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Era poco più dell’alba quando in casa Pulìa accadde di tutto.

L’ambulanza del 118 era giunta dopo pochi minuti.

Rosalia, la cameriera, era in vestaglia, coi capelli arruffati, gli occhi rossi di pianto, il viso stravolto dal dolore, dallo spavento.

Alfio era riuscito a vestirsi alla meglio.

Era frastornato, allibito, pallido, impietrito.

Ancor prima che il medico del 118 avesse scosso la testa, significativamente, aveva compreso la portata della tragedia.

Anna non era svenuta, era morta.

Il volto cereo, affilato, i lineamenti tirati, lo avevano insospettito dal primo momento, da quando era entrato nella camera della moglie, per starle di nuovo un po’ vicino, e l’aveva trovata in quello stato.

Da tempo, i Pulìa dormivano in camere separate, anche se le visite erano frequenti, con iniziativa ora dell’uno ora dell’altra.

Le caratteristiche del cadavere, che facevano ritenere la morte dovuta a insufficienza respiratoria, avevano subito richiamata l’attenzione del medico, che, insensibile alla resistenza e alle osservazioni dell’ingegner Alfio Pulìa, aveva deciso di informarne l’autorità competente e di far procedere agli esami di rito presso l’istituto di medicina legale.

Erano le undici del mattino, quando le spoglie di Anna entrarono all’obitorio.

Alfio, intanto, aveva telefonato al medico di famiglia, che era arrivato immediatamente, ed aveva informato di tutto l’avvocato Parisi.

Sin dalla prima ricognizione esterna, il medico legale disse che si trattava di avvelenamento, da sostanza da accertare. Solo l’autopsia avrebbe potuto dare indicazioni sicure.

Casa Pulìa fu oggetto di meticolose ricerche, per trovare la sostanza responsabile di quel decesso.

Alfio assicurò che la moglie non faceva ricorso a tranquillanti, ansiolitici, od altro, ed escludeva l’uso, da parte della donna, di stupefacenti.

Erano una coppia tranquilla, con le solite piccole scaramucce coniugali, che sono, del resto, l’alimento d’una coppia.

Il magistrato si riservò di procedere ad un approfondito interrogatorio di Alfio, alla presenza dell’avvocato Parisi. Prima, però, voleva attendere l’esito degli esami tossicologici.

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Alfio fu convocato due giorni dopo.

Già sapeva qualcosa in merito ad un primo esame autoptico e alle analisi eseguite dopo alcuni prelevamenti effettuati sul corpo della donna.

Il dottor Traìna, il magistrato, era persona molto gentile, calma, e soppesava le parole.

Erano seduti intorno alla scrivania di Traìna, col registratore, che Alfio aveva accettato che vi fosse.

‘Ingegner Pulìa, prima di tutto desidero rinnovarle le condoglianze per l’improvvisa ed ancora oscura perdita della sua consorte. Lei comprende bene che devo necessariamente porle alcune domande, che possono apparire indiscrete, indelicate, invadenti ed anche inopportune, ma ogni piccola tessera serve a ricostruire il mosaico che dovrà rivelarci se il decesso della signora sia dovuto ad avvelenamento, e, nel caso, come e quando si &egrave avvelenata, o da chi lo sia stata.

Prima di raccontarmi un po’ della sua vita coniugale, deve parlarmi di ciò che lei e sua moglie avete fatto dalla sera precedente al momento che lei ha trovato sua moglie nello stato per cui ha chiamato il 118.’

‘Lei comprende, giudice, che io desideri più di lei giungere a chiarire quello che finora &egrave una nuvola nera che mi avvolge e confonde, E’ mio interesse, quindi, cercare in ogni modo di facilitare il suo compito.’

Anna ed io da parecchio tempo avevamo deciso di dormire in camere separate, solo ed esclusivamente per non darci fastidio a vicenda: chi voleva leggere, a letto, e chi no; io mi sveglio all’alba e lei amava poltrire; a volte rientravo tardi da viaggi professionali, molto tardi, nel cuore della notte.

Questo, però, non ha assolutamente influito sui nostri normali e piacevoli rapporti coniugali. Ero quasi sempre io ad andare a farle visita, ma ero dolcemente orgoglioso quando era lei a venire nel mio letto. Sa, io avevo venti anni più di Anna, e la sua passionalità mi faceva sentire meno anziano.’

Traina lo ascoltava attentamente.

L’avvocato Parisi era impassibile.

‘E quella mattina, molto presto lei andò a trovarla?’

‘Veramente, ero stato a trovarla alcune ore prima, verso mezzanotte. Dormicchiava, mi misi dietro a lei, ma Anna mi carezzò dolcemente e disse che aveva molto sonno. Dopo un po’ tornai nel mio letto, ma pensai che forse avevo un dolce mezzo per svegliarla.

Scusi se scendo in certi particolari, dottore, ma”

‘Deve essere il più preciso possibile.’

‘Noi non eravamo legati a certe pur comprensibili inibizioni. Mi comprende?’

‘La comprendo, vada avanti.’

‘Ci piacevano tanti giochetti, ed anche con qualche strumentino, come dire, capriccioso, che potesse alimentare, anche se non era necessario, il nostro desiderio.

Presi una cosetta che avevamo comprata, insieme, in uno shop specializzato, tornai nella sua camera.

Era dolcemente addormentata, supina, con un’aria dolce e serena nel volto bellissimo. Perché mia moglie era molto bella, dottore, mi creda.’

