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Il ‘voto’ e il ‘vuoto’

La voce del Vescovo le era giunta come un suono, ma non riusciva a distinguere le parole. Era tutta presa da quella decisione. fatta liberamente, secondo le norme canoniche. Sapeva cosa significassero i voti? Soprattutto quello dell’obbedienza, perché aveva pochi anni quando era stata ospitata dall’istituto delle suore. Anche la povertà, per la verità, non le era sconosciuta. Anzi, per farle abituare alla povertà, a quelle giovani avviate alla consacrazione, era lesinato un po’ tutto, materialmente e affettivamente. Nebuloso, vago, era per lei il ‘voto di castità’.
Ogni tanto le giungeva qualche parola del presule:
‘La castità non &egrave rinunciare a qualcosa o a qualcuno; ma piuttosto un modo di relazionarsi alle persone, alle cose, alla vita; &egrave una beatitudine aperta a tutti, crea una solitudine che può essere molto feconda. Con essa si rinuncia a una relazione esclusiva con un’altra persona nelle sue diverse dimensioni: affettiva, spirituale, intellettuale e sessuale, comportando, quindi, la rinuncia all’intimità coniugale, all’umanissimo desiderio di avere figli propri, e il fare a meno di un legame affettivo particolare, che &egrave una delle più ricche esperienze della vita e la condizione normale di crescita umana. E’ la rinuncia alla gioia di appartenere e vivere in una propria famiglia. Certo, nella vita si vivranno altre gioie, anche più profonde, ma esse non elimineranno mai del tutto la sensazione della mancanza di qualcosa.’
Si qualche cosa era arrivata ai suoi orecchi, ma confusamente.

Ci stava riflettendo, ora, in volo per la prima residenza in una missione. Ero con una consorella anziana, suor Mara, che malgrado il suo nome era nativa della terra alla quale erano diretti. In un certo senso la direttrice, o meglio la responsabile, della scuola alla quale era stata destinata. La scuola faceva parte dell’insediamento, in quella zona un po’ abbandonata dell’Africa, che comprendeva anche un piccolo ma attrezzato ospedale, e la chiesa. La giovane consacrata, suor Elisa, aveva studiato la lingua, o meglio il dialetto, del luogo, insegnatole proprio da suor Mara, e contava di approfondirne sempre più la conoscenza e dedicarsi completamente all’educazione dei fanciulli. Sarebbero atterrate a Nairobi, poi con uno dei tanti airstrip avrebbero raggiunto Marsabit e quindi, in fuoristrada, si sarebbero dirette a nord-est, alla missione, con oltre quattro ore di viaggio.
Suor Elisa guardava tutto, attentamente, e cercava di collegare quanto vedeva alle immagini dei documentari proiettati durante i lunghi e pesanti corsi di preparazione alla attività missionaria.
Finalmente, dopo un viaggio faticosissimo, erano a destinazione. Padre Anselmo le aveva accolte affettuosamente, e così le altre consorelle della piccola comunità, senza parlare del nugolo di festosi bambini che le circondò.
Era una missione molto ben attrezzata e grazie alle risorse del suolo aveva acqua in abbondanza. Il gruppo elettrogeno, con un piccolo ausiliare per le emergenze, provvedeva alle necessità, soprattutto dell’ospedale.
Suor Mara disse a Elisa che poteva riposare tranquillamente, fino all’indomani, quando le avrebbe fatto conoscere la scuola e le altre due suore.
Si, aveva rimuginato le parole del Vescovo circa i voti: si rinuncia a una relazione esclusiva con un’altra persona’. si vivranno altre gioie, anche più profonde, ma esse non elimineranno mai del tutto la sensazione della mancanza di qualcosa.
‘Un’altra persona’. Era questo il punto principale.
In effetti &egrave bello sentirsi legata a un’altra persona.
