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Footing Primaverile

By 9 Marzo 2010Dicembre 16th, 2019No Comments

(Her)

Ora ha passato il segno. Ora mi ha proprio fatta incazzare.

Chi cazzo crede di essere per chiamarmi alle sette di sera, di sabato sera, per darmi buca adducendo non ricordo nemmeno che scusa idiota? Dopo cinque giorni che non ci vediamo, cinque giorni che non mi tocca!

Ho passato la serata a guardare un film con mia sorella, trangugiando popcorn nervosamente, e sono andata a letto alle undici. Troppo incazzata perfino per masturbarmi.

Stamane mi sono svegliata presto, con addosso una carica esagerata. Una smania che, so benissimo, c’è un solo modo per far sparire. Purtroppo ci sarebbe bisogno di chiamare Lui per mettere in atto “quel” rimedio e questo, al momento, non è proprio possibile.

Una vocina nella mia testa grida “Ora esco e vado col primo che capita!” ed io, sorridendo al mio riflesso allo specchio, dico “buonaseeeera.” Poi sistemo la maglietta del completino da corsa, attraverso la casa silenziosa, ed esco.

Correre. Ecco l’unica soluzione, seppure temporanea e non risolutiva, per non uccidere qualcuno stamattina.

Adoro correre.

Mettere un piede davanti all’altro, senza pensare a niente, mi aiuta a distendermi, a sentire il nervosismo scemare, seppure molto lentamente e così lascio che gli automatismi di gesti ormai parte di me mi distraggano dalle mie incazzature.

Quando corro non devo vestirmi come piace a qualcuno, quando corro non devo raggiungere un risultato.

Quando corro posso pensare al sesso senza censure, senza sentirmi in colpa se il viso dell’uomo che immagino non è quello del mio lui. Posso farlo perché non mi lascio andare a queste fantasie mentre mi tocco, che mi sembrerebbe un po’ come tradirlo.

“Perché no!” Grida la vocine nella mia testa. “Se le merita un bel paio di corna questa volta!” Continua, e non posso proprio darle torto.

I piedi mi portano da soli all’entrata del parco e, senza preavviso, la vocina nella mia testa smette di dire “Col primo che passa, col primo che passa” e attacca un ancor più insistente “Col ragazzo del parco.”

Lo vedo tre volte alla settimana, minimo, da più di un anno e non so nemmeno come si chiama.

Ci intravediamo dentro il parco, in quei due, tre, punti in cui i nostri percorsi abituali si incrociano. Sguardi insistenti da parte sua e, di rimando, i miei incoraggianti non ci hanno mai comunque condotti ad una presentazione vera e propria.

Sorrisi. Sorrisi in continuazione.

Ricordo l’emozione la prima volta che m’ha salutata con un cenno della mano.

Da allora così: Sorrisi, saluti e via ognuno immerso nella sua corsa. E’ una presenza ormai costante nella mia vita, non ho un rapporto così intenso nemmeno con alcuni dei mie cugini e, accidentaccio, m’è venuta una voglia matta di sapere come si chiama.

La luce del sole filtra dalle cime degli alberi, la ghiaia scricchiola sotto le mie suole, l’aria è secca e comincia a fare veramente caldo. Comincio a tranquillizzarmi un po’ mentre cerco di scacciare pensieri strani che si insinuano sottopelle.

Passo davanti alle panchine e proseguo. Supero la fontana di fronte ai “Bagni pubblici” e rimango spiazzata dalla sensazione di disappunto che provo nel non averlo incrociato. Svolto nel “Viale alberato” che è l’ultimo punto in cui i nostri percorsi si incrociano e il cuore salta un battito. Eccolo.

Mi corre incontro, immerso nei suoi pensieri, coi capelli lunghi che gli frustano il viso, con la musica pompata nelle orecchie dalle cuffiette di un Mp3 tascabile.

Quando ci incrociamo solleva lo sguardo, sorride ed agita la mano, prosegue.

I piedi si fermano da soli, il mio sguardo segue la sua ampia schiena che si allontana, la linea dei fianchi stretti, le cosce muscolose. Deglutisco.

Svolta in direzione dei “Bagni pubblici” e lancia un occhiata verso di me. Sparisce dietro l’angolo ma sono sicura che la sua espressione fosse di assoluto stupore nel vedermi lì, imbambolata a fissarlo.

