È una notte come tante, ma a Genova, il ristorante è pieno, l’aria densa di aglio, pesce fresco e voci eccitate. Marina e’ al tavolo d’angolo, quello che riserva la vista al corridoio che porta al bagno. Lei ha ordinato il risotto al nero di seppia. Un piatto pericoloso.
Si attacca alle labbra, lascia tracce.
Lui è al banco del bar, solo. Sessant’anni, sì, ma le sue mani non tremano quando solleva un bicchiere di Vermentino.
Ha guardato le sue mani per tutta la cena. Non il suo decolleté. Le sue mani, mentre spezzava il pane, mentre puliva le labbra con il tovagliolo. Ha visto la precisione.
Quando lei si alza per il bagno, lui non si muove subito. Finisce il suo vino. Paga il conto.
Poi, solo allora, segue la stessa strada. Non la raggiunge. La incontra nel corridoio stretto, tra le pareti rivestite di piastrelle nere lucide, dove l’odore del disinfettante si scontra con il suo profumo e il profumo del brodo di pesce che sfuma dalla cucina.
Non la blocca. Si appoggia semplicemente allo stipite della porta del bagno degli uomini, lasciando giusto lo spazio per passare.
“Il suo risotto,” dice. “Ha lasciato il piatto pulito. Un complimento raro per quel piatto. Significa che non ha avuto paura di sporcarsi.”
La seduzione è nella notazione. Nel vedere ciò che gli altri ignorano.
Lui non voleva una troia bagnata. Voleva la donna che non aveva paura del nero di seppia sulle sue dita.
Lei si ferma nel corridoio, le dita ancora leggermente macchiate di nero. Lo guarda, e invece di scusarsi o affrettarsi, solleva la mano, studiandola alla luce fioca.
“È il prezzo dell’esperienza,” dice, la sua voce più calma di quanto si aspettasse.
Lui annuisce, come se avesse appena ricevuto una rivelazione.
Lui non offre il suo fazzoletto. Estrae invece un piccolo flacone di vetro dalla tasca interna della giacca. Olio di mandorle, infuso con lavanda.
“Per le mani di un’artista,” dice. “Non per pulire, ma per nutrire.”
Il gesto è così inaspettato, così specifico, che l’intera dinamica cambia. Non è più un predatore e una preda. È un collezionista che offre un strumento a un altro artigiano. Lei accetta, versando una goccia sulla pelle, e l’odore acre del limone e della lavanda si mescola al pesce e al disinfettante nel corridoio. È in quel momento che lei capisce che essere desiderata non significa essere ridotta a una fantasia. Significa essere vista, nella propria interezza, macchie comprese.
Lui non chiede il suo numero. Non propone un caffè. Le dice solo: “Il mio nome è Vittorio. Possiedo una vignetta sulle colline dietro Genova. I miei rosé hanno la stessa audacia del suo risotto.”
Poi si allontana, lasciando la bottiglietta d’olio nella sua mano.
Lei torna al tuo tavolo, le dita che profumano di fiori e mandorla. Finisce il suo vino e per il resto della cena, ogni volta che porta la forchetta alle labbra, sente quel profumo sulla sua pelle.
È un segreto che condividono.
La vera seduzione è un’opera incompiuta.
Il sapore che resta in bocca dopo che il piatto è stato portato via.



vedo che si cancellata una parte: ciao diciamo che so per certo di essere stato cornuto ancora quando eravamo insieme…
ciao diciamo che so per certo di essere stato cornuto ancora quando eravamo insieme...la storia del mare è un po…
Il racconto dell'avvenimento sarà pubblicato un giorno? Mi auguro di sì
Grazie. Vorrei scriverlo fino alla fine. Ma vedremo che ne esce fuori.
beh, che dire ... commento stupendo, grazie