Di nascosto, logicamente, e con ogni cautela, quando Lucilla, la sua compagna di istituto, entrava nel suo letto e rimanevano abbracciate, a lungo, ognuna assaporando il profumo dell’altra, godendo del tepore dell’altra. Era bellissimo, ci si sentiva protette, non sole. O era lei a sgusciare tra le coltri di Lucilla.
Avevano sperato di essere assegnate alla stessa missione, ma Lucilla stava partendo per il Centro America. Del resto dovevano prevederlo. Avevano studiato due lingue diverse, e approfondito diversi usi e costumi delle genti.
Era lì, ‘Paradise Mission’, che prendeva il nome da uno dei laghi della regione, il Lake Paradise, appunto.
Nella sua cameretta, in un letto abbastanza confortevole, riuscì ad addormentarsi.
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La vita nella Missione era completamente diversa da quella nell’Istituto, dove la
preparazione era prevalentemente teorica, anche se spesso si sottolineavano le difficoltà che si sarebbero incontrate in seguito, durante lo svolgimento della propria attività.
Qui tutto era ‘natura’, immensità, splendore e povertà della realtà.
Intanto, mentre il religioso maschio, in Istituto, era considerato qualcosa di superiore, qui era solo un uomo come gli altri. I tre medici bianchi, i due di colore, l’infermiera bianca, quelle di colore, gli ausiliari tutti del luogo, erano esseri umani, come gli indigeni che affluivano per cure, per imparare qualcosa a scuola, per assistenza, non solo materiale.
Una umanità che pur nella sua somma indigenza, era quasi festante, felice di vivere a contatto con ‘doc’, ‘pà’, ‘mà’, ‘sà’, come chiamavano i dottori, il sacerdote, la madre superiora, le suore. Una vita semplice, spontanea, naturale, senza i vincoli ipocriti delle cosiddette civiltà avanzate.
L’impatto con quella realtà non fu semplice per Suor Elisa, anche se Suor Mara l’aveva in un certo senso preparata. E la limitatezza del vestiario la colpì moltissimo. Sui calzonici corti gli uomini indossavano una camiciola o altro solo quando entravano in Chiesa o nella mensa. Le donne avevano una gonna ampia e una blusa che abbottonavano molto di rado, malgrado gli affettuosi inviti delle suore (non dei maschi!). Fino ad allora mutande e reggiseno erano indumenti del tutto sconosciuti, per loro.
Bei seni quelli delle donne, e generosamente esposti quando allattavano i loro piccoli.
Allorché suor Elisa fu presentata alla classe, tutti gli alunni ‘maschi e femmine- la circondarono, festosi, e tutti vollero toccarla.
Suor Elisa si accorse che la conoscenza del loro dialetto era discreta, e si compiacque con la sua ‘maestra’, suor Mara.
Quel tuffo nella natura, però, quella umanità semplice e spontanea, tutti quei bambini, i piccolissimi al seno materno’ indussero suor Elisa a riflettere sul differente modo di vivere. Loro, le suore, tutto ‘regole’, ‘disciplina’, ‘rinuncia’, ‘sacrificio’. Gli altri, gli abitanti del luogo, seguivano il corso del sole, delle stagioni, e la loro vita era regolata soprattutto dalle leggi della natura.
Avevano accettato e compreso molto dei ‘comandamenti’ che erano stati loro elencati dai catechisti, ma a qualcuno di essi avrebbero aggiunto dei codicilli. ‘Non rubare’, d’accordo, ma se qualcuno accatastava il necessario per vivere a danno degli altri, non significava ‘rubare’ togliergliene parte e distribuirla.
‘Non desiderare’..’. Qui, se ci si riferiva alla sfera sessuale, era una alzata di spalle. E’ impossibile soffocare gli istinti della natura. Insomma, se mi eccito’.
A proposito, ma era naturale che preti e suore dovessero fare a meno del sesso? Per loro significava che non erano veri maschi e vere femmine. Forse erano malati. Così pensavano le genti del luogo.
Quella ‘realtà’ incontestabile, cominciò a divenire l’incubo di suor Elisa.
