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L’abito nuziale

La porta della piccola sartoria sbatté con vistosa prepotenza, visto che era piuttosto istintivo e naturale per Concetta entrare in quella stanza facendosi annunciare con quel rumore manesco e altrettanto adirato e rabbioso. Di solito era la porta, però poteva anche essere un secchio lasciato cadere con noncuranza sul pavimento di legno, talvolta una bottiglia, oppure quei colpi esagerati e infuriati degli zoccoli di quando marciava come un generale arrabbiato. Alfio per l’occasione non si scompose, affaccendato e piegato sui pantaloni che stava rammendando, l’ammonì solamente con la voce calma e distesa:

‘Alla fine finirà che me la romperai di nuovo quella porta’.

Concetta lo scrutò manifestamente imbronciata e con un tangibile disappunto perché non le piacevano i rimproveri, in particolar modo quando aveva unicamente voglia di scaricarsi sfogandosi per un’ingiustizia o per un torto subito:

‘Allora, te la farai pagare da papà come l’altra volta’ – replicò lei sgarbatamente e villanamente affrontandolo.

Senza spostare i pezzi di stoffa poggiati sul tavolo si rannicchiò con circospezione su quel piano di legno inclinandolo pericolosamente dal suo lato. Quel giorno non faceva particolarmente caldo nella stanzetta che Alfio usava come laboratorio, anzi, Concetta dopo essersi sventagliata con il bordo della gonna l’alzò sulle gambe ben modellate arrivando quasi a scoprire le mutande, tenuto conto che l’odore delle sue secrezioni raggiunse le narici di Alfio invadendolo, suggerendogli chiaramente che la ragazza doveva essersi masturbata da poco in quanto voleva farglielo palesemente sapere. In tal modo inspirando quella fragranza salmastra l’uomo sorrise divertito e rallegrato dalla sua pura e schietta sfacciataggine. Il lungo specchio appoggiato alla parete restituiva l’immagine d’una giovane fanciulla dalla pelle lustrata dal sole, resa ancora più scura dalla camicetta bianca di cotone che le scopriva le spalle. Concetta si tirò su i capelli biondi scoprendo il collo e divaricando le gambe si specchiò, simulando un’espressione fiacca e leccandosi le labbra. Alfio comunque non guardava lo specchio, tutt’altro, continuava a cucire con la testa dai capelli brizzolati chino seguendo accuratamente ogni punto attraverso le lenti che gli erano scivolate sul naso aquilino:

‘Non lo sopporto proprio più quello lì’ – sbottò irritata e alquanto scocciata dal disinteresse e dall’indifferenza di Alfio.

Quello a cui si riferiva era in realtà Orazio, suo padre. Lui ormai vedovo da cinque anni stentava a dedicarsi e a occuparsi all’educazione dell’unica figlia così scivolosa e sfuggente a ogni tentativo di mantenerla coscienziosa, illibata e giudiziosamente intatta fino al matrimonio. Tra il lavoro nei campi e la ricerca d’un marito per la ragazza, un brav’uomo come diceva lui, che la sapesse mettere per bene al suo posto. Orazio frattanto non riusciva a darsi pace e il suo corpo massiccio sembrava barcollare sotto il peso di tutti gli affanni, le angustie varie e le continue preoccupazioni.

‘Che cos’hai combinato stavolta?’.

‘Lui &egrave sempre là a rompere: Concetta copriti di più che sembri una sgualdrina – Concetta resta a casa che chissà poi che cosa pensano ‘ Concetta aggiustati un poco e così di seguito. Pensa, lui vorrebbe mandarmi presso un collegio di suore’ – sottolineò Concetta portandosi la mano al petto con quell’aria disonorata e oltraggiata.

‘Sì, ho capito. Tu che cos’hai fatto per fargli venire una simile idea? Orazio, a dire il vero, che io sappia, non ha mai avuto una buona opinione delle suore. Stavolta devi averla combinata grossa’.

