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Il mattino dopo, mi svegliai nel mio appartamento parigino un po’ indolenzita nelle parti intime e nella dignità, e soprattutto decisa a far pagare a Jean lo scherzetto che mi aveva fatto.
La mia vendetta si sarebbe consumata quel giorno stesso: non è mia abitudine far passare tempo sulla mia rabbia, che si consuma rapida. Invece volevo vendicarmi col mio amante, ferirlo subito nell’orgoglio, come lui aveva fatto con me.
Ma come fare, cosa fare? Mi lambiccai il cervello su cosa organizzare, e la risposta mi venne semplice, mentre mi recavo al lavoro quella mattina, appena parcheggiai la mia piccola utliitaria nel vicolo dietro al negozio…quello stesso vicolo che pochi giorni prima mi aveva visto protagonista di un gioco erotico con il mio uomo-voyeur.
Scesa dall’auto, infatti, vidi subito il vecchio ciabattino intento a lavorare, chino sul suo banco. Lui mi avrebbe aiutato, inconsapevolmente, a vendicarmi di Jean, e avrebbe avuto un “collaboratore”, anch’egli inconsapevole: il suo giovanissimo apprendista, che, per mia fortuna, era piuttosto belloccio, come avevo avuto modo di constatare più di una volta, notandolo attraverso i vetri della bottega.
Così, quando alla pausa pranzo …….mi chiese se volevo mangiare qualcosa con lei, declinai l’invito e mi precipitai alla mia auto. Mentre aprivo lo sportello, mi misi a cantare ad alta voce: il ciabattino e il suo assistente non poterono fare a meno di notarmi, e rivolsero lo sguardo verso di me, che, salendo in auto, mi mossi in modo provocante, mostrando le mie cosce inguainate nelle calze, fino alla giarrettiera nera.. A Anche da lì si vedevano con chiarezza i volti dei due uomini, a bocca aperta, gli sguardi avidi.
L’amo era stato lanciato. Entrai in macchina, mi tolsi una scarpa e, forzandola sul fondo dell’abitacolo, spezzai il tacco. Mi tolsi le mutandine, poi chiamai Jean. Mi rispose nel suo solito modo, frettoloso, con il suo tono da manager, “Dimmi”. Con voce roca mormorai: “Ciao, so che sei al lavoro, non ti disturbo. Volevo solo dirti…visto che sei contento quando scopo con i tuoi amici, ti informo che ora sono con il ciabattino, ci stiamo divertendo  un po’. Ciao”. Chiusi la comunicazione, scesi dall’auto e, zoppicando un po’ sulla scarpa rotta, entrai nella bottega del ciabattino.
I due uomini mi riconobbero subito. Mi vennero incontro solleciti, pronti. Io spiegai che mi si era spezzato il tacco e che avevo bisogno che fosse riparato subito. Il vecchio si rivolse al suo aiutante: “Prendi la scarpa della signora”, ordinò. Io sedetti su uno sgabello; avevo la gonna corta e stretta, e sedendo, la sollevai un po’, scoprendo le cosce. Il giovane si avvicinò e io, anziché dargli la scarpa, sollevai la gamba perché me la levasse lui: sapevo bene che in questo modo avrebbe visto che non portavo mutandine.
Lui se ne accorse subito: i suoi occhi saettarono dal mio sesso scoperto al mio viso, per vedere se l’avevo fatto apposta. Il mio sguardo malizioso e la bocca increspata gli rivelarono che sì, lo stavo provocando, e che poteva, anzi doveva, approfittarne subito.
Quel giovanotto era giovane, ma non inesperto: si mosse in modo da agire immediatamente.
Sotto i miei occhi attenti, si mise al lavoro per riparare il mio tacco spezzato; io ebbi modo di osservarlo bene. Non era bello nei lineamenti, ma aveva quell’imperfezione e quella trascuratezza tipicamente francesi che lo rendevano molto affascinante. Aveva il volto un po’ irregolare, con la mascella un po’ sporgente ed il naso aquilino. I capelli, biondo scuro e mossi, gli ricadevano sul viso, coprendogli un occhio. Era però alto ed aitante, ed emanava un odore misto fra il suo sudore e il cuoio dei pellami con cui lavorava.