Si girava e rigirava nel letto. Sola, senza neppure Lucilla. Senza le sue mani che la carezzavano, dolcemente. Rabbrividiva a quel ricordo. Avevano scoperto che certe particolari carezze, in certe particolari parti del corpo, erano deliziose, appaganti. Anche se non completamente. Ed anche i baci.
Suor Elisa si accorgeva che stava ‘carezzandosi’ da sola, avidamente, E istintivamente il suo pensiero correva a quei bei ragazzoni neri, dell’ospedale, della mensa, della chiesa, della scuola, alle loro donne’
Fu dopo alcuni giorni che il Primario chiese aiuto alle suore, avevano degenti dappertutto, anche nei corridoi, serviva aiuto.
La superiora chiese a Elisa se se la sentiva di andare a dare una mano.
Elisa, com’era nella regola, obbedì.
Voleva aiutare i sofferenti, ma non immaginava quella che sarebbe stata la sua sofferenza.
Nella piccola farmacia ospedaliera vide direttamente, per la prima volta, i ‘profilattici’. Sapeva che servivano contro l’AIDS, ma sapeva anche che non dovevano essere adoperati per il controllo delle nascite. Beata teoria. I medici della Missione, invece, cercavano di diffonderne l’uso proprio per limitare la prolificità di quella gente. E con scarsi risultati, perché né i maschi né le femmine gradivano quell’intoppo.
Era curiosa, Suor Elisa, ne prese uno e lo nascose in tasca. Lo avrebbe esaminato attentamente, dopo averne veduto di sfuggita qualche foto durante le lezioni teoriche.
Un altro dei ‘misteri’ che la vita ospedaliera le svelò, fu il sesso maschile. Anche quello aveva conosciuto, sempre di superficialmente, attraverso i castigati atlanti anatomici. Quando qualcuna delle suorine chiese le dimensioni di quel ‘coso’, fu punita per due giorni: pane ed acqua, e penitenza!
Dovevano rifare il letto di Madi, uno dei giardinieri, un giovane di poco più di venti anni, ma già sposato e con un figlio. Madi si alzò e sedette sullo sgabello. Era nudo. E suor Elisa non poté esimersi dal guardarlo bene. E si soffermò su sesso. Era ‘a riposo’ come le suggerì la sua mente, ma era ben lungo. E quel ‘coso’ entrava in una femmina? Certo, rifletté, &egrave da lì che nascono i bambini. Ma non era troppo lungo? Alzò le spalle. La natura sapeva cosa faceva!
Si accorse, ad un tratto, che stringeva le gambe.
In quel momento le sorse il dubbio se dovesse o meno parlare al confessore della sua curiosità e dei suoi pensieri. Decise di no.
Tornata nella sua cameretta si chiuse dentro, prese dalla tasca la bustina col condom, lo estrasse, lo palpò attentamente. Era sottilissimo, serico, eppure non era stoffa. Dunque, quello si infilava sul fallo, e poi il tutto’.
Sentì una contrazione del grembo.
Lo srotolò lentamente, con cura, per timore di romperlo.
Però, era ben lungo. Lo misurò sulla sua pancia, dalla vulva in su.
Fece una smorfia di sorpresa ed anche di timore. Ma quello le sarebbe arrivato fino allo stomaco, l’avrebbe sfondata. Allora era vero che il maschio era il diavolo tentatore per dannare la femmina!
Ci soffiò dentro. Ne fece un palloncino, lungo diversi centimetri e di un diametro di circa cinque. Alzò la sottana, abbassò le mutandine, e con quello si strofinò delicatamente in mezzo alle gambe. Era abbastanza morbido, doveva fare attenzione. Comunque, quel vellichio era piacevole. Partiva dal piccolo clitoride, strusciava tra le grandi labbra, fino al buchetto tra le natiche, tornava indietro, lo poggiava all’orifizio della sua vagina. Respirava forte, ad un tratto sentì qualcosa di inarrestabile, vibrò come una foglia al vento, le gambe si piegavano, con l’altra mano dovette sorreggersi alla spalliera del lettino, Oddio, cosa le stava capitando. Quando tolse quel palloncino dalle sue gambe era bagnato d’una sostanza viscida. Andò a lavarlo. Si afflosciò del tutto, non si rigonfiò più.
