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‘E’ inutile, non va proprio, non riesco realmente ad addormentarmi – ripeteva rimuginando esasperata e per di più spazientita Maria verso sé stessa, essendo da sola adagiata sul letto e vedendo la sua immagine ingrandita, sennonché adeguatamente riflessa da quel gigantesco specchio dell’armadio vicino, il buio della notte in aggiunta a ciò, rendeva la sua immagine addirittura illusoria, irreale e piuttosto spettacolare. Quella là, infatti, era la tradizionale figura d’una donna sdraiata sopra il letto con i capelli sparsi sul cuscino e le lenzuola che coprivano il candore d’una pelle di seta, una donna che l’osservava da dietro un vetro scuro, mentre lentamente portava facendo scivolare le lenzuola lungo il letto scoprendo il suo corpo accaldato e nudo, dove la sua mano percorreva lentamente le gambe lisce salendo fino al seno che si sollevava regolarmente al ritmo del respiro.

Lei si fermò a guardarla sollevandosi su d’un gomito, in quanto la stava invitando e sollecitando con lo sguardo di continuare quelle carezze. Maria era immobile in attesa d’una sua specifica mossa, intanto che la luce del lampione giocava con le ombre rendendo la sua immagine indefinita e sfuggente. Dove si trovava? Dietro il vetro c’era una stanza con una donna nuda sdraiata sul letto, una femmina che giocava con il suo corpo senza smettere di guardarla. Era sua la voce che sentiva sussurrare? Con una mano accarezzava lentamente un seno stringendo tra le dita il capezzolo, frattanto con l’altra sfiorava la peluria fitta del pube. Quei peli si erano peraltro arricciati per l’eccitazione e luccicavano come il miele che colava tra le sue gambe, mentre la mano era scesa per accarezzare l’interno delle cosce con dei movimenti rotatori sempre più ampi.

Attualmente la donna stava semi sdraiata e appoggiata su d’un gomito con le gambe aperte e piegate, poiché il suo sesso congestionato di desiderio sembrava una ferita che spiccava tra la carne bianca delle gambe. Un dito s’infilò nella fessura rossa e cominciò a muoversi lentamente, visto che quella femmina aveva sennonché dischiuso la sua cavità orale, Maria l’assecondava adeguandosi allo specchio come magnetizzata e stregata da quella notevole e strabiliante concupiscenza, in seguito la osservò accuratamente sfilarsi il dito e passarselo di gusto sulle labbra come se fosse un rossetto, lei ne colse quell’odore avvertendone in ultimo quel formidabile e inequivocabile sapore, sentendosi dapprima condurre e successivamente trasportare da quella lussuriosa e vorticosa situazione che si era creata, trascinandosi in conclusione verso un mondo di netto e di totale piacere.

Lei era golosa di sé stessa e assaggiava ripetutamente il fluido che riempiva la fessura, nel tempo in cui si sdraiava con la schiena contro il cuscino. Aveva girato la testa verso di lei per poterla guardare meglio, Maria al presente coglieva in maniera tangibile lo sguardo appassionato di quella lasciva femmina attraversare lo specchio per bruciarle la pelle, come il desiderio che andava su imperioso e prepotente attraverso ogni senso collocando entrambe le mani tra le cosce per poter appagare il suo crescente e convulso desiderio. Un dito schiacciava e scuoteva ritmicamente il clitoride, intanto che l’altro s’infilava ripetutamente nella fessura, facendosi ingoiare dalla carne bollente della fica.

Lei sentì crescere il bisogno e il piacere di spegnere quell’incendio che ardeva nel suo corpo sconquassandola, al punto che spinse il bacino verso l’alto per sentire più a fondo i colpi decisi delle dita che le riempivano quella cavità vaginale. L’orgasmo la colpì come una scure, senza pietà, travolgendola, facendole piegare la testa all’indietro, mentre lei strepitava divulgando naturalmente la propria piena e reale soddisfazione. Maria annegò l’insonnia e la stanchezza sprofondando in quegli occhi che la guardavano attraverso il vetro scuro dello specchio. La luce dell’alba penetrò nella stanza con lo specchio nuovamente di fronte a sé che faceva da puro e indiscusso testimone, sì, precisamente lo specchio d’un armadio. Dove era finita la stanza dietro il vetro scuro? Doveva aver sognato, credeva d’aver visto una donna dietro a quel vetro, una donna che peraltro neppure conosceva. Dove ho messo il mio blocco note? Come d’abitudine sono una disordinata cronica e non trovo mai nulla, accidenti anche a me ripeté lei verso sé stessa disapprovando, accendendo in ultimo il computer e cominciando a scrivere:

‘Io voglio di più, voglio la tua pelle sotto le mie mani. Ti guardo e vedo l’amica e la donna che conosco da sempre, che tanto m’assomiglia. Stasera eri bella davvero, un vero incanto, talmente mite e polemica come una gatta. E’ stato divertente, metterti la mano sotto la camicetta e sentire la tua pelle calda e liscia sotto le mani di quel corpo femminile, perché pensavo guardandoti ridere maliziosa che sei indubbiamente un dono prezioso e raro. Sei affascinante, aggressiva, corretta, intelligente e sincera, però soprattutto vera, capace di vivere senza farti bloccare dalle mille fesserie che ogni giorno ci propongono, con la convinzione che a lungo andare diventino dei principi indiscutibili, delle verità rivelate. Il piacere di vedere una persona che sa realmente accettare le emozioni come parte viva dell’esistenza: quante bugie ogni giorno, quanti freni, quante finzioni e quante menzogne. Uomini che temono paventando le emozioni, che vorrebbero viverle, anzi, si frenano convinti che sia meglio così, visto che si sono lasciati prendere la mano.

