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Giulia e Marco – Scoppia la passione

By 22 Marzo 2026No Comments

Il racconto è frutto della mia fantasia: qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è da ritenersi puramente casuale.

Nei giorni successivi, il palazzo divenne un campo minato silenzioso. Ogni gradino delle scale sembrava amplificare il rumore dei loro passi, ogni porta che si apriva al piano sbagliato faceva sobbalzare il cuore. Si incrociavano quasi per sbaglio: Marco che usciva alle sette con la valigetta logora e la giacca di pelle, Giulia che rientrava con lo zaino pesante di libri e appunti. Un “ciao” strozzato, occhi che schivavano gli occhi come se guardarsi troppo a lungo potesse far esplodere tutto. Lui abbassava lo sguardo per primo, sempre. Lei arrossiva violentemente, le guance che bruciavano come se avesse la febbre.
Marco era divorato. Ogni volta che la vedeva – i capelli castani chiari raccolti in una coda disordinata, la felpa larga che le scivolava su una spalla, il modo in cui si mordeva il labbro inferiore quando era nervosa – il senso di colpa gli stringeva lo stomaco in una morsa. Si ripeteva la stessa litania: “Ha vent’anni. È una ragazzina sola in una città che la spaventa. Io sono l’adulto. Dovevo proteggerla, non approfittarne”. Si sentiva sporco, vecchio, sbagliato. Di notte riviveva quella bocca calda che lo aveva prosciugato, e si odiava per l’erezione immediata che gli provocava il ricordo. Si masturbava sotto la doccia con rabbia, finendo in fretta, poi restava lì con l’acqua fredda che gli martellava la schiena, cercando di lavare via la vergogna. Ma non se ne andava.
Giulia, invece, era un groviglio di emozioni contrastanti. Vergogna bruciante: aveva provocato un uomo che era stato solo gentile con lei, che le aveva tenuto la porta, che le aveva prestato la coperta elettrica quando tremava dal freddo, che le aveva chiesto “tutto a posto, bella?” con quel tono paterno che la faceva sentire al sicuro. Si sentiva una poco di buono, una che aveva rovinato l’unico rapporto pulito che aveva in quella città enorme e indifferente. Ma sotto la vergogna c’era un fuoco che non si spegneva. Non era venuta quella notte. Aveva dato piacere, aveva ingoiato tutto, ma il suo corpo era rimasto appeso a un filo di desiderio insoddisfatto. Di notte si toccava pensando a lui – le mani grandi e callose, la voce bassa che le diceva “non dovremmo”, il cazzo grosso che le aveva riempito la bocca – e quando veniva era sempre un orgasmo a metà, rabbioso, che la lasciava più vuota di prima. Lo voleva dentro. Voleva sentirsi piena, voluta, completata. Lo voleva nonostante tutto.
Mercoledì 14 ottobre, ore 18:03. Pioggia fitta che tamburellava sui vetri. Giulia si fermò davanti alla porta di Marco con le mani che tremavano. Aveva passato la giornata a ripetersi il discorso: “Mi scuso. Dico che è stato un errore. Chiudiamo la parentesi. Torna tutto come prima”. Indossava jeans neri attillati, una maglia grigia oversize che le scopriva una clavicola, capelli ancora umidi dalla doccia che le mandavano un profumo di shampoo alla vaniglia. Suonò. Il cuore le martellava nelle orecchie.
Marco aprì dopo un tempo che sembrò eterno. Felpa grigia, pantaloni della tuta, piedi nudi. La vide e il suo viso si irrigidì. Occhi grigi che si velarono di conflitto immediato.
«Giulia… ciao. Che… che ci fai qui?»
«Devo parlarti. Posso entrare?» La voce le uscì più debole di quanto volesse.
Lui esitò, guardò il corridoio vuoto come se temesse testimoni invisibili, poi si spostò. «Entra.»
L’appartamento odorava di caffè fresco e di lui – sapone da bucato, tabacco spento, uomo. Chiuse la porta piano, quasi con delicatezza eccessiva.
«Siediti. Vuoi un caffè? Lo sto preparando.»
Giulia annuì, si sedette sul bordo del divano, ginocchia strette, mani intrecciate fino a far sbiancare le nocche. Lui si girò verso i fornelli, trafficando con tazze e cucchiaini, la schiena rigida.
«Marco… per l’altra notte… mi dispiace tantissimo.» Le parole le uscirono di getto, come se le avesse tenute dentro troppo a lungo. «Ero su di giri, gli spritz, la serata… non ragionavo. Tu sei stato sempre così gentile con me, mi hai fatto sentire meno sola in questa città di merda, e io… ho rovinato tutto. Ho approfittato della tua bontà. Non sono così. Giuro.»
Lui si bloccò, la moka in mano. Non si voltò. «Giulia… non è colpa tua. Sono io l’adulto. Dovevo fermarti. Ho sbagliato io.» Voce bassa, incrinata. «Dimentichiamolo. Facciamo finta che non sia successo.»