Stavolta Alfio aveva alzato gli occhi su di lei e la fissava con quello sguardo indagatore sondandola, pertanto Concetta lo sapeva, in quanto non poteva camuffare niente, infine sbuffò saltando giù dal tavolo:

‘Mi ha beccato nel fienile con Gaetano, il figlio del lattaio. Io non ci ho fatto caso, perché mi trovavo di spalle appoggiata al muro. Per fortuna che lo scemo si era già tirato su i calzoni. Pensa, gli ha dato un manrovescio che per poco non gli saltavano i denti, poi e toccato a me, dal momento che abbiamo urlato tutta la notte’ – portandosi la mano alla guancia ancora dolorante e sofferente, poi mordendosi il labbro per non svelare il sorriso malizioso che le stava spuntando, abbassò il visetto per sfoggiare un’espressione avvilita, quasi triste e aggiunse:

‘Me le ha date anche con la cintura, perché ho tutto il sedere a strisce rosse. Lo vuoi vedere?’.

Senz’aspettare risposta Concetta si sistemò davanti ad Alfio e sollevò la gonna, poi inclinò il busto abbassandosi le mutande fino lasciare le natiche esposte proprio sotto il naso dell’uomo. Alfio in modo sornione sorrise visibilmente intenerito: il padre della ragazza l’aveva scudisciata e questa volta con vero furore, chissà come doveva essere piaciuto a entrambi. Alfio sapeva che a Concetta non dispiacevano quei colpi di cinta e pure gli sculaccioni, per il fatto che Orazio non lo avrebbe mai candidamente ammesso né confidato, perché un po’ ci godeva nello sculacciare la figlia. Bastava infatti guardarlo, mentre raccontava l’ennesima bravata della ragazza, per il fatto che si leccava spesso il labbro superiore distogliendo gli occhi dal suo interlocutore. Ormai erano anni che Alfio ascoltava le confidenze e le rivelazioni d’entrambi, a questo punto riusciva a cogliere anche le minime allusioni e le minuscole sfumature dei loro discorsi, dal momento che sapeva correttamente capire quando erano eccitati, tesi o se mentivano. In quel momento Alfio sapeva che Concetta non si trovava lì soltanto per sfogarsi, perché aveva tentazione e voglia di scopare, così le passò la punta dell’indice sulla pelle arrossata divertendosi nel vederla sussultare per il contatto con il metallo freddo del ditale:

‘Sei scemo, ma &egrave freddo’ – sbraitò la ragazza indignata, quasi inasprita.

‘Mi togli la luce, così non vedo dove metto i punti. Dai, su spostati’ – incalzò Alfio quasi rimproverandola.

Concetta si spostò sbuffando, in quanto Alfio era un duro, perché tutte le mosse che facevano ammattire e impazzire gli altri uomini su di lui non facevano effetto. Chino sul suo lavoro con gli occhiali sempre in bilico sulla punta del naso, Alfio non era certo un bell’uomo, innanzitutto era troppo magro, giacché su quel viso spigoloso e stempiato si notavano subito i segni del tempo, però quando lui la fissava con quegli occhi penetranti d’un grigio indefinibile Concetta si sentiva tutta bagnata tra le cosce. Anche in quel momento, soltanto per avergli mostrato il sedere, sentiva che il suo cespuglietto era già zuppo e che le mutande non erano da meno, in conclusione trattenendo la gonna alzata con una mano Concetta si strofinò l’inguine con le dita, poi intrufolò il dito medio nel tessuto umido scostando la foltissima e scura peluria di quella fica fino a raggiungere il clitoride:

‘Non ti starai per caso masturbando troppo spesso, vero Concetta? Se ti vedesse la vecchia Nunzia ti direbbe senz’altro che potresti diventare cieca e senza sbocchi per il futuro’ – la schernì argutamente Alfio punzecchiandola e ascoltando nel contempo il suo manifesto gesto di replica:

‘Sì, certo, come no, magari Padre Anselmo direbbe pure che sto aprendo la porta al diavolo. Io mi sono rotta di non poter scopare. Chi se ne frega d’arrivare presentandomi vergine al matrimonio, per che cosa poi? Per farmelo mettere tra le cosce da un vecchio che non sa neanche come farmi godere?’ – sbottò in modo alterato la ragazza continuando a indugiare, ma soffermandosi palesemente con le mani dentro le mutande:

‘Non dire così, non sono poi così logori gli uomini che tuo padre cerca per te’.