Era anche bravo, e veloce, così in pochi minuti la mia scarpa era riparata. Porgendomela, mi disse: “Immagino che ora le dolga il piede, poiché il movimento con il tacco rotto crea tensione sulla caviglia. Vuole che l’accompagni alla macchina?”.
Accettai subito; mi appoggiai al suo braccio, mentre il vecchio ciabattino ci guardava allontanarci verso la mia auto. Quando entrai, feci in modo che la mia gonna si sollevasse in modo da mostrargli il pelo pubico, sicchè non ci fossero equivoci. Il giovane non era certo un tipo timido: “Ascoltiamo un po’ di musica?”, mi chiese, e girando rapido dal lato passeggeri, entrò in auto. Senza perdere tempo, mi mise una mano sulla coscia. “Lei è una donna stupenda – mormorò – sensuale, di classe. Italiana? Da quanto tempo vive qui?”
Cominciammo una strana conversazione: io rispondevo alle sue domande, interessate ed intelligenti, mentre lui mi accarezzava l’interno della coscia. Contemporaneamente, cominciò a girare lentamente la rondella che reclinava il sedile. La sua voce si faceva più roca mentre parlavamo, perché man mano, lui faceva risalire le dita verso il mio sesso. Quando lo raggiunse, emise un suono di piacere, una sorta di mugolio soffocato…poi mi penetrò con il medio. Io assecondai subito il suo movimento e aprii bene le cosce, alzando la gonna fino alla vita. Dalla finestra della bottega, vidi il ciabattino che ci guardava.
Il mio piano era perfetto, tutto stava andando come previsto: quando il giovane si piegò su di me per leccarmi la fica, vidi arrivare l’auto di Jean e sorrisi soddisfatta, perché la mia vendetta si stava consumando.
Ora potevo godermi quel ragazzo, che mi stava stuzzicando con un dito il clitoride, in modo delizioso. Ero completamente stesa, adesso. Lui sollevò il viso verso di me e disse: “Ho un folle impulso di leccarle la fica, signora. Non so come mai. Sarà questo odore…lei ha un odore di passera incredibile. Lo porta addosso, glie l’ho sentito da quando è entrata in negozio. Mi si è rizzato subito il cazzo…non vedo l’ora di infilarglielo dentro, ma prima devo leccarle la fica, assaggiarla, sentire il sapore di questo miele così profumato. Posso?”.
Risi, stupita da tanta poesia in un semplice aiuto-ciabattino, e spalancando le cosce dissi: “Devi. Fai presto, leccamela…sto impazzendo”.
Lui mi affondò il naso aquilino nella fregna. Lo sentii aspirare i miei umori…era estasiato. Tirò fuori il suo naso lungo e appuntito e vidi che era impiastricciato e umido…poi mi mise dentro la lingua e cominciò a leccarmi. Era un piacere immenso, leccava golosamente, sorridendo, mormorando che la mia fica era buona, gustosa, dolce. Io godevo in ogni attimo, e avevo dimenticato perché ero lì. Tale era il piacere di quella lingua, che quando vidi Jean e il vecchio affacciati alla finestrina, che mi osservavano, sobbalzai per un attimo. Poi ricordai: la ma vendetta!
Mi sporsi verso il giovane e gli sfiorai la spalla. Lui sollevò il volto  bagnato dei miei umori vaginali, e lucidissimo, aveva un sorriso gioioso e lo sguardo eccitato. “Scopami”, lo pregai.