Ma mentre parlava, la voce gli tremò sull’ultima sillaba. Posò la moka con un tonfo sordo. Si passò una mano sul viso, come per cancellare il ricordo.
Giulia si alzò. Fece due passi verso di lui. Il cuore le esplodeva nel petto.
«Marco… guardami.»
Lui non si girò subito. Quando lo fece, girando solo la testa, i suoi occhi erano rossi, lucidi. Conflitto puro.
Lei gli si avvicinò piano, gli posò le mani sui fianchi. Lo abbracciò da dietro, guancia contro la sua schiena larga. Sentì il suo respiro accelerare.
«Giulia… no. Per favore.» Voce rotta. Le afferrò le mani per staccarsele, ma le dita tremavano violentemente. «Non possiamo. Non di nuovo.»
Lei non mollò. Salì sulle punte, gli baciò il collo piano, labbra socchiuse, respiro caldo. «Non riesco a smettere di pensarti. Mi fai sentire… protetta e … viva.»
Marco chiuse gli occhi, inspirò forte. «Hai vent’anni. Io ne ho cinquantuno. Potrei essere tuo padre. È sbagliato. Vai via, ti prego.» Le lasciò le mani, ma invece di allontanarla, le sue rimasero lì, ferme sui suoi avambracci, come se stesse decidendo se stringere o spingere.
Giulia girò intorno a lui, si mise tra il bancone e il suo corpo. Lo guardò negli occhi. Lacrime silenziose le rigavano le guance, ma non di tristezza: di desiderio represso, di vergogna, di bisogno.
«Lo so che è sbagliato. Lo sento anch’io. Ma quando sono con te… non mi sento più sola.» Gli prese il viso tra le mani, lo baciò.
Lui girò la testa all’ultimo secondo. Labbra sfiorate appena. «Fermati. Non ce la faccio più a resistere.»
Ma il suo corpo tradiva: il rigonfiamento duro che premeva contro la pancia di lei, il respiro corto, le mani che le stringevano i fianchi quasi con disperazione.
Giulia lo baciò di nuovo, più decisa. Lingua che sfiorava la sua. Lui resistette ancora: labbra serrate, corpo teso come una corda. Poi cedette. Un gemito basso, animalesco, gli sfuggì dalla gola. Ricambiò il bacio con fame repressa da giorni. Lingua contro lingua, profondo, disperato. Le morse il labbro inferiore, la fece gemere.
Le mani di Marco le salirono sotto la maglia, accarezzarono la pelle nuda della schiena, i fianchi, salirono fino al seno nudo. Le prese i capezzoli tra le dita, li pizzicò piano. Giulia inarcò la schiena, gemette contro la sua bocca.
«Marco… ti prego…»
Lui la sollevò di peso, la posò sul bancone. Le slacciò i jeans con mani tremanti, glieli tirò giù insieme alle mutandine. Lei aprì le gambe, esponendosi: figa bagnata, gonfia, clitoride turgido che pulsava visibile.
Marco la guardò lì, occhi pieni di tormento e desiderio. «Sei… bellissima. Ma Dio, quanto è sbagliato.»
Si chinò. La leccò piano, lingua che sfiorava le grandi labbra, poi saliva al clitoride. Succhiò leggero, poi più forte. Due dita entrarono nella sua figa stretta, calde, fradice. Le curvò, sfregò quel punto interno che la fece urlare.
Giulia gli afferrò i capelli, tremando. «Sì… così… non fermarti…»
Lui la leccò con avidità disperata, lingua che roteava sul clitoride, dita che pompavano dentro e fuori. Lei venne forte, spasmi violenti, umori che gli bagnarono il mento, gridando il suo nome tra i singhiozzi.
Marco si alzò, ansimante. Si tirò giù i pantaloni. Cazzo duro, venoso, cappella lucida. Giulia lo prese, lo guidò.
«Dentro… ho bisogno di sentirti dentro…»
Lui esitò, ultimo barlume di resistenza. Poi spinse. Entrò piano, gemendo per la stretta. Quando fu tutto dentro, restò fermo, fronte contro fronte.
«Sei così calda… mi stai uccidendo.»
Iniziò a muoversi. Colpi lenti, profondi, ogni spinta un misto di piacere e colpa. Le mani sui suoi fianchi, la tenevano ferma mentre pompava. Giulia gli graffiò la schiena, lacrime che le colavano lungo le tempie.
«Più forte… Marco… fammi tua…»
Lui accelerò. Spinse con violenza, il bancone che tremava, il rumore bagnato dei corpi, i gemiti che si mescolavano. Le strofinò il clitoride con il pollice, portandola di nuovo al limite.
Giulia venne una seconda volta, stringendolo dentro con spasmi potenti. «Vengo… cazzo… vengo con te…»
Marco ringhiò, spinse tre volte brutalmente. «Vienimi dentro… tutto dentro…»
Si scaricò con fiotti caldi, profondi, tremando contro di lei, un gemito strozzato che sembrava quasi un singhiozzo.
Restarono abbracciati sul bancone, sudati, ansimanti, lacrime miste a sudore. Dopo lunghi minuti, Marco le baciò la fronte, la tempia, le palpebre bagnate.
«Giulia… cosa abbiamo fatto?» sussurrò, voce rotta.
Lei gli accarezzò il viso, sorrise tra le lacrime.
«Non lo so. Ma non voglio smettere.»
E in quel momento, tra sensi di colpa e desiderio, sapevano entrambi che la corda si era spezzata del tutto. Non c’era più ritorno.

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