Mi sento d’improvviso scema e scatto lungo il mio abituale percorso al triplo dalla mia velocità abituale.

Corro in preda ad una vergogna adolescenziale che non ha una sola motivazione reale. Corro e corro, senza sosta, senza controllo e sono senza fiato dopo meno di un quarto d’ora.

Sento i polmoni in fiamme e sono costretta a rallentare fino a camminare. Mi trascino a fatica fino alla fontanella e li mi fermo, bevendo avida due o tre sorsate d’acqua.

“Ciao” Un voce alle mie spalle mi fa sobbalzare e voltare di scatto.

Il Ragazzo del parco mi fissa con un sorriso sornione. Accidenti, mi ha visto che lo fissavo e subito ha deciso di provarci. Ha perso un sacco di punti.

“Ciao” Rispondo con un sorriso, mentre la vocina nella mia testa grida “Scopatelo lo stesso!”.

Se ne sta lì fermo, a guardarmi senza dire una parola, tanto che sto per spazientirmi.

“Posso?” Dice, indicando la fontana.

“OH” Faccio un salto all’indietro, lasciandolo libero di bere, e sono contenta di non aver detto niente di sgarbato e che non possa vedermi ore, rossa di vergogna.

Non capisco che diavolo mi succede, mi sento come una liceale imbranata che arrossisce e diventa impacciata di fronte al primo fico che le rivolge la parola.

E intanto lo guardo bere proprio con quell’atteggiamento.

Quando si risolleva, scuote i capelli e fa per legarseli, mi sorride. “Caldo oggi eh?”

“Già” Faccio. Perfetto, parliamo del tempo…

“Ti spiacerebbe?” Dico di colpo, indicando i “Bagni pubblici” che sono nient’altro che una serie di siepi alte dove la gente si imbosca per fare i propri comodi. Ovviamente il soprannome “bagni pubblici” è meritato perché, sopratutto gli uomini, li usano per far pipì.

“Scusa?” Mi risponde, sinceramente stupito.

“Dovrei andare… hemm lì, ma ho un po’ paura, perciò se tu potessi, come dire, stare di guardia…” Non credo alla mie stesse parole, è la vocina nella mia testa che parla, dato che non è nemmeno vero che mi scappa!

“Nessun problema!” Risponde. E ci incamminiamo nelle siepi, finché non troviamo un posticino abbastanza riparato poi lui si gira, fino a darmi le spalle, dicendo: “Fa con comodo.”

Accidenti, è troppo serio. A questo punto speravo facesse qualcosa. Che sbirciasse perlomeno. Invece se ne sta lì, immobile, come una sentinella.

Lo raggiungo da dietro e lui, sentito un fruscio, si volta e allora gli butto le braccia al collo, baciandolo.

E’ così grosso che tutto il mio slancio non lo smuove di un millimetro. Dalla sorpresa si riprende presto, abbrancandomi con le braccia e spostando sia lui che me nella parte più imboscata della siepe, poi le sue mani cominciano ad esplorare il mio corpo.

Poco vestita come sono, fa presto a passarmi le dita sui seni e sulle chiappe, accendendomi di tutto il desiderio represso.

Mi stizza i capezzoli e le sue mani giù in basso sfiorano un paio di volte la mia figa, schiusa e desiderosa di lui, senza però spingersi oltre.

Adesso non sono più io nella parte dell’adolescente insicura, è lui che non sa quanto può osare, fin dove può spingersi così, per togliergli ogni dubbio, infilo la mano nella sua tuta e stringo le dita attorno al suo cazzo duro e caldissimo.

Un attimo dopo sono in ginocchio, intenta a liberare quel delizioso membro dall’impaccio dei vestiti.

Lo stringo tra le dita, muovendole sapientemente. Nonostante sia sudatissimo, quello che sento è solo l’odore inebriante di maschio così comincio voluttosamente a leccarglielo, senza togliere nemmeno per un istante gli occhi dai suoi.

Mi sposta una ciocca di capelli finita davanti, per potermi guardare meglio, mentre io lo lascio scivolare tra le labbra lentamente.

Quando il mio naso si infila tra i suoi peli pubici resto ferma un momento, sentendolo ansimare, mentre io gioco con le dita coi suoi testicoli gonfi e duri.

