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Onestamente, con tutto l’impegno profuso e sia pur con la costante largheggiata paziente tenacia, non sono giammai riuscita a farlo mentire, perché mi sbatte indiscutibilmente in faccia la verità in modo sommario senza piaghe né tentennamenti, in quanto arriva diretta e tagliente come una lama. Lui, in modo inflessibile e spietato, ti scruta ispezionandoti in modo stabile negli occhi ed emette nel contempo la sua attenta e immobile feroce valutazione, ciononostante insindacabile, terribilmente inesorabile e decisamente vera. Superfluo è infatti cercare d’apparire, presentarsi per ciò che non sono, perché anche se mi muovo, mi giro di lato, raddrizzo le spalle tentando inutilmente di sorridere, ciò che vedo non è mai quella cosa che aspirerei avvistare. Lo specchio, invero, mi restituisce ricambiando istantaneamente un’immagine che biasimo ogni istante di più, per il fatto che durante il tempo in cui mi squadro, numerosi ammonimenti s’amalgamano nell’intelletto, infiniti propositi per il futuro stipano dentro me stesso, cercando spazio e, in ultimo, il timido tentativo di cercare una ragione, di darsi un perché, di spiegare. Sì, è vero, ma che cosa c’è da chiarire e da precisare? Sennonché m’osservo, infagottata, discinta, di fronte, di dietro, di sbieco, sia accomodata che rannicchiata. 

Io m’ispeziono in tantissimi portamenti, incipriata o arruffata, intrisa dalla doccia indossando un meraviglioso completo nero di pizzo o banalmente senza nulla, poiché m’analizzo e rimugino. So bene quanto ci sia oltre la mia rappresentazione, perché non è certo quest’aspetto a essere in discussione, ma è quello che si nota là fuori, ciò che gli uomini considerano, esaminano e rimarcano, che sovente è tutto ciò che loro affascina, attrae e interessa, perché probabilmente risiede qua il radicale scopo, il perché del tradimento, il motivo che l’ha incoraggiato animandolo nel cercare altrove, ma non soltanto in altro luogo, ambendo e inseguendo qualcosa che io non ho più o che non ho saputo offrirgli. Sono curiosa, ma come può una ragazza adulta, che potrebbe essere benissimo mia figlia, elargirgli tutto ciò che aveva sempre trovato in me? Trent’anni contro cinquantacinque, perché il raffronto non regge, intanto che la specchiera intollerabile seguita a ridere, malgrado ciò non riesco a scorgere nella mia immagine riflessa in questa fredda lastra appesa alla parete, il motivo emotivo, impulsivo e irrazionale della fuga. Io sono una donna rossa di natura con i capelli morbidi appoggiati sulle spalle sempre perfettamente curati, mentre lei è una femmina bruna, bella fica non c’è nulla da dire con la capigliatura corta, briosa e scaltra. Sembra una bambina, forse in fondo lo è, io vesto in maniera elegante con degli abiti rinomati e i tacchi, indosso gioielli preziosi, al contrario di lei che sembra un maschiaccio spavaldo di borgata, perché può darsi non possiede altro che i suoi jeans logori e sbrindellati e le scarpe da ginnastica. 

Attualmente io rivesto un ruolo di successo in ambito professionale, al contrario lei gironzola ancora per gli uffici alla ricerca di materiale per la tesi, eppure lei se l’è preso, giacché se lo porta in giro nemmeno fosse un cagnolino ai suoi comandi. Per lei ha cancellato anni di vita insieme, fasi di complicazioni e d’affermazioni condivise, adesso c’è solamente lei e nemmeno s’accorge dello sguardo che le rivolge quando la vede passeggiare nei corridoi, neppure si rende conto di smettere di respirare, di meditare e d’esprimersi, neanche ci fa caso che il cosmo esiste anche al di fuori di loro due, che principalmente in quel mondo ci sono io. Io sono una persona metodica e pedante, perciò di conseguenza devo procedere, non so che cosa potrò compiere, ma almeno cerco d’azzardare per capirne il motivo. Niente può terminare senza ragione, senz’argomentazione, quest’oggi mi sento alquanto abbandonata, disfatta e da sola, perché maggiormente m’analizzo così davanti alla specchiera, ulteriormente mi convinco d’avere qualcosa da concedere e da fornire anche adesso.

