umiliato, lo aveva lordato.
Gannicus sapeva benissimo di desiderare la rivalsa. Ed era lì. Doveva solo decidere di prenderla. Immolando cosa? Utricius? Il suo onore licaneo? O altro ancora? A quanto avrebbe rinunciato? Si concesse di ponderare l’altro lato della medaglia.
Cos’avrebbe ottenuto? Una ridda di risposte gli attraversò la mente.
-Gli agenti dell’Unio Africae raramente vengono presi vivi.-, disse Licius, -Non possiamo buttare alle ortiche questa occasione. Non dopo Clavis Uzbea. Non dopo quasi ottomila morti. Non dopo una disfatta del genere.-. Si avvicinò a Gannicus.
-Quindi, comandante Gannicus, se c’è qualcosa che puoi fare per convincere quella puttana a parlare, ti conviene cominciare. Prima che io decida di far intervenire gli Excubitores.-.
Gli Excubitores erano specialisti della tortura. Uomini e donne capaci di infliggere dolore in modo scientifico. Garantivano che la vittima restava cosciente e lucida, fino al momento in cui cedeva, confessando. Che poi restasse poco altro, per loro era secondario.
Consegnare Hawo a quegli uomini avrebbe significato ottenere le risposte, tutte, ma riavere indietro solo un cadavere, anzi, due. Perché sicuramente Hawo sarebbe stata vendicata.
Con la morte di Utricius. L’agente annuì appena. Capiva. Le soluzioni erano molto poche.
Decise.
-Primo. La donna dev’essere nutrita, deve poter bere e deve potersi lavare e vestire.-, disse.
Licius annuì. Seleucinea lo fissò, quasi fosse stato improvvisamente uscito di senno.
-Secondo. Dev’essere spostata in un ambiente diverso. Uno che non sia una cella.-, chiarì Gannicus. Licius annuì.
-E terzo nonché ultimo. Io, e solo io, ci parlerò.-, disse. Seleucinea scosse il capo.
-Da quando in qua viziare una prigioniera è valso una confessione?-, chiese con scetticismo palese. Licius si passò una mano sul viso.
-Da quando potremmo non avere altre opzioni.-, martellò Gannicus, -Da quando ottomila dei nostri sono stati cancellati per tenere al sicuro ciò che quella donna ha visto. Da quando chiunque abbia sufficiente potere in questo momento a Chin ha deciso scientemente di immolare anche i propri uomini per garantirsi che nessuno di noi uscisse dal cratere vivo.-.
-Allora resta una sola domanda.-, disse Licius. Tutti gli sguardi conversero su di lui.
-Perché qualcuno avrebbe dovuto volere che voi, e Marduk e la sua squadra, sopravviveste?-, chiese l’ufficiale. Gannicus non aveva quella risposta. E anche Seleucinea pareva priva di ogni accenno di idea in tal senso.
-Qualcuno ci muove come pedine.-, sussurrò la tiratrice.
-E questo ci porta a capire una cosa.-, disse Licius, -La figura in nero che tu hai visto, Gannicus, è la stessa che ha visto Seleucinea a Clavis.-. La rivelazione ebbe l’effetto di una bomba. La tiratrice si voltò verso l’altro.
-Tu… l’avevi già visto quel tizio?-, chiese con rabbia, -Perché non ne hai parlato?-.
-Ordini. Miei per l’esattezza. Non potevo permettere a voci e pettegolezzi di minare la coesione del vostro gruppo.-, spiegò Licius, impassibile. Seleucinea parve calmarsi. Parve.
-L’ho incontrata prima della guerra, quella figura. Durante le operazioni in cui misi le mani su Marduk Atbash.-, ammise Ganniucs, -E quel tizio era lì. Chiunque sia… è in gamba.-.
-E ha accesso a tecnologia molto sviluppata. Roba del passato rielaborata. Abbiamo tenuto il radiofaro prima che veniste recuperati dove vi aveva lasciato quel pilota. Un simile capolavoro tecnologico non è certo a buon mercato.-, chiarì Licius.
-Il che sposta ma non modifica il problema. Cos’ha a che fare la tua domanda con quella barbara?-, chiese Seleucinea accennando col capo al divisorio unidirezionale che li separava dalla prigioniera. Licius sospirò. Gannicus attese.
-Forse niente. Forse quella barbara ne sa quanto noi. O forse, mettendo insieme quel che lei sa e quel che noi sappiamo, magari arriveremo a qualcosa. A un nome, o anche solo a un disegno. A qualcosa che ci possa svelare l’arcano.-, disse, -D’altronde, neanche io posso dirmi certo che quella figura in nero lavori con noi, o con Chin.-.
-E allora pensi che sia con l’Unio Africae?-, chiese Seleucinea. Licius scosse il capo.
-Penso proprio che sia il genere di persona che ha piani suoi e suoi soltanto. Ma considerando ciô che ha già fatto e le risorse che ha, direi che vale la pena cercare di capire quali siano.-.

Naturalmente Licius non aveva parlato del fatto che aveva già visto la figura in nero, ma nella sua mente faceva connessioni. Ferelea e la figura, Ferelea e Marduk… Marduk e la figura?
Era lui? No, non era possibile. O meglio, gli pareva altamente improbabile.
Eppure, doveva riconoscere che qualcosa non quadrava. Era Ferelea? Era lei la mente dietro a tutto quanto? O era la figura, e Ferelea era solo un’ennesima pedina?
O ancora, la figura stessa era l’agente di qualcuno? Forse di Marduk?
Doveva riflettere. Le possibilità erano notevoli e le implicazioni erano totalmente assurde.
Per lui, per Licanes, quella figura in nero rappresentava un nemico, un’incognita pericolosa.
E ciò che non può essere controllato, che non può essere piegato, va distrutto.
Il Potere non si divide, mai. Dividerlo lo diluisce. Licius intendeva restare fedele a quella veduta. Ma per poter attuare tale proposito doveva sapere. E se l’africana che avevano in custodia sapeva, anche lui doveva sapere.
-Avrai ciò che hai chiesto, Gannicus.-, annuì infine, -Ora muoviamoci. Il Prefecto Aulo Sigario ha richiesto la nostra presenza per un rapporto sulla situazione di Clavis. Vuole sapere.-.
Lasciarono la stanza in silenzio.

Marduk si guardò intorno. Il deserto e il casolare, il casolare e il deserto. E infine, un mezzo.
Un mezzo sgangherato, quadrigommato raffazzonato pieno di aggiunte mal saldate al telaio, decorazioni tribali e barbariche, un mezzo che pareva giungere dalla fine del mondo, di ogni mondo. E su quel mezzo, alla guida, una figura. In grigio.
Marduk la riconobbe. Uscendo dalla casupola, anche Saida sorrise.
-Ma è…?-, chiese vedendo l’altra occupante del mezzo.
-Ferelea!-, esclamò l’agente. Era avvenuto qualcosa di incredibile: Ferelea era stata liberata.
E a liberarla era stata una persona, l’unica e la sola che Marduk Atbash avrebbe sperato di riavere al suo fianco durante quell’ordalia.
Il mezzo si fermô. Ferelea scese, il viso pesto, l’abito strappato, una mano a coprire il seno esposto. Era messa male, ma sorrise appena vedendoli.
-Siete vivi! Ha funzionato!-, esclamò.
-Erano i tuoi trasporti?-, chiese Marduk. Lei annuì con sollievo, abbracciando prima lui, poi Saida. La nera sorrise, pareva comunque un filo rigida, ma era indubbiamente sollevata.
Volse lo sguardo sull’altra donna. Gli occhi a mandorla di Sho-Mi incontrarono quelli di Saida.
E Marduk la osservò. La Justicar stava in piedi, fiera, senza timore. Non portava altre armi che un fucile e il Tantō dell’Ordine. Una reliquia di tempi ormai andati.
Sho-Mi gli rivolse uno sguardo che finì con l’inchiodare il suo.
-Sho-Mi…-, disse Marduk. Lei sorrise.
-Di che ti sorprendi? Lo sapevi che ti avrei aiutato, no?-, chiesi.
-È stata lei a salvarmi!-, interloquì Ferelea, -Ha abbattuto quei bastardi, uno a uno!-, esclamò.
-Quindi erano semplici briganti? O erano pagati da qualcuno?-, chiese Saida. La Justicar asiatica scosse il capo, con vaga delusione, un sentimento che evaporò in fretta.
-Non mi è stato possibile saperlo. Ferelea era in pericolo. Non c’era tempo per indagare, e purtroppo la situazione è sfuggita di mano in fretta.-, rispose.
Saida sospirò. Marduk scrollò le spalle, con un certo fatalismo.
-Non si può avere tutto. Ferelea è viva e sta bene. È già molto per cui esser grati.-, disse.
-È vero. Perdonami. Non intendevo insinuare…-, iniziò Saida.
-Non c’è nulla da perdonare. Anche a me sarebbe piaciuto sapere se c’era dietro qualcuno. Ho avuto modo di capire che Marduk si è infilato in un bel vespaio.-, disse Sho-Mi.
-Per usare un eufemismo.-, sbuffò l’agente, -Ma sono contento di rivederti.-.
-Già. Suggerirei però di rimandare i convenevoli a un momento più tranquillo e a un luogo più riservato…-, disse Saida.
-Naturalmente. Se nessuno ha nulla in contrario proporrei di spostarci verso Jardani al-Khahzi. È un villaggio sufficientemente vicino. Ci garantirà cibo, e riparo. E un trasporto verso la nostra prossima meta.-, disse Sho-Mi.
-Allora muoviamoci.-, disse Marduk. Tossì. Per un istante sentì sulla lingua un sapore diverso, ferrigno. Durò solo un istante. Sospirò. Il suo male stava rialzando la testa, e forse avevano ragione i medici che gli dicevano di starsene calmo. Gliel’avevano detto mesi prima.
Mesi… Pareva una vita diversa, un’altra esistenza.
-Tutto bene?-, Ferelea si avvicinò. Il vestito strappato le ricadeva sul ventre, scoprendo un seno. Lui annuì. -Tutto a posto.-, disse.
Non visto, sputò a terra prima di girarsi e raggiungere il mezzo. C’era qualcosa di rossastro nel bolo che aveva sputato? Forse. Non si fermò a guardare.
Non era sicuro di voler sapere.

