Non avevano programmato nulla.
Era questo il punto.
Il treno notturno per Vienna era in ritardo di quarantadue minuti, e l’hotel — un edificio moderno incastrato tra due palazzi ottocenteschi — li accolse come si accolgono i viaggiatori stanchi: senza domande.
La stanza aveva una parete intera di vetro.
Non dava sulla città, ma su un cortile interno illuminato da luci calde, quasi teatrali. Silenzio. Un acquario umano.
Marina posò la borsa sulla poltrona senza sedersi. Restò in piedi. Il cappotto ancora addosso. Alessandro la osservava riflessa nel vetro: due immagini sovrapposte, lei davanti, lei dietro.
«Ti va di scendere a bere qualcosa?» chiese lui.
Non era un invito. Era un’apertura.
Lei non rispose subito. Si tolse il cappotto. Sotto aveva un vestito semplice, troppo semplice per la sera, troppo preciso per essere casuale.
Alessandro lo capì in quel momento: non era per lui.
«Scendiamo,» disse. «Ma non insieme.»
Non era una sfida. Era una scelta.
Il bar dell’hotel aveva musica bassa e persone che non si guardavano davvero. Professionisti in transito. Coppie che fingevano di non esserlo.
Alessandro si sedette al bancone. Marina scelse un tavolino lontano.
Non si cercarono con gli occhi.
Ed era questo che rendeva tutto più nitido.
Un uomo — quaranta, forse qualcosa di più — si avvicinò a Marina dopo il secondo sorso. Non troppo elegante, non troppo sicuro. Giusto abbastanza.
Alessandro non li sentiva parlare. Ma li vedeva.
Vide il modo in cui Marina inclinava il capo quando ascoltava.
Vide la mano dell’uomo fermarsi a mezz’aria, come se avesse imparato in fretta dove non andare.
Vide Marina sorridere senza concedere nulla che non fosse già deciso.
Quando lei si alzò, non guardò Alessandro.
Ma lui sentì il movimento come un cambio di pressione nell’aria.
In ascensore c’erano specchi ovunque.
L’uomo si fermò al piano sbagliato. Sorrise. Un sorriso che accettava il limite.
Marina arrivò in stanza da sola.
Alessandro era seduto sul letto, la giacca ancora addosso. Non le chiese nulla.
Lei si avvicinò alla parete di vetro. Appoggiò la fronte. Respirò.
«Non ho fatto niente,» disse.
Non era una giustificazione.
Alessandro si alzò. Le si fermò alle spalle. Non la toccò.
«Lo so.»
Silenzio.
«Ma ho sentito tutto,» aggiunse lui. «E mi è bastato.»
Marina si voltò.
In quello sguardo non c’era colpa, né trionfo.
C’era spazio.
Si avvicinarono senza urgenza. Come due persone che sanno che il tempo, per una volta, non è un nemico.
La luce del cortile li disegnava contro il vetro.
Chi li avesse guardati da fuori avrebbe visto solo due corpi vicini.
Non avrebbe saputo nulla di ciò che stava accadendo dentro.
E andava bene così.



Complimenti, racconto stupendo. Capisco che è solo il prologo, ma già pone delle belle basi. Ho parecchie fantasie al riguardo,…
Buongiorno mi piace come si sta evolvendo il percorso è possibile avere la tua mail Buon pomeriggio
C'è un seguito?
Beh, la mia esperienza mi dice che è così, anche personalmente.
bello! eccitante