Torno indietro lungo l’asta muovendo la lingua sulla base, per farlo impazzire. Lui geme evidentemente sforzandosi di non venire troppo presto, ma io adoro questo potere sul mio partner e non vedo l’ora di sentirlo capitolare. Anche perché non mi sento moto sicura qua all’aperto, non mi sentirei a mio agio a scopare, magari dopo….

Chiudo gli occhi e continuo il mio lavoro con dedizione.

Alterno pompate veloci a intense e profonde succhiate, finché lui non comincia ad ansimare come una locomotiva.

“Hei così mi fai venire! Dai, smetti!” Mi supplica, ma io continuo imperterrita, sorda alle sue invocazioni. Stringo di più le labbra e insinuo un dito nella zona che sta fra i suoi testicoli e l’ano.

“OHHHHHHHHHHHHHHHHH” Ruggisce e io lo sento pulsare tra le labbra e subito dopo un fiotto bollente si riversa nella mia bocca.

Le sue mani, strette sulla mia testa, accompagnano gli ultimi movimenti poi lo lascio sgusciare fuori e lo guardo nuovamente, rimettendomi in piedi.

“A casa mia non c’è nessuno, ti va?” Gli dico.

“Certo” Risponde ed io parto in direzione casa, con lui alle calcagna. Lui, che ancora non so come si chiama.

(Him)

La vedo correre, un paio di metri, davanti a me, la “ragazza del parco”.

Non ho la minima idea di come si chiami, ma mentirei se dicessi di non averci più volte fantasticato su, durante uno dei miei “solitari”. Ed adesso, dopo un fantastico pompino, imboscati dietro i cespugli del parco, corriamo verso casa sua con un unico e ben preciso scopo: finalmente, farmela. Chi se lo sarebbe mai aspettato? Ero uscito per sbollentare la rabbia, per colpa quella stronzetta della mia ex, che mi aveva appena mollato per un cretino patentato ma, evidentemente, oggi il destino aveva un’idea più allettante per me. E’ il mio giorno fortunato!

Si volta, di tanto in tanto, sorridendomi, forse per controllare che la stia effettivamente seguendo. Ma chi non correrebbe dietro ad una bella sconosciuta che ti promette del sesso?

Nel frattempo, mi godo l’antipasto, beh, dopo aver appena consumato il primo, in effetti.

Seguo con lo sguardo le gambe lunghe, salgo, fino a quel culetto, piccolo e sodo, sul quale non vedo l’ora di affondare i denti, proseguo, sulla schiena, sudata, immaginandola, piegata in avanti, muoversi sotto il ritmo dei miei colpi.

Ricambio il sorriso, quando si volta, e la guardo, ammirando i grandi occhi azzurri, le guance arrossate e la bocca sorridente, nella quale ho appena riversato tre giorni di forzata astinenza.

In men che non si dica ci ritroviamo davanti casa sua, ed io mi ritrovo, di nuovo, con una portentosa e visibilissima erezione che spinge dal cavallo dei pantaloni.

Importante appunto mentale: tentare di non eccitarsi se la stoffa dei pantaloni non è abbastanza spessa da rendere meno visibile possibile il pezzo di carne che si erge, incurante degli astanti, maestoso in mezzo alle gambe, tanto da farvi sembrare un adolescente alle prime esperienze sessuali.

Ed effettivamente è un pò come mi sento in questo momento: questa ragazza mi ha preso tanto alla sprovvista da non sapere nemmeno come comportarmi. Fortunatamente la sua intraprendenza compensa il mio imbarazzo paralizzante.

La porta si apre, sento le sue mani intorno al mio collo, la sento saltare, con le gambe incrociate dietro la schiena, in braccio a me, le bocche incollate, e le mie mani, che iniziano a massaggiare vigorosamente ogni centimetro del suo corpo sudato.

-Di la, di la- mi sussurra ansimando, indicando la stanza all’inizio del corridoio, la sua, presumo. Entriamo, continuiamo a baciarci,così, appoggiati allo stipite della porta, quanto le mie membra già stanche consentano. Poi, opto per una posizione un pò più comoda, buttandola di peso sul letto ed allontanandomi un attimo, quanto basta per dare un occhiata d’insieme alla situazione.