Traina assentì.

‘Abbassai lentamente le coperte, sollevai la corta camiciola e con molta delicatezza, mi misi a baciarla, nel modo che a lei piaceva. Mi capisce, vero, dottore?’

‘Sia preciso, la prego.’

Alfio si muoveva continuamente sulla sedia, non riusciva a stare fermo.

‘Ecco, dottore, come si dice, si &egrave trattato di un cunnilinctus. A lei piaceva molto quel tipo di stimolazione.

Mi ringraziò, dottore’ mi ringraziò’ e con tanta dolcezza, carezzandomi capelli, mi disse di tornare’ più tardi, voleva ancora riposare.

Quando tornai la trovai nel modo che sa!’

Traina si schiarì la voce.

‘In effetti abbiamo trovato tracce di saliva sui peli del pube della signora e alcuni capelli sotto le sue unghie. Dai capelli siamo risaliti al dna che abbiamo confrontato con quello rilevato su un bicchiere nel quale lei ha bevuto, a casa sua, e che abbiamo portato in laboratorio.

Per ora va bene così, ma sono certo che avrò bisogno di incontrarla di nuovo.’

‘A sua disposizione, giudice.’

Si salutarono, uscirono.

Parisi disse che a suo avviso era andato tutto bene.

Alfio non riuscì a mascherare del tutto il suo nervosismo, quando gli ripose: ‘Perché, poteva andare male?’

Usciti dal palazzo di giustizia, si lasciarono con una stretta di mano.

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Quando quindici anni prima s’erano sposati, Anna Belsito e Alfio Pulìa, non furono pochi, sia nella bellissima Cattedrale dell’Assunta che al principesco ricevimento nei saloni dell’antico Palazzo ora ribattezzato Belsito, i commenti.

Alfio era un bell’uomo di quaranta anni, affermato professionista nel campo dell’ingegneria civile, con una invidiabile posizione sociale ed economica, ma a tutti sembravano un po’ troppi, quegli anni, per i non ancora venti della splendida Anna Belsito, figlia di una delle famiglie maggiormente in vista della città più per le rilevanti ricchezze accumulate attraverso delle società di import-export, che per i natali non troppo conosciuti.

Qualcuno si era dato anche di gomito col vicino, pensando ai viaggi di Alfio, per lavoro, molto frequenti e a volte abbastanza lunghi.

Bellissima Anna, un misto di caratteri arabo-normanni che sottolineavano i suoi capelli neri e gli occhi cerulei. Un corpo statuario, sconvolgente.

Si era parlato di un amore travolgente con un giovane esponente della nobiltà locale, suo compagno di liceo, ma appena conseguita la maturità lui era sparito dalla circolazione. La famiglia aveva detto che era andato negli Stati Uniti, in una Università prestigiosa, ma riuscirono a non farne trapelare il nome.

Appena l’ingegner Pulìa, conosciuto al circolo, cominciò a farle la corte, la ragazza, spigliata ed allegra, gli aveva fatto sapere che senza ‘anello’ non ci sarebbe stato seguito, era già stata scottata una volta, disse al maturo spasimante, e quello capì l’antifona, anche se lui non era legato a certi pregiudizi d’altri tempi.

Finito il ricevimento, gli sposi si ritirarono nella loro camera, abbastanza stanchi per la lunga e pesante giornata, ma non tanto per non ‘consumare il matrimonio’ come usava dirsi nei tempi passati.

Anna trovò Alfio gentile, premuroso, dolce e soprattutto soddisfacente anche per la sua esuberante ed esigente natura.

L’indomani mattina, Alfio, sbarbandosi, rifletté che quella ragazza era splendida sotto tutti i punti di vista, ed aveva una fantasia abbastanza sbizzarrita, in fatto di letto.

La famiglia di lei aveva regalato agli sposi una splendida crociera sul ‘Love Boat’ nel Mar dei Caraibici.

Il lungo viaggio, con tappa a Londra, non spaventava Anna che era ansiosa di vedere quella città dove avrebbero sostato per un paio di giorni.

Quindi, prima tratta fino a Londra e poi per il porto dove avrebbero incontrato la nave.

Due settimane incantevoli, visitando luoghi meravigliosi, partecipando attivamente alla vita di bordo, agli spettacoli, alle serate di gala.

Anna, sempre elegante, sfoggiava le sue bellissime toilettes che aveva spedito dall’Italia e che aveva trovato nel porto d’imbarco.

Era sempre molto ammirata, e sapeva far fronte con garbo alle numerose avances che le provenivano, in diverse lingue, dai ricchi e quasi sempre attempati croceristi.

Alfio non la perdeva d’occhio, e apprezzava come la sua giovanissima moglie si sapesse districare.

A letto si trovavano benissimo.

Con la loro creatività erotica avrebbero potuto benissimo aggiornare il più fornito dei tanti ‘Kamasutra’ in commercio.

Baci e carezze d’ogni genere, e dovunque.

Alfio aveva fatto anche delle timide esplorazioni tra i sodi glutei della moglie, ma lei aveva sempre trovato il modo per dirottarlo su altro scalo. Quello che sorprendeva Alfio era il piacere di lei di essere lambita, a lungo, tra le gambe, di sentire in sé la guizzante lingua di lui, fino a raggiungere sussultanti orgasmi, ma di sfuggire in modo assoluto ad ogni tentativo del marito di essere ricambiato in ugual misura.

