C’era qualcosa in movimento. Un turbinare. La figura in nero lo sapeva. Sentiva.
I piani erano in movimento. Tutti. Nassir era morto. Non avrebbe parlato, con nessuno.
E Jarius era in posizione. La fase finale si avvicinava.
Era tempo. E non troppo presto. La figura in nero alzò lo sguardo nella notte.
La luna stava crescendo, piano. Presto, molto presto, sarebbe giunto l’equinozio.
Il tempo del rinnovamento.
La notte era quieta, troppo.
Marduk riusciva ad avvertire qualcosa. Una nota dissonante. Per questo aveva aperto gli occhi, strappato al sonno da un senso di prudenza, da una percezione sottile.
Haragei, la chiamavano i Justicarii. La percezione subconscia.Un insegnamento antico di millenni che ancora permetteva di ascoltare, di reagire ad attacchi altrimenti inconcepibili.
A patto di non far muro tramite l’intelletto e la razionalità. Marduk sapeva bene che quella precezione veniva dal passato. Da prima del Cataclisma. Da quando l’uomo aveva smesso di strisciare sul ventre per elevarsi sulle quattro e poi due gambe, da quel tempo in cui, circondato da minacce in un mondo selvaggio, aveva dovuto far sua l’arte di anticipare ogni possibile variabile per sopravvivere e prosperare.
-Mostrati.-, disse, la mano destra sotto il cuscino su cui poggiava il capo, stringeva un coltello.
Arma sufficientemente bilanciata da essere lanciabile con precisione e forza. Precauzione, paranoica e immotivata. Ma lì, in quel villaggio chiamato Afahr Ghazhali, necessità.
-Non c’è motivo di essere tanto ostili, Marduk.-, disse la voce di Ferelea. Lui la fissò.
-Ti aspettavi qualcun altro?-, chiese l’informatrice.
-Mi aspettavo… lascia stare.-, disse lui. Non era certo di cos’avrebbe potuto aspettarsi.
Ferelea si mosse. Lui accese un lume. La stanza si rischiarò di un vago chiarore. Luci elettriche. Roba da poco. Notò che l’informatrice indossava una tunica da notte.
E probabilmente null’altro sotto. Lei sorrise, ma era un sorriso triste.
-Domani ci separiamo. Ho discusso con Saida, durante questa giornata, ed abbiamo convenuto che conviene avere un’agente fuori quadro. Vi aiuterò tramite alcuni contatti in zona, visto che pare che l’Unio Africae abbia veramente pochi elementi da quelle parti.-, spiegò. Marduk annuì. Aveva tutta l’aria di un addio. Non poteva negare di essere triste.
-Quindi, pensavo… che fosse il caso di separarci in modo… informale.-, Ferelea avanzò. Scrollò appena le spalle mentre le mani scioglievano un nodo. La tunica cadde.
Sotto non c’era niente. La pelle ambrata dell’emula delle Amazzoni era appnea brillante alla luce fioca. Alle narici di Marduk giunse un sapore. Olio. Ferelea si era spalmata di oli profumati. I capelli parevano una criniera. Era l’amazzone del mito che irrompeva nella realtà a far suo un esule. La donna sorrise vedendo la sua espressione.
-Ti piace quel che vedi?-, chiese. Lui non rispose. Non era necessario. E lei lo sapeva.
Nuda, l’informatrice prese ad avanzare verso il letto, ancheggiando. Si protese chinandosi, andando a ghermire il pene di Marduk individuandolo con precisione notevole.
-Mi spiace che non ci sia Hawo.-, ammise Ferelea protendendosi verso il viso dell’uomo.
-No.-, disse Marduk. Lei si bloccò. Il pene in mano e lo sguardo sorpreso.
-Già, anche io preferisco così. Solo noi due…-, sussurrò con lascivia. Gli sfiorò le labbra con un bacio passionale. Infilò la lingua in bocca all’agente. Marduk s’irrigidì.
Il pensiero di Saida, il bacio, la fitta di colpa che sentì gli impedì di tergiversare oltre.
-No.-, disse prendendola per le spalle e allontanandola piano ma con fermezza.
-Oh, non fare lo scemo…-, sbuffò Ferelea quasi più divertita che irritata.
-Ho detto no, Antonia.-, ripeté Marduk. La donna sbatté gli occhi, basita. La sua espressione mostrava confusione, dubbio. E un dolore misto a frustrazione.
-Perché?!-, chiese. Aveva staccato le mani dal sesso dell’uomo, improvvisamente conscia che era serio. Atrocemente serio e deciso.
-Perché no. Non posso. Non oggi. Non così. Non…-, disse lui.
-Non con Saida, eh? È lei, vero?-, chiese Ferelea, il tono venefico e ferito. Gli occhi le si erano riempiti di lacrime. Lacrime che caddero sulle gote.
-È lei, vero? La ami, non è così?-, chiese a raffica. Marduk sospirò.
-Lei… Lei è… diversa.-, ammise, -Da tutti noi. Da te, e da Hawo.-.
-Marduk…. Tu veramente vuoi dire no a tutto questo?-, le mani della donna andarono a sostenere i suoi seni, come a offrirglieli, -Tu davvero vuoi dirmi di no?!-.
-Io devo farlo. Altrimenti non sarei più in grado di guardarmi allo specchio.-, replicò lui.
Lo sguardo di Ferelea fu duro, un’espressione di rabbia che l’uomo non evitò.
-Nell’hamman non la pensavi così…-, sussurrò lei, ricacciando indietro le lacrime.
-Nell’hamman le cose erano diverse.-, chiarì l’agente. Ferelea sbatté gli occhi. Una, due volte.
-Allora spero che insieme sarete molto felici!-, ringhiò con rabbia. Scese dal letto a balzi, una fiera che si allontanava da una preda negatale. Raccolse la veste e si ricompose.
Saida aveva osservato la scena. Si eclissò. Sicuramente entrare avrebbe avuto conseguenze devastanti, ma il suo cuore stava cantando di gioia. Marduk aveva scelto lei!