‘Lo sono invece, eccome. Io viceversa, ne voglio uno giovane, che gli si drizzi ancora il cazzo, che me lo facci sentire per bene. Ho vent’anni e voglio sentire com’&egrave averlo dentro, perché mi sono realmente scocciata e stufata d’andare a dormire con il culo dolorante’.

Ansimante, desolata e pure visibilmente stanca Concetta s’appoggiò nuovamente al tavolo mordendosi le labbra, spinse le dita più in fondo all’interno del suo corpo, inarcando la schiena per spingere in fuori il petto che sembrava esploderle:

‘Dai Alfio, toglimela tu’ – lo implorò lei divaricando le cosce.

‘Lo sai che non posso, conosci tuo padre, m’ammazzerebbe di certo’.

‘Egoista e vigliacco, sei come tutti gli altri’ – replicò Concetta gemendo per l’orgasmo che stava sopraggiungendo.

Malgrado ciò Alfio doveva propriamente ammettere che lo spettacolo offerto dalle membra sudate di Concetta era seducente e senza dubbio compromettente. I movimenti frenetici della sua mano velati peraltro dal tessuto delle mutande che si erano abbassate sui fianchi, scatenavano fantasie cui era difficile resistere e tollerare, in tal modo mettendo da parte i pantaloni che stava cucendo inforcò meglio gli occhiali e si godette la scena della ragazza, che s’accasciava sul tavolo lasciandosi andare a un lungo brivido finale con il viso grondante di sudore, poi s’avvicinò spostando lo sgabello fino a trovarsi con il volto tra le cosce della ragazza e dopo averle calato l’indumento sulle cosce iniziò a leccare i succhi dolciastri di cui era impregnata la sua pelle. Concetta riprese ad ansimare alzando i fianchi per avvicinarsi alla bocca di Alfio, però lui la bloccò con le mani imponendole di stare ferma. Quando i gemiti della ragazza si fecero più forti Alfio smise di leccarla e cercò un ritaglio che potesse fungere da bavaglio tra i pezzi di stoffa abbandonati sul tavolo, così dopo averla imbavagliata con un pezzo di cotone stampato con dei fiori rossi le legò i polsi con il metro e s’allontanò per guardarla:

‘E adesso? Che cosa faccio con te?’.

Concetta distesa sul tavolo con i polsi legati mosse i fianchi divaricando nuovamente le gambe, Alfio però non colse l’invito:

‘E’ possibile, che ogni volta devi venire qui mentre lavoro per fare tutto questo spettacolo per farti alla fine scopare? Non ti puoi trovare un partner, che non abbia paura d’essere pestato da tuo padre?’.

Gli occhi di Concetta s’inumidirono, perché non le piaceva che Alfio rammentasse suggerendole di trovarsi un altro, perché era lui che desiderava e per averlo era disposta a compiere tutto, persino ad accettare le sue ripicche ogni qual volta reagiva bruscamente alle sue provocazioni, dal momento che la prima volta che l’aveva sculacciata aveva pianto. Dopo una notte passata a masturbarsi però, la mente era ancorata al momento in cui le mani sottili di Alfio erano venute a contatto con la sua pelle, poi era tornata da lui in sartoria e lo aveva animosamente stuzzicato fino a ottenere che la sculacciasse ancora, persino le percosse di suo padre le sembravano più dolci immaginando che fosse Alfio a percuoterla. Ogni volta chiudeva le palpebre e stringeva i denti, ma non poteva impedire che il nettare dalle cosce le colasse né poteva ostacolare che i capezzoli s’inturgidissero. Negli ultimi tempi aveva persino notato che suo padre ci trovasse più soddisfazione nel colpirla, ma forse era solamente un’impressione, Concetta vide Alfio armeggiare con l’ago e il filo e per un attimo pensò che avrebbe ripreso a lavorare, lasciandola lì imbavagliata sul tavolo notando il suo sguardo astuto e malizioso:

‘E se te la cucissi del tutto? Che cosa ne pensi? In questo modo non ti verrà più la tentazione né lo stimolo’ – espose lui in modo beffardo e canzonatorio ridacchiando.