Aulo Sigario era un uomo come tanti ufficiali licanei, ovvero fortemente convinto dell’intrinseca superiorità di Licanes su qualsiasi nemico.
E ovviamente, per quelli come lui, la disfatta di Clavis Uzbea era un autentico smacco.
Uno smacco che urlava vendetta. Che chiedeva rivalsa.
Gannicus, in mezzo ad altri duecento ufficiali di vari titoli tra tribuni, legati, sub-praefectii e delegatii consolari.
-Clavis Uzbea ci ha costretti a ripiegare. Non è una novità. Sappiamo che però Chin non ha fatto avanzare le sue forze.-, disse Aulo mentre l’olomappa mostrava la zona del fronte includendo Clavis e luoghi vicini, -Il che ci porta a una semplice domanda: come procedere?-.
Gannicus poteva immaginare. Tutti volevano attaccare, ma nessuno di loro osava proporlo per primo. Sarebbe stato semplicemente folle farlo, un suicidio a livello di cursus honorem militare se Licanes avesse nuovamente perso. Il fatto era che tutti sapevano che Chin non avrebbe attaccato. Non ancora. Perché le loro linee erano state squassate quanto quelle dei licanei. L’aver dovuto ricorrere al bombardamento li aveva obbligati a immolare i loro, ma soprattutto, a muovere unità e ristabilire linee difensive. E ora, il conflitto si era congelato, in quella zona, quantomeno. E ovviamente ad Aulo e a molti altri non andava bene, ma solo gli déi sapevano chi avrebbe osato proporre di agire.
-Se posso permettermi, Sigario, la situazione è ben più complicata.-, Licius parlò con voce chiara, spezzando la stasi della sala. Aveva l’attenzione di tutti, anche di Gannicus.
-Elabora, Licius Carcio Quadro.-, richiese il tribuno castrorum Almarius Urlamio Rufio.
-È presto detto. Come ben sapete, il casus belli di questo nuovo conflitto è stato l’incidente di Aquae Sulis. Sul posto erano presenti agenti di almeno due fazioni. Una erano i nostri servizi interni, l’altra quelli di Chin. Ma c’è anche una terza fazione. Un gruppo associato all’Unio Africae.-, spiegò Licius, -Tale gruppo ha operato anche in questa zona. Al momento abbiamo un loro operativo prigioniero.-.
-L’Africae è molto lontana.-, disse Aulo Sigario.
-Sì. Ma le ramificazioni di questa situazione sono molto più profonde. In breve, non possiamo permettere a questo gruppo di continuare con i propri piani in questa zona.-, spiegò Licius.
Suo malgrado, Gannicus doveva riconoscere al suo ufficiale una certa capacità di deviare l’attenzione: nei successivi dieci minuti più di un ufficiale avanzò richieste di informazioni, ipotesi o persino accuse nei suoi confronti, ma Licius, calmo sotto pressione e terribilmente rapido a rispondere, riuscì a mantenere il controllo dell’assemblea. Fronteggiando la sequela di domande, spiegò con estrema sinteticità diversi punti oscuri, evitando magistralmente di compromettere sé stesso, Seleucinea o Gannicus davanti ai presenti.
Era abilissimo a fornire informazioni senza svelare troppo. Gannicus sorrise.
-Immagino che la prigioniera non lascerà la custodia dei tuoi sottoposti.-, fece Aulo.
Il sottointeso era palesemente chiaro: se la prigioniera fugge o muore ne risponderai.
-Esattamente.-, replicò Licius, -In quanto parte in possesso di informazioni circa operazioni avvolte dal massimo grado di segretezza, è imperativo mantenere il più stretto riserbo, mi sono spiegato? I vostri uomini non devono interagire con quella donna, salvo ordini da me o da miei superiori dei servizi.-.
-Mi pare alquanto arrogante.-, commentò uno dei legati.
-Mi pare alquanto conforme alle gerarchie.-, ribatté Licius. Diverse occhiate furenti arrivarono da varie angolazioni ma tutti sapevano benissimo che aveva ragione. Le regole erano dalla sua. La riunione si spostò rapidamente su temi operativi più generali mentre uno ad uno legati e tribuni esponevano idee e vedute.
Si risolsero infine a procedere a far avanzare le truppe fresche appena giunte al fronte per riconquistare gradualmente territorio e riprendere contatto col nemico.
-Anche questa è fatta.-, disse Licius a riunione finita.
-Procediamo?-, chiese Gannicus.
-Senza fretta.-, disse l’ufficiale.

Il Celeste sospirò. Clavis Uzbea era stata cauterizzata, cancellata dalle mappe.
Onestamente gli pesava: la decisione che aveva dovuto prendere aveva condannato a morte un’intera brigata delle forze di Chin aggirata in Corea dagli occidentali, ma era un prezzo da pagare. Inoltre, ben seimila uomini erano morti a Clavis, incapaci di ripiegare per tempo.
Altre vittime in più. I suoi rivali le avrebbbero usate contro di lui. Non comprendevano. Non avevano il senso del sacrificio. Opulenti rampolli di case aristocratiche, non concepivano il sacrificio come necessario. Non più. I loro predecessori erano stati più lucidi, più capaci.
Il Celeste li avrebbe voluti al governo, al posto di quei fantocci che, intenti a pontificare sulle vite perse, non si accorgevano della portata dell’operazione. Licanes aveva dovuto interrompere le manovre nell’area centroasiatica, e a meno di non passare per le steppe sarmatiche della Syberia che i Chin chiamavano Distesa dei Ghiacci, non l’avrebbero riprresa a breve. L’iniziativa in quel settore del conflitto era passata a Chin, ma nessuno pareva osare sfruttarla. Forse per paura, o magari per mera mancanza di capacità tattica.
La verità, il Celeste lo sapeva, era che nessuno voleva essere accusato di negligenza se il piano fosse fallito. Lui invece ricordava Tao-Shin Wang, il leggendario capo di stato che unificò i regni di cui Chin era composto. L’uomo che marciò su ceneri di città e strade lastricate di corpi ma senza mai dubitare della sua rettitudine. Fu ucciso da suo fratello, un altto di giustizia, era stato definito.
Un atto di debolezza, in realtà. Il Celese era pronto a scommettere che c’era chi voleva fare lo stesso con lui, ma non era importante. Prima di morire, per mano di chiunque, il Celeste intendeva garantire al mondo un futuro migliore.

Jardani al-Khahzi li rifocillò e diede loro modo di procedere rapidamente l’oriente. L’idea di Marduk era di continuare la caccia a Tigus, ed effettivamente, tutto lasciava supporre si fosse rintanato in uno dei monasteri presenti sul territorio. Se il mandala di sabbia era suo, doveva essere in un monastero del Paese delle Nevi, o esserci stato, quantomeno.
Un buon punto per iniziare. Migliore di numerosi altri.
-La conosci da molto, vero?-, chiese Saida.
-La Justicar, intendi?-, domandò lui, -Da quando ci allennammo insieme.-.
-Parli come se tu non fossi più un Justicar.-, osservò la nera.
-È così. L’Ordine ha abbandonato la confederatio, io no.-, disse Marduk
-E neppure lei.-, riconobbe Saida. Osservava l Justicar contrattare con un mercante sul prezzo di alcune vivande. Jardani era un villaggio quasi ricco per gli standard della regione.
-Non ti fidi di lei.-, osservò l’agente. La nera non negò.
-È stata lei a salvarmi dal tuo aguzzino, quella volta con Hawo…-, rivelò lui.
-E tu non sapevi che era in zona, vero?-, chiese Saida, -Mi pare che lei sia spesso al posto giusto nel momento giusto, l’hai visto no?-.
-Sì. Ma è anche vero che è quello che fa. È parte di un patto tra noi. Un patto di aiuto reciproco.-, spiegò Marduk. La nera scrollò le spalle.
-Mi scuso. Non voglio dire che non mi fido, è che… È accaduto tutto così in fretta…-, mormorò. Marduk annuì. Avvolse un braccio attorno alle spalle di Saida. Rimasero così, senza parlare per un lunghissimo istante. Due anime in attesa del domani.

Ferelea aveva cambiato l’abito leso con qualcosa di locale. Non era decisamente il suo stile, ma quello non importava. Importava mettere la figura in nero al corrente della situazione.
Un informatore presso il mercato locale le aveva confidato che le vie verso la Napalia erano sgombre. Chin avrebbe potuto fare controlli ma sarebbero stati pochi, sporadici.
“Perché di fatto non si aspettavano una penetrazione ostile nel loro territorio…”.
Non dopo Clavis almeno. I Licanei avevano dovuto ripiegare, sgomberare il campo.
Che poi la Nepalia non era tecnicamente di Chin. Apparteneva a un’etnia denominata Tibeti, un popolo che aveva sofferto per molto tempo la dominazione Chin. Un popolo che in parte, forse, aveva accettato quella sudditanza. Non era certo sorprendente che dopo decenni o secoli di dominazione straniera, si giungesse a smettere di resistere…
E ciò complicava le cose. Muoversi presso quei territori sarebbe stato difficile. Avrebbero spiccato come una mosca bianca, anche solo per la loro marcata differenza dalle etnie locali. Era pressoché sicuro che avrebbero avuto problemi, aarebbe stata solo una questione di tempo, null’altro. E l’idea di scatenare una guerriglia in pieno territorio Chin era un problema che si aggiungeva alla già lunga lista d’inconvenienti futuri.
Ma era pur vero, che risolverli era la sua specialità.
Quando tornò dagli altri aveva già provveduto. Il viaggio riprese, la direzione era oriente, la città di Peswharii, da dove poi avrebbero costeggiato le frontiere del Kelreas antico e sarebbero arrivati ai confini di Chin.
Poi, da lì avrebbero provveduto a entrare in Nepalia. Decretarono che sarebbero partiti l’indomani. In modo da riposare decentemente, visto che erano due giorni alternavano sonno e veglia durante il viaggio.

