Leggi qui tutti i racconti erotici di: Paty

Conosco Gianni da quando frequentavamo alle elementari.
I nostri genitori, ogni tanto, s’incontravano quando andavano a parlare con la maestra. Iniziarono a scambiarsi qualche parola, commenti sull’insegnate, sui programmi. Poi, piano piano, presero a frequentarsi. Hanno stretto amicizia. Non si praticavano troppo, perché ognuno aveva i suoi impegni da osservare, ma abbiamo mangiato insieme qualche pizza, e finimmo, al termine della quinta classe, con l’andare insieme al mare. Una comoda villetta, composta da due appartamenti, non lontano dalla spiaggia: bastava attraversare la strada, ed era quasi di fronte a un comodo e ben attrezzato stabilimento balneare. In Versilia. Luogo incantevole.
Gianni aveva avuto una sorellina qualche mese prima; io ero ancora figlio unico.
Zia Leda, la mamma di Gianni che si faceva chiamare così, da me, mentre Gianni chiamava ‘zia’ mia madre, Teresa, sedeva sul terrazzino della cabina che avevamo in comune, tirava fuori una tetta e allattava la piccola e sorridente Lucia, che si attaccava, avida e impaziente, e ciucciava golosamente.
A me piaceva assistere a quel pasto, rimanevo seduto sul gradino a guardare, incantato, ammaliato. Mi sentivo attratto da quel petto rigoglioso, con piccole venuzze bluastre.
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Sono passati dieci anni, da allora.
Lucia &egrave una graziosa monella che sgambetta dappertutto, che fa mille piacevoli smorfiette. E’ buona, simpatica, brava, intelligente. Ora &egrave lei che ha terminato le elementari.
Gianni ed io siamo a Chimica industriale. Una facoltà ‘tosta’, ma l’abbiamo scelta noi e ci piace.
Siamo tornati in Versilia’ stessa spiaggia’ stesso mare’ stessa villetta.
A me sembrava che zia Leda fosse sempre la stessa.
Quando le vedevi insieme, Leda e mia madre Teresa, le scambiavi per gemelle. Stesso personale, stesso colore dei capelli, anche stesso modo di muoversi, di camminare, di agire, di parlare, di ascoltarti. Al mare, poi, potevi distinguerle solo dal diverso colore dei costumi.
Erano sulla battigia, guardando le onde che si spegnevano a riva, lentamente. Veramente due begli esemplari.
Seduto sul lettino, le ammiravo. Gianni aveva deciso di andare al mercatino con la sorella, in tandem.
Veramente belle quelle due donne, e non avresti mai detto che avevano superato i quaranta da qualche anno. Due spalle splendide, splendide, gambe snelle, favolose e i’ fondi schiena, che dire erano semplicemente incantevoli, fantastici, provocanti, tentatori’ Alti e sodi, di quelli ‘a mandolino’, che ti fanno venire mille idee che la testa invia subito ad altra sede, sensibile, lievitabile e’ sempre all’erta.
Mentre le stavo contemplando, e constatavo la sorprendente somiglianza, si voltarono per tornare sotto l’ombrellone.
Se il ‘retro’ era fenomenale, il ‘recto’ lasciava folgorati.
Anche divinamente modellate, ventri piatti, movenze incantevoli, e tette da addentare, a stento contenute nei poco generosi reggiseno. L’occhio cadde sui triangoletti degli slip. E non so se fosse visione reale, o solo frutto della fantasia, ma vedevo qualche ricciolo malizioso che occhieggiava.
Ero seduto.
Rimasi seduto.
Era evidente che non potevo alzarmi’ in quelle condizioni.
Scossi la testa, perché era quasi assurdo, che con tanta grazia di dio sulla spiaggia, giovanissime e non, con certe tette al vento e chiappe al sole che ti facevano girare la testa, io mi eccitassi in quel modo, con due, diciamo così, mature, delle quali una, poi, era mia madre.
Si, una delle due era mia madre? Ma quale?
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Leda era sdraiata sul telo a spugna, all’ombra del grande parasole da spiaggia; io ero seduto sul lettino. La guardavo, l’ammiravo, la contemplavo.