Alfio ricordava una delle pseudo recite universitarie, quando un protagonista, Monsieur Levit, cercava di farselo prendere in bocca da Madame Pompadour, assicurandole che tutto il mondo assicurava che quell’esercizio era piacevole anche per la donna.

Pompadour, pur prosperosa e assatanata, gli rispondeva ‘lassa pur che il mondo dica, per scopare c’&egrave la fica’!

Del resto, Anna la sua non la risparmiava certo, né rifuggiva da nuove pose, anzi le ideava e sperimentava.

Ritorno a casa.

Ripresa della normalità quotidiana della vita.

Quando Alfio doveva andar fuori, per lavoro, la portava sempre con sé, salvo destinazioni particolarmente disagevoli o Paesi che non concedevano il visto d’ingresso alle donne, se non in rari casi e per ragioni professionali, in genere mediche.

L’esuberanza di Anna non gradiva troppo tali lontananze.

Anche se la sua natura avrebbe gradito più frequenti prestazioni coniugali, le razioni maritali la tenevano sufficientemente quieta.

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L’esame del cadavere aveva accertato che nessun tossico era nello stomaco, ma nel sangue erano state trovate notevoli tracce certe di curaro, una sostanza che viene estratta da alcune piante, dei generi Strychnos e Chondodendron, e agisce sulla muscolatura volontaria con effetti paralizzanti in quanto blocca la trasmissione degli impulsi dai nervi motori alle fibre muscolari striate e determina una paralisi che colpisce progressivamente i muscoli delle palpebre, gli oculomotori, i muscoli del collo, i faringei e i laringei (impedimento della deglutizione e della fonazione), quindi i muscoli degli arti superiori e inferiori. Vengono infine bloccati i muscoli intercostali e il diaframma, con conseguente asfissia per arresto della respirazione.

I prodotti curarici sono la gallamina, la succinilcolina, il decametonio, il benzochinonio, e vengono adoperati in anestesia per produrre il completo rilasciamento muscolare negli interventi sull’addome e sul torace, nella chirurgia oftalmica, otorinolaringoiatrica, ortopedica, urologica ecc., allo scopo di consentire una più estesa esposizione delle parti anatomiche e di rendere più agevole l’opera del chirurgo. L’impiego di curarici comporta il mantenimento dell’attività respiratoria mediante apparecchiature artificiali (respiratori automatici).

Va anche sottolineato che il curaro non &egrave tossico se ingerito ma solo se inoculato nel sangue.

A tale notizia, Alfio, l’avvocato Parisi e il medico legale di parte, rimasero stupiti.

Curaro! E chi ne conosceva l’esistenza!

Il perito d’ufficio volle riesaminare attentamente il cadavere della povera Anna che non ancora riusciva a trovare pace.

Se era stato inoculato quel veleno doveva pur esserci una traccia, sia che l’iniezione fosse stata epidermica sia endovenosa. Tra l’altro, date le dosi, alle quali si era risaliti attraverso le analisi ematiche, non poteva essere trascorso molto tempo tra l’introduzione del veleno nel circolo sanguigno e il decesso.

Erano in corso, inoltre, più approfondite analisi per cercare di identificare il curarico usato.

Tutto ciò: curaro, dose massiccia, modalità di assunzione, addensava ancor più il mistero che avvolgeva la morte di Anna Belsito.

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Alfio non lo sapeva, ma era sottoposto a continuo controllo dei suoi movimenti, fin dal giorno successivo a quello dall’evento luttuoso, perché il giudice Traina voleva sapere se e quali eventuali relazioni extraconiugali avesse. Inoltre, aveva ordinato di fare accurate indagini sulla vita della povera Anna, per accertare infedeltà coniugali, gelosie, invidie od altro.

Quello che non si riusciva a comprendere era ‘come’ e ‘quando’ nel corpo della morta fosse stato iniettato il veleno.

In casa c’erano solo tre persone, la morta, la cameriera, il marito.

Il decesso era avvenuto tra la mezzanotte e le quattro del mattino. Data l’azione rapida del tossico, esso non poteva essere entrato in circolo dopo le due e trenta della notte. In ogni caso era da escludere l’eventuale intossicazione risalente alla sera precedente, prima del rientro a casa, che a detta del marito e della cameriera era avvenuto alle ventidue e trenta. La coppia era stata a cena in un localetto lì vicino, dal quale erano usciti alle ventidue.

Chi aveva iniettato il veleno in Anna?

Il corpo era stato esaminato millimetro per millimetro, nessuna traccia di iniezione.

Dopo qualche giorno si riuscì a stabilire che causa della morte era stato un micidiale cocktail di gallamina e succinilcolina.

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Gli anni di matrimonio erano trascorsi abbastanza serenamente, forse un po’ piatti, ma in sostanza la vita dei coniugi Pulìa aveva anche dei lati piacevoli, e non era quasi mai assente dalle riunioni mondane.

E’ umano che spesso i soliti maldicenti si domandassero malignamente se Alfio ‘le abbastasse o”.

Comunque, nessuno era riuscito a sapere e ci fosse ‘l’aggiunta’ alla porzione coniugale ed eventualmente chi fosse.

I commenti, al passaggio di Anna, erano sempre gli stessi: ‘beato chi aiuta Alfio’!

Don Venanzio, parroco, era convinto che quella bella creatura applicava attentamente le raccomandazioni seminaristiche: nisi caste, caute! Se non casto, almeno cauto!