La porta si aprì. Hawo sollevò il capo. Le avevano permesso di lavarsi, di rivestirsi.
Si trovò davanti un viso noto. Sorrise, suo malgrado.
-Ma guarda… Gannicus, vero?-, chiese. Lui la fissò, cercando di risultare inespressivo.
-Ho del cibo. E dell’acqua.-, disse porgendoglielo. Ammanettata al muro da una catena di circa un metro, Hawo lo fissò mentre deponeva i piatti davanti a lei.
-Non è veleno. Se ti avessimo voluta morta lo saresti già da due giorni.-, disse il licaneo.
Lei fece una smorfia. Afferrò del pane. Lo portò alla bocca. Masticò a lungo, piano. Inghiottì.
-Trattare male un nemico, per poi trattarlo bene…-, disse mentre addentava della verdura, -Un vecchio modo per ammorbidire i prigionieri.-. Ingollò il boccone con dell’acqua. Gannicus tacque, era in piedi davanti a lei.
-Dunque…-, disse Hawo dopo aver spazzolato altri due piatti di verdure, -Di cosa vuoi sapere? Dell’Unio Africae? Voi lo chiamate in quel modo così pomposo…-.
-No.-, disse Gannicus, -L’Unio Africae non è nella lista.-. Hawo nascose la sorpresa.
-Meglio. Non vi avrei detto nulla.-, disse.
-Questo presuppone che parlerai di ciò di cui voglio chiederti, bene.-, fece Gannicus.
-Presuppone… Davvero?-, chiese lei, -Magari sarò altrettanto risoluta.-.
-Non credo ti convenga.-, rispose l’uomo. Lei sorrise, beffarda.
-Perché? Sennò mi torturerai? Lo sai cos’accadrà se lo fai, vero?-, chiese.
-Non ti conviene per ragioni molto, molto precise.-, disse Gannicus. Si sedette. Davanti ad Hawo. La nera lo fissò. Poi lo chiese. Inutile tergiversare.
-Perché non dovrei tacere, dunque?-, chiese.
-Perché in questo momento qualcosa si sta muovendo. Sotto la superficie di questo conflitto. C’è qualcuno che sta giocando con noi. E intende continuare a farlo, finché non avrà raggiunto i suoi scopi, quali che siano.-, disse lui.
Stavolta lo stupore di Hawo non fu celato, fu palese. Non riuscì a nasconderlo. Era semplicmeente impressionante che quell’uomo, un ufficiale di Licanes, le parlasse così.
Si era aspettata un interrogatorio serrato, uno schema contro cui aveva difese, a cui era stata preparata a resistere, e invece…
Invece aveva questo. Un uomo che le portava le sue conclusioni. Senza minacciare o bluffare.
Il che significava una sola cosa: che i Servizi di Licanes erano in allarme, esattamente quanto l’Unio Africae, in merito alla questione circa il gruppo di Minah Ahn, e, come l’Unio Africae, erano disposti a valutare misure disperate. Come un’alleanza…

Dietro il vetro a specchi, Seleucinea osservava. Non era questo che aveva pensato sarebbe stato detto. Gannicus aveva messo le carte in tavola. Tutte.
“Spero proprio tu sappia quello che fai.”, pensò.

-E ve la fate sotto per qualcosa del genere, vero?-, chiese Hawo. Gannicus ignorò la frecciatina indisponente, come anche il tono della nera.
-È una situazione che i miei superiori reputano allarmante.-, disse.
Si stava sforzando di mantenere la calma, ma quella donna aveva la capacità di irritarlo. Come se non fosse bastato, era anche quella che aveva supervisionato la sua tortura e gli ci voleva tutto il suo autocontrollo per non alzare le mani.
-Capisco.-, disse la nera, il tono sempre tagliente. Lui scosse il capo.
-No. Non credo tu capisca, Hawo.-, disse usando il suo nome una buona volta. Il suono di quel nome esotico, diverso da ogni altro, era persino ammaliante, ma si costrine a fissarla.
-Ah, mi credi una barbara stupida?-, chiese lei. Lui la fissò, duro. Niente più giochetti, decise.
-Ti credo più lucida di quanto vuoi apparire, e ti dico questo. Chiunque abbia manovrato la Confederatio e Chin per i suoi scopi non si è certamente fermato qui.-, disse, -Immagina pure che questa persona voglia il bene dell’Africae, o dei popoli oppressi di cui voialtri vi riempite la bocca ogni tre parole, ma la verità è che Licanes vi conviene. A voi va bene avere un nemico solo, uno che conoscete. Se la Confederatio cade, chiunque erediterà il dominio delle vostre regioni non sarà così clemente. E voi lo sapete. È per questo che l’Unio Africae non osa attuare azioni definitive contro le nostre forze.-, le spiattellò davanti la verità, con gusto.
E vide l’africana reagire con una smorfia di rabbia.
-Ah, è così? Credete di essere benevoli? Vi credete i buoni? Non lo siete! L’Africa ha subito le dominazioni di moltissimi stranieri, è stata violata da più potenze in passato e lo è ancora oggi! Voi non siete che l’ultima di queste e, per quanto vi sorprenda, sappiate che non siete i buoni, siete uguali a tutti gli altri prima di voi, dei bastardi che c’impongono la loro lingua, le loro regole, i loro prezzi per le nostre merci e il loro modo di fare. I nostri figli crescono nelle vostre scuole, e dicono che il vostro sistema va bene, ma i padri e i nonni scuotono il capo di disperazione a sapere che il loro passato viene tradito in quel modo, abbandonato per le comodità di un nuovo occupante!-, sibilô in una tirata. Gannicus sogghignò.
-Forse. Ma immagino che la nostra repressione sia ancora moderata, o vi devo ricordare Actio Rubio?-, chiese con un piacere sottile.
-Rubio era un folle! Ha scatenato devastazioni su una terra innocente. Nessuno potrà mai perdonarlo!-, rispose la nera. Gannicus annuì, solenne.
-Esatto. Ora immagina, se puoi, immagina la Confederatio a pezzi, ogni provincia che fa storia a sé, ogni governatore con il proprio impero privato e nessuna volontà di cederlo, magari anche con un bel po’ di uomini fedeli e agguerriti. E immagina le conseguenze, di questo.-, disse, -In ultima, ti conviene che l’Africae resti sotto Licanes.-.
-Ci difenderemmo! Lotteremmo! E vinceremo!-, sbottò Hawo.
-E quanto vi costerà?! Migliaia di morti, devastazioni indicibili! Certo, tutto accettabile, pur di non piegarsi. Meglio morire in piedi, vero? Perché non riuscite a riconoscere che siete troppo fieramente idioti per capire quando è ora di smetterla?!-, ringhiò Gannicus, esasperato.
-Forse perché almeno non siamo ipocriti? Noi sappiamo quel che vogliamo e lottiamo per ottenerlo, mentre voi arrivate con doni e tecnologie, e poi mostrate l’altra faccia. L’avete fatto a tutte le latitudini. In pochi vi hanno resistito. Ma quei poi, Gannicus, saranno i veri fortunati. Saranno quelli che hanno avuto modo di restare sé stessi.-, rispose lei, colpo su colpo.
-E saranno morti!-, sancì Gannicus. Hawo sputò sul pavimento in un gesto di disprezzo.
-Meglio morti…-, disse, -Che domi.-. Gannicus la fissò, con rabbia.
-Hai una vaga idea di quante vite siano state salvate da Licanes? Quanto benessere ha apportato la venuta del nostro popolo? Hai un’idea di quanto vi abbiamo veramente aiutati?-, chiese. La nera lo fissò. Lui non distolse lo sguardo.
-So anche cos’avete preso. Ed è molto di più. Non siamo i soli a pensarlo. Il Kelreas ha abbandonato il vostro patto, la Sarmatia ha rifiutato i vostri ambasciatori, e anche a Merak non siete benaccetti. La verità è che avete tradito le vostre promesse.-.
-Tu… non…-, sibilò Gannicus. Hawo sorrise, ben conscia di aver colpito nel segno.

Seleucinea osservava. Stava pregando tutti gli déi in ascolto che Gannicus mantenesse il controllo, che non facesse qualcosa di stupido.
“Avrei dovuto essere lì, con lui.”, pensò con rabbia per non avere insistito in merito.

-Io oso, licaneo.-, ribatté lei, -Oso dirti la verità che non vuoi sentire. Oso dirti che tu e la tua gente siete degli ipocriti! Vi ammantate di benevolenza finché vi fa comodo salvo poi mostrare la faccia opposta. Non siete diversi da tutti quelli che vi hanno preceduto, ma l’Africa è stanca di soffrire, e ha rialzato la testa.-. L’uomo stava stringendo i pugni accanto al corpo.
-Barbara che non sei altro!-, ringhiò Gannicus.
-Barbara sì, e fiera di esserlo! Non fingo!-, replicò la nera, -Ma tu e i tuoi sì. Oh, riuscite a fingere bene, davanti a tutti, inclusi voi stessi!-.

Gannicus espirò. Si forzò a restare calmo. La fissò, con rabbia.
Come poteva non capire? Come poteva non accettare che collaborare era la migliore soluzione? Perché il suo orgoglio la portava a scegliere una condotta simile?
“Perché ci odia.”, si rispose, “Ci odia, forse anche più di quanto ami sé stessa.”.
Fissò l’africana con disprezzo, frammisto a scoramento.
-Tu non riesci a capire. Licanes ha liberato popoli da usi barbari, dalla follia e dal misticismo.-, disse, -Anche la tua gente ne ha beneficiato. Se non sbaglio, le carestie nella regione dell’Aethyopicae sono un lontano ricordo, grazie a noi.-.
-Gli usi barbari erano parte di quei popoli, e quanto alle carestie nelle nostre terre, vanno e vengono. Siamo abituati ad esse, ci hanno forgiato. Voi ci avete resi deboli, contagiandoci con la vostra comodità, il vostro lassismo!-, ribatté la nera. Gannicus s’impose di non reagire come avrebbe voluto.
-Mi stai dicendo che avreste preferito veramente continuare a morire di fame?-, chiese.
Lei non rispose. Non subito. E Gannicus sorrise. No, chiaro. Era segretamente consapevole che l’aiuto di Licanes aveva salvato la popolazione di quelle regioni, ma non l’avrebbe ammesso. Però lo sapeva. Tanto bastava.
-Te lo ripeto, Hawo. Questa faccenda è più grossa di quanto tu, o io, vogliamo pensare. Il rischio è alla meglio una disfatta militare di Licanes, alla peggio uno scisma della Confederatio. E ti ho già reso chiaro cos’accadrebbe se ciò succedesse.-, disse.
-Ammesso e non concesso che tu abbia ragione, non vedo cosa tu possa volere da me.-, disse lei. L’agente esultò dentro di sé. Una microscopica breccia si era aperta nell’ostilità della nera.
-Informazioni. Su tutto ciò che può esserci stato di anomalo dal vostro lato. E intendo tutto.-, disse Gannicus.