‘Cosa hai da fissarmi, Giorgio?’
La sua voce aveva delle sfumature che si mescolavano: un certo ché di ironico, qualcosa di provocante, ma soprattutto non riuscivano a nascondere il compiacimento.
‘Veramente, Leda ‘ormai non la chiamavo quasi più zia- di cose ce ne sono, e l’una più pregevole dell’altra.’
Stessa espressione scanzonata.
‘Ad esempio?’
‘Tu certamente non lo ricordi, forse non lo hai mai notato, ma quando allattavi Lucia restavo incantato, rapito, affascinato dalla seducente visione del tuo seno. Turgido, meraviglioso, e’ e la invidiavo”
Divenne quasi seria.
‘Lo ricordo benissimo. Anche io ti guardavo, di sottecchi’ vedevo le tue labbra muoversi come se fossi tu a succhiare’ ma sono trascorsi dieci anni, Giorgio”
‘Dieci anni di incredibile perfezionamento”
‘Se ammiravi le mie tette’.
” le ammiro, Leda, le contemplo, ne resto sempre più affascinato”
‘Smettila, adulatore’ volevo chiederti che dici, allora del seno’ delle tette di Teresa, di tua madre?’
Sentii come un colpo allo stomaco.
Certo, anche quelle di mamma’ uguali, stessa forma, stesso volume’ doviziose’ e nel contempo si notava che erano sode. A volte, poi, i capezzoli si ergevano prepotenti e sembravano voler perforare la stoffa.
Sentivo che dovevo farla prevalere.
‘Sono molto simili’ ma le tue hanno qualcosa di misterioso e come ogni cosa sconosciuta ha un suo fascino particolare. Ma tu, Leda, sei tutta particolare, fascinosa, attraente”
‘Ehi, piano’ piano’ mi stai facendo dei complimenti esagerati ma soprattutto troppo’ come dire’ passionali’ ma non hai una ragazza?’
‘E’ proprio perché ce l’ho che posso notare, sia pure, e purtroppo, solo da quanto mi &egrave concesso vedere, l’enorme differenza”
‘Tra la sua verde età e il mio autunno!’
‘Ma quale autunno’ sei nel miglior momento della tua lussureggiante e ardente estate!’
‘Sei abile, però, con le parole, sai insidiare..’
‘Non riesco a dire neppure un milionesimo di quello che sento”
Ora Leda non sorrideva più, era seria, molto seria.
Si alzò, prese il telo, lo scosse per far cadere la sabbia, lo mise sul braccio. Si avvicinò a me, si chinò, offrendomi il fascino del suo seno che le piccole coppe non riuscivano a contenere, mi sfiorò il volto con una carezza leggerissima, si avviò alla cabina.
Forse stavo riuscendo nel mio intento.
Rimasi per un momento pensoso, poi mi sdraiai sul lettino, sempre pensando a Leda, a mia madre’ Senza accorgermene, mi appisolai’
Non so quanto tempo dormii’ deglutii’ schiusi gli occhi’ Sul telo steso sulla sabbia c’era di nuovo Leda. Il telo era di colore diverso dal precedente’ lei aveva cambiato il costume’ sempre un minuscolo due pezzi’ era più ammaliante che mai’ più bella. Mi voltai lentamente sul fianco, per contemplarla meglio. Un corpo irresistibile.. abbassò il giornale che stava leggendo.
‘Ciao, Giorgio, ti sei addormentato!’
Era Teresa, la mia magnifica mamma!
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Vivevo un momento di particolare confusione.
Ero abbagliato, quasi irretito, da quelle eccezionali donne. Non avevo occhi e pensieri che per loro.
Mi ero completamente staccato dalle amicizie e conoscenze giovanili. Ero sempre in attesa di vederle, spiarle, cercarle di cogliere il momento in cui potevo ammirare il loro corpo senza veli’ anche se sorridevo, perché l’abbigliamento di spiaggia lasciava ben poco alla fantasia.
