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‘Ti lascio per un momento’ – ripetei nei confronti di Paola uscendo dalla cucina per infilarmi rapidamente in bagno, guardandomi di sfuggita allo specchio. Il mio corpo in quella circostanza era pieno di segni rossi e la lucentezza offerta dall’abbondante olio che m’avevano versato sulla pelle mi donava l’aspetto d’un lottatore dopo un duello. Sotto la doccia m’insaponai abbondantemente, lasciai scorrere l’acqua tiepida su tutto il corpo, dopo m’asciugai rapidamente e tornai nudo al pianterreno. In cucina, Paola era seduta al tavolo con la testa appoggiata sulle braccia adagiate sul ripiano, in quel frangente si era addormentata e aveva un’aria di magnifica e sublime innocenza, perché i suoi dolcissimi seni si muovevano al ritmo del suo pacifico respiro, poiché tutto il corpo lucido e profumato mi provocava una sensazione d’immensa tenerezza. Sotto lo schienale della seggiola, il piccolo sedere candido e morbido era rilassato, lasciando il solco leggermente aperto al mio sguardo, io frattanto m’adagiai per terra avvicinandomi il più possibile a quel magico scrigno.

Avrei voluto lasciarla dormire, malgrado ciò non resistevo alla tentazione di baciare la sua pelle di seta e d’insinuare la mia lingua alla ricerca della sua piccola e deliziosa entrata nascosta. Iniziai piano, con lievi baci che procurarono a Paola qualche brivido, vidi che non si mosse e osai di più. La punta della lingua iniziò a fare degli scarabocchi, scivolando nel solco tentando di raggiungere la dolce rugosità strettamente serrata, mentre Paola continuava a dormire con il suo respiro regolare. Io ero nuovamente eccitato, come se le ore appena trascorse non avessero visto i giochi più belli ed estenuanti che un uomo potesse sognare. Il bordo della seduta m’impediva di raggiungere il mio scopo, limitando il mio attacco alla superficie e fu in quel momento che Paola si mosse annunciandomi: 

‘Sì, continua, dai così’ – mi enunciò spostandosi un poco indietro e lasciando che il suo sedere s’aprisse ancora di più. 

Io non parlai, lasciai che il torpore riprendesse il sopravvento e ripresi la mia accurata esplorazione. La lingua adesso aveva totale libertà d’azione e passava lentamente nel solco, poi sul buchino, in seguito ancora indietro. A ogni passaggio captavo che i muscoli si distendevano e la punta poteva entrare appena un poco, m’accorsi che la mia donna era tutt’altro che addormentata, perché a ogni passaggio un guizzo seguiva un brivido e il respiro diventava più veloce. Usai la lingua come un piccolo fallo, entrando in lei e continuando con un ritmato a penetrarla, Paola spostò le braccia sotto il tavolo appoggiando la testa sul ripiano e le sue mani cominciarono ad accarezzare ambedue i seni, strizzando leggermente i capezzoli bruni e appuntiti:

‘Voglio la tua bocca, voglio sentire il mio sapore nascosto’ – sussurrò la ragazza ansimante in maniera licenziosa e impudica.

Io mi risollevai velocemente, mentre Paola s’innalzava sulla sedia le appoggiai le labbra aperte alla sua bocca che m’aspettava. Lei cercò la mia lingua e iniziò a succhiarla lentamente provocandomi ondate d’inverecondo desiderio, le sue mani mi sfiorarono i fianchi riunendosi in ultimo verso l’inguine prendendo in tal modo possesso dello scroto. In quell’occasione sentii un dito che scivolava verso il mio buchino, anzi, si fermò quasi alla meta, in quanto una leggera pressione mi fece sussultare perché aveva trovato il mio punto di maggior piacere. L’altra mano continuò la sua carezza, che raggiunto il mio grosso bastone lo faceva gonfiare nuovamente:

‘Non vorrai consumare tutto oggi?’ – mi ribadì lei, ritraendosi di sorpresa e scattando in piedi. Io la guardai con tutta la sorpresa che m’aveva suscitato, dopo Paola scoppiò in una risata cristallina affermando:

‘Adesso non provare a dirmi che ti lascio in bianco’ – riprese ridendo.

‘Io però sono eccitato, non puoi lasciarmi così’ – balbettai in modo poco convincente.

‘Va bene, non ti lascio così, però acconsento di sfogarti strofinandoti sul mio corpo a una condizione’.

‘Spara, ormai sono nelle tue mani’ – replicai.