Aveva scelto lei! Aveva scelto lei! Continuava a ripeterselo come se al suo cervello non bastasse aver visto e sentito per capacitarsi dell’anomalia statistica che aveva potuto constatare. Ogni parte razionale della sua mente aveva ipotizzato un ben diverso esito, tutt’altro che lieto. Ma evidentemente, la razionalità non può spiegare tutto.
Saida immaginò. Eclissarsi nell’ombra. Aspettare che Ferelea uscisse, entrare, e…
E? Fare l’amore con Marduk? In quella stanza che sapeva di quella donna? Con il suo profumo ancora nell’aria? Le parve… sbagliato, indegno. Si costrinse ad aspettare.
Anche se razionalmente, entrare e rivendicare il suo trionfo sarebbe stata una mossa più che sensata, sentiva che non era il momento. Decise di fidarsi delle sue sensazioni.
Scivolò tra le ombre. Verso la sua camera. Sapeva di star sorridendo come un’idiota.
Ferelea rientrò in camera sua. Si gettò nella doccia dopo essersi strappata di dosso la veste da notte. Era un mezzo miracolo che quel villaggio avesse acqua da poter utilizzare.
S’infilò sotto il getto, i pugni chiusi, le unghie affondate nelle mani, la rabbia che pigiava in petto e nel ventre, sopra il suo sesso che, ignorantemente, ancora stillava le avvisaglie di un piacere che non sarebbe arrivato.
-Dannazione a te, Marduk! Dannazione a te e a quell’altra…-, sussurrò in dialetto dell’Hiberia.
Si accoccolò sotto il getto, rannicchiata in posizione fetale, l’acqua che le scrosciava addosso incapace di portarsi via il dolore, il senso di non essere stata abbastanza. L’offesa.
Marduk aveva preferito Saida a lei. No, peggio, Marduk amava Saida.
E questo, lei non l’avrebbe mai potuto superare, se ne rendeva conto.
Marduk amava Saida. Non poteva competere. Era brava a letto, e lo sapeva, ma una volta tanto, quella e tutte le altre sue abilità le erano completamente inutili.
Come l’Athlia del Mito di Licanes, era stata rifiutata da un esule. E non importava che Marduk fosse una pedina, o che il loro distacco fosse stato scritto dal piano che aveva sin lì seguito.
Non importava neppure che tutto ciò fosse per il bene superiore, perché non faceva il suo, di bene. In lei si fece strada una consapevolezza orribile di vuoto, di un rifiuto che le affondò dentro spietatamente, sino a scavarsi una nicchia nella sua anima.
Mai avrebbe potuto lenire il dolore di quel rifiuto. Cercò di trattenersi. Fallì.
Pianse, scoppiando in singhiozzi.
L’indomani Ferelea lasciò il gruppo. Marduk non disse molto e lei non parve minimamente interessata a ricucire il loro rapporto. Il suo rifiuto l’aveva allontanata e l’agente se ne rendeva perfettamente conto, ma sapeva che la sua scelta era stata coerente con sé stesso, e tanto gli bastava. L’informatrice confidò ai due nomi e posizioni di alcuni supporti in Nepalia, poi deviò verso l’entroterra delle piane.
Tornava verso la Sarmatia, si accorse Marduk. Forse da lì sarebbe riuscita a ritornare nella Confederatio, se avesse voluto. Forse sarebbe persino riuscita a ricostruirsi un apparato all’interno dei suoi territori. Forse. E forse si sarebbero rivisti.
Se fosse accaduto, lui non ne dubitava, sarebbe stato un riavvicinarsi freddo e professionale.
Qualunque parvenza d’intimità o speranza di un legame che andasse oltre i rapporti di lavoro era stata fatta a pezzi, da lui. Ma Marduk sapeva bene che l’alternativa sarebbe stata immensamente peggio. L’avrebbe reso un doppiafaccia, un immorale bastardo.
E avrebbe spezzato il cuore a Saida, che alla fine non era altro che un’ennesima vittima di una storia in cui tutti loro parevano venir mossi come mere pedine.
Per questo aveva scelto di dire no. Anche se era convinto che Saida non avrebbe mai sospettato tutto ciò, era contento di aver fatto la scelta che aveva sentito giusta.
-Procediamo.-, disse a Utricius e alla nera. Lei annuì. Ripresero la marcia costeggiando il Kelreas. Le frontiere del Regno delle Amazzoni erano un lussurreggiante bosco avvolto da un manto di giungla al limitare di una spianata progressivamente sempre più rigogliosa.
Un confine chiaro. Anche senza nessuno a guardarlo.
-Le Amazzoni hanno abbandonato l’Impero. Mi domando perché.-, disse Utricius.
-Magari si sono rese conto di dove stava finendo la Confederatio. Di cosa stavamo diventando.-, disse Marduk. Utricius annuì. -Forse.-.
-Ma allora la domanda è: perché non sono rimaste per cercare di evitarlo?-, chiese Saida.
-Forse per non corrompersi a propria volta.-, sospirò Marduk, -Alla fine, Licanes è divenuta l’antitesi di tutto ciò che avrebbe dovuto essere. Siamo eredi indegni degli eroi del Mito.-.
-Spero se ne rendano conto anche gli altri… Tipo quelli che hanno preso mia sorella.-, disse la nera senza curarsi di celare la preoccupazione. Utricius fissò un punto nel nulla vegetale.
-Credo se ne rendano conto benissimo da molto, Saida.-, disse. Lei lo fissò. Annuì.
Sho-Mi, discosta, non parlava. Fissava e basta, come facendo proprio quell’istante, in ascolto. Marduk si accorse che il suo sguardo non era fisso. Pareva sondare i boschi del Kelreas, come a seguire movimenti che solo lei vedeva.
Sho-Mi le vedeva. C’erano figure che si muovevano tra le fronde, oltre la linea d’ombra degli alberi. Non ne aveva una percezione netta, ma le vedeva.