Ogni espediente era buono per sfiorarle, toccarle. Abbracciavo mia madre’ ballavo con Leda, la stringevo a me e socchiudevo gli occhi cercando di immaginare che fosse Teresa. Anche lei non respingeva quel contatto, anzi, e sentiva certamente la premura della mia eccitazione. Maledetti vestiti.
Quando dissi a Leda che sarei andato a Lucca, per certi impegni (del tutto inventati per cercare di sfuggirle), mi chiese se potesse accompagnarmi perché era desiderosa di visitare il Duomo dove, tra l’altro, &egrave la tomba di Ilaria del Carretto. Nel 1386 era nata a Zuccarello la bellissima Ilaria, che andò in moglie a Paolo Guinigi, signore di Lucca, e mori di parto a soli 19 anni. Il grande Jacopo della Quercia le scolpì la celebre statua sepolcrale conservata, appunto, nel Duomo di Lucca, con il piccolo cane a simboleggiare la fedeltà della fanciulla.
Non potevo trovare motivo per non farla venire, ma in tal modo invece di evitarla avremmo avuto motivo di essere soli, vicino, in auto’ Tutto l’opposto del mio proposito’ Ma, mi venne di pensare. Bisogna lasciar fare al destino, &egrave segno che ‘così &egrave scritto’!
Quella gita, mi accorsi, non riscuoteva l’entusiasmo di tutti: mia madre alzò le sopracciglia, con una strana smorfia; mio padre mi strizzò l’occhio; il marito di Teresa non nascose la sua sorpresa per l’improvviso interesse di Leda per la storia dell’arte. L’unica contentissima era Lucia, la piccola Lucia, perché sarebbe stata più libera per una intera giornata, senza il controllo materno che, per la verità, non poteva considerarsi assillante.
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Mattina della partenza.
Leda &egrave pimpante, allegra, come scolaretta in gita.
Indossa una gonna avana, plissettata, in tessuto ‘fresco’, una blusa un po’ più chiara, allacciata sul fianco, eleganti scarpe sportive. Ha una grossa borsa dove ha riposto anche un foulard. Capelli raccolti, a coda di cavallo, raffinati occhiali da sole che si adattano alla perfezione del suo volto, scarso trucco sul viso.
Saliamo in auto, ci avviamo lentamente verso l’autostrada.
Guidavo senza fretta, non sapevo come iniziare una conversazione.
Leda guardava la strada, si comprendeva che era intenta a pensare, ma non aveva una particolare espressione.
Fece un profondo respiro, mi guardò, con un lieve sorriso disegnato sulle labbra. La stessa espressione di mamma quando stava per dirmi qualcosa di tenero, tentando però di non manifestarlo, quasi le seccasse di mostrarsi piacevole, per tema di apparire sentimentale.
‘Ho guastato qualche tuo programma, Giorgio, venendo con te?’
‘Tutt’altro. Hai dato un motivo a questa specie di passeggiata che ho inventato per”
Non finii la frase.
‘Per’ Giorgio?’
‘Per cercare’ di uscire da una spirale che mi sta avvincendo’ e che, credo, mi sta rendendo ridicolo”
‘Scusa. Se non ho capito male’ io sarei il motivo di questo tuo breve viaggio?’
‘Non ho detto questo, ma adesso che mi fai pensare &egrave proprio così!’
‘Per favore, vuoi spiegarti meglio?’
La guardai stringendo le labbra. Tornai subito con gli occhi sulla strada.
‘Non immagini nulla?’
Annuì, lentamente.
‘Suppongo, ma temo di essere ridicola. Forse &egrave colpa della fantasia, della presunzione, di fraintendimento”
‘Su cosa equivocheresti?’
Seguitava a guardarmi.
‘Sul come ti comporti nei miei confronti.’
‘Cio&egrave?’
‘Non fare finta di non capire, Giorgio. Mi guardi con certi occhi, mi sfiori, quando balliamo mi stringi”
‘Scusa, non volevo, non voglio, offenderti”
Rispose con un senso di amarezza.
‘Ma quale offesa, Giorgio, &egrave che ho paura di illudermi. Queste sono cose che si fanno a una donna che si’ ammira’ si’ si”
‘Si’?’
‘Si vuole!’
