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I sentieri del destino conducevano lontano.

Ero io, sì, il sogno incastonato nel lento scorrere dell’acqua dei torrenti e dei ruscelli, il vento leggero che scuoteva le fronde dei tigli, il passerotto desolato che vaga di ramo in ramo, senza sapere il suo nome.

Ero io, sì, tutto questo.

E passo dopo passo m’incamminavo lungo quei sentieri, che conducevano lontano dalle luci della città.

Non ero sola, lo sapevo. Le ombre amiche dei palazzi, le statue notturne, gli amici del silenzio e della penombra mi erano compagni, senza che ne sapessi il perché. Era dagli anni dell’università che vivevo all’ultimo piano di quel vecchio stabile, dove mi aveva condotta il destino, prendendomi per mano, secondo ciò che stava scritto sui suoi libri arcani.

Facevo la pittrice.

E dipingevo gli uomini nudi, con i loro torsi erculei e irsuti, o lisci, con le loro gambe lunghe e le loro braccia robuste. I miei ritratti avevano solo un sogno: riuscire a raccontare il mito di Ercole o di Pompeo.

Tenevo il pennello in mano da mezzogiorno alle ventitré di notte.

Mi ero comperata tutto l’occorrente per dipingere, oh, ce l’avevo da tanto, tanto tempo, sapete? E non era poi troppo difficile per me, che ero nata con il bernoccolo dell’arte.

Tutti i miei modelli erano miei amanti.

Ci conoscevamo per caso, chiedevo loro come si chiamavano e da dove venivano, e li invitavo semplicemente nel mio appartamento, per un ritratto. Volevo dipingere, dicevo loro.

Ma c’era dell’altro. Oh, sì!

Perché forse non vi ho ancora detto che andavo in cerca dei corpi migliori, dei maschi più virili che offrisse la città, e dopo che me li ero gustati con gli occhi, concludevo l’opera con una bella scopata, voi mi capite, vero?

Desideri proibiti di una ventottenne!

Il mio atelier segreto, all’ultimo piano di quel palazzo di città, era decorato di ritratti. Ma non c’erano soltanto quelli, perché dipingevo anche paesaggi, fantastici e affollati di divinità maschili dai corpi nudi.

Mi piacevano i ragazzi arabi, neri, tedeschi, sebbene non disdegnassi qualche bell’italiano che facesse al caso mio.

Lo ricevevo nel mio appartamento vestita di tutto punto. Ve l’immaginate? Gonna sopra il ginocchio, davanzale in mostra, tacchi a spillo, rossetto sulle labbra. Portavo anche i guanti, di velluto nero. Poi, però, me li toglievo, per maneggiare il mio pennello secondo la mia arte.

Li spogliavo nudi.

Sì, lasciavo loro soltanto un velo addosso, a volte, nemmeno quello. Adoravo dipingere anche la loro virilità più recondita, quella che di solito nessuno vedeva, e che troviamo però immortalata anche in qualche statua di Michelangelo.

Sono sempre stata appassionata di anatomia. E la sessualità maschile, il meccanismo dell’erezione e dell’eiaculazione, le dimensioni del pene, lo scroto (perdonate il linguaggio) sono tuttora al centro delle mie fantasie di ragazza.

Mi piaceva vedere i muscoli.

Adoravo anche sentirli sulla pelle.

Mi metteva i brividi la sensazioni di quelle mani grandi e forti sul davanzale nudo, sulle cosce, sui fianchi e sui glutei.

A volte, mi mettevo nuda insieme ai miei modelli. E dipingevo senza veli, perché la nudità &egrave piacere puro. Un pennello in mano, l’altro tra le labbra, raccomandavo appena il silenzio e l’immobilità.

Capitava però che la passione mi rapisse prima che riuscissi a portare a termine la mia opera.

E non vi nascondo, no, che poteva accadere spesso. Mi avvicinavo al mio manichino con un pretesto qualsiasi, fosse soltanto quello di aggiustargli i capelli, o di indicargli come doveva tenere piegato il braccio, per mostrare il bicipite.