Le Amazzoni osservavano. Sentinelle silenti, vegliavano sui confini, invisibili e in agguato.
La Justicar alzò appena le mani, tessendo una serie di gesti rapidi, troppo per essere scissi in singoli movimenti, e concluse con un cenno del capo.
-Che cos’era?-, chiese Saida.
-Una benedizione.-, disse Sho-Mi, -Per tutte loro.-. La nera la fissò.
-Sai che ci osservano, dunque.-, dedusse.
-So che nessuno lascia un confine sguarnito. L’idea che ci possano accogliere a frecciate non mi è congeniale.-, rispose l’asiatica. Lentamente ma inesorabilmente, il gruppo si rimise in marcia.
Le figure nell’ombra si ritrassero. Avevano visto i gesti, un codice muto quasi universale. Antico ma mai davvero dimenticato. Sui loro visi c’era consapevolezza, una fierezza velata dal peso del futuro a venire, paventato dall’ammonimento dato da quella donna.
“State nascoste, sopravvivete.”, così aveva detto. E così avrebbero fatto.
Licius Carcio Quadro sollevò lo sguardo. Seleucinea lo osservava, sull’attenti.
Silenziosa e letale, come ci si aspettava da un’esploratrice di simile apicale livello, non aveva emesso un suono nell’entrare. Sorrise.
-Mi voleva vedere, signore?-, chiese.
-Sì, Seleucinea. Puoi sederti, è un incontro informale. Non serve essere così marziali.-, disse.
La donna si sedette, compostamente, su una delle sedie a disposizione. Licius sorrise.
Seleucinea era bella, certo, ma anche intelligente.
E soprattutto, ancora ciecamente leale a Licanes.
-Il comportamento del tuo camerata ti ha scossa, vero?-, chiese, diretto.
-È stato… inaspettato.-, la tiratrice mostrava il proprio turbamento in misura minima, ma non senza tentare di nasconderlo. Licius annuì. Era previsto. La fiducia e l’importanza dei valori patrii erano, o forse erano stati, due elementi fortemente intrecciati tra loro nella squadra di Utricius. Ma ora, uno di quei valori era stato intaccato. Da Gannicus stesso.
Licius intendeva garantirsi una possibilità di rimediare alla catastrofe.
-Sarò schietto, Seleucinea. Senza Utricius e con Gannicus… recalcitrante, mi occorre qualcuno che sappia gestire questa situazione.-, disse con tono pacato.
-Signore… Non credo di essere la persona più indicata.-, disse la tiratrice.
-Non pensavo a te. Non è il tuo ruolo, quello di comandante. Di quello si occupera Jairus Rufio Hiberico.-, disse Licius, -Le sue esperienze militari hanno ampiamente motivato una promozione sul campo, quand’anche in stato di necessità.-.
-E il mio ruolo sarebbe?-, chiese Seleucinea, comprensibilmente perplessa.
-Di essere i miei occhi e le mie orecchie in quella squadra. Non devono fiatare senza che io lo sappia. Se Gannicus farà qualcosa di stupido… lo dovrai fermare. Con ogni mezzo.-, chiarì Licius, -Rappresenta un problema?-, chiese.
-Nossignore.-, disse lei. L’ufficiale sorrise. Che donna! Decisamente tosta e fedele.
-Prevedo dunque che la nostra collaborazione porterà numerosi benefici, a entrambi. Per ora abbiamo finito. Puoi andare.-, disse.
-Signore. Ha detto che questo incontro è informale, e comprendo i motivi, ma… se posso permettermi, colgo nella sua ultima frase dei sottointesi.-, disse Seleucinea.
Licius sorrise, sorpreso. Davvero attenta e abile!
-Eccellente dimostrazione di arguzia, soldato. Hai superato un altro test.-, disse.
-E cosa ho vinto? Una cena?-, chiese lei, intrigata.
-O una cassa di vinum della Ferencia Narbonense invecchiato cinque anni!-, esclamò lui.
-Sa, signore… la seconda è decisamente interessante, ma potrebbe risultare distruttiva.-, notò Seleucinea, -Suggerirei per la prima opzione. Ma i locali in cui mangiar bene sono terra incognita, per me.-.
-Certo! Ed è per questo che mi offro di fare da apripista!-, esclamò Licius con un sorriso.
-Uhm… Decisamente valoroso, signore. Orario e punto d’infiltrazione?-, chiese.
-Domani sera, fuori dal castra, nella città di Valadiarum, piazza Feral, ore 19.30. Vestiario comodo e consono. Non vogliamo attirare l’attenzione.-, disse lui, allusivo.
-Adesso dubita della mia competenza, signore?-, chiese Seleucinea con un ghigno.
-Lascerò che mi venga dimostrata l’abilità dei tiratori imperiali…-, disse Licius.
Seleucinea uscì con un ultimo saluto.
Ferelea imprecò. Riuscire a spostarsi in quei territori richiedeva sempre un enorme spirito di sopportazione. Cercò di non pensare all’enorme quantità di fastidi, focalizzandosi invece sul resto , sul suo ruolo, e sul dopo.
Chiaro, quello era difficile da immaginare. Le era improbabile riuscire a prefigurarsi la fine di un mondo. Ma si poteva ugualmente tentare. Respinse dunque l’ennesimo mendicante che pareva rimbalzare da un passante all’altro e s’infilò in una taverna.
Da lì, avrebbe proceduto verso il prossimo punto. Fece un cenno al suo contatto.
C’era qualcosa che non andava. Hawo ne aveva la percezione netta.
Era un istinto, qualcosa di preternaturale, di non spiegabile (così l’avrebbe definito sua sorella) ma lei aveva imparato a fidarsi dell’istinto. E sentiva che il suo le stava urlando che presto le cose si sarebbero messe male. Malissimo.