In fondo l’essenziale &egrave che non si sappia in giro.

Che dovessero dormir in camere separate fu una decisione presa di comune accordo, e fatta giungere inavvertitamente, quasi naturalmente. In ogni modo con raffinata manovra di aggiramento, si potrebbe dire di circonvenzione. L’operazione fu condotta con tanto garbo che era difficile stabilire da chi fosse partita l’idea.

Fatto sta, che dormire solo faceva nascere mille tarli che rovinavano la mente, dubbi che divenivano sospetti, sospetti che volevano essere chiariti.

Pensò dapprima di affidarsi ad un detective privato, ma ci rinunciò subito perché in ogni caso la notizia sarebbe stata a conoscenza di altri. E il solo sospetto, in quell’ambiente, già bollava d’infedeltà la forse innocente Anna.

Riflettendo, concluse che il solito trucchetto dell’anticipato rientro, o della falsa partenza, potesse essere utile per gli scopi che si proponeva.

Alfio, quella sera, si mostrò abbastanza seccato per dover partire l’indomani, per Milano, dove sarebbe rimasto alcuni giorni.

‘Tu, Anna, che programmi hai? Vuoi accompagnarmi?’

‘Veramente non sto troppo bene, non vorrei peggiorare le cose. Cerca di tornare il più presto che puoi. Vuoi che ti accompagni all’aeroporto domattina?’

‘Se non ti &egrave di disturbo.’

‘Almeno sto un altro po’ con te.

Poi vado dal sarto e se m’avanza tempo, prima di colazione, faccio una bella nuotata in piscina.’

L’indomani Anna salutò il marito che s’avviava alla scaletta d’imbarco, lo vide salire, si voltò e si diresse al parcheggio.

Alfio si fermò sul limitare del portellone, si voltò a guardare la moglie, si assicurò che non lo stava guardando, ed accusando un certo malore, disse che avrebbe rinunciato al volo. Discese lentamente, andò a noleggiare un’auto.

Guidando molto lentamente raggiunse l’edificio che ospitava la piscina del circolo, parcheggiò in un luogo defilato dal quale poteva vedere l’ingresso, si mise a leggere il giornale. Sul sedile, accanto, aveva messo la macchina fotografica, digitale, molto sensibile.

Non dovette attendere moltissimo, evidentemente Anna s’era sbrigata presto dal sarto.

Eccola.

Entrò, ma invece di andare all’entrata della piscina, si avviò alla direzione, entrò.

Alfio scese dall’auto, prese la macchina fotografica, che per le dimensioni era poco visibile, disinvoltamente raggiunse la porta della direzione. Solo allora lesse il cartello che indicava gli orari di apertura. Il venerdì la piscina era chiusa per pulizie.

Quel giorno era venerdì.

Forse Anna non lo sapeva o l’aveva dimenticato. Quella doveva essere la ragione per cui si era diretta in direzione.

Alfio vi si avvicinò.

La tapparella della finestra a pian terreno era parzialmente sollevata.

Andò verso la porta.

Chiusa. Il Venerdì era giorno di festa, per la direzione, perché rimaneva aperta la domenica, quando l’afflusso di gente era maggiore.

Alfio si guardò intorno.

Silenzio.

Si avvicinò alla finestra e si mise a guardare nella stanza.

Era poco illuminato, ma si vedevano distintamente due persone, completamente nude. Una, poggiata con le braccia e la testa sul tavolo, era chiaramente una donna, l’altra le stava dilatando le natiche ed aveva posto il suo fallo eretto vicino all’ano. Cominciò a spingere, ad entrare. Poi a stantuffare sempre con maggiore insistenza e decisione, aggrappato al petto della donna e frugandola tra le gambe, fino a quando fu evidente l’orgasmo di lei, il raggiungimento del piacere di lui. Rimasero così, per un po’. Incuranti di tutto e di tutti.

Alfio aveva fissato nella macchina fotografica i passi più salienti di quel match.

Era paonazzo, in volto, gli riusciva difficile controllare il tremore delle mani, ma con uno sforzo estremo vi riuscì, anche quando la donna si alz, si voltò verso l’uomo e quindi verso la finestra: era Anna!

Anna che aveva pazzamente goduto con quel vigoroso battaglio nel sedere!

Non fu facile tornare all’auto.

Aprì lo sportello, sedette, rimase col capo sul volante, chissà per quanto.

Pensava cosa fare.

Anna lo faceva anche in quel modo. E come!

E se lui le carezzava il buchetto, gli allontanava garbatamente la mano facendo segno di no.

Evidentemente il suo deretano era una ‘riserva di caccia’ extra coniugale.

Era stordito, Alfio, completamente confuso.

Se avesse incontrato Anna in quel momento l’avrebbe certamente strozzata.

Scosse la testa.

Idea stupida.

Uccidere la moglie, far sapere a tutti che era cornuto e in quel modo.

Finire i giorni in prigione.

Doveva avere il tempo di riflettere.

Tornò all’aeroporto, prese il successivo volto per Milano.

Dal Forlanini si fece portare direttamente al Gallia.

Telefonò al suo collaboratore che soprintendeva ai lavori del grande complesso ospedaliero, alla periferia.

Rifacimento di alcuni blocchi operatori, secondo la più moderna ingegneria sanitaria e con impianti all’avanguardia.

Gli disse che lo avrebbe raggiunto l’indomani, sul lavoro.