Hawo lo fissò. In lui vedeva tutto ciò che aveva odiato. L’occupazione di Licanes, la loro fierezza mentre privavano metodicamente della scelta la sua gente, obbligandola a conformarsi ai loro standard. Rabbia. Rabbia la prese, la artigliò allo stomaco.
La furia era lì, un gorgo. La lucidità s’incrinava al ricordo di tutto ciò che la sua gente aveva subito. Lo fissò. E lo disse.
-Sì, una cosa anomala ci sarebbe stata.-, disse.

Gannicus attese, in trepidante attesa. Anche Seleucinea, che sentiva la comunicazione da fuori grazie ai captatori audio nella stanza, attendeva. E sorrise.
“Ce l’ha fatta. Gannicus ce l’ha fatta.”, pensò.

-Un ipocrita licaneo che ha goduto mentre lo prendeva in culo da un ribelle africano.-.
La voce di Hawo fu come un onda anomala. Cancellò tutto. Dubbi, esitazioni, razionalità.
La mano di Gannicus partì da sola, il manrovescio centrò la donna girandole il capo di novanta gradi. L’uomo si accorse di essere contratto in viso, la rabbia che imprimeva tratti bestiali alle sue fattezze. Il controllo era sparito, al suo posto restava la rabbia, l’odio, il desiderio di dare una lezione a quella troia dalla pelle scura che osava continuare a provocarlo.

-Ganniucs!-, urlò Seleucinea. Si affrettò verso la porta. Tirò la maniglia. Chiusa.
L’aveva chiusa! Batté forsennatamente contro la porta chiusa.
-Gannicus, non fare cazzate!-, urlò, -Mi senti?! Aprì!-.

Hawo sorrise, nonostante il dolore al viso. Fissò Gannicus con disprezzo, e con un ghigno.
-Dunque è così, eh? Tutti bravi, voialtri, a prendersela coi deboli! Su, prode erede di Licanes, continua a pestare una donna ammanettata e inerme… oppure liberami, se hai il fegato per farlo!-, ringhiò, sprezzante. Gannicus la fissò. Strappò brutalmente le chiavi da una tasca e aprì la manetta di Hawo, davanti al suo sguardo stupito.
Lei si alzò, piano. Massaggiò il polso. Ruotò la mano un po’ di volte.
-Bene.-, disse soltanto. Si mise in guardia, -Allora? Vogliamo cominciare?-, chiese.
Lui neanche rispose. Attaccò. Diretto. Hawo parò un pugno diretto al ventre e contrattaccò.

-Gannicus! Cazzo! Sei uscito di testa?!-, ringhiò Seleucinea. Licius irruppe all’intero della sala. La tiratrice si voltò, con l’espressione allarmata che già diceva tutto.
-Perché l’ha fatto?-, chiese Licius.
-Io… Non lo so.-, mormorò Seleucinea.
-No?-, l’espressione di Licius era evidentemente di disappunto, -E perché non sei intervenuta, soldato?-, chiese. Seleucinea non rispose. Non aveva risposte se non una, che non sarebbe servita affatto. “Perché mi fidavo di lui, ecco perché.”, pensò.
-I gruppi d’intervento hanno bisogno di circa cinque minuti per raggiungerci, e altri venti per scardinare la serratura.-, disse Licius.
Seleucinea annuì appena. Gettò uno sguardo all’interno della stanza, ma appena vide, capì che irrompere sarebbe stato l’ultimo dei problemi.

Gannicus proiettò la nera a terra, sul pavimento. Hawo crollò a terra. Lui le balzò sopra. Lei gli bloccò le braccia. Rimasero fermi, uno sopra l’altra, come amanti avvinghiati in un amplesso.
-Tu…-, sibilò lui.
-Io.-, sussurrò lei. Poteva sentire il peso dell’uomo su di sé. E anche qualcos’altro.
Il sesso di Gannicus era turgido, eretto. La vicinanza con lei lo eccitava. Hawo sorrise.
-Che hai da ridere?-, chiese lui.
-Il tuo sesso è più onesto di te, licaneo.-, disse. Ganniucs imprecò. Lei sorrise.
-Tante ciance sulla purezza di licanes, e alla fine non sei proprio immune al fascino di questa barbara, eh?-, chiese.

Gannicus non rispose. Non subito. Odio, odio e disprezzo. Odio per sé. E odio per lei, e per Licanes che continuava a esigere la sua perfezione, il suo eterno essere perennemente il migliore, il campione come Janus degli antichi…
“Ma neanche Janus era stato interamente impeccabile e pefetto. Aveva ceduto, una volta.”.
Il pensiero fu come un proiettile attraverso una vetrata. Causò una ragnatela di crepe, incrinazioni a catena tra le sue convinzioni. La metodica, cristallina rete di credenze che aveva organizzato la vita di Gannicus andò a incriniarsi. Fu un processo rapidssimo, e lentissimo nella sua mente, parve coinvolgere eoni, eppure durò meri istanti.
-Beh?-, chiese Hawo sotto di lui, -Hai deciso di arrenderti?-. Lui la fissò. Eccolo lì. Prode emulo di Janus e degli eroi del Mito di Licanes, intento a picchiare una barbara dell’Africae.
Il tutto, col pene eretto a causa del mero contatto con quel corpo che avrebbe dovuto regalargli sensazioni tutt’altro che grate ma che invece pareva chiamarlo, pareva tentarlo.
“Déi…”, pensò, “Sono solo un uomo…”. Hawo si mosse appena, come a tentare di divincolarsi.
Lui tornò al presente, in modo subitaneo.
-Tu… tu hai distrutto tutto…-, sussurrò.
-Tu hai vissuto in una menzogna. Una di cui ora non sei più schiavo.-, rispose la nera.
Di scatto, Gannicus volle farla tacere. Abbassò la testa verso la sua. E lei reagì.
Non fu un bacio, il loro. Fu una lotta per il predominio, un protrarsi del loro combattere in un’altra dimensione, l’inizio di qualcosa di nuovo e assolutamente identico ad un tempo.
In un momento imprecisato, Gannicus si accorse che le sue mani erano libere, e il secondo dopo accarezzavano fianchi e seni di Hawo, gustando curve che aveva solo visto, mentre la sua bocca e la sua lingua duellavano con quelle della nera, assaporandone il bacio così passionale da perdere la lucidità.

-Déi… Gannicus…-, Seleucinea osservava, affranta. Non poteva essere! Non doveva!
Lui… lui era un licaneo. Come poteva lui lordarsi tanto? Come poteva lei accettare questo?
Come poteva Gannicus abbassarsi a quell’atto tanto abietto?!
-No… Non…-, Scivolò a terra, in ginocchio, davanti al vetro.

Gannicus fece a pezzi il vestito di forza. Hawo gli strappò di dosso la veste con foga.
In quel momento, per la nera, l’idea di fare sesso con quell’uomo non era un tradimento, era una vittoria. Perché, con ogni bacio, Gannicus riconosceva di essere stato ipocrita.
Era una vittoria ben più sottile di qualunque trionfo militare ottenuto dai suoi compatrioti.
Qualcosa che nessun’altra sarebbe stata in grado di ottenere. Una vittoria segreta talmente perfetta da far male. Hawo gemette quando le dita dell’uomo le sfiorarono il sesso rorido.
-Coraggio…-, sibilò. Afferrò il sesso eretto del licaneo.

Seleucinea osservava, a occhi sbarrati, sperando di vederlo finire, subito. Di vedere Gannicus rinsavire. Sperava fosse un miraggio, un’illusione ottica, un mero errore…
Insomma, qualunque cosa che non fosse ciò che sembrava…

Gannucs puntò il sesso tra le gambe della nera, distesa sul pavimento. Il glande sfiorò le grandi labbra aperte. Il clitoride di Hawo pareva una perla pronunciata. Un invito.
Si chinò a baciarlo, suo malgrado incapace di resistere. I gemiti della nera echeggiarono a ogni suo colpo di lingua su quell’organo tanto sensibile.
La mano sinistra di Hawo gli artigliò la nuca. Lui continuò a leccare sino a sentirla inarcarsi contro la sua bocca, gustando i mieli del suo godimento.
Si strappò alla vulva della nera contemplandone il rosato interno che si esponeva al suo sguardo, le secrezioni che piano scendevano lungo il pendio delle sue cosce.
-Allora, Gannicus?-, chiese Hawo, -La figa barbara ti piace, eh?-.
-Non mentirò…-, ammise lui piazzandosi, -Ora, zitta.-. La nera ridacchiò appena. Poi accolse il sesso dell’uomo dentro di sé. Era notevole, tutto sommato. Aveva ritenuto che quel licaneo fosse poco prestante, invece non aveva di che invidiare a Marduk o ad altri.
L’uomo le affondò dentro. Hawo accolse la sua presa di possesso con un gemito compiacente. Gannicus pompò forte. Lei lo fissò. Lui, occhi sbarrati e viso distorto da un’espressione a metà tra rabbia e piacere, pareva totalmente concentrato sull’atto di fotterla. La nera diede colpi d’anca a sua volta, per garantirgli una migliore penetrazione.
Godette arrivando a un orgasmo che la lasciò quasi sorpresa. Gannicus si sfilò. La fece alzare, di forza. La fece addossare al muro prima di prenderla da dietro con foga.
Non fu una presa amorosa e tenera, ma un’imposizione invadente che celava il bisogno di dimostrare a sé stesso che aveva il controllo, almeno su quella cosa.
O forse, invece, quell’amplesso per il licaneo era giunto a simboleggiare il piû disperato tentativo di unificare opposti inconciliabili che si davano battaglia nel profondo del suo animo. Gannicus le afferrò i capelli con una stretta. Hawo gemeva a ogni colpo di reni che lo portava ad affondarle dentro mentre il piacere la squassava. S’inarcò selvaggiamente nel godimento di un nuovo orgasmo. Gannicus si sfilò. Lei sorrise, guardandolo.
Non era venuto. Il suo sesso eretto era rorido dei loro umori mischiati.
Si fissarono per un lungo istante, poi lei fece il passo e, afferrandogli il pene eretto con una mano lo baciò aggressivamente. Esultò mentre Gannicus la sollevava riponendola sul pavimento, baciandole il seno e i capezzoli e poi scendendo nuovamente a onorarla oralmente. Il licaneo la penetrò di nuovo, muovendosi freneticamente, ormai vicino al culmine. Hawo lo avvinghiò con le gambe, con forza. Si baciarono ferocemente.
Lui grugnì mentre le affondava dentro con foga, afferrandole le anche, dettando il ritmo.
Hawo urlò di piacere mentre godeva di nuovo. Gli spasmi della sua vulva strinsero il pene di Gannicus tanto forte da portarlo a godere a sua volta. L’uomo eiaculò potentemente dentro la nera, ruggendo il suo orgasmo senza vergogna mentre lei gli artigliava il petto.
E in quel momento, Hawo, seppe senza dubbio alcuno, che aveva vinto.