Il presentimento le parve insostenibile, come un incubo a occhi aperti. Si accorse di trmare. E il suo turbamento svegliò Gannicus. L’uomo le dormiva accanto. Avevano scopato, e lei doveva ammettere che il licaneo non era affatto male, ma ora…
Quando aprì gli occhi si volse verso di lei e ne vide l’espressione. La nera lo fissò, senza parlare. La sua inquietudine era visibile, percepibile.
-Che…?-, chiese lui.
-Stringimi.-, mormorò Hawo. Lui la strinse, un istante di condivisione assoluto, totale.
Lei cercò rifugio tra le sue braccia.
“Stringimi”, pensò Gannicus. Nella memoria cercò di ricordare quando una donna gli aveva chiesto ciò. Non gli era mai successo Aveva ricevuto altre richieste, molto più prosaiche.
“Baciami, scopami, prendimi…. Ma stringimi… è diverso”, pensò.
Era differente, totalmente e completamente. Una necessità che faceva apparire chi la esprimeva come vulnerabile. Ed era anche una conferma dell’assoluta fiducia di Hawo.
“Chi l’avrebbe mai detto che avrei vissuto un momento così?”, si chiese Gannicus.
Lì, abbracciato a una barbara, Gannicus Vaian trovò finalmente la verità su di sé.
Baciò teneramente le labbra di Hawo. La nera rispose al bacio. Lentamente, con passione.
Non era una finta, non era urgenza, era… altro. Amore? Era quello l’amore vero?
A dispetto di tutto, lui si accorse di non conoscerlo. Aveva conosciuto le avventure, l’affinità, il cameratismo che diveniva un’intimità silenziosa e infine esplodeva nel desiderio, ma quello…
Mai. Fino a quel momento. Espirò piano guardando il viso dell’africana. Gli parve stupendo.
“Nessun’altra donna che ho avuto ha mai posseduto questa bellezza.”, pensò.
Ora comprendeva che forse, molti dei defettori di Licanes, molti dei simpatizzanti licanei dell’Unio Africae erano spinti dalla stessa identica ammirazione per quella bellezza, una bellezza che forse vedevano anche nell’Africae, terra sottomessa e schiava di più padroni, mai veramente libera, madre bellissima e generosa, privata di una sua reale libertà da figli tiranni e schiavisti stranieri. In quell’istante, Gannicus provò ribrezzo per Licanes. Hawo aveva ragione.
Il bacio li unì di nuovo, trascinandolo in universo caldo e oscuro dove c’erano solo loro.
E il mondo, l’eterno, folle ruotare di sfere celesti e di piani e ambizioni tanto brucianti quanto cieche, per un solo istante, fu dimenticato. Hawo si spostò sopra Gannicus, senza la volontà passionale di fare sesso, ma con una languidità diversa, come un’ammissione di un bisogno.
Lui la accolse senza discutere. Si accorse di non riuscire a immaginare una vita senza di lei.
Hawo si annullò nel momento. Tra quelle braccia sentiva di poter dimenticare tuttto.
Incluso il pericolo? Forse. Sentiva il cuore di Gannicus contro il suo, piano. Il sesso dell’uomo le premeva contro il pube, ignorato sia da lei che da lui una buona volta.
Quel che lei trovava incredibile era la sintonia, la vicinanza che si era creata con quello che inizialmente era solo stato un nemico manipolabile. In realtà, Gannicus si era rivelato… altro.
Marduk era stato una folgorazione, c’era stata una complicità vera tra loro, un senso di mutua attrazione che era sfociato nel desiderio di entrambi, un meccanismo a cui lei non si era opposta. Onestamente, le era piaciuto, come era stata sincera quando aveva detto di volere un figlio da lui. Gannicus inizialmente era stato lo stesso. Ma ora…
Ora era divenuto altro. Ora sentiva di provare per lui qualcosa che non avrebbe mai provato per Marduk, non a quel modo, quantomeno. Poteva darsi che fosse tutto un complesso dettato dalla sua condizione di ostaggio, ma una volta tanto, Hawo si accorse che non voleva controllare quelle sensazioni, né sfruttarle. Voleva viverle.
La mano di Gannicus le carezzò la schiena, piano. Un silente messaggio di presenza.
Si lasciò cullare da quel momento di tregua dalle vicessitudini.
Quando la porta si aprì, capì che non ci sarebbero stati altri momenti così.
Ma bastava.
-Prima di entrare in Nepalia dovremo recuperare Hawo.-, disse Marduk.
-Sì. Ma come?-, chiese Saida.
-Organizzando uno scambio.-, propose Sho-Mi, -Conosco un posto. Una vecchia base abbadnonata dalle forze di Licanes. È poco distante dalla nostra posizione. Credo che nessuno oserà interferire.-, disse lei.
-Neanche Chin?-, domandò Saida. Marduk scosse il capo.
-Ferelea schermerà le comunicazioni. Saremo inavvertiti.-, disse lui.
-Allora è deciso.-, annuì Sho-Mi. Saida annuì a propria volta.
Nonostante la sicurezza dei suoi compagni, avvertiva come un brivido premonitore.
Un timore essenziale che qualcosa sarebbe andato storto.
-Oples Nicanor, qui Primus Laurus, mi ricevete?-, chiese Utricius alla radio.
Sielnzio. Ripeté. Due volte. Marduk attendeva. Era impossibile che quella frequenza non fosse monitorata dalle forze di Licanes. Utricius aveva contattato la Confederatio su una frequenza schermata, una frequenza da battaglia al massimo livello di crittatura.
-Qui Oples.-, la voce era quella di Licius Carcio Quadro, Marduk ci avrebbe potuto scommettere. Utricius annuì.
-I miei custodi ritengono si giunto il momento di uno scambio.-, disse.
-Chiedo di parlare con loro.-, ribatté Licius. Secco. Diretto. Marduk annuì. Prese il posto di Utricius. -Licius.-, disse, -Mi senti?-.
-Nomi sull’alta frequenza, Marduk? Stare insieme a quella barbara ti ha davvero annebbiato il cervello, per poco che fosse.-, replicò lui.