Lui non se lo fece ripetere: si sollevò sulle braccia muscolose, e con un solo movimento fu su di me. Molto velocemente si aprì i pantaloni ed estrasse il pene: non lo vidi, ma lo sentii. Era enorme, entrò dentro di me facilemente. Ero bagnata fradicia, aperta, eccitata da morire. Il ragazzo cominciò a muoversi in modo ritmico, ondeggiando, prendendomi i capelli, accarezzandomi il viso. Era meraviglioso. Dimenticai Jean e il vecchio, dimenticai che ci stavano spiando dalla finestra, dimenticai che stavo scopando per vendicarmi del mio uomo. Dimenticai tutto. Esistevamo solo io e quel giovane che stavamo facendo una scopata perfetta: il suo cazzo e la mia fica parevano nati per stare insieme, io lo avvolgevo come un guanto, lui strofinava le pareti della mia vagina con un delizioso sfregamento, e intanto mi accarezzava il seno, mi scaldava i capezzoli con i polpastrelli, e mugolava di piacere.
All’improvviso sentii arrivare l’orgasmo. Se ne accorse anche lui, e mi incitò con parole e respiri. Venni piangendo e ridendo, scossa nell’intero corpo, e quando ancora la mia vagina palpitava, venne anche lui, accarezzandomi il collo e il mento, guardandomi negli occhi, ridendo e piangendo.
Il vecchio si era masturbato di nuovo, quello schifoso voyeur, ma non mi interessava. Vidi che Jean, accanto a lui, mi fissava, immobile. Mi sollevai all’improvviso dal sedile dell’auto. Ora ero lucida, in un attimo  tornata in me. Il giovane che mi stava accanto si ricompose e mi baciò sulle labbra. Mi accarezzò il viso, mi scostò i capelli dagli occhi, mi sorrise. “Sei bellissima”, mormorò. Io tacevo, incapace di parlare, di pensare. Cosa stavo facendo? Cosa mi era venuto in mente, coinvolgere questo tizio sconosciuto?
“Possiamo rivederci?”, mi chiese lui. Io lo guardai, con un sorriso a metà tra lo scherno e l’amarezza, e risposi: “Rivederci? Non sai neppure come mi chiamo…e io non so neppure come ti chiami tu. Non ci conosciamo. E tu vuoi rivedermi? Non è il caso…”.
Il giovane, mortificato, scese dalla macchina. Mentre si riassettava un po’, a grandi passi arrivò Jean. Ignorando  il giovane, che lo guardava ad occhi spalancati, entrò in macchina urlandomi insulti: “chienne, putain! Tu es une pute ! chienne ! chienne ! ».
Ero mortificata, più per la scenata che stava facendo davanti al mio occasionale amante, che per le cose che mi diceva. Lui, intanto, il giovane, se la stava svignando,
Jean mi prese per i capelli e mi gridò in faccia che ero una troia, una cagna schifosa, che mi odiava. Io ridevo, gli rispondevo che questo era ciò che meritava, dopo avermi data ad un suo amico per gioco. « Che differenza fa ? – urlai – E’ importante se scopo con un estraneo piuttosto che con un tuo amico ? E’la stessa cosa ! ».
Jean continuava a gridare improperi, mi insulatava, poi d’improvviso mi si avvicinò e mi baciò sulla bocca. « Sai di un altro uomo », mormorò, e poi, eccitato da questa trasgressione, si buttò su di me e mi fece cadere all’indietro sul sedile ancora reclinato. Io ero ancora svestita; per lui fu facile aprirmi le cosce. Mi mise due dita dentro la fica. « Dio, è tutta bagnata, piena di sperma che non è il mio », urlò, e poi, chiamandomi puttana, troia, zoccola, salì su di me, si slacciò i calzoni e mi penetrò. Era già eccitato, e io ero fradicia della scopata di poco prima, così trovò subito la strada. Cominciò a scoparmi con foga, mi dava colpi violenti e profondi, affondando dentro di me, chiamandomi puttana. Ad un certo punto si mise a piangere, e scoppiai a piangere anche io. Piangendo e urlando « putain, putain », Jean giunse all’orgasmo, lasciandomi dolente e insoddisfatta. E con un nuovo capitolo buio nella nostra storia.
Avevo avuto la mia vendetta, ma non ne ero orgogliosa nemmeno un po’.

Autore Pubblicato il: 29 Gennaio 2012Categorie: Racconti Erotici Etero0 Commenti

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