Un lungo brivido le scosse il corpo. Era forse impazzito? Alfio si chinò tra le sue gambe aggiustandosi gli occhiali sul naso, poiché aveva ancora l’ago tra le dita, Concetta chiuse le gambe per impedirgli l’accesso:

‘Che sciocca che sei, ci credi pure. Non hai minimamente notato che a furia di palpeggiarti con frenesia hai bucato persino le mutande?’.

E così dicendo le sfilò l’indumento ormai bagnato e iniziò a rammendarlo. Lacrime avvilenti e brucianti scivolarono sulle guance di Concetta, più per l’umiliazione d’essere stata nuovamente ignorata e trascurata, che per il piccolo spavento, perché era evidente che Alfio non l’avrebbe giammai posseduta, giacché neanche ci pensava, lei avrebbe dovuto lasciarlo stare, però ormai si era intestardita, dato che avrebbe fatto ancora un ultimo tentativo, uno soltanto. Mentre l’uomo le infilava le mutande Concetta s’inarcò spingendosi giù dal tavolo e atterrandogli in grembo, dopodiché cominciò a muovere i fianchi sfregandosi sull’inguine con abilità e perizia sperando in una sincera e palese reazione. Approfittando della sorpresa che lo aveva lasciato impietrito, gli cinse il collo con le braccia ancora legate e attirò il viso sul suo petto:

‘Smettila’ – urlò Alfio afferrandole con forza le braccia.

Concetta non intendeva smettere, perché voleva farlo eccitare, portarlo al punto in cui avrebbe dovuto ammettere di gradirla, di volerla, fosse stato anche solamente per quella volta, ma avrebbe desiderato sentirglielo dire. Dal bassoventre di Alfio non avvertiva però nessuna reazione, le mani dell’uomo le pizzicarono brutalmente i capezzoli facendola gemere dal dolore, la ragazza s’afflosciò sul suo petto sconfitta in segno di totale smacco, mentre le lacrime ripresero a venir giù rigandole le guance. Il pezzo di stoffa che l’imbavagliava fu rimosso con inattesa gentilezza dalle mani dell’uomo, per permetterle di respirare meglio e le parole che le risuonavano in testa vennero fuori sottovoce tra i singhiozzi:

‘Perché? Perché non mi vuoi?’. L’uomo sospirò accarezzandole i capelli in disordine:

‘Bambina mia, io non posso fare l’amore con te. Tu sei una bella ragazza, sei giovane, puoi trovare una persona che ti darà tutto il piacere e la soddisfazione che desidererai, io non posso. Vedi, io sono impotente’.

‘No, non ci credo, non &egrave vero’ – gridò Concetta incredula, divincolandosi dal suo abbraccio:

‘Purtroppo &egrave così’ – le confermò Alfio.

‘Stai mentendo, tu non mi vuoi, perché hai solo paura di mio padre’.

Alzandosi di scatto dal grembo di Alfio, Concetta andò a sbattere contro il tavolo rischiando di cadere, ma lui balzò in piedi per sostenerla:

‘Lasciami, ti odio’ – gli urlò lei, cercando di liberarsi dalla presa:

‘Concetta, lascia almeno che ti liberi i polsi’.