-Vogliamo organizzare uno scambio. Utricius per Hawo. I patti erano questi con Gannicus.-, continuò l’agente ignorando la provocazione.
-Gannicus è stato rimosso dal comando. Per condotta non conforme.-, replicò Licius.
-Mia sorella?-, sussurrò Saida. Marduk le fece cenno di stare calma.
-Confido che le sue azioni non abbiano arreccato danno ad Hawo. I patti erano questi.-, disse.
-La barbara sta bene. È bella, glielo concedo, ma…-, iniziò Licius.
-Ma non è di questo che stiamo parlando. Accettate lo scambio?-, chiese l’agente.
-Ovviamente.-, rispose Licius, -Immagino che la posizione sia alla vecchia base.-.
“Stanno tracciando il segnale. Furbi. Ma non interverranno. Conoscono le regole.”.
-Precisamente.-, confermò Marduk, -Di pomeriggio. Domani. Ore 10.00.-, chiarì.
-Accettabile.-, confermò Licius, -Oples, chiudo.-.
La radio tacque. La scelta era fatta. Non c’era altro da aggiungere.
Allora perché Marduk sentiva come se una decisione irrevocabile e terribile fosse stata presa?
-Non mi piace.-, disse Sho-Mi. Saida annuì. Non piaceva neppure a lei.
-Non credo che oseranno tentare qualcosa. Sarebbe disonorevole.-, disse Utricius.
-Anche se non lo faranno, ci potrebbe comunque essere Chin a farlo.-, chiarì l’africana.
-La copertura di Ferelea dovrebbe scongiurare questa eventualità.-, fece notare Marduk.
-Sappiamo entrambi che nessuna garanzia è sufficiente. Penso che gli ultimi eventi ce ne abbiano dato sufficiente prova.-, replicò Sho. Marduk sospirò. Annuì, stancamente.
Saida lo vedeva, quell’uomo era stanco. E lo era anche lei. Solo la Justicar conservava qualcosa, un’energia non vista che pareva in grado di spingerla ad agire ancora, anche quando sembrava sfinita. Guardandola, Saida si chiese di nuovo da dove venisse quella forza.
“I guerrieri in nero hanno risorse sconosciute ai più, dicevano…”, ricordò a sé stessa.
Ma allora, quella forza perché non era più presente in Marduk? Era stata la malattia a strappargliela? Poteva darsi. In effetti, non vedeva molte altre spiegazioni.
-Abbiamo una mappa?-, chiese Sho-Mi. Saida annuì, mostrando il palmare.
-Qui c’è una buona posizione di tiro.-, disse Marduk indicando una struttura. È poco distante dalla posizione dove faremo lo scambio.-.
-Valido.-, disse Sho-Mi. La nera valutò le variabili, le contingenze.
-Servirà un secondo tiratore per coprire gli altri archi di fuoco, e non dovrà essere sullo stesso vettore.-, disse. La Justicar annuì appena. Un movimento quasi impercettibile.
-Affermativo.-, disse Marduk, -Posso occuparmene io.-.
-No.-, replicò Saida, -Tu devi condurre lo scambio. Ho un associato, in zona. Ci raggiungerà prima dello scambio e io coprirò l’ultima coordinata. Ci garantirò la via di fuga.-.
-Posto che i Licanei non abbiano previsto tutto.-, disse Sho.
-Credo che non oseranno tantare qualcosa. Per loro sarebbe disonorevole.-, mormorò Utricius, -E non lo farò neppure io.-.
Marduk annuì. Erano pronti. Al meglio delle loro possibilità.
-Faremo bene a mangiare. E a riposare bene, stanotte. Domani sarà una giornata lunga, lunga e decisamente ricca di tensione.-, disse Utricius.
Sho-Mi annuì. Si alzò, con una grazia che le vesti da deserto che indossva ancora non riuscivano a dissimulare.
-Penso proprio che seguirò il tuo consiglio.-, disse. Marduk annuì.
Ci sono notti che non passano mai. Notti lunghe, notti insonni.
Gannicus e Hawo stavano avendo quel tipo di notte, stesi a fissarsi, a respirare piano, a sussurrare parole, ad accarezzarsi, ma senza oltrepassare un confine.
Non volevano fare sesso, era chiaro a entrambi, volevano una comunanza che la carne non pareva in grado di offrire. Gannicus sussurrava parole che non credeva avrebbe mai detto a nessuna, Hawo ascoltava, parlava piano, a mezza voce.
Entrambi stavano vivendo un momento di profondissima comunione, sussurrandosi parole, sfiorandosi appena, piano, baciandosi. Si assopirono solo dopo diverso tempo.
Marduk si svegliò. Era notte, e il suo sonno era stato funestato da numerosissimi pensieri.
L’agitazione era una vecchia conoscenza, una nemesi nota che non giungeva inaspettata.
Ma nonostante ciò, addormentarsi era comunque stato difficile, riprendere sonno dopo sogni che non era riuscito a capire e ricordava meramente a sprazzi era ancor più difficile.
-Marduk?-, una voce nel buio. Saida.
-Saida.-, sussurrò lui. Il rumore dei suoi passi era appena udibile.
-Domani potremmo morire tutti.-, mormorò lei.
-Sì. Potrebbe accadere.-, riconobbe.
-Non voglio che accada senza…-, la voce di lei deragliò, si affievolì.
-Non accadrà. E…-, iniziò lui.
-Lo so. È solo che… Voglio te, Marduk. Non voglio più nascondere ciò che sento. Non voglio più… razionalizzare. Voglio te.-, mormorò l’africana. Lui fissò nel punto in cui lei doveva trovarsi, almeno stando alla voce. Non rispose, non subito.
-Saida…-, iniziò. Lei avanzò ancora di un passo.
-Marduk, sono stufa, d’accordo? Stufa di… osservare. Voglio vivere, Marduk.-, sussurrò.