Suor Elisa stava riprendendosi da quel momento di smarrimento, ma delizioso smarrimento. Buttò tutto nello scarico. Tanto lei sapeva dove stavano quei ‘cosi’.
Si sdraiò sul letto, pensosa. Si avvicinava l’ora del refettorio.
Pensò che, forse, se prendeva un fazzoletto, lo arrotolava, e lo infilava in quel guanto di gomma’ E intanto contraeva ritmicamente le gambe, non resistette alla tentazione di carezzare la sua ‘passerina’ come la chiamavano tra amiche. E sentì che era bello, sia titillare il ‘ciccetto’, sia penetrarla col dito. Solo un po’, però. Le avevano fatto la testa come il pallone con la ‘verginità’. Si, ma sapeva anche che se non andava troppo dentro’
‘Oddio’ ‘pensava Elisa- ‘ma io sto divenendo una viziosa’.
Si voltò di fianco.
Solo per poco, la campanella del refettorio chiamò tutti al pasto.
Il lampo l’illuminò la mente quando servirono l’insalata mista dove c’erano anche delle fette di ‘cucumber’, una specie di cetriolo, abbastanza lungo, a volte lievemente ritorto, e del diametro che andava dai tre ai cinque centimetri.
E se avesse provato con quello a far star diritto il condom? Doveva prenderne uno un cucina.
Però ‘andava rimuginando- se ‘quello’ di Madi, pendente, era così’figuriamoci quando si’ arrabbiava. Forse diveniva come quello del somaro che aveva visto accoppiarsi con la sua asinella, e lei era rimasta incantata a guardarli. Che colpi dava ‘donkey’, e come li incassava ‘jenny’ fin quando dette un bel raglio e lui scese col sesso gocciante. Suor Elisa stava per sentirsi male. Era qualcosa di animalesco, certo, ma’ tutti cercavano di farlo, almeno gli esseri viventi. Del resto, senza quella operazione lei non sarebbe venuta al mondo. Già, &egrave vero. Quindi, anche mamma e papà’ Chissà come era ‘quello’ di papà’
‘Cucumber’ e ‘condom’ in tasca, rientrò, a sera, nella sua cameretta.
Il guanto trasparente s’infilò facilmente sul’ vegetale. Dopo averlo girato e rigirato nelle mani, Elisa lo mise sul comodino. Si spogliò, recitò le orazioni della sera, andò a letto. Come per gioco, prese quanto aveva preparato e cominciò quello ‘strofinio’ che diveniva sempre più piacevole. Non era un morbido lungo palloncino di gomma, ma qualcosa di più consistente. Lo sfregamento del clitoride era delizioso, ma era bellissimo anche sentirlo appena dentro la vagina. Solo un poco, appena appena. E come scorreva. Lo toccò sulla punta. Era lubrificatissimo, e toccandosi ancora sentì che ancor più lo era lei.
Appena dentro, poi fuori’ ancora dentro, e così, tante volte. Stava conoscendo una sensazione mai provata, inimmaginata. Deglutiva a fatica, quel ‘ccumber’ era davvero delizioso. Il suo bacino sobbalzava, le mani non riuscivano più a controllarsi. Un colpo di reni, una spinta della mano e’ quasi non se ne accorse, ma ‘cucumber’ era entrato in lei, e lei seguitavo a muoverlo’dentro e fuori’ dentro e fuori’ fino a quando non dovette soffocare l’urlo che le stava sfuggendo dalle labbra, e strinse forte le gambe, col ‘cucumber’ che le sfiorava l’utero.
Si riebbe molto lentamente. Era ancora confusa. Sfilò ‘cucumber’ e lo mise sul comodino. Lasciò un piccolo segno, come un trasparente muco, ma’ c’era una traccia ematica.