Nel mentre sistemo la giacca, allineo i fili della collana di perle affinché contornino esattamente il collo, posandosi dolcemente sulla mia florida scollatura. Distendo con le mani la gonna stretta lanciando un ultimo sguardo di conteso verso la specchiera, bruscamente e in modo inatteso non lo percepisco più come un antagonista, perché adesso in maniera insperata nella semioscurità dell’ufficio m’appare all’incirca un benevolo e leale compagno, un fido alleato. La mia corporatura slanciata gli gira le spalle, quasi a volergli mostrare un bel didietro compatto e ricoperto da indumenti di ricercata proprietà. Ritorno verso lo scrittoio attendendo che sopraggiunga il momento previsto dell’appuntamento. Vediamo quest’oggi che cosa combinerà la ragazza, chissà se presumerà la causa del raduno. Io la vedrò entrare vacillando o sarà ancora audace e sfrontata come quando agita i suoi piccoli seni qua e di là, rallegrandosi in maniera fanfarona e godendo degli sguardi maschili, che scivolano sul suo corpo in verità dannatamente ed estremamente perfetto? Io ho ampiamente richiesto la sua presenza nel mio ufficio a quest’ora inoltrata, affinché nessuno possa interromperci, nemmeno lui, che proprio si trova qua in città per un convegno.

Ebbene sì, proprio lui, il maestoso gerente, il nobile direttore, il mio sposo per l’esattezza, che se la fa con una ragazza sotto il mio tetto, lui che specula mercanteggiando d’essere talmente protetto, sacro e inespugnabile da non preoccuparsi neppure di me, contrariamente io ho invece afferrato all’istante e ho intuito con dovizia ogni cosa, ho adocchiato dettagli, ho distinto sguardi, nondimeno ho scoperto con opulenza biglietti, ho persino udito focosi sospiri e appassionati ansimi malcelati, ho colto percependo di netto l’euforia e la vivacità energica fra loro due. Attualmente sono qua, che a rilento avanzo verso la porta aprendola e invitandola a varcarla. La ragazza accede sorridendo, portando con sé una franca e genuina sferzata d’allegria, d’autentica naturalezza. Appena varca la soglia mi elargisce nel contempo un sorriso candido e fiducioso, avvenente e raggiante così come è lei, dopo s’accomoda di fronte a me, sovrappone le gambe riuscendo a essere erotica e libidinosa perfino con un paio di jeans scoloriti. 

Le sue mani sono affusolate, direi ben curate mentre si poggiano sul ginocchio, lei si china appena in avanti e m’osserva, m’ispeziona negli occhi, può darsi cercando d’intercettare la ragione della mia palese irrequietezza. I suoi occhi sono profondi, azzarderei sostenere avveduti, cauti e svegli. Non è truccata, ha solamente del fissatore sui capelli corti e due sfavillanti gemme alle orecchie, facendo evidenziare maggiormente la sua avvenenza superficialmente candida e casta, perché incontaminata e incolpevole non è per niente, tutt’altro. In quella circostanza ci scrutiamo, siamo una di fronte all”altra, ambedue in netta belligeranza per lo stesso maschio, soltanto che per me è l’uomo della vita, mentre per lei è la tresca temporanea con il grande capo. Una di quelle vicissitudini da rivelare alle amiche, di quelle vicende di cui vantarsi, per avere fatto perdere la testa a un cinquantacinquenne. Questi pensieri s’accavallano, mescolandosi e facendo animosamente perdere le staffe alla mia mente, perché nonostante mi sforzi di sorriderle avverto una collera crescermi dentro, vorrei gridarle in faccia tutto quanto, tutto il mio totale dispiacere, tutta la mia completa afflizione, ma so per certo che non capirebbe, no, non potrebbe comprendere il significato d’una vita d’amore. In tal modo mi sforzo d’adoperare un’altra condotta, perché non sarò io a sminuirmi, bensì sarà lei a implorarmi. Così ho stabilito arrischiando di metterla in imbarazzo, vedremo se riuscirò a levare quello sguardo di competizione dai suoi occhi, quel contegno di confronto peraltro irriguardoso, tracotante e impertinente. 

