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Mattino presto, la stazione, un treno che parte, ansia, attesa, angoscia, palpitazioni, una valigia, pesante di giorni, vissuti all’ombra, segreta, ninnoli, pezzi di carta, foto, ritagli, regali, diari, lettere: “io ci sono, ci sono sempre stata……”

Occhi che vagano, in cerca d’un volto, una sciarpa, un orologio, un giornale……

Occhi che pregano, nervosi, due scarpe, tacchi di metallo, un marciapiede, un altoparlante, cartacce…….

Tardi, maledettamente tardi. “Non viene, ormai non verrà”. Qualcuno urla, è ora, gente che s’affretta, saluti, spintoni, fazzoletti, qualche lacrima, uno scusi…….

Meno di due minuti, poco più di uno, teste senza volto, capelli anonimi, cappelli rossi, brividi, rassegnazione, dietro ad ogni sconosciuto un altro sconosciuto, pensieri che sbattono, fanno male, scuse, non avrà potuto, il lavoro, il figlio, la pioggia, un contrattempo, oppure……

Dubbi, se avesse voluto, flash, ricordi, percorsi di vita. Ieri sera, le sue braccia, caldo, tepore, convinzione, sicurezza, la decisione, la fuga, finalmente insieme, la sua mano calda, l’amore, ieri come in altri ieri, come ogni sera, di fretta, veloce, da domani sarà tutto diverso, ma ieri, come altri ieri, spalancavo le gambe, le mani al suo cellulare che squilla, al nostro paradiso, a due passi da questa stazione, un letto, un lavandino, un’insegna, un terzo piano d’albergo senza ascensore.

Mi prende in piedi, all’istante, il suo sesso che spunta, rigido, tra i denti di lampo. La stessa lampo che s’impiglia, da sempre, la stessa mia gonna arrotolata sui fianchi. Mi prende, il telefono risquilla, interrompe e cadenza i suoi movimenti, i miei, le ore di moglie e lavoro. Rapido consuma, passione che brucia dentro il mio sesso, che dico d’amore che dice di fica. Rapido sale, lo sento, rapido scende, risucchia, gorgoglia, mi bacia e mi preme, mi spinge, contro questa parete, contro tutti i muri da sempre, che hanno attutito l’ardore, scomposto mi cerca, m’insegue la voglia, ogni volta più in alto, ogni volta più aperta all’irruenza che abbraccio, che pazza gli urlo. Sono felice, quanto una donna che gode, che fa godere lungo i minuti che conta, che conto. Eccolo lo sento, esce all’improvviso, mi chiama con l’ultima voglia, che liquida sgocciola sulla moquette marrone. Non mi ha mai bagnata, non ho mai sentito il calore, ma l’amo, amo le sue paure, la sua convinzione. “Stavolta ti giuro fuggiremo davvero”. Domani alle sette, un treno, e poi un aereo dove parlano lingue che io non conosco. Lo amo, amo il suo sesso, nessun altro mai m’ha penetrata dalle parti del cuore, oltre il piacere evidente, oltre il mio sesso aperto, ora ed ovunque, in qualsiasi posto dove m’ha sfamato la voglia, il desiderio impellente d’allargare le gambe. Lo amo, convinta che per nessuno mai aspetterei minuti. Scendiamo le scale, qualcuno ci guarda, “a domani allora”, alle sette, i biglietti, il binario, la valigia, lo spazzolino da denti, i miei reggicalze.

Mattina presto. Sorrido, nello specchietto del trucco le mie speranze, s’adagiano a grumi come cipria ormai vecchia, una città, un paese, una casa, una stanza da pranzo, le tende a fiori, i bicchieri a calice, un divano, la scopa nuova, un letto, odore, sudore, mio, suo……’, magari un bambino, una sorella a suo figlio. Mi sento sua fino al midollo, m’ammiro la gonna, la sua preferita, le scarpe, un cappello nero, una veletta, toni scuri di rosso sulle mie labbra in attesa.

Dubbi, flash ricordi che tornano veloci, di ieri sotto il portone, mi ripeto la voce, la sua voce convinta, sicura, ferma, come granito la sua mano, come roccia i suoi occhi, non possiamo più aspettare, domani, sì domani, domani mattina, presto, all’alba come nei film, come nel sogno che torna ogni notte, all’ora degli amanti, al freddo di chi fugge, nella nebbia di chi si nasconde……….

Cosa penserà sua moglie? Mio marito che chiama, chiama più forte, ma ora sono qui, accanto al mio borsone, che penso, che guardo i miei tacchi. “Come farò a salire sul treno?” Lui mi aiuterà, mi porgerà la sua mano, guardo l’orologio, guardo lontano, scivolano i miei occhi sulle teste, non lo vedo, un fischio di treno, la stazione, un ritardo per tutta una vita, perché, un altro fischio, alzo la veletta per vederlo trafelato, la sua faccia che suda, che corre, sorride, mi bacia, mi brama, mi chiama, mi ama, mi ama davvero.

Mattina presto. Guardo ancora, ma nulla, volti sconosciuti, volti ordinari di sonno, di lavoro, stringo i pugni, il respiro che sale, che strozza, un altro fischio, un rumore assordante, il marciapiede vuoto, solo una donna con la veletta, un borsone, uno spazzolino da denti, i miei reggicalze, un treno, via……..

Autore Pubblicato il: 14 Febbraio 2004Categorie: Racconti Erotici Etero0 Commenti

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