‘Andiamo dove vuoi: in camera, in bagno, sul divano. Tu però devi promettermi che non mi penetrerai’.

‘Perché? Vorresti punirmi?’.

‘No, per cosa dovrei punirti? Voglio solo ricaricarmi e ritrovare il piacere di questa notte. Adesso sarebbe meno intenso, non credi?’.

Non ci credevo, la mia erezione richiedeva comunque un intervento risolutivo, salimmo in camera e ci distendemmo sul grande letto. Paola mi abbracciava stretto e baciava ogni punto del mio viso, della bocca e delle orecchie, dato che il resto del suo corpo era immobile, come se si rifiutasse palesemente di partecipare al gioco sottraendosi. Scivolai in fondo al letto godendomi lo spettacolo del suo corpo nudo e divaricai le sue gambe appena quanto necessario, per impugnare i suoi due piedi e portarli a unirsi sul mio sesso. Allungai una mano sul comodino, dove la bottiglia dell’olio era ancora aperta e ne presi un po’ nel palmo delle mani, cominciai a massaggiarle lentamente i piedi con movimenti regolari e con essi intrappolai là il mio pene. Il massaggio era piacevole per me e di certo rilassante per lei, io vedevo il glande sgusciare lucido e paonazzo dalle cavità unite dei suoi piedi per poi sparire nuovamente, mentre una fitta di piacere saettava in tutto il corpo e raggiungeva il cervello. Le gambe di Paola erano adesso divaricate e lei offriva alla mia vista il suo magnifico bocciolo rosso, nuovamente magnanimo e umido di desiderio.

Il suo corpo restava fermo, però io lo sentivo fremere, continuavo a massaggiarle i piedi, le caviglie e i polpacci con un movimento ritmico lento e appagante. Piano la sua mano si mosse e iniziò un gioco con le dita sulla sua fica bagnata, perché un dito maldestro stuzzicava il clitoride e poi scivolava tra le pieghe delle grandi labbra regalandole brividi e sospiri, poi tornava sulla piccola escrescenza e l’accarezzava lievemente. Paola si stava masturbando con una dolcezza meravigliosa, io m’entusiasmavo della vista del suo corpo che traeva godimento da quel lieve massaggio. Le gambe mi trasmettevano un fremito, mentre i suoi piedi continuavano ad accarezzare il mio sesso, che era ormai pronto per esplodere la sua densa linfa. Paola s’accorse che i miei sospiri erano diventati concitati, dato che accentuò la curvatura della schiena avvicinando ancora di più il suo delizioso fiore al mio sguardo. Quando il dito di Paola scivolò dal clitoride nel caldo nido del desiderio, una violenta scossa partì dal mio ventre e sborrai tutto il mio seme sul suo corpo, che preso da un’ondata di fremiti la fece gridare dal godimento:

‘Non puoi andare a casa così’ – le dissi, mentre m’infilavo l’accappatoio.

‘Beh, forse non è il caso, però i miei vestiti sono rimasti da Serena, si tratta soltanto d’attraversare il pianerottolo e sono subito da lei’ – mi convinse Paola.

Io l’accompagnai alla porta che aprì velocemente, richiudendola alle sue spalle. Dalla finestra accanto la vidi impugnare la maniglia della porta di Serena che però non s’aprì. Lei riprovò stupita, ma senza risultato. Era nuda sul pianerottolo e le due porte erano chiuse, dalla finestra di fronte Tullio guardava la scena, dato che non ci voleva molto a immaginare che cosa stessero facendo le sue mani. Paola s’accorse di Tullio, eppure non fece nulla per nascondersi, il ragazzo era chiaramente imbarazzato, però aprì la finestra e si rivolse alla mia donna sussurrandole qualcosa, lei sorrise ed entrò nuovamente in casa mia:

‘Che cosa t’ha detto quel porcellone?’ – le chiesi io incuriosito e velatamente intrigato.

‘M’ha detto se volevo salire da lui, per prendere qualcosa da indossare’ – rispose Paola sorridendo.

‘E perché non lo fai? Potrebbe essere un’esperienza interessante, non credi?’.

Subito dopo queste parole, dalla porta aperta avvistammo un’ombra avvicinarsi silenziosamente e Tullio apparve dubbioso e perplesso, con il viso violaceo e una maglietta pendente dal braccio:

‘Se le serve, ho portato una delle mie maglie’ – balbettò ancora più confuso, dopo aver visto che Paola era con me.

‘Grazie Tullio’ – disse sorridendo la mia ragazza e senza nascondersi agli occhi voraci del ragazzo afferrò la maglia e l’indossò in un solo colpo.