In quel frangente inizio a dialogare con pacatezza, soppesando ogni parola e ricorrendo al lessico delle grandi occasioni. Le parlo di me, della mia vita, della mia ascesa professionale, delle complicazioni, degl’impedimenti e degli ostacoli che s’incontrano, specialmente quando tutto sembra concretizzarsi davanti agli occhi. Le riferisco di non fidarsi mai di nessuno, di non essere mai certa di conoscere una persona, perché l’animo umano è bizzarro e imprevedibile, insospettato, dotato di tantissime inedite sfaccettature. Al momento la osservo, mentre si rilassa sulla poltroncina ascoltandomi in maniera rapita, le enuncio che è deliziosa, vivamente bella, godo del suo rossore sulle guance, so che sta pensando al mio sposo, eppure non faccio alcun riferimento, perché lasciò scivolare il mio sguardo sui suoi seni nudi sotto la camicia di lino trasparente. Riscontro il suo impaccio nel seguire la direzione del mio sguardo, adesso azzardo ancora di più proponendole di mostrarmi quanto è affascinante per davvero slacciandosi la camicia. Lei spalanca gli occhi, al presente è sguarnita, attaccabile e senza difese la ragazza, perché mi scruta incapace di rispondere, fintanto che un frammento d’amor proprio la spinge ad accogliere l’inedito duello. In quell’istante s’impone di sorridere, mi domanda che cosa voglio fare, giacché è inaspettatamente passata dal ‘Lei’ al ‘Tu’. Agguanta confidenza, oppure è unicamente un suo modo d’aggredire per non essere sopraffatta. Spogliati e lo vedrai le rispondo io di rimando. Attualmente è al muro, riderò di lei per sempre se scapperà via, mentre si butterà nel buio accettando la proposta. 

Adesso s’alza, gira intorno allo scrittoio fermandosi al mio fianco, io sollevo la testa per osservarla, mente in piedi vicino a me si slaccia concitatamente i bottoni della camicia. Terminata l’incombenza lascia che sia io a spostare i lembi di tessuto che coprono la sua sfolgorante nudità, scosto la camicia che scivola nel mentre per terra. Due seni piccoli sì, ma sodi, sporgenti per il freddo o per la vergogna o, chissà, per l’inattesa eccitazione sembrano osservarmi. I capezzoli piccoli e scuri sono meravigliosi frutti da mordere, irti, in quanto affascinano. Sempre più sbalordita lei slaccia i pantaloni sfilandoseli in un gesto celere quanto intrigante. Rimane davanti a me, nuda a eccezione del perizoma che ricopre un piccolo ma foltissimo triangolino tra le gambe, mi chiede se deve proseguire, io le faccio cenno di no, ma le chiedo di girarsi e lasciarmi ammirare il fondoschiena. Il desiderio d’affondare tra le sue natiche burrose è infinito, eppure trattengo il mio lascivo istinto limitandomi a guardare. La invito a sedersi al centro del mio scrittoio, mentre sprofondata nella mia poltrona posso placidamente ammirare un meraviglioso panorama. I suoi piedi nudi poggiati sui braccioli della poltrona, le sue gambe divaricate in corrispondenza del mio sguardo, il triangolo nero del perizoma a poca distanza dalla mia bocca.

