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Mi chiamo Matteo ho oggi 60 anni ma quanto accaduto è avvenuto 5 anni fa.
A 40 anni mi separai per incompatibilità di carattere con mia moglie, ci eravamo conosciuti sui banchi del liceo, messi insieme a 16 anni poi la vita ci ha portato ad evolverci diversamente fino al punto che, serenamente, abbiamo deciso di lasciarci, non avevamo figli, ci volevamo bene ma volevamo cose diverse così la separazione ed il conseguente divorzio furono indolori. Lei si trasferì in USA per una occasione lavorativa per cui non ci fu nemmeno il pericolo di ricadute. Ci sentivamo abbastanza regolarmente ma da vecchi amici.
Nonostante la separazione senza spine (ma in realtà qualche scoria la si porta sempre appresso fosse anche solo per il senso di aver fallito qualcosa) non ero in uno dei miei periodi migliori.
Lavoro come associato in uno studio di avvocati della mia città ed ogni anno qualche nuovo tirocinante entra nello studio, fa la sua strada e quasi sempre ci lascia.
Avevo 40 anni quando in studio arrivò Francesca, 24 anni laureata brillantemente, splendida donna che però non dava confidenza a nessuno.
Dopo tre anni Francesca era pronta per spiccare il volo ma, essendo molto brava, decidemmo di provare a trattenerla per offrirle un percorso che la avrebbe portata ad essere associata.
Francesca prese una settimana per pensarci, aveva anche altre offerte ed alla fine declinò. Sarebbe rimasta fino al termine dell’anno e pi se ne sarebbe andata.
Era tradizione dello studio fare una festa di Natale a cui erano invitati tutti i dipendenti e ciascuno, qualora lo desiderasse, poteva portare una persona.
Francesca venne con sua sorella minore, Agata.
Agata aveva 3 anni meno della sorella quindi circa 20 meno di me. Quanto la sorella era riservata tanto Agata era aperta e disponibile a parlare con tutti con la qualità, quando ti pralava, di farti sentire speciale.
Fisicamente abbastanza simile alla sorella, 1,70 longilinea 2 di seno, alla festa indossava un tubino rosso molto in tema col Natale che la fasciava senza però renderla volgare, la lunghezza era al ginocchio ed aveva ai piedi un paio di decolté Christina Louboutin rosse come il vestito, splendide. Io ho sempre avuto un debole per le donne che indossano scarpe alte con tacchi a stiletto per proprio piacere e non perché richieste dai propri uomini. Come la vidi mi batté forte il cuore, Avvicinarla non fu possibile, ogni maschio dello studio la voleva conoscere per la sua avvenenza e per la sua simpatia. Mi venne in aiuto Francesca.
Francesca: “avvocato come mai non fa anche lei l’ape intorno al miele? Non trova irresistibile mia sorella come tutti i maschi dello studio?”.
Me lo disse con tono irritato. Doveva esserci abituata.
“Ogni volta che andiamo ad una festa insieme monopolizza l’attenzione maschile, è bravissima a tenere a bada e sul filo una serie di corteggiatori praticamente senza fine”.
“Vede Francesca, concordo sul fascino che sua sorella emana ma non mi va di mettermi a fare il pavone in pubblico, oltre al resto probabilmente inutilmente visto che la concorrenza sarebbe fin troppo agguerrita”.
“Saggia decisione, mia sorella è esperta a farsi desiderare ed a mandare in bianco decine di uomini contemporaneamente e, prima che uno capisca che la sua disponibilità è solo apparente, si è rimbambito ed ha fatto figure barbine”.
Ogni tanto buttavo uno sguardo al gruppo dell’ape regina circondata dagli ammiratori, un paio di volte incrociammo gli sguardi ed un brivido mi corse lungo la schiena.
In pratica ebbi modo di parlarle solo pochi secondi alla fine della festa quando Francesca se ne stava per andare e con lei la sorella.
“Le presento mia sorella Agata” disse Francesca.
“E’ un piacere” dissi in modo molto formale ma fissandola intensamente negli occhi, sguardo ricambiato senza essere abbassato.
Francesca mi scrutò perplessa e poi andarono.
Passò un mese ed ogni tanto pensavo ad Agata, in particolare quando Frnacesca passò a prendere le sue cose mi venne in mente anche per la somiglianza.