Dopo tu, rassicurante amica di sempre i cui seni dolci e morbidi compaiono tra le mie mani, perché io mordo amorosamente la parte più tenera del seno e cupidamente esploro il tuo corpo. Strano, perché sono più passionale che mai, certa che tu non vuoi la rituale dolcezza né i finti tremori, ma la passione intemperante, sfrenata e vera che vorresti tu stessa poter dare. Gli uomini cercano questa figura di donna fragile, indifesa e da proteggere, la dolcezza, l’eleganza e la fragilità mista a una forza interiore. Noi due, cara amica mia, siamo aggressive, forti come rocce, passionali, sicure e tenaci, tenuto conto che siamo destinate alla più profonda delle solitudini. Noi siamo cresciute tra palazzi popolari per combattere con la mancanza costante e ricorrente di denaro, una malattia, un parente in difficoltà e i soldi che se ne andavano via come sciami d’api impazzite. La lotta per studiare, il lavoro da sempre, le vacanze una fantasia, la solita, ripetitiva e infinita solitudine. Troppo diverse e troppo differenti dai nostri coetanei dunque, così presto diventate adulte nostro malgrado, così terribilmente colte e intelligenti, così libere e licenziose. Uomini sempre troppo adulti e troppo forti, uomini sempre troppo deboli, troppo indubbi e scontati, uomini sulla pelle, come degli abiti smessi. Il nostro abbattimento e la nostra disperazione che si realizza in queste mille carezze e in questi gesti d’alienato e d’avventata passione, per far tacere almeno una volta il silenzio dei nostri cuori. Il silenzio dei sentimenti, che ormai temiamo davvero di non potere provare.

Ti sembra di poter cantare di gioia, tu pensi d’amarmi? Non illuderti, non dare false speranze, perché presto scoprirai che anche questa volta il tuo cuore si è sbagliato e se così non fosse sta’ pur certa che esiste sempre la morale, il principio. Io t’allontano con dolcezza, incapace d’andare oltre, perché sei sempre tu, la mia amica, la mia anima. Il tuo corpo ha riempito con il suo calore, anche se per poco la solitudine di questa serata, la tua bocca con un sorriso dolce e triste mi ricorda che presto saremo di nuovo separate, rimarremo sole e sperdute, giacché ti racconto quello che vorrei poterle dire. Io vorrei scrivere mille storie per tenerti vicino, per riempire le ore vuote della tua vita, vorrei stilare favole per bambini dove gli uccelli parlano con Dio, le belve dormono con i cervi e i colori sono accesi, esuberanti e vivaci come le risate dei fanciulli. Bramerei scrivere di mille battaglie combattute per desiderio di vendetta, d’amore e di conquista, di corpi che cadono straziati dalle ferite, d’alberi che si piegano per formare impenetrabili e inesplorabili barriere.

Ti parlerei di donne che vendono i loro corpi lungo le strade per fame d’amore ancora prima che di cibo, ti direi tutte quelle parole che accendono un uomo di desiderio, t’interpellerei invitandoti ogni qualvolta che scrutando il firmamento sentissi venir meno la forza di combattere osteggiando questa mia incolmabile e profonda solitudine. Ebbene sì, perché ci sarebbero i racconti dei nostri viaggi all’estero e poi nello spazio, dove faremmo compagnia alle stelle e forse anche a Dio. Dopo ti cullerei amabilmente con i suoni delle mie parole d’amore, per ricordarti che la vita è innanzitutto gioia, parola usate come dei mattoni per costruire un ponte tra la mia e la tua anima, un collegamento che ci consenta di stare vicini, di scoprirci e di scappare se necessario, sì, piccoli mattoni fatti di niente, tenuti insieme dal solo desiderio di voler comunicare e d’esprimere ogni nostra sensazione.

Ti scriverei tutto questo se soltanto tu volessi leggere, però tu guardi in fondo alla stanza senza vedermi, perché non vedi le mie parole, eppure sono lì come i pilastri invisibili pronti a rincuorarti e a sorreggerti. Tu guardi oltre la stanza senza soffermarti su quello che sono, pensando che le mie risate, la mia forzata allegria sia in me, dato che mi sfiori appena con lo sguardo quando t’accorgi che t’osservo. Io guardo attentamente il tuo essere, i movimenti del tuo corpo quando attraversi la stanza con la luce accesa dei tuoi occhi, ascolto le tue parole, la tua amorevole e bonaria ironia, la dolcezza della tua voce, adesso però guardami, con gli occhi di chi vede per la prima volta il rosso d’un tramonto o i colori dell’alba, non piangere e non soffrire dolce e tenera amica, perché le lacrime non servono e non procurano nulla, se non a ricordarmi che poco fa eri tra le mie braccia, mentre mi scaldavi il corpo e l’anima accendendomi e facendomi sragionare con le tue innumerevoli e garbate carezze. Le parole che vorrei pronunciare adesso restano così in sospeso, esattamente tra la mia e la tua solitudine, fedelmente e giustamente tra la mia e la tua anima. Sì, perché domani ci sarà un nuovo giorno, un nuovo lavoro e ci saremo di nuovo noi, insieme, in accordo come sempre’. Questo è tutto, ho terminato.

Tu, la mia anima, io, il tuo corpo, congiuntamente noi due, eppure nell’insieme una sola persona.

{Idraulico anno 1999} 

Autore Pubblicato il: 20 Luglio 2016Categorie: Erotici Racconti0 Commenti

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