Gannicus lottò per sottrarsi all’ottudimento. Era steso sulla nera, che ancora lo teneva avvinghiato mollemente, languidamente. Hawo lo fissò, senza animosità.
-Mi… hai… lordato…-, mormorò l’uomo. Lei sorrise.
-Lo pensi davvero?-, chiese. Lui sospirò. -No.-, ammise, -Ma… non so più chi sono.-.
-Sei solo un uomo.-, sussurrò la nera al suo orecchio, -E un servitore di Licanes.-.
Il suo tono aveva una nota compassionevole che lo colpì così a fondo…
“La pietà di una barbara…”, pensò, “Non avrei mai creduto di darle questo peso…”.
-Perché fai questo? Perché… mi compatisci?-, chiese lui.
-Perché so quanto fa male rendersi conto che non si è all’altezza dei propri ideali.-, ribatté lei.
-Una barbara filosofa…-, disse lui. Non riuscì a reprimere un sorriso. E neppure la donna.
-Ne avevi bisogno, lo sai, vero?-, chiese la nera. Gannicus annuì con un sospiro.
“Sì. Ma mi costerà tutto. E prego che ne sia valsa la pena…”.
-Ora…-, disse lui fissandola, -Mi vuoi dire quel che sai?-.
Hawo annuì. E cominciò a parlare.

Quando Gannicus uscì, si aspettava di trovarsi davanti Seleucinea. Non si aspettava Licius.
L’uomo pareva impassibile, composto, non dava adito al minimo accenno di delusione.
Seleucinea di contro non esitò: ruppe l’immobilità e, prima che lui potesse parlare, gli sferrò due ceffoni. Poi un terzo. Infine gli sputò addosso, andandosene oltraggiata.
Gannicus si raddrizzò. Licius lo fissò.
-Signore, io…-, iniziò. L’ufficiale lo interruppe.
-Sull’attenti!-, abbaiò. Gannicus eseguì. Fermo, in posizione. Con lo sputo che gli colava sul viso. Licius lo fissò, ogni assenza di emozione soffocata dal disgusto.
-Tu disonori l’uniforme che porti!-, sibilò con rabbia.
-Io ho compiuto la mia missione, signore. E l’ho fatto nel solo modo in cui ottenere rapidamente delle risposte.-, replicò Gannicus.
-Tu hai lordato te stesso! Ti sei insudiciato con quella…-, le parole cedettero il posto al silenzio. L’agente fissò l’ufficiale.
-E lei non lo fa, signore? Crede che nessuno sappia dei suoi vizietti?-, chiese, gelido.
-Non oserai, Gannicus! Io ti posso distruggere, ti posso schiacciare come un insetto col tacco del mio calzare!-, replicò Licius.
-Può farlo, signore. E potrebbe riuscirci. Ma io mi assicurerò che lei venga a fondo con me.-, nella voce di Gannicus non c’era esitazione, né timore. E fu questo a inchiodare Licius.
E, per la prima volta dopo tanto tempo, Gannicus si sentì pronto. Pronto a ribattere.
Perché alla fine lui era questo: un soldato. Di Licanes. Non l’emulo di Janus, o di Varus o di qualche grande e misconosciuto eroe del Mito, ma un uomo in armi di una potenza che rischiava l’annientamento, l’ultimo incrinato bastione di civiltà in occidente che arrancava sotto i colpi dei suoi nemici. E avrebbe compiuto la sua missione. A ogni costo.
Quella era la sua nuova consapevolezza.
-Mi ha chiesto di ottenere delle informazioni. Le ho, signore. Ora, vuole continuare a giocare a chi ce l’ha più grosso, o preferisce accettare la vittoria che le sto offrendo?-, chiese.

Licius stava ingoiando fiele. Gannicus era cambiato. Qualcosa in lui era mutato, e non era solamente nel tono. No, c’era qualcosa nel suo sguardo, una risolutezza che prima era stata differente, qualcosa che era cambiato.
“Cosa ti ha detto, Gannicus? Cosa ti ha fatto? Ti ha convertito, vero? Sei uno di loro?”.
-Lo so cosa sta pensando, signore. Pensa che io sia un traditore. Pensa che quella donna mi abbia manipolato, e che ora mi venderò all’Unio Africae per qualche soldo e magari qualche piacevole intermezzo come quello a cui avete assistito, ma non è così. Non-è-così.-, a Licius non sfuggì che il milite non aveva usato il termine “barbara” per indicare la prigioniera, -So qual è il mio dovere, e lo compirò. E lei deve vedere di stare al passo, comandante.-.
-Molto determinato, Gannicus. Un vero soldato di Licanes.-, disse Licius, la rabbia che gli offuscava lo sguardo, -E credi che sia tutto qui?-.
-Per me lo è, signore. Per me Licanes non è solo una bandiera, è tutto quello che ci impedisce di scivolare nell’anarchia. Ora, le ripeto per l’ultima volta, accetti queste informazioni.-, ribatté Gannicus. Licius sospirò. Annuì.
-Un rapporto scritto. Sulla mia scrivania. Tra un ora.-, ordinò. Gannicus scosse il capo.
-No. Un rapporto orale. Da parte mia. Tra un ora.-, disse. Licius sentì la rabbia graffiargli la gola. Avrebbe voluto urlare contro a quell’insubordinato, entrare nella cella e strangolare la troia barbara che l’aveva concupito. Ma non poteva. Doveva restare lucido. Imporsi di restare calmo fu una sfida che lo vide prossimo alla sconfitta, ma infine, riuscì ad annuire, di nuovo.
-D’accordo. Tra un’ora. Ora vada a lavarsi.-, sibilò con disgusto.

Notte placida, quasi languida. Marduk tuttavia aveva difficoltà a dormire.
Si sollevò a sedere, ignorando stoicamente i dolori che sentiva alla schiena e alla spalla sinistra. Non era certo se quello fosse il suo male, o se invece…
“Forse a Clavis tutti ci siamo beccati qualcosa…”, pensò. No, si disse, doveva essere il suo male. Si alzò in piedi. Il mezzo era fermo. L’intera carovana di quadrigommati era ferma.
Marduk uscì fuori, lungo il perimetro esterno. Le vedette erano presenti, ma erano più distanti rispetto a lui. E sentì di essere osservato nonostante ciò. Si voltò.
Sho-Mi lo fissava, appoggiata alla fiancata di uno dei mezzi.
-Non riesci a dormire, eh?-, chiese.
-Tu neppure.-, disse lui. La Justicar scosse il capo.
-No. Il nostro sonno non è più come quello delle persone normali, vero?-, disse.
-Mi capita di dormire come un sasso e svegliarmi stanco. O svegliarmi per incubi che neanche ricordo. Frammenti di passato che… scompaiono al risveglio.-, mormorò Marduk.
-È successo anche a me.-, ammise Sho-Mi. Si avvicinò appena, estraendo una fiasca.
-Vuoi?-, chiese offrendogli un sorso.
-Cos’è?-, chiese lui. Lei sorrise.
-Vino di palma. Roba araba, credo. Non è male. Qui te la vendono a poco e niente.-, disse.
Marduk accettò la fiasca. Bevve. Un liquido dolce e piacevolmente bruciante gli scese per la gola. Sho riprese la fiasca e bevve a sua volta.
-Mh. Non male, eh?-, chiese lui, sorridendo.
-Ha il suo perché.-, riconobbe la Justicar. Si sedette a terra, imitata da Marduk.
-Ricordi i bei tempi?-, chiese lui, -L’addestramento con Hiriacus?-.
-Eccome. Tre ore di corsa e arrampicata, per tre giorni. E poi…-, disse lei.
-E poi la stasi. Assoluta. La meditazione. Za-zena, secondo i Monaci Zen-Shura.-, disse Marduk, -Con i dolori che ho farvi ricorso riesce difficile.-.
-I Chin ti hanno davvero giocato uno scherzo di pessimo gusto.-, ammise Sho-Mi.
-I Chin… a volte mi chiedo se siano davvero il male che credevo fossero.-, riconobbe lui.
-Non li odi?-, chiese lei.
-Che domanda! Certo che li odio. Ma sarebbe come odiare un cinghiale perché difende i suoi piccoli. La prima guerra tra Chin e Licanes fu un conflitto d’interessi bello e buono. Non c’era un lato giusto, e me ne rendo conto ora. Un sacco di gente ha combattuto ed è morta per un sacco di belle parole e accordi che i vari politici si sono potuti rimangiare il giorno dopo.-, disse Marduk, -Ma non io. Io non ho mai combattuto per quello. L’ho fatto perché pensavo che servisse essere lì, Sho. Perché credo che abbandonare i deboli sia sbagliato, anche quando implica sporcarsi le mani. E i deboli non sono solo entro i confini della Confederatio.-.
-Lo so, Marduk, lo capisco. Abbiamo già avuto questa discussione.-, disse Sho-Mi.
Era vero. L’avevano avuta. Più volte.
-Già. Però in tutto questo tempo mi sei stata accanto.-, disse l’uomo. Lei sorrise.
-Era il nostro patto, no?-, chiese.
-Lo era. Anche quando starmi accanto faceva male, vero?-, chiese lui.
-Sempre.-, annuì lei, -Io sono, e sarò sempre con te.-, rispose la donna.
Rimasero in silenzio, a contemplare la notte, ognuno perso nel suoi pensieri per un lunghissimo istante. Ognuno a suo agio nel silenzio, confrontandosi con i propri dubbi.
-Pensi mai a ciò che stai facendo? Intendo a quanto è grande?-, chiese Sho-Mi.
Marduk rifletté. A volte, a volte l’aveva fatto, ma non aveva mai voluto soffermacisi.
-No. Perché so che se realizzassi quanto davvero sto facendo, quanti rischi sto correndo e quanto c’è in gioco… probabilmente mi fermerei.-, ammise, -Anche ora, a farmi andare avanti è solo la consapevolezza che tutta quella roba, le formule maledette sviluppate a Clavis… Non posso permettere che il mondo veda plaesarsi un simile orrore.-.
-Sei un Justicar, Marduk.-, disse la donna, -Devi pensare alle conseguenze di ciò che stai facendo. Hai alle calcagna i servizi di due grandi potenze che si stanno scannando in un conflitto che potrebbe dare inizio al prossimo Cataclisma. Non ci vedo proprio una ragione per andare avanti per mera ostinazione.-.
-Io so cosa c’è in gioco. Lo so, Sho. Ma so anche che sono cambiato. Non sono un Justicar.-, disse, -Non dopo la guerra, non dopo la malattia.-.
-Uno non smette di esssere un Justicar. Non si tratta solo dell’addestramento con le armi, o della percezione delle cose, si tratta delle scelte. Si tratta di non voltare le spalle, anche quando fa male. E tu non l’hai mai fatto. Hai sempre guardato in faccia il peggio che il mondo poteva offrire. In questo, sei come me, anzi anche meglio. Perché io non mi sono schierata. Tu sì. Hai fatto una scelta.-, disse lei. Lui annuì. Sorrise appena.
-Una scelta… Che mi è costata.-, riconobbe infine, -Ma non me ne pento.-.
-È sempre così.-, sussurrò l’asiatica. Poi sentirono un rumore. Vicino, a sinistra rispetto a loro. Si alzarono entrambi. La Justicar mise la mano sul Tantō alla cinta, lui portò la mano alla fondina estraendo la pistola. Ma il rumore non si rirpresentò. Rimasero in allerta, un lunghissimo istante, poi si rilassarono. Qualunque cosa fosse stata, ora non c’era più.