Il giovane collega era dal primario chirurgo per esaminare alcuni particolari da realizzare nel nuovo blocco.

Il Professor Serpieri fu lietissimo di incontrare Alfio, volle fargli visitare la vecchia, ma sempre moderna, ala.

Tutto in ordine, alla perfezione.

Passando dinanzi alla farmacia di chirurgia, gli mostrò il lavoro che stavano completando: la nuova classificazione di ogni medicinale. Registravano il nome del prodotto, il principio farmaceutico, l’utilizzazione, e tante altre notizie.

Ora era il turno di anestetici di particolare cautela d’impiego, c’erano confezioni di Flavedil, Galaflaz, Ectinev, Uxicolin.

Alfio si mostrò molto interessato.

Lasciò la sua capace borsa su un tavolo e si mise a seguire l’attività dell’operatore, poi proseguì.

Solo successivamente, mentre erano a mensa, ricordò dove aveva dimenticato la sua borsa e, chiedendo scusa, andò a riprenderla.

Quelle confezioni erano ancora là.

Tornò a mensa.

Poi andarono al tavolo con lo stato d’avanzamento dei lavori, descrittivo e grafico.

Seguì distrattamente la relazione del suo giovane collaboratore.

Gli disse che preferiva rientrare in taxi.

Andò in albergo. Salì in camera. Trasse dalla borsa i flaconi che aveva preso, da ognuno trasse il foglietto informativo, sedette in poltrona, inforcò gli occhiali, cominciò a leggere.

C’erano dettagliate istruzioni per l’uso, anche i rapporti tra peso e dosaggio.

Relativi effetti.

Precauzioni.

Erano evidenziate le possibilità di letali conseguenze nel caso di dosi eccedenti i limiti stabiliti e da non superare.

Ne prese nota attentamente.

L’indomani telefonò che sarebbe giunto con l’aereo delle 12,50.

Anna si dichiarò felice, disse che sarebbe andata a rilevarlo all’aeroporto.

Era lì, festosa, giuliva, gli si buttò al collo, lo baciò appassionatamente.

Alfio cercò di contraccambiare, come sempre, ma lo spettacolo della moglie che godeva nell’essere sodomizzata lo sconvolgeva. Ne aveva rivisto la sequenza nel visore della macchina fotografica, era stato tentato di sbatterla per terra. Si trattenne perché una documentazione del genere gli sarebbe stata preziosa, specie di fronte a quello spocchioso parvenu del suocero.

Mentre si avvicinavano alla città Anna gli chiese se gradisse andare a mangiare del pesce fresco in una delle piccole trattorie in riva al mare.

Alfio le sorrise, assentendo.

Fu un discreto compagno di tavola, e si scusò per non essere troppo brillante, ma i forti sobbalzi dell’aereo, che aveva incontrato venti molto sostenuti, lo avevano alquanto disturbato.

Lei lo guardò maliziosamente.

‘Fino al punto di chiuderti a chiave in camera?’

‘Questo non accadrà mai, tesoro.’

Ancora nei suoi occhi le rotonde e sode natiche della moglie, violate dal grosso arnese di quel robusto maschio. Un giovane, certo più giovane anche della donna. E si sorprese a scuotere il capo, come a scacciare qualcosa di importuno, ricordando come lei si agitava voluttuosamente.

L’avrebbe presa, denudata furiosamente, brutalmente, e infilata col culo su una di quelle grosse bitte che stavano di fronte a loro, le colonnette a fungo, di ghisa, avvolte dalle gomene d’ormeggio.

Dio, che schifo!

Doveva assolutamente controllarsi, non precipitare gli eventi, preparare tutto con accuratezza, senza trascurare alcun particolare, prevedendo tutto.

Quando furono a casa, Anna lo accompagnò nella sua camera, l’aiutò a spogliarsi, si spogliò, lo condusse sul letto.

L’erezione non fu immediata, come al solito, alla semplice vista della sfolgorante bellezza della donna, ma qualche esperto tocco di lei, e la ferra volontà di lui quasi non permisero che la moglie notasse il trascurabile ritardo.

Anna vi si impalò impazientemente, golosamente, e con consumata maestria cercava soprattutto di far godere l’uomo. Abili dondolii, ben guidate contrazioni, ma quel mungerlo coinvolgeva anche lei, se ne impadronì, sì che il cavalcare divenne galoppo sfrenato che la travolse e le fece gridare che era bello, meraviglioso. Si rilassò un po’, e quando si sentì invadere, tornò a rivivere un orgasmo ancora più affascinante.

Alfio aveva goduto, certo, e come non poteva con quella donna passionale e ardente, ma stringeva i denti, con forza.

Lei si alzò lentamente, come se il suo sesso non volesse abbandonare quello dell’uomo che, però, andava perdendo vigore e sgusciava dalla vagina della moglie.

‘Abbracciami, Alfio. Voglio stare sulle tue ginocchia.’

Questa volta, però, Alfio non ne profittò per infilarle il fallo tra le natiche.

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Non bisognava lasciare traccia dell’iniezione.

Questo era indiscutibile.

Dove, quindi, farla?

In un posto che potesse sfuggire ad ogni ispezione autoptica.

Alfio pensava solo a quello.

Credé di aver trovato la soluzione.

Doveva approvvigionarsi del necessario.

Avrebbe acquistato le cose separatamente, in tempi e luoghi diversi, durante i suoi viaggi

Aveva anche pensato di pregare la moglie di comprare lei quelle cosette, inventando una scusa.