-Sei certa di volere questo?-, chiese lui. Lei si avvicinò ancora.
-Non sono mai stata così certa di qualcosa.-, la sua voce emetteva la stessa determinazione.
Marduk si levò a sedere. Saida era avvolta dall’ombra.
-Accendo la luce.-, disse lui. -No.-, la voce di lei parve appena incrinata da un accenno di qualcosa. Un’emozione che lui non seppe registrare.
-Lascia così, Marduk. Amiamoci così, nell’ombra.-, sussurrò.
-Voglio vederti…-, mormorò lui. Saida fece un altro passo.
-Mi hai già vista. Tantissime volte.-, sussurrò. Marduk capì. Lei e Hawo erano uguali, fisicamente, almeno. Caratterialmente erano due mondi distinti, scissi e distanti come l’Ade e il mondo fisico. L’uomo scosse il capo, pur sapendo che non poteva vederlo farlo.
-No.-, disse, -Non proprio.-. Saida pareva esitante.
-Io non sono Hawo, è questo che intendi.-, disse.
-Esatto.-, sussurrò Marduk. La sentì fare un altro passo. La sua voce suonava più vicina.
-Io… non so se sarò…-, iniziò l’africana. L’uomo si alzò. Si avvicinò sino a sfiorarle il viso con la mano. La donna poggiò il viso contro la mano dell’agente.
Poi, lentamente, in modo esitante, i loro visi si avvicinarono e le labbra si sfiorarono.
Il bacio di Saida fu tutto l’opposto di Hawo. Esitante, ma bramoso, impacciato ma ardito, voleva Marduk, ma non voleva fallire… Era tesa. Marduk lo poteva sentire.
Baciò piano le labbra della nera e poi scese piano, lungo il collo.
-Marduk…-, mormorò lei a fior di labbra. Alzò appena la testa, come per facilitargli quella manovra. Lui le passò un braccio attorno alla vita. A parte una vestaglia, Saida non pareva indossare nulla. Sorrise e baciò ancora il collo alla giovane, che parve fremere.
Risalì a baciar le dolci labbra di lei. Notò che Saida si era fatta più decisa, meno esitante.
La nera baciò piano il collo, le mani che stringevano il corpo dell’uomo come fosse stato un relitto e lei una naufraga, ma non senza saggiare, timidamente. Marduk si accorse che le sue mani erano scivolate sulle anche di Saida, senza pensiero cosciente.
-Ti voglio.-, disse, -Ti voglio, Saida.-.
-Anche io, Marduk…-, rispose lei in un soffio. Prese a togliergli la veste e passò una mano sul petto dell’uomo. L’agente sfilò la veste dal corpo della nera, aiutato docilmente dall’africana, che emise un risolio al suo tentativo. La vestaglia volò sul pavimento, dimenticata.
La mano di Marduk toccò una spalla, un seno, poi la schiena, le reni, e la curva polposa delle natiche. Non c’era più altro. Saida era nuda. Si offriva. E lui fece lo stesso.
Sentì la mano di Saida scansare timidamente i tessuti, abbassare i calzoni che usava per dormire ed estrarre il sesso inturgidito. Le dita della nera tastavano con cura, quasi con paura di far male. Ma durò poco. Saida riconquistò l’iniziativa piano, accarezzando il sesso e scendendo a tastare le gonadi dell’uomo. Piano, con lenta curiosità. Intanto la bocca della nera intervallava baci alle labbra di Marduk a sospiri. L’uomo le sfiorò i seni, la schiena.
Saida s’inarcò piano contro di lui. Marduk agì. Rapido. La sbilanciò piano. Saida gli cadde in braccio. Lei ridacchiò mentre lui la baciava.
-Proprio un licaneo, eh?-, chiese.
-Solo in minima parte…-, sorrise lui. I baci annullarono la distanza tra loro e il letto.
Marduk adagiò Saida sul letto, piano. Poi si protese a baciarla. Lei lo abbracciò.
-Non vado da nessuna parte…-, scherzò lui.
-Me ne voglio assicurare.-, chiarì la nera. La lingua di Saida aveva preso a giocare con quella di Marduk. Piano, lentamente, in modo sensuale e appassionato ma senza frenesia.
Le mani di Marduk scesero, accarezzarono seni puntuti dai capezzoli fieramente eretti. Scesero lungo l’addome di Saida, sino al pube. Un pube depilato, scoprì.
-Sorpreso?-, chiese lei sentendo la sua esitazione.
-Deliziato, tesoro.-, disse lui. Si baciarono di nuovo. La mano di Saida scese sul suo addome sino al sesso. Stavolta l’ansia e i tentennamenti erano banditi: la nera impugnò il sesso dell’uomo. Prese a muovere piano la mano. Marduk gemette. Saida parve sorridere, con sollievo evidente nella voce che giunse dopo.
-Hawo faceva così… vedo che funziona…-, disse.
-Non è necessario che la imiti, Saida. Sii te stessa…-, mormorò lui. L’africana si mosse. Premette contro Marduk finché l’uomo non si distese sulla schiena. Lo baciò, lo accarezzò ma pareva puntare a un solo fine. Uno che lui poteva condividere, perché anche lui la voleva.
La mano di Saida trovò il sesso dell’uomo, manipolandolo piano.
La mano di Marduk si tuffò tra le cosce, trovando l’intimità di Saida. Dischiusa. Pronta.
-Saida…-, sussurrò. Lei lo baciò. Si mise sopra di lui. Non esitò che un secondo.
Poi lo prese dentro di sé, tutta la strada sino in fondo al suo alveo ardente.
I capelli della nera si erano sciolti in un momento imprecisato. Marduk li sentiva sul viso, un’ennesima sensazione magnifica in quell’armonia dei sensi che era il loro amarsi.
Saida emise un gemito lungo. Ansimava. Si agitò su di lui. Stabiliva il ritmo.
-È… divino…-, riuscì a dire mentre scendeva a baciarlo.