Sembrava che si fosse, finalmente, liberata da un grosso peso che le gravava dentro.
‘Hai fatto centro, Leda. Per questo ho cercato di fuggire.’
‘Ti prego, non prendermi in giro, non darmi illusioni. Non sono una ragazzina”
‘Sei il mio chiodo fisso, Leda!’
‘Ma ho l’età di tua madre! Potrei essere tua madre!’
‘E con ciò? Tanto meglio!’
‘Ma se tu mi’ mi’ abbracciassi’ sarebbe come se tu lo facessi con lei, con Teresa!’
‘Siete splendide tutte e due.’
Voltai, lentamente, per una piccola stradina che conduceva in un piccolo bosco. Fermai l’auto. Non mi interessava se potesse passare qualcuno, se ci vedessero.
La presi tra le braccia, la baciai con dolce violenza. Sentivo che ricambiava, appassionatamente, e qualche lacrima sortiva dai suoi occhi. Le baciai il collo, scostai i lembi della blusa, delicatamente feci sortire dal reggiseno una delle sue meravigliose tette, e le labbra afferrarono il capezzolo, turgido, paonazzo, lo succhiai avidamente, mentre lei mi carezzava il viso.
Finalmente!
I miei desideri, consci e inconsci, si attualizzavano nel presente. Il sogno, la fantasia, l’ utopia, diveniva realtà.
Quello era il seno di Leda’ No’ era quello di mia madre’ lo stesso dal quale avevo tratto alimento per poter vivere’
Rimanemmo così per un po’.
Cercammo di riaverci, di rassettarci.
Leda mi carezzò il volto.
‘Bambino, mi fai perdere la testa!’
Rimisi in moto, tornai sulla strada nazionale.
Non eravamo molto lontani da Lucca.
Una grossa insegna invitava a ‘rilassarsi’ in un accogliente ed elegante ‘resort’, un po’ nell’interno, non distante.
Guardai Leda. Sorrise, annuì.
Luogo incantevole, sulla collina, in lontananza il mare. Intorno pace, quiete. Piscina, golf, equitazione. Cose interessanti ma non per noi. Chiesi una suite. Saremmo rimasti solo quella sera. Così dissi alla Reception, ma sapevo che ciò non era vero.
Secondo piano di una vecchia costruzione, camera splendida, arredata con mobili in stile. Un grande letto. Lasciai la carta di credito, perché non avevamo bagaglio. Chiesero solo un documento, detti il mio.
Non so, in realtà chi fosse il più emozionato entrando in quell’angolo che aveva tutto l’aspetto di essere un ‘paradiso terrestre’.
Andammo subito al balcone, ad ammirare la campagna circostante; gli alberi’ Le cinsi la vita’
Mi prese per mano, rientrammo.
Eravamo vicini, l’uno di fronte all’altro.
Allungò la mano, sbottonò la mia camiciola, me la tolse.
Tirai il nodo della sua blusa, si aprì, la sfilai lentamente. Mi accostai, l’abbracciai, sganciai il reggiseno. Eccolo, il suo favoloso seno, più bella che mai. Prepotente, alto, tondo. Mi chinai a baciarlo.
Mi spinse dolcemente verso il letto, mi fece sedere’ abbassò la zip dei miei pantaloni, li tirò per toglierli. Lo stesso con il boxer. Ero eccitatissimo, e lo si vedeva benissimo.
Leda si inginocchiò dinanzi a me, prese il mio fallo e lo mise tra le sue magnifiche tette. Cominciò a muoverle, con le mani, provocando una deliziosa carezza che mi stava rapidamente conducendo al piacere. Si fermò al momento giusto, con consumata maestria. Si alzò, tolse gonna e tanga, rimase completamente nuda, di fronte a me che deglutivo a fatica.
Un corpo splendido, col bosco ricciuto che arricchiva il suo pube e nascondeva l’incanto del suo sesso.
Si avvicinò, sempre in piedi.
Nascosi il mio volto nella seta dei suoi riccioli neri, la lingua li lambì, s’intrufolò curiosa e prepotente, incontrò il vibrare del suo piccolo clitoride, saggiò la linfa che distillava la sua natura.