Lei ubbidisce adeguandosi, conformandosi a ogni mia richiesta, si sostiene in quella posizione innaturale con la braccia dietro la schiena, offrendomi completamente se stessa, in attesa che le rivolga una qualsiasi attenzione, invece la guardo. Il bramoso e lussurioso desiderio di toccarla è diventato irrefrenabile e travolgente, lei me lo domanda, ma più forte è il desiderio d’affliggerla, di farla penare. La sua bocca è dischiusa, ha gli occhi dilatati, la testa è reclinata di lato, per il fatto che un irrilevante quanto mai significativo movimento tra le gambe palesano annunciando il suo stato di grande eccitazione. Io mi chino tra le gambe che divarica prontamente, allo scopo d’aspirarne il suo profumo. E’ intenso, marcato e deciso, odore di donna, fragranza tipica della sua eccitazione che non riesce a nascondere, effluvio dolciastro del suo liquido che irrora con lentezza il tessuto del perizoma. Poggio la punta del naso sul clitoride nascosto al mio sguardo, ma basta questo per sentirla sobbalzare, sfrego il viso sullo slip, mentre le gambe s’aprono ulteriormente invitandomi verso di lei.

Adesso è mia, lo sento, sicché sfilo il perizoma rivelando una meravigliosa nudità, in quella circostanza lei è completamente rasata, ha le gambe vergognosamente divaricate, mentre il suo bocciolo vistoso s’offre alla mia vista senza ritegno. Io ci affondo finalmente dentro succhiando il suo desiderio, che sento esplodere in un gemito sommesso, è eccezionalmente marmoreo e infradiciato, lo succhio come se fosse un piccolo cazzo, mentre il suo tiepido sapore si posa sulle mie labbra come se fosse nettare, il suo profumo mi riempie la mente. Io voglio affondare dentro di lei, lecco le sue grandi labbra rigonfie e polpute, lambisco ogni piega della sua delicata fica degustando ogni goccia della sua intima passione, ascolto incantata i suoi ansimi, il suo abbandono tra le mie labbra, la sua resa ai miei voleri, al suo radicale piacere. La mia lingua scivola dentro di lei, lungo le sue pareti morbide, lungo il suo fiume in piena che esplode davanti a me. Lasciò scivolare le mie dita in lei spingendo fino in fondo, godendo del suo piacere e del suo dolore. Inarca la schiena invitandomi a continuare. Con il corpo lei asseconda i movimenti della mia mano, che fluisce tra le pareti della sua voglia impazzita: la ragazza strilla, mi chiama, m’implora, mi vuole. Io sollevo lo sguardo da quello splendido frutto, accorrendo lungo il suo corpo nudo ormai steso sullo scrittoio.

I capezzoli irti svettano verso il soffitto, mi chino su di lei assaggiandoli, mordicchiandoli quasi con disappunto e rancore, considerato che la mia fervida esaltazione è pari alla sua, perché un lieve sadismo mi spinge a farle del male, tenuto conto che morsico appena i suoi seni lasciando che i brividi invadano il mio corpo. La sento godere, lei accetta e gradisce sobbarcandosi anche questo, a questo punto tangibilmente sbaragliata e sconfitta. Le mie dita continuano a trastullarsi navigando nel mare in tempesta, succhio i capezzoli, muovo le dita alternando il gioco dentro e fuori, i suoi deliziosi occhi sono chiusi, le gambe spalancate, intanto che il suo profumo inebriante riempie l’aria. Adesso le osservo la bocca, è effettivamente attraente da baciare, aumento la cadenza, mentre la pressione dei miei denti sui seni la fa farneticare. Ormai il respiro si è trasformato in uno strillo, sempre di più, senza ritegno fino a esplodermi nella mano, perché un inedito calore senz’eguali mi defluisce lungo le dita depositandosi sul mio palmo. Ancora stesa su di lei, osservo le mie dita ricolme del suo piacere. Adesso la ragazza dischiude gli occhi beata, a momenti s’indigna per ciò che è avvenuto, m’ispeziona attendendo un cenno frastornata e inebetita dal piacere. Io appoggio le dita sulle sue labbra, che si chiudono abbracciandole in un meraviglioso bacio di piacere. Leccale ragazza, dai, fammi sentire il bollore e lo slancio della tua bocca le intimo io aizzata e carica più che mai. 