-Tu sei… divina.-, mormorò lui, avvinto da quell’estasi. Lei sorrise. Rotolarono sul letto. Lui uscì. La nera si distese, languidamente. Gli sfiorò il sesso, guidandolo a sé.
-Prendimi.-, mormorò. Una preghiera, un invito. Lui obbedì. La penetrò piano, delicatamente.
Saida s’inarcò nel godimento. Marduk riuscì a stento a resistere tenendo un ritmo diverso, più lento, riguadagnando il controllo.
La nera lo avvinghiò con le gambe. Lui si chinò a baciarla. Le braccia di Saida lo strinsero. Sentì le sue unghie sulla schiena, con ogni affondo del suo sesso in lei.
La nera gemeva, sussurrava parole in lingue ignote. L’odore e il sapore di lei erano estasianti. Marduk era prossimo a godere. Non si trattenne, concludendo infine dentro Saida con un’orgasmo che lasciò entrambi squassati, distesi sul letto, ansimanti. Vivi.
Naufraghi, dispersi, ma vivi.
in silente assenso, in silenziosa, muta attesa di un domani.
Mentre la notte si trascinava piano, due coppie, seppur separate e lontanissime esperivano un identico momento di unione.
Licius Carcio Quadro aveva passato una nottata passabile, decente.
Ovviamente l’idea dell’incontro con Seleucinea mitigava marginalmente la tensione per l’incontro prossimo con Marduk e i suoi. Incontro a cui intendeva prendere parte a sua volta.
Non che gli fosse richiesto… ma era indispensabile presenziare.
Sentiva che era importante, per mantenere il controllo su una situazione che stava rischiando di sfuggirgli di mano.
Eppure, controllo o no, aveva un presentimento. Uno poco piacevole. Il genere di sensazione soggiacente che portava a rifuggire le distrazioni prediligendo la concentrazione sulla situazione. Licius aveva la distinta percezione che qualcosa non quadrava.
Quell’incontro era il palcoscenico perfetto. E lui aveva la netta sensazione che qualcun altro si sarebbe fatto vivo là.
Decise di contattare qualcuno, per avere ulteriori garanzie di sicurezza.
La prudenza non era mai troppa, e quella faccenda era andata ben oltre i ragionevoli dubbi che generalmente vietavano simili accorgimenti. Licius aveva tutta l’intenzione di garantirsi almeno una possibilià di influenzare gli eventi futuri.
La base era abbandonata da parecchio, violata e saccheggiata. Non conteneva più nulla di valore. Marduk, Saida, Sho e Utricius vi giunsero nel primo pomeriggio.
Marduk e Saida avevano passato la notte a parlare, a fare l’amore, annullando infine la distanza tra loro. Le insicurezze di Saida si erano disintegrate e anche Marduk aveva avvertito dentro di sé la spinta di un sentimento diverso, qualcosa che poteva timidamente ammettere, non provava da moltissimo tempo.
Amore. Una parola così semplice per qualcosa di così grande…
Ora però, Hawo sarebbe tornata. E loro avevano deciso di parlarle di ciò che era accaduto, di non celarle nulla. Avevano optato per l’onestà sapendo che la meschinità di un sotterfugio sarebbe stata troppo vile.
-Prendo posizione.-, disse Saida. Ogni traccia della vulnerabilità e della psssione della sera prima era stata cancellata dalla sua voce, sostituita da fredda razionalità.
Era concentrata. Tesa ma non eccessivamente. Marduk annuì.
-Procediamo.-, disse. Sho-Mi, la sopravveste grigia che ondeggiava piano nel vento, annuì.
-Mi posizione lungo la base di tiro esterna.-, disse. Aveva recuperato un fucile da tiratore scelto. Un’arma vetusta, che nelle mani giuste però poteva essere letale quanto ogni altra.
L’uomo di Saida, un nativo della zona chiamato Yushenko, comunicò rapidamente che avrebbe preso posizione sull’altra coordinata di tiro.
-Individuati tiratori di Licanes.-, disse Sho-Mi al vox. Marduk annuî appena. C’era da aspettarsi che sarebbero già stati lì. Licius non pareva voler lasciare nulla al caso.
Seleucinea osservò Marduk e Utricius avanzare. Un passo lento. Collimò il reticolo di tiro con la testa dell’agente. Un singolo colpo. Sarebbe stato facile…
Ma non avrebbe risolto nulla. Lo sapeva. I tiratori licanei dovevano saper colpire ma sapere anche quando astenersi dal farlo. La smania di attaccare subito a volte era semplicemente troppa. Era per quello che molti di essi non arrivavano ai livelli da lei raggiunti.
La donna esalò piano il fiato. Spostò la mira.
-Utricius confermato. Marduk è presente.-, comunicò.
-Affermativo. Vado.-, disse Gannicus. Nessun cameratismo, nessuna emozione.
Una parete di ghiaccio era calata tra lui e loro, separando quell’uomo dal resto della sua squadra. Octavius emise un verso inarticolato che risuonò nel vox.
“Tutto per la figa di una barbara…”, pensò Seleucinea, disgustata.
Potendo le avrebbe sparato. Notò alcuni movimenti lungo strutture decrepite ma ancora elevate. Tiratori. Di Marduk, sicuro. Aveva preso le sue precauzioni.
Sho-Mi si piazzò a terra, regolò l’ottica. Individuò il bagliore di un mirino distante circa mezzo miglio. Un altro tiratore. Uno dei loro. Sospirò. Se l’era aspettato. Puntò.
-Spero davvero non facciano idiozie.-, sussurrò.
Attorno, solo il vento sibilava. La quiete era ingannevole, celava la tensione.
Pronta a deflagrare come una bomba innescata.
Saida ricevette conferma da Yushenko. Tutto era pronto.
Fece appena un cenno a Marduk. I loro occhi s’incrociarono per un brevissimo istante.
Meri secondi che bastarono a rivivere in un istante la notte e il cambiamento radicale, totale, dei loro rapporti. E meri secondi le diedero modo di concentrarsi sulla missione.