Poi rifletté che qualcuno avrebbe potuto ricordare la bella signora e quelle strane compere.

A Roma comprò sonde rettali autolubrificanti, di piccolo calibro.

A Torino chiese in farmacia siringhe con aghi molto lunghi e sottili.

L’espediente escogitato sarebbe certamente riuscito ed era infallibile, e irrintracciabile.

Fece una prova, nel silenzio del suo studio.

Prese una sonda, la tagliò ad alcuni centimetri dalla punta. Mezzo centimetro in meno della lunghezza dell’ago della siringa.

Riempì la siringa di acqua.

Tolse il cappuccio dall’ago.

Introdusse l’ago in quella parte di sonda, senza farlo fuoriuscire.

Poggiò la sonda su un grosso pezzo di pasta lievitata, che aveva comprata dal fornaio. Spinse con fermezza la sonda, facendola entrare nella pasta, poi premé la siringa e l’ago fuoriuscì, schiacciò lo stantuffo della siringa, il liquido fu iniettato nella pasta.

La cosa funzionava perfettamente.

Prima di tornare a casa, riempì un flaconcino vuoto col contenuto di diverse fiale dei preparati sottratti in ospedale, lo tappò, lo mise in tasca.

Preparò anche un nuovo segmento di sonda, conservandolo nell’apposito contenitore di plastica.

C’era tutto: flacone pieno, siringa, sonda.

Quando, la sera, tornati dal ristorante e dopo aver assistito distrattamente a uno spettacolo in TV, decisero di andare a dormire, era passata da un pezzo la mezzanotte. Alfio salutò calorosamente Anna e intrufolando la sua lingua nella bocca di lei, le dette un chiaro e conosciuto messaggio che ella mostrò di gradire con entusiasmo.

Si trattenne abbastanza a lungo nella sua camera, preparò tutto, accuratamente, e lo mise nella tasca del pigiama badando bene che il liquido non fuoriuscisse né che l’ago sporgesse dalla sonda.

Anna l’aspettava.

Supina, le gambe divaricate, le ginocchia in alto.

Alfio cominciò a baciarla sul pube, ad esplorarla tra le gambe, con la lingua. Sentì il fremere del clitoride, e pian piano introdusse la sua carnosa lingua in quel bellissimo ed accogliente fornice che presto cominciò a palpitare, a muoversi, anche lasciando uscire la saliva di lui e la linfa di lei.

Piano, col dito, Alfio sparse quel liquido viscido sul perineo, sul buchetto che si contraeva. Vi poggiò la punta della sonda, la fece scivolare dentro e quasi contemporaneamente la spostò di lato, perché incontrasse la mucosa intestinale, spinse la siringa, spinse lo stantuffo, decisamente, fino in fondo. Ritirò tutto. Si alzò. E già Anna manifestava i segni dell’avvelenamento.

Quel tremore durò poco, la dose era più che micidiale.

Alfio tornò nella sua camera, avvolse ogni cosa in un vecchio giornale, lo mise in un sacchettino di plastica, e poi nella tasca del suo soprabito.

Rimase nervosamente in attesa, per un certo tempo, tornò dalla moglie’. Svegliò la cameriera’ telefonò al 118.

Nella grande confusione che ne seguì, specie dopo l’arrivo dell’ambulanza, non fu difficile liberarsi del sacchetto, gettandolo tra i rifiuti del negozio di frutta e verdura che erano in attesa di essere prelevati.

Era certo di essere stato perfetto, in ogni dettaglio.

Se, comunque, lo avessero accusato del delitto, la documentazione fotografica avrebbe certamente sconsigliato il suocero di costituirsi parte civile.

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L’autopsia era ad un punto fermo.

Presenza nel sangue di un fulminante cocktail curarinico.

Ma da dove fosse era entrato era mistero.

Il giudice Traìna era andato in farmacia per acquistare un cachet contro il mal di testa.

Il vecchio farmacista si fermava sempre a scambiare quattro chiacchiere con lui.

Gli fece cenno di attendere.

Finì di servire una signora.

Nel darle il pacchetto, le raccomandò di fare attenzione, di inserire lentamente la sonda, senza piegarla, per non far graffiare le pareti intestinali. Le disse che la cosa era facilissima, dato lo strato autolubrificante del piccolo tubo di plastica la penetrazione non sarebbe stata neppure avvertita.

‘Graffiare l’intestino”

La cosa colpì Traina.

Salutò in fretta, tornò a casa, telefonò subito al medico legale.

Fu garbato, come sempre del resto, anche per non fare il saputello.

Il medico disse che si era ancora in tempo per accertare se in vagina o nel retto ci fossero tracce dell’inoculazione del veleno. Di solito, intorno al foro d’ingresso dell’ago, e un po’ più su, dove &egrave entrato il liquido, si formano piccoli e significativi ematomi, caratteristici, tra l’altro, quando si tratta di sostanze curariniche o similari.

Era ancora in Istituto, il medico, e chiamò il perito settore dicendogli di far portare, ancora una volta il corpo della povera Anna.

Luce forte, introduzione in vagina dello strumento collegato al monitor, ispezione millimetrica. Niente.

‘Passiamo a retto.’

Disse al suo aiuto.

Ora la cannula stava entrando, lentamente, soffermandosi con la massima attenzione, addentrandosi nelle piccole pieghe che, dopo il decesso, s’erano andate formando. Salì un po” Ecco, quello era il segno d’ingresso di un ago, o di qualcosa simile, sottile e penetrante.