Leda stringeva la mia testa, quasi dovesse penetrare in lei.
Ad un certo momento prese a sussultare, a gemere, non riusciva a star ferma. Tornò a spingermi sul letto. Ero supino, col fallo eretto come un obelisco. Si mise in ginocchio, a cavalcioni, prese il glande lo condusse all’orificio stillante della sua vagina, vi si impalò. Golosamente, fremendo, con lunghe voluttuose contrazioni che mi stavano mungendo. Aveva il capo rovesciato indietro, gli occhi socchiusi, le nari tremanti, un lungo gemito, incalzante. Una cavalcata sempre più travolgente, il petto sobbalzava invitante, le mia mani erano sui suoi fianchi, ne accompagnavano il movimento febbrile’ Si portò una mano alla bocca per contenere, soffocare, l’urlo che stava per prorompere dalle sue labbra. Un orgasmo incredibile, squassante, interminabile, che affrettò il dilagare del mio seme’ Si abbatté su me, sudata, ansante. Mi baciava gli occhi, il volto, le labbra’ e la sua vagina tornò a contrarsi’ il mio sesso a rifiorire.
Leda s’era sfrenata, ingordamente, non stava ferma un momento, con la bocca, con le mani’ mi toccava dappertutto’ e voleva sentirsi carezzare, baciare, titillare, succhiare e di nuovo penetrare. Ingordamente, insaziabilmente.
Nessun conto del tempo che trascorreva.
Ero travolto anche io da quella incredibile esuberanza, mi ubriacavo di lei, ma’ pensavo anche al pranzo’
Mi permise di telefonare per dei tramezzini’
Sedetti sul puf, sul quale avevo messo l’asciugamano grande, e addentai un panino.
Leda tornò nella posizione che preferiva, a cavallo, e mentre con una mano teneva il tramezzino, con l’altra portò l’ancora eccitato fallo tra le sue gambe e lo ingollò nuovamente nella sua irrequieta vagina.
‘Sei una forza della natura, Giorgio. Incredibile”
Cosa avrei dovuto dire io? E chi se l’aspettava da una donna che aveva superato gli ‘anta’? Era bellissima, però, col volto acceso, che emanava voluttà, che prometteva piacere.
‘Sei bellissima, Leda, sei una donna splendida. Sai amare in un modo”
‘Un modo nuovo, tesoro, perché non conoscevo che si potesse desiderare tanto un maschio in sé; che si potesse godere così; solo ora posso dire che la vita vale essere vissuta’ Un amplesso del genere compensa ogni sacrificio’ dai’. Ancora’ dai”
Devo confessare una cosa.
Quando prese il mio sesso tra le sue mammelle, quando si impalò sul mio fallo’ sempre, comunque, sempre’ non era Leda. Era mia madre Teresa.
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Tornammo a casa per la cena.
Cenammo insieme, le due famiglie.
Rimarcarono che sembravamo stanchi.
Leda si dichiarò stanchissima, ma soddisfatta.
Inventammo visite al Duomo, perfino al museo della biblioteca comunale.
Dissi a mia madre che avevo copiato una poesia, ‘Ersatz’ di ‘ignoto’, che mi era tanto piaciuta.
Era quella che avevo nel mio cassetto da tempo infinito.
Dopo cena, qualcuno uscì per andare a prendere un gelato.
Nel soggiorno eravamo rimasti solo mamma ed io.
Aspetta, ma’, la vado a prendere.
Tornai poco dopo. Le tesi il foglio.

Potrei forse ritrovare i tuoi seni le tue labbra, le tue mani, la tua intimità..
in un’altra donna.
Ma il tuo sorriso, il tuo profumo, la tua voce il tuo amore… tu…
No.
La mia anima non si contenta di un surrogato vuole soltanto te.
Vuole te
per fare con te senza vergogna, tu con me,
ciò che non abbiamo mai fatto’ forse solo sognato…
e che mai diremo a nessuno
(ignoto)

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Autore Pubblicato il: 30 Agosto 2004Categorie: Racconti Erotici Etero0 Commenti

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