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Questo racconto è frutto della mia fantasia. Ogni riferimento ad eventuali fatti o persone è puramente casuale.

Giulia tornò da Marco varie volte, nei mesi successivi a quella prima mattina di novembre 2025.
All’inizio furono incontri sporadici, quasi casuali: una sera in cui Lorenzo era via per lavoro, lei lasciò i bambini dai nonni e salì da lui con una scusa banale – “ho bisogno di un consiglio”, “mi serve aiuto con il computer”, “posso prendere in prestito un libro?”. Ma la scusa durava pochi minuti. Poi si baciavano contro la porta, si spogliavano in fretta, finivano sul letto o sul divano o addirittura sul tavolo della cucina, come dodici anni prima.
Ogni volta era diverso, eppure sempre intenso. C’era tenerezza mista a urgenza: Marco la toccava con una reverenza che non aveva mai avuto da giovane, baciandola e sussurrandole «sei ancora più bella di allora». Lei si abbandonava completamente, piangendo a volte durante l’orgasmo, come se ogni scopata le togliesse un pezzo di solitudine accumulata. Lui la penetrava piano, profondo, la faceva venire più volte prima di lasciarsi andare dentro di lei, sempre senza preservativo, come se volessero marchiarsi a vicenda.
Passarono dicembre, gennaio, febbraio 2026. Lorenzo tornava a casa sempre più distratto, sempre più assente. Giulia smise di sentirsi in colpa: il matrimonio era già morto da tempo, solo che nessuno lo aveva dichiarato. Con Marco, invece, si sentiva viva. Gli raccontava tutto: le liti silenziose con il marito, le notti in cui dormiva sola nel lettone matrimoniale, il modo in cui i bambini chiedevano “papà quando torna?”. Lui ascoltava, la stringeva, la scopava con una dolcezza feroce che la faceva sentire vista, desiderata, donna.
Verso marzo 2026, però, Giulia iniziò a sentire che qualcosa doveva cambiare. Non poteva continuare a vivere due vite parallele: la moglie stanca di giorno, l’amante affamata di notte. Decise che sarebbe tornata un’ultima volta, per chiudere un cerchio. Voleva dargli qualcosa che non aveva mai dato a nessuno, nemmeno a Lorenzo. Qualcosa di definitivo, di intimo, di estremo.
Era il 7 marzo 2026, un sabato sera. Lorenzo era partito per un weekend di lavoro a Milano. Giulia lasciò i bambini a dormire dai nonni, si preparò con cura: doccia lunga, crema profumata alla vaniglia, biancheria nera semplice ma sexy, un vestito aderente che le segnava le curve mature. Portò con sé un piccolo flacone di lubrificante intimo e un plug anale piccolo, che aveva comprato online in segreto settimane prima.
Quando Marco aprì la porta, la vide e capì subito che c’eraqualcosa diverso. Lei entrò, chiuse la porta, lo baciò piano sulle labbra.
«Marco… questa è l’ultima volta.»
Lui si irrigidì. «Cosa intendi?»
«Intendo che dopo stasera… dobbiamo smettere. Per i bambini, per Lorenzo, per noi. Ma prima… voglio darti tutto. Tutto quello che non ho mai dato a nessuno.»
Lo prese per mano, lo portò in camera. Si spogliò lentamente, lasciando che lui la guardasse: il seno pieno, la pancia morbida. Marco si tolse i vestiti con mani tremanti, il cazzo già duro solo a guardarla.
Giulia si mise a quattro zampe sul letto, il culo in alto, le ginocchia aperte. Prese il plug e il lubrificante, si voltò a guardarlo.
«Voglio che mi prendi da dietro… lì. Non l’ho mai fatto con nessuno. Nemmeno con Lorenzo. Solo con te.»
Marco inspirò forte, gli occhi dilatati. Si avvicinò, le accarezzò la schiena, le natiche, con una tenerezza infinita.
«Giulia… sei sicura? Non voglio farti male.»
«Sono sicura. Voglio sentirti ovunque. Voglio che sia tu il primo… e l’ultimo.»
Prese il lubrificante, se lo versò sulle dita, si preparò piano davanti a lui: infilò un dito, poi due, gemendo piano mentre si dilatava. Marco la guardava, ipnotizzato, masturbandosi lentamente. Poi prese il plug, lo lubrificò, lo spinse piano dentro di lei. Giulia ansimò, si morse il labbro, ma annuì.
«Va bene… piano…»
Marco lo spinse fino in fondo, poi lo lasciò lì per qualche minuto, accarezzandole la schiena, baciandole la nuca, sussurrandole «brava… rilassati… sei bellissima». Lei si abituò al senso di pienezza strana, al bruciore che diventava calore.
Quando tolse il plug, il buchino era leggermente aperto, lucido di lubrificante. Marco si lubrificò abbondantemente il cazzo, si posizionò dietro di lei. La cappella contro l’anello stretto.
«Dimmi se fa male. Mi fermo subito.»
Giulia annuì, respirò profondo. «Entra… piano.»
Marco spinse. La cappella entrò con resistenza, Giulia emise un gemito lungo, misto a dolore e piacere. Lui si fermò, le accarezzò i fianchi, le baciò la schiena.
«Respira… brava…»
Spinse ancora. Centimetro dopo centimetro, entrò dentro di lei. Era strettissimo, caldo, pulsante. Giulia tremava tutta, lacrime agli occhi, ma non lo fermò. Quando fu completamente dentro, restò immobile, lasciandola abituarsi.
«Cazzo… Marco… è… pieno…»
Lui iniziò a muoversi lentissimo, uscite e entrate minime. Lei gemette più forte, il dolore che si trasformava in un piacere strano, profondo, proibito. Marco accelerò piano, una mano che le strofinava il clitoride, l’altra che le stringeva un seno. Giulia si inarcò, spinse indietro contro di lui.
«Più forte… scopami il culo… sì…»
Marco perse il controllo. La prese con ritmo crescente, colpi profondi, il rumore bagnato del lubrificante, i gemiti di lei che diventavano urla soffocate nel cuscino. Le strofinò il clitoride veloce, la fece venire una prima volta: spasmi violenti, il buco che si contraeva intorno al suo cazzo.
«Vengo… cazzo… vengo…»
Marco resistette ancora, poi spinse tre volte brutali, profondo, e si scaricò dentro di lei: fiotti caldi, potenti, che la riempirono fino in fondo. Gemette il suo nome come una preghiera, tremando contro la sua schiena.
Restarono così, lui ancora dentro, abbracciati, sudati, ansimanti. Dopo minuti, Marco uscì piano, la pulì con delicatezza con un asciugamano umido, la fece sdraiare accanto a lui.
Giulia gli appoggiò la testa sul petto, lacrime silenziose.
«Grazie… per tutto.»
Marco le baciò la fronte, la strinse forte.
«Non dire addio. Non ancora.»
Ma sapevano entrambi che era finita. Quella era stata l’ultima volta. Il cerchio si era chiuso.
Il giorno dopo, Giulia tornò a casa. Riprese la sua vita: moglie, madre, donna stanca ma dignitosa. Marco rimase solo nel suo appartamento, con il ricordo di quella notte impresso nella pelle.
Non si videro più in quel modo. Solo saluti educati, sorrisi tristi, un’amicizia profonda che aveva attraversato il desiderio, la colpa, il tempo.
E il fuoco, finalmente, si spense. Non per mancanza di fiamma, ma perché entrambi avevano scelto di lasciarlo bruciare fino all’ultima brace.

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