“Stupida, stupida, stupida!”, Saida imprecava tra sé e sé sull’orlo delle lacrime.
Aveva creduto che Marduk fosse stato solo, aveva sperato di potergli parlare in un momento in cui tutta la sua timidezza e il senso d’inadeguatezza erano parsi venir controbilanciati dal puro e semplice velo della notte.
Ma si era sbagliata, e avrebbe dovuto prevederlo. Inizialmente aveva pensato che la Justicar e Marduk si fossero appartati là per iniziare una conversazione che sarebbe rapidamente divenuta il preludio a un bacio ed a un eventuale amplesso, ma neppure quello si era verificato, anzi, il dialogo tra loro era parso più il confrontarsi tra due vecchi commilitoni che il sodalizio tra due vecchi amanti…
Aveva quindi pensato a levarsi di torno, ben conscia che era solo un terzo incomodo di troppo in una conversazione privata che non la riguardava e che non avrebbe avuto diritto a sentire, ma poi… Poi aveva urtato col piede l’unica cosa che non si era aspettata di trovare: alcuni strumenti in metallo. Appoggiati a uno dei mezzi. Il rumore aveva allertato i due e Saida aveva ringraziato i suoi addestratori che l’avevano obbligata ad assimilare le nozioni di movimento furtivo tanto a lungo da renderle quasi un riflesso inconscio.
Infine si era ritratta tra le ombre, tornando verso il suo giaciglio, maledicendo la sua stupida emotività. Ma neppure tutto il rigore accumulato in vita sua le impedì di scoppiare in lacrime appena si coricò.

-Quindi, a quanto hai detto, ne sanno quanto noi.-, rifletté Licius.
-È così.-, ammise Gannicus. L’agente si era lavato e sistemato, ma parlava con tono freddo, impersonale, diretto e privo di quella patina di rispetto che aveva precedentemente avuto.
Licius era ben consapevole che Gannicus non sarebbe più stato lo stesso e doveva fare i conti con quella verità. Da un lato, non si faceva illusioni: prevedeva che altri contrasti avrebbero inevitabilmente fatto seguito a quello di poco prima, ma dall’altro, Gannicus era uno dei suoi uomini di maggior fiducia, uno di cui non poteva semplicemente privarsi. Gli sarebbe toccato fare buon viso a cattivo gioco. Almeno fino al risolversi di quella crisi.
“Adattarsi e superare le avversità”, pensò. Rifletté di nuovo sul rapporto.
-Credi di riuscire a estorcerle altro?-, chiese. Non era necessario entrare nei dettagli.
-Non tradirà l’Unio Africae.-, rispose l’agente, -Ma non sembra contraria a collaborare con noi, almeno in parte. Almeno per quanto riguarda questa faccenda.-.
-Collaborare! Gannicus, stiamo parlando di sovversvivi, di nemici interni! Non dovrebbero neppure pensare di essere al livello di Licanes!-, esclamò Licius. Si calmò subito, maledicendosi per quell’improvviso scoppio di frustrazione. Non era bene.
Era stressato, teso. Più di quanto avesse dovuto o voluto essere.
-Una collaborazione… Con dei ribelli! In tempo di guerra equivale al tradimento…-, disse.
-Forse. O forse ci salverà.-, ribatté Gannicus.
-Salvarci? Contaminandoci? Come te?-, chiese Licius.
-No. Non come me, signore.-, lo sguardo dell’agente pareva di pietra. L’ufficiale attese. Tacque. Quando Gannicus parlò si era immaginato di tutto, ma non quello che disse.
-Come Marduk Atbash. L’uomo che lei ha assoldato, signore. L’uomo che malgrado tutto sta continuando a eseguire i suoi ordini.-.
A quelle parole, seguì un lungo silenzio. Licius fissò Gannicus, senza parlare, incapace di articolare un suono. L’agente non parve notare l’imbarazzo del superiore. Sorrise, anzi.
-Vede, signore, Marduk è capace. Non glielo si può negare. E per quanto non sia un licaneo puro, è riuscito laddove molti altri ben più degni sono caduti.-.
-Cosa stai suggerendo, Gannicus? Una medaglia per un rinnegato?-, sibilò Licius.
-No. Nulla di così esagerato. Basterà un offerta. Di collaborazione reciproca nell’interesse di Licanes. In cambio di una riabilitazione.-, disse Gannicus. Licius scosse il capo.
-È follia. Totale! Dannazione, si tratta di vedere lo stato maggiore di Licanes rimangiarsi la parola, passare un colpo di spugna sugli ultimi avvenimenti e bellamente sovvertire la narrazione che abbiamo propinato alla popolazione per spiegare gli ultimi avvenimenti…-, disse senza curarsi di nascondere il proprio sincero sconcerto.
La sola idea era semplicemente rivoltante. Riaccogliere Marduk era come ammettere una sconfitta. A tutti gli effetti, significava dargliela vinta. Su più piani. Per Licius era… inconcepibile. Gannicus lo fissò, senza emozione.
-Come vuole, signore. Ma non mi dica di dirle che gliel’avevo detto.-, disse l’agente alzandosi.
-Noi non abbiamo finito, Gannicus.-, disse l’ufficiale con rabbia.
-Lei non ha finito. Io sì. Le ho fatto rapporto, con tutto quel che ne consegue. Per tutto il resto, può rivolgersi al Disciplinarum, che sono convinto sarà lietissimo di utilizzare invano le sue risorse per appagare il suo ego, signore.-, replicò il soldato, secco.
Il silenzio calò nuovamente tra loro. Un silenzio ostile, freddo.
-Ti credi invulnerabile, Gannicus? Ci metto poco a rimetterti al tuo giusto posto! Non sei al di sopra degli ordini! E posso garantirti che rimarrai confinato nei tuoi alloggi per i prossimi tre giorni.-.
-Certo, signore. Non ne dubitavo. Per questo ho scelto di ricollocare la mia branda nello spazio assegnato alla prigioniera.-, rispose lui, secco.
-Tu… tu e quella… puttana!-, schiumò Licius, al culmine della rabbia.
-Arrivederci, signore.-, disse Gannicus, uscendo.
Licius Carcio Quadro si accorse di avere il respiro rado, le vene del collo gonfie dalla rabbia.
Si trattenne dal tirare un pugno alla scrivania. SI alzò camminando nell’ufficio come una fiera ingabbiata. Decise che avrebbe sistemato quell’insolente bastardo.
Ma prima, doveva calmarsi. Trovare una soluzione degna di lui.