Tirando su con il naso Concetta lasciò che Alfio le slegasse il metro dai polsi evitando il suo sguardo. Non ci credeva, non poteva essere vero, perché se fosse stato vero glielo avrebbe detto prima, giacché erano anni che gli stava dietro. Alfio era stato il suo primo amore, il suo primo sogno erotico, persino il suo primo bacio era stato rubato alle labbra di quell’uomo, che attualmente la guardava con una detestabile e un’odiosa compassione dipinta in volto. Non poteva soffrire quell’espressione, preferiva sentirsi rimproverare, schernire e umiliare, però non poteva sopportare d’essere compatita e giustificata dall’uomo che desiderava più d’ogni altra cosa al mondo. Scivolando in ginocchio sul pavimento Concetta s’aggrappò ai calzoni di Alfio sbottonandogli la patta, stranamente stavolta Alfio la lasciò fare. Quando abbassò le mutande il cazzo dell’uomo giaceva inerte tra i peli pubici, poiché non reagì alle carezze di Concetta né all’esitante manipolazione delle sue dita fresche né al lento movimento della lingua della ragazza, eppure bagnandolo di lacrime e di saliva Concetta insistette, finché l’uomo carezzandole teneramente i capelli la pregò di smettere:

‘Basta Concetta, lascia stare, sfortunatamente &egrave così, non ci posso fare nulla’.

Prima che lei potesse rimettersi in piedi, la porta della sartoria sbatté con violenza per la seconda volta:

‘Che bravi che siete. Come la mettiamo adesso?’ – sbraitò un’imperiosa e inattesa voce maschile alle loro spalle:

Orazio puntava il fucile sulla schiena di Alfio, minacciando d’usarlo se non gli fosse stata prestata la dovuta attenzione, però la luce che gli brillava negli occhi tradiva lucidamente un’inconfessata e una segreta soddisfazione:

‘Papà, non &egrave come pensi’ – lo invocò Concetta supplicandolo di non fare gesti estremi, che pure in cuor suo aveva sperato nell’avverarsi di quella situazione:

‘Sì, come no, certo. Io ti conosco troppo bene, disgraziata. Io t’ho visto che gli succhiavi il cazzo con questi occhi, e ci vedo ancora bene sai. Adesso come la mettiamo Alfio?’.

‘Orazio non fare fesserie di cui potrai seriamente pentirti, abbassa la canna del fucile, parliamone’ – suggerì il sarto con voce tranquilla.

‘E che cosa c’&egrave da parlare, tu adesso te la sposerai. Se fosse stato un altro avrei già sparato, però tu sei mio amico da tanto tempo, tuttavia non immaginavo minimamente che ti scopassi mia figlia. Io la lasciavo venire qua tutto tranquillo, invece proprio tu che la tenevi sulle ginocchia da quando era piccola’.

Orazio sogghignò abbassando il fucile accomodandosi su d’una sedia lì vicina, facendola cigolare nell’impatto con la sua mole. Alfio aiutò Concetta a sollevarsi facendola accomodare su di un’altra sedia, mentre lui prendeva uno sgabello per sé:

‘Va bene, la sposerò. Per te va bene Concetta?’.

La ragazza li ascoltava incredula, confusa, disorientata e seriosamente impacciata, perché sposarsi con Alfio era quello che desiderava, in quanto aveva sempre sperato che suo padre la beccasse con lui in atteggiamenti e in gesti sospetti, perché sapeva come sarebbe finita. E adesso? Che cosa doveva fare, adesso che aveva scoperto dell’impotenza e dell’incapacità di Alfio?

‘Per lei va bene, eccome. Io non posso sperare di piazzarla a qualcun altro questa sgualdrina. Noi uomini siamo d’accordo, e tanto basta’.

‘Domani andrò a parlare con il prete, visto che in paese penseranno che sia rimasta incinta, però chi se ne frega. Non vorrai che se ne scappi cercando di cavalcare qualcun altro, non &egrave vero?’.

‘Alzati che andiamo a casa. Per ora sei ancora mia figlia e dovrò tenerti d’occhio. Tu sarto, prepara nel frattempo un bel vestito’.

Rimasto da solo nella bottega Alfio ripose con cura il lavoro che stava terminando e tirò fuori dall’armadio una matassa di stoffa, la stoffa bianca per una vergine.

Adesso era giunta l’ora di predisporre e di confezionare un bell’abito da sposa.

{Idraulico anno 1999}

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