Una ragazza, sudata e vogliosa, distesa su un letto, capelli scompigliati, appiccicati alla fronte sudata, una perversa luce negli occhi, un malizioso sorriso, e quel ditino, che mi invita ad avvicinarmi a lei. Come si fa a restare lucidi in queste condizioni?

In men che non si dica, le strappo i vestiti di dosso, ammirando il bianco corpo finora solo immaginato, le apro le gambe, portandole sopra le mie spalle, e con estrema velocità, affondo la lingua in mezzo a quella passera deliziosa, calda e liscissima, esplorandone ogni minimo anfratto. Sento le sue mani sopra il mio capo, le dita, fra i lunghi capelli, spingermi ancora verso di lei, che mi viene incontro muovendo ritmicamente il bacino, mentre le mie stazionano piacevolmente sul suo seno, pizzicando i capezzoli, con pollice ed indice.

Ansima e sospira, sempre più frequentemente, incitandomi a continuare, con maggiore energia, fino a sentirla venire, in un meraviglioso ed eccitantissimo urlo. Non attendo neanche che il suo orgasmo refluisca, tanta è la voglia che ho di lei, che la penetro, senza preavviso, godendomi gli ultimi e deboli spasmi della muscolatura vaginale. Emette un gridolino di sorpresa, per l’inaspettata intrusione, fissandomi con occhi stupiti, complici e sorridenti, mentre inizio a pomparla con tutto il vigore possibile.

Il primo orgasmo mi consente di scoparla, con vigore, intensamente, lungamente, farla venire più e più volte, senza che la mia resistenza sia minimamente a repentaglio e permettendomi di godere di quel corpo fino all’ultimo spasmo di piacere. E la bella ragazza senza nome non sembra disprezzare il trattamento, incitandomi a scoparla sempre più violentemente. a chiamarla puttana, ad usare il suo corpo a mio piacimento.

-Chiavami, chiavami, sfondami, ti prego. Fammi godere, come il mio ragazzo non è in grado di fare.. così. cosìì- urla, col poco fiato che le resta nei polmoni.

Non posso che accontentarla.

La giro, senza gentilezza, afferrandole entrambi i polsi e bloccandoli dietro la schiena, posiziono il cazzo su quell’interessantissimo buchino, che non ho ancora avuto il piacere di eslplorare, carezzandolo con la punta del glande, ed aspettando il suo assenso, che non tarda ad arrivare.

-Si, si, anche li, riempimi il culo, dai, fammi male!-

La mia eccitazione sale, arrivando a vette mai raggiunte, sentendo quella ragazza, ormai fuori di se per il piacere, implorarmi di sfondarle anche il culetto. Una decina di punti in meno alla mia resistenza… Che raddoppiano pericolosamente, non appena mi faccio strada nello strettissimo sfintere, godendomi questa guaina calda ed avvolgente, risucchiarmi dentro di se.

Tiro i polsi, invitandola rudemente ad alzarsi e con l’altra mano le afferro i capelli, tirando anche quelli, mentre con affondi decisamente poco dolci, entro ed esco dal suo intestino, sentendola ansimare rumorosamente.

Da un ampio specchio, posto lateralmente al letto, mi godo quel magnifico spettacolo. La fanciulla, totalmente nelle mie mani, occhi chiusi e con un’eccitantissima smorfia di piacere disegnata in viso. I piccoli seni, che oscillano ad ogni mio colpo, le gambe, lunghe, piegate per assecondare i miei movimenti, la pelle sudata, e non per l’attività sportiva, e le braccia tirate indietro, obbligate da me a quella innaturale posizione. Difficile restare insensibili ad una vista del genere. Il mio cazzo pretende un secondo ed assolutamente necessario orgasmo, che esplode, più potente del primo, dentro di lei, senza che la mia volontà riesca a fermarlo.

Ci accasciamo sul letto, sudati ed ansimanti.

-Di li c’è il bagno- mi indica -Se vuoi fare una doccia-

-Mi tieni compagnia?- le chiedo

-Volentieri! Non credo riprenderò a correre per oggi- commenta, con una smorfia di dolore, mentre carezza il solco tra i glutei.

Le sorrido -Comunque mi chiamo Matteo-

-Giulia, piacere-

Un ricco premio al primo lettore che invierà una Mail con la risposta alla seguente domanda: Qual è la particolarità di questo racconto?

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