Era una maglietta bianca raffigurata con un disegno etnico larga e lunga come oggigiorno usano i ragazzi, però indossata da Paola aveva un effetto buffo, farsesco e ridicolo: dalla scollatura una grande porzione di spalla rimaneva scoperta e il movimento per aggiustare la maglia provocava l’apertura dell’altra spalla, o una lunga apertura sui seni, in quanto alla lunghezza poteva essere definita inutile, poiché il sedere era appena coperto e se Paola avesse tirato la maglietta sul davanti per coprire il triangolo dorato si sarebbe scoperta totalmente, lasciando tutta la parte nella sua più bella evidenza. Tullio si era appiattito contro il muro del pianerottolo e simulava un sorriso imbarazzato, per il fatto che aveva una canottiera color rosso mattone e indossava un paio di pantaloni corti essendosi questi ultimi deformati all’altezza dell’inguine, senza riuscire a nascondere la grande eccitazione che stava provando:

‘Sei stato gentile, la tua maglia le va benissimo, altrimenti avrebbe dovuto indossare una delle mie orribili camicie’ – rivolgendogli la parola sorridendo.

‘Mi sembrava imbarazzante per la signora attraversare il giardino senza vestiti’ – concluse Tullio muovendo alcuni passi verso la scala.

‘Come fece Serena stamattina’ – terminai io con indifferenza il discorso.

‘Perfido e pure sleale’ – sibilò acutamente Paola, mentre il ragazzo si era fatto improvvisamente paonazzo in volto e adesso scendeva velocemente i gradini.

‘Tullio, dimmi una cosa, quanti anni hai?’ – fermandolo là per un momento.

‘Ne compio diciannove domani’ – rispose lui riprendendo il cammino e avviandosi verso il portone della sua casa.

Il lampo di concordia e l’ispirazione d’intesa che scoccò tra i miei occhi e quelli di Paola fu immediato. Avremmo mai potuto rinunciare a una festa di compleanno? Diciannove improbabili anni pensai, mentre vedevo Paola correre lungo il viottolo che conduceva alla sua abitazione. Un ragazzino come tanti altri dall’aspetto molto più giovane, con un ciuffo biondo che si sparpagliava sulla fronte punteggiata da foruncoli, un viso largo e regolare sul quale si spalancavano due occhi castani grandi e rotondi. Il naso ben proporzionato, le labbra sottili e rosse, continuamente inumidite dalla punta della lingua che scorreva veloce per rientrare all’interno della dentatura insolitamente bianca e regolare. I modi in verità un po’ goffi, le braccia allungate sui fianchi e una camminata ondeggiante facevano di Tullio il tipico ragazzo adolescente, in attesa della prima esperienza.

Io ricordai che i suoi genitori avevano lasciato la casa portando alcune valige e questo faceva supporre a una lunga assenza, cosicché il giovane figlio avrebbe posseduto la casa a disposizione per un compleanno di fuoco con gli amici. Tornai in casa mentre l’idea di svezzare quel giovanotto mi divertiva sempre più, a tal punto iniziai mentalmente a programmare ciò che avremmo potuto fare il giorno seguente. In camera il disordine era ormai a livelli incredibili, la boccetta dell’olio si era rovesciata in terra sporcando il pavimento, le lenzuola erano tutte da strizzare e le chiazze chiare e inequivocabili testimoniavano le ore di fuoco che ci avevano visto al culmine del piacere. Io spogliai il letto e accumulai la biancheria in fondo alla camera, in quanto Serena si era offerta di lavare tutto e perciò volevo approfittare della sua cortesia. D’altra parte, in quella casa non c’era la lavatrice, perché non avevo nessuna voglia di portare il fardello fino a una lavanderia in paese, dal momento che mi piaceva l’idea di rimanere sempre nudo pronto all’uso in pasto alle fantasie di tutte le abitanti di quel magnifico condominio, così decisi senza fronzoli per una tuta indossata sul corpo nudo e profumato, scesi con le lenzuola e suonai alla porta di Serena:

‘Suoni? Ma sei fuori? Non sai che le porte sono sempre aperte?’ – mi comunicò Serena accogliendomi con un grido dall’interno.

‘Era chiusa non più tardi di mezz’ora fa’ – le risposi io vivamente stizzito.

‘Aveva una buona ragione per essere chiusa’ – replicò lei con un tono beffardo deridendomi di proposito.

‘Allora sei proprio dispettosa e indisponente’ – la rimproverai io schernendola volutamente.