Elisa trasalì. Oddio, aveva rotto l’imene’ non se ne era accorta’ sì’ aveva sentito qualcosa, ma l’aveva imputata alla strettezza della vagina’ Oddio’
Si alzò di colpo’ anche il lenzuolo recava quelle tracce’
Rimase sgomenta, dapprima, poi pensò che avrebbe detto alla lavanderia che era una ‘regola irregolare’. Del resto Suor Mara l’aveva avvertita che ciò poteva accadere col cambio di clima.
Sensi e pensieri in tumulto, nella piccola suora.
Era accaduto qualcosa di impensabile. E irreparabile!
Però, se quel ‘vegetale’ inerte, rivestito di gomma, e manovrato da lei, freddo e senza vita, le aveva procurato tale scombussolamento, figuriamoci’.
Volle fare lei la medicazione, a Madi, in via di guarigione, e la fece molto lentamente, perché era soprattutto intenta ad osservare il fallo del giovane, comparandolo al ‘cucumber’. Erano più o meno delle stesse proporzioni ma, seguitò a riflettere, come sarebbe diventato in erezione? Era quasi tentata di toccarlo. Lo sfiorò appena. Lo sentì, però, era caldo, questo, non come il’ vegetale. Ed ebbe la sensazione che a quel lieve e fuggevole contatto s’era mosso. Non era sensazione. Madi era un furbo di tre cotte, e intenzionalmente era nudo, nel letto. Anche le infermiere di colore ‘lo’ guardavano interessate, ma lui non avrebbe mai sperato di esibirlo a una femmina bianca, e per di più a una ‘sa’.
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Nella mente di suor Elisa il sesso la rodeva, lentamente ma inesorabilmente, come un tarlo subdolo e implacabile. Ormai, ogni uomo che vedeva, di qualsiasi età e colore, le richiamava il sesso: com’era?
E scopriva anche l’irresistibile desiderio di toccarli, gli uomini, sentire il tepore del loro corpo.
Era convinta che avrebbe perduto la sua battaglia, la resistenza andava sempre più indebolendosi. Forse sarebbe stato meglio chiedere il rimpatrio e, una volta in patria’ forse si stava avviando all’abbandono della vita religiosa.
Nella farmacia dell’ospedale giunsero dei medicinali. Aiutò il primario a registrarli, a metterli in ordine. Una scatola conteneva delle confezioni, ‘Nonexy9’-pessary, era la prima volta che le vedeva.
Suor Elisa chiese al medico per quale terapia servisse quel medicamento.
Molto professionalmente, e con distacco, il primario spiegò che stavano cercando di convincere le donne del luogo a limitare le nascite, quelle erano ‘candelette spermicide’ da introdurre nella vagina dopo il rapporto, ma al più presto possibile.
Elisa arrossì visibilmente. Registrò il farmaco, lo mise nell’armadio.
Pensava ancora a quelle cose, nel pomeriggio, durante il breve riposo, nella sua cameretta, quando bussarono alla porta. Madi, ormai guarito, chiedeva se poteva dare un’occhiata ai fiori sul balcone. Un balcone a pianterreno, con una cancellata il ferro verniciato. Lui ‘disse- aveva visto da fuori che ci voleva qualche cura alle piante.
Entrò, andò sul balcone, si accovacciò per guardare meglio. Il corto pantalone si ritirò un po’ sulle gambe, il suo glande, scuro, occhieggiava indifferente. Elisa lo scorse, rimase quasi paralizzata, deglutendo a fatica. Sarebbe ricorsa subito al suo ‘cucumber’, ma c’era Madi. E poi, non voleva abbandonare quella visione incantevole che le faceva venire l’acquolina alla bocca’ e altrove.
Non resist&egrave, fece finta di interessarsi alle piante, si accovacciò anche lei, vicino all’uomo, e per rialzarsi si appoggiò a lui, ponendogli la mano, bene aperta, proprio lì. E quasi l’afferrò. Madi sembrò fulminato, il fallo s’andava eccitando.