Il viaggio era ripreso. In fretta.
Saida si era trincerata dietro alle informazioni e ai contatti dell’Unio Africae come un fante dietro a un riparo, tenacemente impegnata a lasciare Marduk e tutto ciò che era connesso a lui fuori dal suo universo mentale. E finché non si trovava davanti a lui poteva ancora farcela.
Fecero campo poco distante dallo Stretto d Badelius, laddove il fiume Aswar si divideva in un delta gettandosi verso il mare. Oltre c’era il confine con il Kelreas.
-Disturbo?-, chiese una voce femminile. Sho-Mi. Saida sussultò. Era stata talmente impegnata da non riuscire a sentirla avvicinarsi.
“Oppure è stata lei a essere così furtiva da non farsi sentire.”, pensò la nera.
-No.-, disse fissando la Justicar avvolta nella veste locale, priva della cappa grigia.
-Possiamo aspettarci qualche supporto dai tuoi, in Nepalia?-, chiese diretta lei.
Saida scrollò le spalle. Onestamente non ne era sicura. Le reti dell’Unio Africae in zona erano minime, e attivarle era un rischio. Non era neppure certa fossero sopravvissute alle ispezioni di Chin…
-Diciamo che potrebbe esserci qualche supporto, ma non conviene contarci troppo.-, disse.
-Capisco.-, la Justicar fece una pausa studiata. Sul suo viso non si leggeva timidezza, pareva piuttosto stesse cautamente decidendo come iniziare la frase.
-Marduk saprà come muoversi.-, disse. Saida sussultò come sotto una scudisciata. Maledisse la sua reazione. Sho-Mi la fissò.
-La cosa ti disturba?-, chiese. In quel tono c’era comprensione, l’offerta di una confidenza.
E solo il Dio del Deserto sapeva quanto Saida ne avesse profondamente bisogno.
-No… Sì… Io… Io…-, le difese della nera crollarono come un castello di carta. Sho-Mi sorrise.
-Tu sembri decisamente attratta da Marduk.-, disse.
-È che lui è… diverso. Da tutti i licanei che ho conosciuto.-, ammise la nera.
-Qualcuno direbbe che non è un licaneo.-, osservò la Justicar.
-E qualcuno avrebbe ragione. Ma il fatto è che… sì, provo qualcosa per lui! Ieri sera gliel’avrei anche detto, se non ci fossi stata tu!-, si accorse di star alzando la voce.
Sho-Mi annuì. -Quel rumore mi era parso molto eloquente, sai? E perché non ti sei fatta vedere?-, chiese.
-Perché… Perché…-, niente. Fine. La maledetta insicurezza chiuse la breccia. Saida affondò il viso tra le mani. Sho-Mi scosse il capo.
-Se tu l’avessi fatto, io mi sarei alzata e me ne sarei andata, lo sai?-, chiese.
-Tu e Marduk… voi condividete il passato. Voi siete Justicar! Tu lo conosci molto meglio di me! E ho motivo di credere che siate anche stati più che commilitoni, o come vi chiamiate voialtri tra voi!-, esclamò la nera. Il sospetto le dava la forza di dire ciò che non avrebbe altrimenti osato proferire. Non si fermò a considerare che la donna che aveva davanti fosse una leggenda, per lei era solo la donna che le aveva interdetto qualsiasi possibilità con Marduk.
Prima ancora di sé stessa.
-Lo siamo stati.-, confessò candidamente Sho-Mi, -Ma è stato anni fa. Molti. Prima della guerra con Chin.-. Saida guardò a terra, sconfitta.
-Allora è finita. Lui ti vorrà di nuovo, no? È chiaro. Una come me…-, disse.
-Ha campo libero.-, ribatté la Justicar. La nera risollevò lo sguardo.
-Cosa?-, chiese. L’asiatca sorrise, era un sorriso diverso. Triste.
-Da allora sono passati anni. Io ho fatto il mio percorso e Marduk il suo. E abbiamo convenuto che essere qualcosa più che commilitoni, come ci hai definiti, sarebbe nocivo.-, disse, -Vedi, Saida, noi Justicar viviamo vite di perdita. Abbiamo poco, e abbiamo sempre meno. Alla fine ci resta solo la consapevolezza di ciò che abbiamo fatto. Amici, amanti, gloria, averi…-, la guerriera si abbassò ad afferrare della sabbia e la lasciò scorrere tra le dita in un movimento ipnotico, -Fumo nel vento. Inutile persino provare a resistere. Tutto sfuma nel vuoto.-.
Saida tacque, assorbendo quella frase. Quell’ulteriore verità.
-Marduk si merita una compagna, d’accordo. Una che resti.-, chiarì Sho-Mi.
-Mia sorella non ha di questi problemi. Se vuole un uomo se lo prende e basta.-, mormorò la nera. La Justicar annuì appena, senza parlare per breve tempo.
-Se lo prende e basta, appunto. Ma lo tiene? Lo ama? Gliel’hai mia chiesto? E soprattutto, ora lei non c’é.-, disse.
-Quel che stai suggerendo…-, iniziò Saida. Ormai le sue emozioni le combattevano dentro una battaglia interiore su più fronti. Assieme al desiderio c’erano la paura e la consapeovlezza di star facendo un torto a sua sorella. Tutto assieme quel marasma di emozioni ardeva dentro lei, come un incendio estivo.
-È solo un’idea. Solo una scelta. Ma è tua. Totalmente.-, disse Sho-Mi alzandosi, -Ora perdonami, ma vado a sgranchirmi le gambe.-.

-I bei vecchi tempi sono alle spalle.-, disse Utricius. Lui e Marduk stavano parlando. Avevano rivisitato il passato e procedevano a chiacchierare, aiutati da un distillato alcolico blando recuperato a Jardani.
-Sì. Beh, dopo Mons Vetera è andato davvero tutto di male in peggio.-, ammise l’agente.
Suo malgrado era felice di rivedere Utricius. L’ufficiale non pareva curarsi molto del fatto di essere prigioniero. Pareva quasi a suo agio. Quasi.
-Già. I Chin ci hanno fregato proprio bene, eh? Sono stati infidi. E dannatamente capaci.-, riconobbe Utricius. Rimasero in silenzio un istante.
-Più che altro, a preoccuparmi è questa intera faccenda.-, disse Marduk, -Lo so, tecnicamente siamo su fronti opposti, ma…-, Utricius lo interruppe, con un ghigno.
-Lo siamo? Tecnicamente siamo su fronti opposti, sì, ma sappiamo entrambi di essere licanei, e che soprattutto desideriamo un mondo in cui i nostri figli possano crescere in pace. Una pace vera, non artefatta e sospesa sull’abisso come l’ultima dopo Mons Vetera.-, disse, -Tu sai questo, Marduk, e anche io. Dunque non credo serva specificare che su questo punto siamo alleati. A meno che tu non abbia qualche altra idea.-.
-No, nessun’altra.-, lo assicurò l’agente, -Ma qualcun altro potrebbe averle. Pensaci. Jarius da solo potrebbe aver organizzato tutto questo? Un singolo fante da ricognizione veterano?-.
Utricius scosse il capo.
-Mi pare più plausibile abbia lavorato su ordini di qualcuno. Ferelea, ad esempio.-, disse.
-È un informatrice. Ed è fidata. Ci ha esfiltrati da Clavis. Tutti.-, gli ricordò Marduk.
-Esatto. Tutti. Ma perché? Solo per mostrarsi conciliante? Un ottima mossa in previsione di futuri tradimenti, no?-, chiese Utricius, -Mi rendo conto che per te possa essere difficile da accettare, ma non mi pare che Ferelea sia interamente trasparente. Anche ora, lo vedi, sta spesso sola. Parla poco.-. Marduk lo fissò. Duro.
-Sappiamo entrambi che non hai abbastanza elementi per giudicare.-, disse.
-Già, ma ricordi cosa ci avevano detto al corso? Tenere a mente tutte le possibilità, anche quelle che non vorremmo considerare.-, ribatté Utricius, -E comunque, se anche lei fosse una traditrice, verrebbe da domandarsi chi altri fa parte di questa rete di doppiogiochisti.-.
-Già. Jarius e altri… ma più che altro la domanda è perché? Perché esfiltrarci da Clavis?-, chiese Marduk, -Perché non lasciarci a morire?-.
-Forse perché tra noi c’è qualcuno che volevano salvare. Anche quella donna, la sorella dell’africana…-, commentò Utricius. -Hawo.-, disse Marduk, sentendo una stretta al petto.
Hawo che si era sacrificata per loro. Per tutti loro.
Hawo, che non aveva esitato. Hawo…
“No. Non poteva essere lei.” , si disse. L’aveva conosciuta, fatta sua, aveva sentito qualcosa tra loro. No. Non esisteva che fosse lei la traditrice.
-E chi ci dice che non sia un membro della squadra di Gannicus?-, chiese Marduk.
-Il fatto che sono tutti elementi di prim’ordine non basterebbe, vero? D’accordo. Supponiamo che sia uno di loro. Ma questo vorrebbe dire che già due agenti di Licanes, due soldati con eccellenti cursus militiae sono dei traditori. A questo punto, allora, si potrebbe pensare che il traditore sia tra noi. Un licaneo. Uno in alto, ma non troppo. Uno ambizioso.-, ragionò Utricius.
-Licius.-, disse Marduk sputando quel nome come fosse veleno.
-Potrebbe essere.-, riconobbe l’altro.
-Allora qual’è il piano?-, chiese l’agente. Il soldato scrollò le spalle.
-Al momento non abbiamo molta scelta. Se non una.-, disse.
-Giocare secondo le regole.-, annuì Marduk, -Sino al momento in cui cadranno a pezzi.-.
-E colpire, a quel punto.-, annuì Utricius.

Poco distante, in piedi su una duna, Ferelea sorrise. I dispositivi vox miniaturizzati che aveva inserito in tasca a Marduk erano perfetti. Riferivano tutti quanto.
E lei sentiva. Si tolse l’auricolare dall’orecchio. Aveva udito tutto. Sorrise.
-Marduk, Marduk…-, sussurrò con un vago accenno di tristezza subito cancellato.
-Se solo tu sapessi quante altre miglia ci sono da percorrere…-, disse mentre estraeva il palmare. Digitò il messaggio. Poche criptiche parole.
La risposta giunse istantanea. Ruotismi in movimento.
-Se solo tu sapessi…-, sussurrò Ferelea. Una lacrima le scivolò lungo la gota impattando col suolo dopo una caduta silenziosa e lancinante. Non la guardò. Non pianse.
Aveva fatto la sua scelta, molto tempo prima. E ora doveva tenervi fede.
Anche se probabilmente l’avrebbe uccisa.