‘Figurati che dispiacere e che dispetto. Le è successa la stessa cosa che è accaduta a me stamattina e non ti sei scandalizzato neanche un poco’. 

‘Lasciamo perdere. A proposito del ragazzo, hai visto che cos’ha fatto?’.

‘Sì, ho visto e ho anche sentito. Sai che domani è il suo diciannovesimo compleanno?’.

‘Certo, so anche che hai una voglia dissennata e stravagante di farlo divertire. Questo è assolutamente evidente. Hai fatto presto ad ambientarti, signorino’. 

‘Tu stessa vedrai addirittura che cosa sarò capace d’inventare’.

‘Dove vuoi celebrare la ricorrenza? Da te? Da me? Da Paola o da Edo?’.

‘Eh no, Edo è troppo per la prima volta. Non ho intenzione di violentarlo questo povero ragazzo’.

Sentii alle mie spalle il sopraggiungere di qualcuno che era entrato senza farsi annunciare, poiché era un’abitudine del condominio.

‘E tu, che sorpresa? Che cosa fai qui? Non eri super impegnata stamattina?’ – brontolò Serena in maniera inattesa.

‘Ho pensato un po’ alla festa per Tullio’ – esordì Paola, che indossava una lunga tunica variopinta e aveva fermato i capelli in un enorme turbante d’asciugamano di spugna.

In quel frangente scoppiammo a ridere tutti e tre, perché era bastato un lieve e insignificante ‘la festa’, per mettere in moto i nostri cervelli assetati di nuove situazioni e di smaniose quanto lascive e inedite congiunture.

‘Indossando questa roba d’anteguerra mi è venuto in mente di fare una festa un po’ nello stile degli antichi romani, un po’ con l’harem e un po’ con un bordello di lusso’.

‘Niente marziani?’ – sussurrai a Serena, mentre Paola continuava a raccontarci i suoi pensieri.

‘Non ti piace l’idea Heloìsa?’ – si bloccò la mia ragazza. 

‘No, dai stavo scherzando, mi sembra che ci sia mezza storia dell’umanità nella tua festa’.

‘Idea straordinaria’ – urlò balzando in piedi Serena.

‘Prima di tutto ci occorre una casa grande con diverse camere, poi organizzeremo la parte alimentare, però non ci vorrà molto. Io metto sotto le ragazze al bar e mi faccio preparare qualche panino e delle tartine’ – le fece eco Paola. 

‘In quanto ai vestiti dobbiamo arrangiarci. Tu hai sempre parecchi indumenti che non metti mai, per cui potresti fare la costumista’ – mentre Serena la squadrava con un’espressione perplessa.

‘Non dobbiamo sciuparli, sì oddio, magari un po’ d’acqua, di cibo, d’olio e perfino di latte’.

‘Sì, tanto vale andare dal droghiere e farci versare addosso al contenuto di mezzo negozio’ – finì ridendo Serena quel concetto.

Io le guardavo divertirsi, perché si notava che erano abituali a questo genere di feste, in quanto quest’iniziativa le stava ulteriormente rinvigorendo, poiché sembrava di sentirle parlare con voci più squillanti intanto che guardavano tutt’intorno con occhi scintillanti tutto ciò che le circondava:

‘E la casa? Magari con la vasca per l’idromassaggio?’.

‘A meno che il dottor Adler qui presente non riesca a farsi prestare la villa dal fratello burbero e irreprensibile. Non credo di conoscere qualcuno che abbia un’abitazione così grande’.

‘Se anche riuscissi a cacciare mio fratello dalla sua casa, ma chi sarebbero i partecipanti a questa festa? Non sarà soltanto una roba a tre? O quattro se devo entrarci anch’io?’ – osai postillare timidamente.

‘Una cosa tipo erotica, in cui appaiono e spariscono splendide ragazze vestite d’un improbabile abito svolazzante’.

‘Risparmiati il sarcasmo tesorino. Vedrai che di gente ce ne sarà fin troppa. Non hai idea di come arrivino a frotte i nostri amici quando si tratta di feste a soggetto’.

‘Allora dividiamoci i compiti. Tu occupati d’informare il festeggiato, che domani ci sarà una piccola festa per il suo compleanno e chiedigli di tenersi libero dopo le nove di sera. Naturalmente accertati che potrai ottenere la casa da tuo fratello, in tal modo io spargo la voce’ – concluse.

‘Un momento, aspetta. Prima fammi parlare con lui, perché non possiamo fargli trovare orde di barbari in casa senza un minimo di preavviso’ – replicai io preoccupato.