“Avvocato, posso dare il suo numero di cellulare a mia sorella Agata?”.
“Per quale motivo? Da quello che ho capito si sta laureando in economia e non abbiamo interesse o posti qui in studio per un praticante di questa materia. Ammesso che lei si sia trovata bene cosa non scontata visto che ha fatto la scelta di andare a lavorare in altro studio”. Le risposi.
“No non è per lavoro, mi duole dirlo e soprattutto farlo ma mia sorella mi ha pregato in tutti i modi, alla festa è stato l’unico a non esserle morto dietro e per lei questa è diventata quasi una questione di principio. Vuole capire se riesce ad irretire anche lei” disse Francesca un po’ acida.
“Per cortesia non le dia il mio numero, non voglio diventare una specie di ripicca perché non ha esteso il su potere su di me e poi, quando anche andasse in porto qualcosa, ha 20 anni meno di me, non ho le energie per star dietro ad una donna così vivace”.
Francesca sorrise maliziosamente, era la prima volta che le vidi quello sguardo.
“Io il suo numero lo ho, posso usarlo per chiamarla qualora volessi un suggerimento anche se lavoro altrove?”.
“Certo Francesca, mi fa sempre piacere avere a che fare con lei”.
Passarono un paio di mesi, ormai era estate ed i vestiti si alleggerirono, ero a mangiare in un bar davanti all’ufficio, mi ero portato un incartamento da studiare ed ero col naso affondato nella pratica mentre sgranocchiavo un panino.
“Buongiorno Matteo posso sedermi con lei? Tutti i tavoli sono occupati”
Alzai gli occhi e vidi Agata, indossava una camicetta bianca semi trasparente sotto la quale si intravvedeva un reggiseno di pizzo, una gonna nera leggera ed un sandaletto dal tacco alto.
La squadrai, avevo capito benissimo chi fosse ma mem,ore di quanto avvenuto alla festa, le risposi con un formale “ci conosciamo?”.
Francesca rispose: “Ci siamo visti alla festa di Natale del suo studio, sono Agata la sorella di Francesca”.
A questo punto le feci un sorriso di circostanza e le feci cenno di sedersi.
“Ah si ora mi ricordo, ci siamo presentati quando lei stava andandosene con sua sorella”
“Possiamo darci del tu visto che mangiamo insieme anche se solo un panino?”
“Va bene Francesca, come mai da queste parti?”
“Sto facendo pratica presso uno studio qui vicino e vengo a mangiare ogni tanto in questo bar ma oggi c’è veramente tanta gente mi dispiace averti disturbato”. La frase era un evidente amo, si aspettava che rispondessi che no non aveva disturbato ma che era stato un piacere.
Ed invece, pur molto attratto da lei, per tutta la durata del panino e del successivo caffè, pur trovandola intelligente oltre che molto desiderabile la tenni a distanza di sicurezza”.
L’unica concessione fu il caffè che le offrii.
“A buon rendere”
“Certamente”
Ed ognuno tornò al suo ufficio.
La sera a casa non potei fare a meno di pensarle, era una donna intelligente e molto attraente e speravo di poter mangiare qualche altro panino con lei. Cominciava ad aprirsi una piccola crepa nel muro che avevo eretto verso quella donna.
Nei giorni successivi non mi capitò più di andare a mangiare lì. Ero infatti andato via per lavoro per tre giorni.
Il lunedì della settimana successiva invece tornai, il bar era abbastanza pieno ma di tavoli disponibili ce ne erano. Questa volta non avevo fretta. Avevo chiuso una pratica in mattinata e mi ero messo ad un tavolo all’aperto. Stavo leggendo un giornale quando sentii la voce che ormai conoscevo.
“Oggi non c’è pieno ma posso sedermi comunque con te Matteo?”.
“Prego Agata, siediti pure”.
Chiacchierammo piacevolmente del suo lavoro del mio delle vacanze che avremmo fatto come due vecchi amici. Ogni volta che ci guardavamo negli occhi sentivo lo stomaco attorcigliarsi. C’era poco da fare quella donna mi piaceva da matti ma temevo ancora sia la differenza di età che il suo carattere aperto oltre quelli che erano i limiti del mio modo di vedere.