La sua lingua scorre sul suo sapore, lungo le mie dita succhiandole ingordamente, m’abbasso per baciare quella bocca rossa, mentre le nostre lingue si confondono ingarbugliandosi nel piacere di perfezionare il sapore della sua focosa eccitazione. Lei mi succhia le labbra, mi lecca amabilmente, addirittura trafelata mi cerca, sì, perché lei agogna i miei seni, io l’osservo nuda, è realmente meravigliosa con le gambe ancora aperte colma del suo mieloso fluido sparso sulle gambe, sui seni e sulle labbra. E’ realmente splendida, la scaramuccia è finita, non so chi ne sia uscita trionfatrice, però so solamente che voglio farla radicalmente mia, nuovamente e in maniera energica. Stanotte ho fatto un lascivo e inverecondo lungo sogno, perché ripenso come sarebbe vivere all’interno d’un porno, dal momento che mi risveglio la mattina frastornata e intontita, perché la prima cosa che penso è che non mi ricordo per nulla che cosa sia successo nella serata trascorsa. 

Io mi guardo attorno e scopro che non sono da sola, perché una ragazza mezza nuda giace accanto a me, socchiude gli occhi e in quel momento capisco, che pure lei non ricorda proprio bene di quanto sia accaduto ieri notte. La seconda cosa che penso è, che bramerei che oltre agli occhi schiudesse anche le labbra per leccarmi la fica, considerato che mi metterebbe a posto la giornata consolandomi e rallegrandomi con uno sforzo davvero minimo. E invece no, questo non accade, perché lei si volta dalla parte opposta sorridendo inanimata, perché è proprio qua che inspiegabilmente s’aziona mettendosi in moto il meccanismo in quanto mi stacco dalla realtà. Lei si gira, ti bacia, scende e te l’agguanta leccandotela, ma tu sei già oltre, perché stai pensando chi potrai conoscere durante il giorno e a chi trasmetterai la tua voglia di scoprire il corpo altrui, considerato che vagheggi tutte le tue colleghe nude che sfilano per farsi giudicare e consigliare enunciando:

‘Così va bene? Come mi trovi? Dai sii leale e onesta, dimmelo, perché francamente ci tengo al tuo esterno e oggettivo parere’.

Date le circostanze, al momento riaffiorano brandelli di sogni, mentre ti rivedi davanti a una finestra su d’un letto non tuo, dove tenti senza profitto d’inchiappettare infruttuosamente qualcheduno di vecchia data, mentre la tua fidata amica t’incita aizzandoti oltremodo, ben consapevole, avendo pure lei già provato che la faccenda non ti dispiacerebbe. Il problema però permane, sennonché bruscamente dal sogno devii in modo sbrigativo verso la realtà, perché là in quel frangente vedi apparire improvvisamente una macchina fotografica che ti ritrae sopra a quella femmina che hai di fianco, accuratamente indaffarata in un’atipica e insolita penetrazione femminile, perché francamente nessuno se lo sarebbe giammai aspettato. Lei in modo placido dapprima talmente costumata e decente, ma che dopo pochi minuti d’approcci si sbizzarrisce capovolgendoti come una calza scioccandoti e scompaginandoti. Lei con la sua carnagione da ragazza, che muta giorno dopo giorno in un turbinio costante è proprio quella femmina che tu brami ininterrottamente, femmina che usi, signorina che getti, donna che seduci e che riprendi.

Ecco dunque, come sarebbe effettivamente vivere all’interno d’un cortometraggio porno, essenzialmente un abbandono ininterrotto e persino rinfrancante, declamato e ingrandito infine da una quotidianità malandata, scialba e inappagante. Ma chi l’ha detto che sarebbe poi così male? Per il momento il mio uomo può attendere, non è poi la fine del creato, credo che capirebbe.

{Idraulico anno 1999}  

Autore Pubblicato il: 16 Settembre 2018Categorie: Erotici Racconti0 Commenti

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