Fecero fuoriuscire dalla cannula la graffetta che avrebbe prelevato del tessuto, e lo portarono all’esterno, per esaminarlo. Tornarono all’interno, forzarono dov’era traccia di quell’invisibile forellino, entrarono un po’, prelevarono dell’altro tessuto.

Il laboratorio chimico fu subito interessato.

La riposta fu assoluta, inequivocabile: curaro!

Telefonata a Traìna.

Il giudice telefonò ad Alfio, gli disse che c’erano delle novità, doveva vederlo, col suo avvocato.

Subito.

Un’auto della giudiziaria stava già andando a prenderlo.

Parisi rimase sorpreso per quella insolita procedura, ed anche per il fatto che non avevano chiamato il perito di parte per assistere a quel nuovo esame.

Non appena incontrò Traìna, fece presente la sua lamentela.

Traìna fu cortese ma freddo.

‘Non si preoccupi, avvocato, in Anna Belsito c’&egrave curaro da soddisfare tutti.’

Si rivolse ad Alfio.

‘Signor Pulìa, abbiamo trovato dove &egrave stato iniettato il curaro che ha ucciso sua moglie.’

Alfio lo guardava attentamente, con la fronte aggrottata, volto che esprimeva attesa, senza particolare espressione.

Il magistrato si fermò un momento, fissò Pulìa.

Seguitò scandendo le parole.

‘E’ stato trovato il foro prodotto da un ago di siringa.

Nell’interno del retto’ circo otto centimetri dallo sfintere.’

Il volto di Alfio s’allungò, esprimendo sorpresa e incredulità.

Si schiarì la voce. Guardò il giudice, l’avvocato, tornò a rivolgersi a Traìna.

‘Nell’interno del retto? Ma come &egrave potuta arrivare fin la? Ma si può introdurre un ago nel retto, per otto centimetri, dico otto, senza infilarsi prima nel tessuto?’

‘Vede, Pulìa, la dinamica non &egrave stata ancora completamente chiarita, ma quello che &egrave certo che ad avvelenarsi, in quel barbaro modo, quasi un rituale tribale d’altri luoghi e altri tempi, non &egrave stata la Belsito. Con l’introduzione di una dose del genere non avrebbe avuto la forza di estrarre l’ago, la siringa. Li avremmo trovati ancora in sito. Quel quantitativo inizia immediatamente la paralisi motoria.’

‘Non ci capisco niente, giudice.’

‘Lei conferma che nessuno può essere entrato in casa, quella notte e che oltre la vittima c’eravate solo lei e la cameriera?’

‘Sicuro. A parte che chiudiamo sempre con catenaccio, e l’ho dovuto rimuovere al giungere dell’ambulanza, ma chi può girare così, senza essere visto, in una casa, dove io tra l’altro, facevo quasi la spola tra la mia camera e quella della povera Anna? Inoltre, questo qualcuno doveva avere il tempo di entrare nella camera di mia moglie, effettuare indisturbato le manovre necessarie per avvelenarla, con l’inserimento di un ago nel retto, e tornarsene via. Tranquillamente.’

‘Ho la sua stessa perplessità, signor Pulìa.

Devo cercare di trovare il bandolo della matassa che, come comprende, ha solo due ‘capi’: lei e la cameriera.

Per ora il fascicolo &egrave aperto contro ignoti, ma stia pur sicuro che il nome del colpevole non tarderà a balzar fuori.

Mi scusi, ma lei eredita da sua moglie?’

‘Non credo. A parte il fatto che mia moglie non risulta intestataria di beni mobili o immobili, e che comunque abbiamo scelto la separazione dei beni, la sua compartecipazione al benessere della famiglia di origine si concretizzava nelle generose elargizioni trimestrali che le faceva il padre. Ha dei gioielli, in parte regalatile da me, ma non so neppure dove li custodisse.’

‘Come sono, Pulìa, i suoi rapporti con i suoi suoceri?’

‘Cortesi e formali con mio suocero, quasi inesistenti con mia suocera. Pensi che, come lei sa, hanno voluto scegliere un perito medico legale diverso dal mio, ed un legale che non &egrave il mio amico Parisi.’

‘Per ora può andare, ma comprende bene che lei &egrave uno dei maggiori indiziati, Non dispongo una custodia cautelare perché non credo che, ormai a questo punto, si possa reiterare il delitto o si possano inquinare le prove.

Si tenga a disposizione.’

Si lasciarono con fredda cortesia.

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Tornando a casa, accompagnato da Parisi, Alfio si domandava come mai, in quella tragica circostanza, il suocero gli fosse così distante.

Chissà cosa tramava.

Parisi gli confermò che se si fosse costituito, a tempo debito, parte civile, certo che avrebbe potuto dare delle notevoli seccature.

Alfio decise che doveva andare a parlarci, senza preavviso.

L’indomani, stampò tramite il PC alcune sequenze della sodomizzazione di Anna, e andò a Palazzo Belsito.

Ambiente cupo, luttuoso.

Lo accolse nell’austero studio.

Dopo un freddo scambio di saluti, Alfio disse che era andato a trovarlo per una questione delicatissima che interessava tutti e due, li coinvolgeva, e con loro le famiglie.

‘Don Saro, sapevate che la povera Anna aveva una relazione col direttore della piscina?’