Facevo i complimenti.

Erano per lo più lodi generiche, consacrate a qualche bel torace muscoloso e senza peli, o a delle spalle larghe e forti, scolpite da ore di palestra.
– Adesso toccami così, sì, più forte ‘ dicevo al mio modello, ormai travolta dal desiderio.

Di solito anche loro si abbandonavano volentieri al piacere, e cedevano facilmente alle mie seduzioni. Ero tanto bella, avevo un aspetto tanto allettante, sapete?

Li toccavo.

Li baciavo con le labbra.

Li sentivo tra le mie mani.

Erano muscoli forti e virili, volti sbarbati e lisci, o avvolti soltanto da una leggera peluria, schiene glabre ed erculee, natiche perfette, fianchi stretti, fatti apposta per il desiderio di una donna, oltre che per i sogni di una pittrice.

Volevo che mi abbracciassero.

Oh, sì, volevo che mi facessero sentire schiava della mia femminilità e del mio piacere!

A volte, mi facevo bendare. E consumavamo il nostro amplesso così, davanti alla tavolozza, a un ritratto non finito, e forse nemmeno mai veramente cominciato, quel velo nero teneva chiusi i miei occhi, ma sapevo di essere nuda, nuda, e soltanto nuda, mentre qualcuno, tenendomi stretta fra le sue braccia, mi spingeva da dietro, e le mie labbra si contorcevano in una smorfia degna di Venere.

Tenevo spesso i pennelli in mano, anche mentre lo facevamo.

In alcuni miei quadri trasfondevo quegli amplessi. Sì, dipingevo anche me stessa, insieme a qualcuno degli amati corpi. E mi raffiguravo bendata, o con una corona dorata in testa, quasi fossi stata una regina. Tutto il resto di me stessa era nudità, velata da qualche calza a rete smarrita, o resa un po’ insolita dal fatto che portavo una sola delle mie scarpe col tacco a spillo, perché l’altra l’avevo perduta mentre scopavo.

Una volta, con un ragazzo persiano, fu diverso dal solito.

Fu lui a prendermi alla sprovvista e a chiedermelo, subito dopo che avevo finito il quadro. Voleva che lo ricompensassi per la fatica.

Gli diedi un bacio sulla bocca. Quella doveva essere già una ricompensa. Ma disse che non gli bastava. Voleva il mio corpo nudo, la mia carne, che doveva accoppiarsi con la sua.
Mi spogliò nuda senza che me ne accorgessi.

Qualsiasi resistenza era inutile, tutto era passione e violenza. Prese uno dei miei pennelli, volle vedermelo succhiare tra le labbra, poi me lo infilò nell’ano, e lo agitò forte, per farmi godere.

Mi stavo scaldando appassionatamente. Disse che voleva ridipingermi. E lo fece, con la lingua.

Me la passò dappertutto. Sui capezzoli rosa, sulle labbra, sulle guance, sulle spalle, sulla schiena, e soprattutto là dov’ero più donna, sul pube, il monte di Venere, le grandi e le piccole labbra, il’

Ci infilò un dito e poi ci sputò dentro. Fu ancora più eccitante. Non vi dico dove, perché lo sapete già. Poi infilò dentro tutto se stesso, tutta la sua lunga virilità, dalle dimensioni impensabili.

Nel frattempo, come mi aveva promesso, continuava a ridipingermi con la sua lingua.
Avevo gli occhi aperti, ero piegata in due, sotto di lui, e mi appoggiavo alla parete, ansimando.

E gli chiedevo, gridando di piacere, che mi tingesse di rosso, perché quello era il mio colore preferito. Ed ero già così scarlatta, tra le gambe’ bruciavo come il fuoco, ve lo confesso.

Quando i nostri corpi si separarono, gli chiesi quando sarebbe tornato da me, per un prossimo incontro. Prima d’allora, non avevo mai fatto quella richiesta a nessuno dei miei amanti.

Autore Pubblicato il: 9 Febbraio 2005Categorie: Racconti Erotici Etero0 Commenti

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