Si alzò, guardò Elisa in uno strano modo, e gli sembrò leggere qualcosa negli occhi di lei. Uscì senza salutare, voltandosi indietro a fissarla.
Elisa sedette sul letto, andò nel bagno, si bagnò i polsi si lavò il volto. Era l’ora di tornare al lavoro.
Prima di rientrare, la sera, prese una confezione del nuovo medicamento. Voleva vedere di cosa si trattava.
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Un’altra sera, un’altra notte.
Quella solitudine diveniva sempre più insopportabile.
Il piacere solitario non era appagante anche perché era un continuo chiedersi cosa avrebbe sperimentato in un regolare rapporto, sentendo il corpo di un maschio, le sue mani, le sue labbra, il suo sesso.
Aveva aperto il pacchetto: una specie di candelina e le norme sull’uso. ‘Deep into the vagina after coitus in an hour time’. Quindi bisognava introdurlo nella vagina, profondamente, entro un’ora dal rapporto.
Rimase a guardare quel piccolo cilindro burroso, poi lo rimise nella scatola.
Doccia, un lungo rimirarsi nello specchio, camicia da notte, a letto.
Spense subito la luce, da fuori filtrava la luce della luna piena.
Ad un tratto sentì grattare sui vetri del balcone. Scese dal letto per vedere cosa fosse.
Alla luce lunare vide la poderosa sagoma di un uomo di colore, in calzoncini, a torso nudo. Fu colpita dal bagliore dei denti, bianchi, su una faccia scura e sorridente. Madi! Ma cosa voleva a quell’ora! Aprì il balcone per chiederglielo, ma appena i battenti furono dischiusi, Madi, decisamente, pur senza violenza, entrò nella camera. Elisa fece alcuni passi indietro, lo guardò tra con un senso di sgomento misto ad attesa.
Cosa voleva? Cosa le avrebbe fatto?
Madi chiuse il balcone, ed anche gli scuri.
Il buio la terrorizzò. Fu istintivo per lei correre al comodino, accendere il lume che era su di esso.
Madi le sorrideva, col volto allegro.
Era di fronte a lei.
‘Lo so’, sà, che”
‘Cosa vuoi, attento, urlo, se ti prendono qui sei finito, i tuoi stessi ti condanneranno”
‘Tu non urli, sà, vieni”
Le tese la mano.
Elisa la prese, come un automa, col corpo che tremava, ma non di paura.
Madi le condusse vicino al letto. La lasciò un momento, slacciò la cintura che teneva i suoi calzoncini, che caddero ai suoi piedi, se ne liberò agevolmente. Il suo fallo era poderosamente eretto.
‘Smisurato’, pensò Elisa vedendolo. Come un ariete, avrebbe potuto sfondare una porta’
Madi, sempre sorridendo, la spinse dolcemente sul letto, le sollevò la camicia, la prese per le gambe e la trascinò sulla sponda. Lei era immobile, paralizzata. Le dischiuse le gambe, si mise tra esse, le sollevò, se le pose sottobraccio, le sollevò ancora affinché il bacino fosse all’altezza del suo fallo vigoroso, e armeggiò ponendo il grosso glande all’orificio della piccola vagina. Era rorida, sembrava palpitare. Elisa aveva gli occhi sbarrati. Era il momento vagheggiato, ma non immaginava che la sua prima volta sarebbe stata con un nero, di quelle dimensioni, e non sapeva quali devastazioni avrebbe operato quel grosso, smisurato, ariete nel suo grembo.
Madi si fermò un attimo. Entro in lei appena un paio di centimetri, poi, di colpo, affondò il suo ardente pestello in quella carne calda, per quanto poté essere accolto.
Elisa sentì la sua vagina che si dilatava, molto, ma senza particolare dolore, e si stringeva, poi, sul fallo che l’aveva invasa.
Sentì che si contraeva, poi si rilassava, tornava a contrarsi.