‘Ti do esattamente mezz’ora. Capisci che non abbiamo tempo per organizzare, altrimenti avremmo fatto diversamente’.

‘E vada per la mezz’ora’ – sbottai io accettando in maniera quasi rinunciataria.

‘Io intanto m’occupo di rubare un numero sufficiente di vestiti dal tuo armadio e tu farai altrettanto dal mio’ – disse in maniera risoluta Paola.

‘Non potrebbe invece ognuna guardare nel proprio armadio?’.

‘Quando mai ti vengono delle fantasie indossando i tuoi vestiti? Dovrebbe essere una cosa elaborata da qualche tempo, in questo modo invece la fantasia si scatena subito al vedere le stoffe e i colori’.

Ci lasciammo pieni d’energia e invasi da inedite di idee, per lo meno indubbiamente loro lo erano, mentre io mi sentivo come uno spettatore. Rientrai in casa e preso dai morsi della fame divorai un pezzo di pane vecchissimo che si trovava da qualche tempo nella credenza, in seguito provai a telefonare a mio fratello, ma prontamente rispose la segreteria telefonica:

‘Sono io, a dire il vero non m’interessa molto parlarti, vorrei chiederti se per domani sera avessi voglia d’andare a dormire in un altro continente. Sai perché? Presto detto, mi serve la villa per una graziosa festa a soggetto, una di quelle feste che a te non piacciono per niente’ – annunciai io solennemente e nel frattempo s’interruppe la segreteria.

‘Sono ancora io, ecco ti dicevo, se approvi non avrai altro che lasciare le cose come sono, se viceversa hai qualcosa in contrario dammi un colpo di telefono, anzi, facciamo così: se non chiami entro un’ora vorrà dire che t’andrà bene’. Riattaccai.

Che cosa stolta avevo compiuto, perché se non avesse ascoltato il messaggio, magari perché era fuori tutto il giorno si sarebbe trovato in casa un sacco di gente multicolore.

‘Sono di nuovo io. Ho detto una cazzata, facciamo che mi chiami comunque? Ma dove sei? Possibile che una volta nella vita ho bisogno di te e tu non ci sei? Dovrò proprio chiamarti in ospedale?’.

‘Buonasera, Ospedali Riuniti’ – rispose la voce del centralinista stanco e tediato.

‘Il dottor Adler per cortesia’.

‘Quale reparto?’.

‘Mah, faccia lei. Non lo so’.

‘Devo cercare? Attenda qualche istante’.

‘Grazie, è gentilissimo’. Sentii il lieve tic del centralino che commutava la chiamata.

‘Chirurgia due uomini, sì pronto’ – intervenne un’infermiera.

‘Vorrei parlare con il dottor Adler per cortesia’.

‘Non c’è in questo momento. E’ andato a un congresso’.

‘Quando tornerà?’ – chiesi.

‘Non siamo tenuti a dirlo signore. Ma chi parla?’.

‘Sono il fratello’.

‘Ah, bene. Se non lo sa lei, dovrei dirglielo io?’.

‘Mi sembrerebbe tanto carino da parte sua’.

‘Senta, lei non ha mai parlato con me, vero?’.

‘Mai, anzi, facciamo che non la conosco neppure’.

‘Tornerà lunedì prossimo, buongiorno’ – riappendendo bruscamente.

Io mi sfregai le mani per la contentezza, perché avevo a disposizione ancora tre giorni tutti pieni, di conseguenza tutto il tempo necessario per compiere i preparativi per allestire al meglio la festa, sì, ma le chiavi? L’allarme? I cani? 

‘Serena, un dubbio atroce m’assilla, non ho le chiavi di casa di mio fratello’.

‘Ma sei suonato? Lo dici in questo modo? Io ho avvisato tutti, adesso che cosa combineremo?’ – inveì stizzita lei, tuttavia non appena s’affacciò alla finestra sentimmo aprirsi la finestra di fronte e apparve meravigliosamente Quirico.

‘Heloìsa, lo sanno tutti che la tua chiave apre tutte le porte’ – scoppiando in conclusione in una fragorosa risata rasserenando tutte le nostre lussuriose, novelle e viziose aspettative.

Era l’eco quello che avevo realmente sentito, oppure era un susseguirsi di risate da tutte le finestre intorno a noi? 

{Idraulico anno 1999}   

Autore Pubblicato il: 15 Febbraio 2018Categorie: Erotici Racconti0 Commenti

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