Nel giro di una settimana mangiavamo tutti i giorni insieme e lei mi aveva invitato per uscire a cena, avevo accettato e la avevo riaccompagnata a casa. Nonostante mi avesse invitato a salire, declinai con un ultimo atto di resistenza.
Mi sembrava che fossimo fatti l’una per l’altro ma pesavano su di me le incertezze che spiegavo prima ma piano piano le mie certezze si stavano sgretolando.
Nel weekend mi invitò ad andare con lei ed i suoi amici a sentire un concerto di un noto cantautore di cui ero fan. Mi disse per convincermi che uno dei suoi colleghi non poteva andare e che lei sapendo del mio stato di fan aveva rilevato il biglietto per invitarmi.
Andammo al concerto un sabato sera, fu molto piacevole, i suoi amici erano simpatici e socievoli e nonostante l’età legai abbastanza. Agata non faceva più l’ape regina come alla festa dove la avevo conosciuta.
“Devo pagarti il biglietto, è molto costoso e il tuo stipendio di praticante non è molto alto immagino”.
“Non mi devi pagare nulla, sei un caro amico ormai e fra amici non si fanno complimenti ma regali. Se vuoi sdebitarti non rifiutare l’invito dopo il concerto.
“Quale invito?” le risposi
“Quello a salire a bere qualcosa da me”.
Dovevo prendere una decisione, potevo risponderele che non lo trovavo opportuno, che non volevo farle e farmi del male, oppure accettare e lasciarmi andare.
“Va bene dopo il concerto verrò da te ma non ti aspettare chissà cosa, sono stanco morto”
Si mise a ridere, terminato il concerto salutò gli amici che sarebbero andati a ballare e salì in auto.
“Perché non ci siano dubbi queste sono per te e si sfilò le mutandine mettendomele in mano.
Diventai rosso paonazzo e l’uccello mi diventò di marmo, lei se ne accorse ma fece finta di nulla. Guidai il più velocemente possibile verso casa sua. Fortunatamente trovai un parcheggio nelle vicinanze, girai intorno all’auto e le aprii la portiera. Le porsi la mano per scendere. Volammo verso il portone, estrasse la chiavi ed entrammo in ascensore dove lei mi saltò addosso senza lasciarmi il tempo di rifiutare (cosa che non avrei mai fatto). La abbraciai e ci baciammo profondamente. Entrando in casa i leggeri vestiti di entrambi scivolarono via. Lei restò solo con i sandaletti alti.
“Dove?” le domandai
“La camera è di là” mi rispose.
La sollevai di peso e la lasciai andare delicatamente sul letto, poi mi tuffai fra le sue cosce, inizia a giocare con l’interno coscia mordicchiandola mentre le mie mani le titillavano un capezzolo e massaggiavano delicatamente il clitoride. Iniziò ad ansimare.
“Ti voglio, spostati da lì”
Avevo il cazzo che mi scoppiava e lei si avvicinò e iniziò a leccarlo inziando dalle palle mentre mi segava delicatamente.
Salì ed iniziò un pompino degno di un film porno, ma io la volevo tutta. Mi scansai e mi sdraiai sul letto, le dissi di mettesi sopra di me ed iniziammo un 69 delicato quanto appagante.
Non durò molto, dopo un paio di minuti si sollevò, andò al cassetto ed estrasse una confezione di preservativi. Me ne calzò uno con perizia poi si calò sopra di me e guidò la danza. Era un po’ che non scopavo e mi sembrò la migliore della mia vita.
Andammo avanti tutta la notte e verso mattina ci addormentammo. Verso le 10 mi svegliai sentendo aroma di caffè.
Lei entrò nella stanza indossando una vestaglia corta e trasparente colore azzurro cielo con un vassoio con due tazzine di caffè.
“Gradisci un caffè? Che impegni hai per oggi? Se non ne hai altri vorrei scopare tutto il giorno!”
Deglutii un po’ spaventato dalla prospettiva.
“Non ho impegni”
Alla fine dell’estate ci sposammo ed andammo a vivere insieme.
Francesca mi fece da testimone e mi sussurrò in un orecchio: “io la avevo avvertita e sembrava avesse capito ma ormai la frittata è fatta”

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