Madi, sempre sorreggendole le gambe, aveva iniziato un lento andirivieni. Quasi uscendo completamente, e rientrando. Sempre più in fretta.
Elisa non credeva a sé stessa, quel movimento era delizioso, voluttuoso, si sorprese ad accompagnarlo, a condividerlo. Fu istintivo incrociare le sue gambe sul dorso dell’uomo. Non immaginava che sarebbe stato così bello. L’orgasmo stava sopraggiungendo in modo travolgente, sconvolgente, ed ella pose una mano sulla bocca per soffocarle l’urlo che voleva sfuggirle. Le sembrò morire, e invece scopriva la vita. Stava per essere sopraffatta da un nuovo orgasmo, quando si sentì invadere dal tepore di un balsamo meraviglioso che si spandeva in lei.
Altro che il freddo e inerte ‘cucumber’. Quel coso le vibrava dentro, e il contatto con la pelle di quell’uomo era inebriante. Restò così, sfinita.
Madi, il cui sesso era ancora baldanzosamente gagliardo, senza uscire da lei, si abbassò appena, e lacerò in due la camicia. Pose le mani sotto i piccoli, sodi glutei della donna, e la sollevò. Lei senti il suo seno sul robusto petto dell’uomo, si avvinghiò al suo collo. Il fallo di lui era sempre nella sua vagina. Lei era infilata su quel palo di carne ardente. Madi cominciò ad alzarla e abbassarla, con uno strofinio ancora più voluttuoso del precedente. Elisa, attaccata al collo, istintivamente ne assecondava i movimenti, li regolava secondo il suo piacere, in quel delizioso e esaltante impalamento che le fece conoscere di nuovo, e per la terza volta in breve spazio di tempo, piaceri che andavano ben al di là delle sue aspettative.
Non avrebbe mai immaginato di poter ospitare in lei una simile dimensione, e tanto meno che invece di dolore le potesse recare un tale godimento.
Il suo ‘vuoto’ era stato riempito.
Il suo ‘voto’ era stato violato.
Madi la depose sul letto, sgusciò da lei, infilò i pantaloncini, strinse la cinta, si voltò, uscì dal balcone dal quale era entrato.
All’improvviso Elisa ricordò che era stata riempita dal seme dell’uomo, alle possibili conseguenze. Si alzò, corse nel bagno, prese la scatola, l’aprì, ne estrasse una candeletta e seguì attentamente le istruzioni, profondamente, nella vagina. In quella vagina che seguitava a fremere.
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Elisa era dietro la porta della superiora.
L’attendeva.
Non appena suor Mara la vide le chiese cosa volesse.
‘Madre, le devo parlare.’
‘Vieni, figlia mia, ti vedo pensierosa, vieni, entra.’
Entrarono nel piccolo ufficio, sedettero.
‘Madre, ho deciso di lasciare la Missione.’
Suor Mara la guardò, sorpresa.
‘Così, d’un tratto? Quale &egrave il motivo?’
‘Ho capito che la vita religiosa non &egrave per me. Io ero piccola quando sono entrata in convento’ Forse l’ho scelta senza riflettere”
‘Vuoi tornare in Istituto, in Italia? Non riesci a sostenere i sacrifici che impone la vita qui?’
‘No, Madre, lascio la Congregazione. La vita qui &egrave bellissima, e lo &egrave altrettanto il lavoro che si può svolgere per queste creature, ma io ho ben altro richiamo’
Chissà, potrei anche tornarci, come laica, e forse anche con mio marito.’
Suor Mara aveva le labbra strette. Aveva capito, forse, il dramma della giovane suora.
Fece un lungo sospiro.
Si alzò.
‘Che il Signore ti illumini e ti guidi per la tua strada, figlia mia. Va pure.’
Elisa uscì, si sentì sollevata.
Sapeva bene che Madi sarebbe tornato a trovarla. Meglio così, lei aveva altre candelette, e non sarebbe partita prima della prossima settimana.
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