Il vecchio non riuscì ad evitare un sobbalzo.

‘Una relazione? Ma che intendete dire?’

‘Che se la intendevano.’

‘In che senso?’

‘Futtenno! Chiaro?’

Saro s’irrigidì. Ma pensò che se il genero era da lui, ad affrontare quell’argomento, qualcosa doveva sapere.

‘Non credo, caro Alfio. Non perché si tratta di mia figlia, ma perché, a quanto mi risulta, una certa simpatia, che si può anche comprendere, ma non ammettere o giustificare, se &egrave nata &egrave morta subito.’

‘Allora, sapete qualche cosa?’

‘Non direttamente, non direttamente.

Anna, quasi scherzando, aveva parlato con la madre di un bel giovane che le insegnava il nuoto. Ma la mia signora le ha detto subito che certi argomenti si allontanano immediatamente. Lei aveva tanto di marito, Anna, e che marito. Penso che tutto sia finito li. Perché mia moglie nulla mi disse, in seguito.’

‘Non &egrave finito!’

Saro sudava, si asciugava il volto col fazzoletto.

‘E come lo sapete?’

‘Lo so.’

‘Non fatevi accecare dal dolore, &egrave un cattivo suggeritore.’

‘Don Saro, ho le prove!’

‘Ma che prove?’

‘Li ho visti io. Li ho fotografati!’

Saro respirava sempre più faticosamente.

‘Li avete fotografati?’

‘Ho qui le copie, e gli originali dal notaio! Volete vederne qualcuna, delle foto?’

‘Vediamo.’

Alfio prese quella in cui era inequivocabile la sodomizzazione e l’altra dove, ancora uniti, si vedevano chiaramente i volti dei protagonisti.’

Saro le guardò, spalancò gli occhi.

‘Minchia’!’

‘Si vede perfettamente dove sta!’

‘Ma’ il fatto che’ come mi &egrave stato detto’ il veleno le &egrave stato fatto entrare dal’ di dietro’ &egrave cosa collegata?’

‘Voi che pensate?’

Saro alzò le spalle.

‘Per l’amor di dio, Alfio, nessuno deve saperlo, nessuno. Neanche mia moglie! Si u’ fatto vene a sapersi questa volta u’ cannolu ce lo pigghiamo nuantri int’u sticchio’

Parlava a scatti, un misto italo-siculo di sua confezione. Ma il senso era chiaro.

‘Non lo sa nessuno. E nessuno lo saprà, state sicuro, Don Saro.’

‘Cosa intendete fare?’

‘Difendermi dalle calunnie, dalle accuse infondate, dimostrare la mia innocenza!’

Sarò lo guardò fissamente.

‘E chi si permette di metterla in dubbio?’

‘Mah!’

‘Non vi preoccupate, la famiglia vi sta vicino, in questa doppia disgrazia, non vi lascia. Dite a Parisi che si metta in contatto con i miei legali, sono tra i migliori. E anche col medico, parlerò. Sono tutti amici.

Chi avete detto che si interessa del caso, quale giudice?’

‘Non l’ho detto. E’ il giudice Traìna.’

‘Ottimo giovane, bravo, serio, Uno che se non ha prove non infierisce, e in questo caso non ne ha, né ne avrà.’

Quando si lasciarono si abbracciarono.

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Traìna non abbandonò il caso, lo seguì con scrupolo, fece eseguire accertamenti su accertamenti.

Finalmente dette l’autorizzazione per la sepoltura.

Aveva affidato il prosieguo delle indagini ad uno dei più intelligenti e solerti ufficiali di polizia giudiziaria, che frugava dappertutto, in ogni angolo.

Malgrado tutto, l’autore di quell’orribile avvelenamento, di quel ‘rito’, come era stato detto, non si riuscì a scoprire.

Il voluminoso fascicolo fu messo tra i casi ‘non risolti’.

Traina volle darne di persona la comunicazione ad Alfio.

Lo pregò di passare nel suo ufficio.

Nel salutarlo, gli strinse la mano.

‘Congratulazioni, ingegnere, lei &egrave veramente esperto in costruzioni a prova di terremoto, incrollabili!

Per ora.’

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Alfio uscì sorridendo dall’ufficio del magistrato

Appena fuori dal Palazzo di Giustizia, si avvicinò all’edicola e acquistò alcuni giornali.

Lentamente, con aria soddisfatta, si avviò al suo solito caff&egrave, andò nella saletta riservata, sedette al tavolo, ordinò una granita con panna, cominciò ad aprire i giornali.

Tra note di cronaca, in una delle pagine interne, un articolo su due colonne.

Titolo: ‘Raccapricciante fine di un nostro atleta del nuoto’.

Nel testo si riportava che il noto campione cittadino, (seguiva nome e cognome) direttore del Nuoto Club, era rimasto vittima di uno strano e inspiegabile incidente durante la sua permanenza a Stoccolma, dove si trovava per una gara di tuffi. Evidentemente s’era troppo sporto dal balcone della camera dell’albergo dove alloggiava, aveva perduto l’equilibrio, ed era precipitato dal settimo piano, andando ad infilarsi sugli acuminati spuntoni dell’artistica cancellata sottostante, rimanendone orribilmente straziato.

Alfio scosse la testa, e sottovoce mormorò:

‘Abbiamo amici dovunque!’

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Autore Pubblicato il: 14 Febbraio 2004Categorie: Erotici Racconti0 Commenti

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