Gannicus si accorse che qualcosa era cambiato, nei giorni seguenti. Se l’era aspettato.
Le voci sul suo comportamento si erano diffuse, ed era divenuto un paria, poco meglio di un rinnegato. Commilitoni che sino a poco prima gli avevano tributato rispetto e onori, ora lo sdegnavano. Ufficiali la cui superiorità di grado non aveva mai impedito loro di esprimere ammirazione per un elemento ritenuto solido e capace, il prototipo dell’eroe di Licanes, ora lo apostrofavano con palese disprezzo. Il peggio ovviamente venne dalla sua squadra. La separazione tra loro era quasi totale. Poche parole, le minime indispensabili dettate dalle necessità, e mai senza un certo velato senso di disprezzo nei suoi confronti.
Un legame vecchio di anni, saldo, forte, si era sbriciolato, infranto.
In breve, Gannicus era divenuto un esiliato virtuale. Sebbene gli fosse consentito continuare ad allenarsi e non gli fossero preclusi luoghi o sezioni, era percettibile l’ostilità nei suoi confronti. Non era più il benvenuto.
Paradossalmente, la sola che non pareva odiarlo, era Hawo.
La nera aveva accolto la convivenza con lui senza disprezzo, con un accettazione che pareva priva di acrimonia. Lui aveva tentato di avere altri dettagli sull’operazione in corso, ma lei era stata categorica. Non poteva fornirgliene perché lei stessa non ne aveva.
Aveva quindi iniziato a parlare di sé, a raccontarsi. Non sapeva perché, ma sentiva che era giusto. E lei aveva ascoltato. Infine, lei aveva iniziato a raccontare di sé.
E lui aveva capito che alla fine non erano diversi. Si era sentito un idiota.
Perché alla fine lui e quella donna erano esattamente agli opposti, ma in qualche modo la medesima ambizione a rappresentare il proprio popolo al meglio. Ed entrambi ora sapevano di aver fallito, e che forse quella perfezione era inarrivabile.
“Era questo che ha provato Janus con Layla?”, si domandò Gannicus mentre ascoltava.
“Questo senso di comunanza? Di somiglianza tanto forte da far male?”, si chiese.
-Ehi, mi stai ascoltando?-, chiese Hawo interrompendo i suoi pensieri.
-Io… scusa. Mi sono distratto.-, disse. La nera lo fissò, sorridendo.
-Pensavi a qualcosa di così importante?-, chiese.
-Pensavo a come la mia vita sia cambiata. Da quando ti conosco sono diventato l’opposto di ciò che ero, ho perso tutto… Ma non lo rimpiango.-, ammise lui.
-Forse perché ciò che eri non era solo il rispetto che avevi.-, commentò lei.
Lui aveva annuito. Forse era così. Strinse la nera in un abbraccio. Hawo ridacchiò appena.
-Devi essere proprio disperato.-, disse con un sorriso che non era di scherno.
Ricambiò quell’abbraccio e improvvisamente Gannicus capì che andava bene così.
Il bacio di Hawo lo trascinò lontano dai baratri della mente.
Il desiderio fece capolino nuovamente. Poco importava se qualcuno lo stava guardando. Avevano già deciso che era colpevole, che era un reietto. Tanto valeva a quel punto cercare di prendere il meglio dalla situazione fintanto che c’era. Anche perché aveva il presentimento che presto le cose sarebbero peggiorate.
Gettò lo sguardo verso il cronografo. Erano le 16.07 di pomeriggio.

Il villaggio si chiamava Dabr, povero e polveroso. Una tappa carovaniera che non sarebbe mai divenuta nient’altro. Saida si guardò attorno. Poca gente, pochissimi sguardi amichevoli.
-Stiamo uniti.-, disse Marduk, -Questo posto non mi piace.-.
Non piaceva neppure a lei. Aveva una pessima sensazione. Ferelea, poco distante, conduceva una trattativa con due uomini. Parlavano in farsari, la lingua franca della regione.
Stava negoziando l’acquisto di cibo. E di carburante. Poca roba venduta a peso d’oro dopo estenuanti trattative, ma l’informatrice era molto capace, e ostinata quanto i venditori.
Sho-Mi era in un altro punto, a parlottare fitto in un dialetto locale. Come aveva avuto modo di capire l’africana, la Justicar pareva decisamente poliglotta.
Parlava diverse lingue senza nessun problema di accenti o dubbi circa le parole. Fugacemente, Saida si chiese se anche quello facesse parte dell’addestramento dei guerrieri in nero, o se invece fosse solo una prerogativa di Sho-Mi.
Utricius si guardava attorno, il vecchio istinto del soldato che lo manteneva vigile, ormai divenuto quasi un rilfesso inconscio. I suoi occhi parevano danzare.
-Ci osservano.-, sussurrò Marduk al fianco di Saida. La nera si accorse di quanto fosse silenzioso nel muoversi. E teso.
-Chi?-, chiese lei.
-Due uomini. Uno seduto al tavolo della locanda, alla nostra destra, l’altro dietro di noi.-, sibilô lui. L’adrenalina fiottò nelle vene della giovane.
-Armi?- chiese. Lui scosse il capo. Lei pensò che solo perché non ne aveva viste, non significava che non ci fossero. Diede appena un colpo di gomito a Marduk, indicando uno spazio tra due case. Sho-Mi raggiunse il duo. Pareva soddisfatta. Ed egualmente tesa.
-Due uomini.-, disse Marduk. La Justicar annuì.
-Uno seduto l’altro in piedi.-, disse. Aveva già individuato i loro pedinatori.
-Ucciderli non è un opzione, finché non si muovono.-, mormorò lui.
-Non è un opzione neanche se si muovono: finiremmo linciati.-, disse Saida.
-Vero. A meno che non diamo loro un’esca.-, mormorò Sho-Mi. Gli occhi puntavano la nera.
-Dobbiamo recuperare Ferelea.-, fece notare Marduk, -E Utricius.-.
-A quello penso io. Tu proteggi Saida.-, disse Sho.

Saida scivolò lungo un vicolo tra due case. L’odore di capra e il puzzo di escrementi erano soffocanti. Miasmi fetidi che tagliavano il respiro.
Un’ombra la seguì. Lei si voltò. Troppo lenta. Troppo incerta. Un’altra ombra le spuntò alle spalle, bloccandola a sé con un braccio e puntandole una lama alla gola.
L’altro, un uomo dal viso abbronzato e i denti marci, si avviicnò. Palpeggiò la nera attraverso il vestito, Saida tentò di reagire. E all’improvviso, l’uomo che la teneva sbarrò gli occhi.
Marduk uscì allo scoperto. Si era dileguato lungo una strada secondaria. Aveva rapidamente estratto la pistola e montato il soppressore sonoro Requiem. Il colpo parve appena udibile.
L’uomo che teneva Saida fu centrato in mezzo agli occhi. L’altro si voltò, fissando l’arma dell’uomo. Marduk livellò la canna al petto del bandito.
-Chi ti paga?-, chiese. L’altro disse qualcosa. Qualcosa di incomprensibile in farsari.
Saida, massaggiandosi la gola, fece la stessa domanda, secca. La risposta dell’uomo non si fece attendere.
-È un tale Nassir.-, disse, -Un traffichino di Kahandharia.-.
-È lontana da qui.-, commentò Marduk. Saida tradusse. Altra risposta concitata.
Troppo per essere una menzogna. Quell’uomo non voleva morire, evidentemente.
-Dice che Nassir lo paga per questo. Per uccidere me.-, disse Saida.
-Ma davvero? E immagino che tu non sappia come trovare Nassir, eh?-, chiese Marduk.
La risposta in quel caso fu rapidissima. Saida dovette sentirsela ripetere per tradurre.
-Nassir ha lasciato Kahandharia due giorni fa. Non si sa dov’é.-, disse.
-Puô bastare.-, disse Marduk. Rovesciò la presa sulla pistola colpendo col calcio il delinquente. Saida sospirò. Abbracciò l’agente. Lui la strinse.
-Mi spiace. Non c’era altro modo.-, sussurrò all’orecchio.
-Lo so.-, mormorò lei, -Lo so.-.
-Dobbiamo muoverci. Gli altri saranno già pronti.-, disse lui. Lei annuì. Marduk la guardò.
Era bella. Simile ad Hawo, ma più fragile, meno fiduciosa di sé, più delicata.
Ma non debole. I loro visi si avvicinarono, un movimento che nessuno dei due compì consciamente. Poi Saida sorrise, tesa.
-Non so se…-, mormorò.
-Se vuoi?-, chiese lui. Lei scosse il capo.
-Se è giusto… Hawo…-, mormorò.
-Capirebbe.-, disse Marduk, -Ma capisco.-. Saida scosse il capo.
-No… non… Oh, sono veramente una stupida…-, si ritrasse, gli occhi improvvisamente bagnati di lacrime. Lui la afferrò per le spalle. Non brutale, ma fermo.
-Ehi, va tutto bene, d’accordo? Non stiamo tradendo nessuno. Non devi giustificarti, e non è colpa tua. Capisco cosa vuoi dire…-, sussurrò.
-Bene…-, mormorò Saida. Lo fissava in viso. Non stava piangendo. Lui le terse una lacrima dal viso. Un gesto lento, rispettoso, riverente. -Perché io non capisco più niente.-, sussurrò la nera. Lui la fissò. L’universo mentale di Saida era un luogo di ordine, di rigida disciplina, di immancabile puntualità, un meccanismo perfetto. Ma quella ridda di emozioni era un ciclone, una tromba d’aria calata sull’ordine per farlo a pezzi.
-Scegli e agisci, Saida.-, mormorò lui, ricordando la frase di un suo antico mentore.
-Come faccio a sapere se è la cosa giusta?-, chiese la nera. I loro visi erano nuovamente vicini. I loro respiri parevano mescolarsi. Marduk la fissò. Era bellissima, ed era la sua fragilità a renderla tale.
-Non lo puoi sapere in anticipo. Troppe variabili. Puoi solo scegliere e agire.-, sussurrò.
Saida annuì. E si protese. Lui fece lo stesso. Il bacio fu sottile, uno sfiorarsi di labbra appena accennato. Poi la nera si staccò. Lo guardava, gli occhi ricolmi di una felicità che mai aveva visto sul suo viso. Lui fece per dire qualcosa. Lei scosse il capo.
-Non qui. Non mi pare il luogo più adatto per dichiarazioni romantiche…-, disse.
Entrambi sorrisero.

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