-Ci muoviamo.-, disse Marduk. Sospinse Utracius. L’uomo annuì. Non era ammanettato.
-E speriamo che tutto vada per il meglio.-, disse l’ostaggio.
-Non temere. Non prevedo che cercheranno d’ingannarci. Sanno anche loro che non conviene.-, disse l’agente.
Avanzarono. A metri di distanza, videro Gannicus. E Hawo. Neanche lei era ammanettata.
Poco distante, Marduk vide Licius, e uno degli uomini di Gannicus. Ma fu lo sguardo dell’uomo a colpirlo: l’orgoglio di quel licaneo pareva scomparso, sostituito da qualcos’altro.
Timore? O magari era una tensione d’altro tipo.
-Non mi piace.-, mormorò Utricius.
-È tutto a posto.-, replicò Marduk. -Avanziamo. Piano!-, esclamò alla volta dei Licanei.
-Ovviamente, Marduk.-, replicò Licius, -Non vogliamo che partano colpi…-.
Anche lui era teso. Gannicus avanzò, sospingendo piano Hawo.
Licius affiancò a circa sette metri da Gannicus, arma puntata verso Marduk, ma senza il dito sul grilletto. Mitraglietta Secutor. Arma corta e compatta. Perfetta per situazioni simili
-Nessun movimento ostile.-, riferì Saida. Tutto stava andando bene, almeno, in teoria.
-Chiudiamo questa faccenda, Licius.-, disse Marduk quando furono abbastanza vicini, il vento che sollevava polvere tra loro, al centro della piazza principale della base abbandonata.
-Ovviamente. Sai, mi hai sorpreso, Marduk. Sopravvivere tanto a lungo… Ma sei sicuro di star combattendo per i motivi giusti?-, chiese.
-Sicurissimo.-, replicò lui, -Tu non eri a Clavis. Non hai visto cosa c’era là.-.
-Ma so com’è iniziata. Il gruppo Clavis era uno strumento di controllo e sicurezza. Erano i migliori garanti della pace. E ora… Ora la pace è infranta. A causa della loro fuga.-.
-Non è mai stata vera pace, Licius.-, rispose Marduk, lapidario, -Come si può puntare un coltello alla gola di interi popoli e chiamarla pace?-.
-Il fine giustifica i mezzi. La pace è una scelta che pochi illuminati sanno essere da imporre, non volontaria come amano credere le masse. Lo hai visto. Quanto in fretta si è dissolta dopo gli eventi di Aquae Sulis, eh? Tutti volevano questa guerra, ma nessuno ha avuto il coraggio di ammetterlo. E ora ci stiamo rendendo lentamente conto che non è proprio così. Che qualcos’altro non va.-, disse Licius, -Comunque, i dibattiti filosofico-politici possono essere rimandati a un secondo tempo.-.
-Concordo. Facciamo lo scambio.-, annuì Marduk.
Hawo avanzò piano verso di lui, e Utricius si mosse altrettanto piano verso Gannicus.
Marduk si trattenne dal desiderio di parlare, di dire qualcosa alla sorella della donna che aveva improvvisamente iniziato ad amare. Non era il momento adatto, ma…
Ma qualcosa gli diceva che avrebbe potuto non essercene un altro.
Jarius sapeva che sarebbe arrivato quel momento. Lo sapeva da molto. Non si faceva illusioni. Morire lì gli pareva accettabile. Quando aveva accettato la proposta di quell’individuo in nero, sapeva di aver fatto una scelta che probabilmente sarebbe culminata nella sua morte violenta.
Andava bene. Inquadrò il bersaglio. Nessuno si era accorto che aveva cambiato posizione. Fece appena un segnale, un aprire e chiudere il trasmettitore vox. In cuffia si sentì appena. Ma chi doveva lo sentì. Espirò. Sapeva che sarebbe stato l’ultimo respiro della sua vita.
Poi, delicatamente e con lentezza quasi solenne, strinse la presa sul fucile. E sparò. Un singolo colpo. Al cuore.
La bocca di Marduk si era aperta appena da un istante, con le corde vocali che si tendevano a dare forma al suono, quando all’improvviso un vento maligno spazzò il piazzale. Per un istinto preternaturale, inspiegabile, anche Gannicus si voltò.
Utricius sobbalzò cadendo all’indietro, gli occhi sbarrati nella sorpresa.
Sul suo petto c’era un buco grande come una moneta da cinque degli antichi Calus.
Crollò all’indietro come al rallentatore. E poi iniziò il casino.
Licius urlò ordini, Octavius fece per girarsi, la mitragliatrice che lo impacciava.
Seleucinea batteva ogni punto della coordinata di tiro alla ricerca del tiratore nemico.
E Gannicus scese: spinse Hawo verso gli edifici in rovina.
-Dobbiamo prendere copertura!-, gridò. Un secondo colpo fischiò nel vento. Licius si tenne la tempia. Molto sangue, ma non grave. Uno dei suoi uomini sopraggiunse insieme a un secondo a fargli scudo.
-Di qua!-, esclamò Marduk. Hawo li seguiva, pura reazione, nessuna domanda. E anche Gannicus non aveva motivo di parlare. In quel momento non erano nemici, né rivali, erano due uomini che intendevano salvarsi e salvare quella donna.
Si gettarono al riparo.
-Marduk, che diavolo succede?-, la voce di Saida era panico quasi puro.
-Un attacco. Non so da chi. Il nostro tiratore?-, chiese lui.
-Non risponde. Sho-Mi sta sparando, credo.-, disse. Marduk annuì.
-Deve aver visto il tiratore nemico.-, disse lui. Si rivolse a Gannicus.
-Comunica a Licius che non è opera nostra!-, ordinò. Il Licaneo annuì.
-Licius, qui Gannicus, situazione? Marduk dice che non è una trappola architettata da loro. Io gli credo. Il colpo è venuto dai nostri e…-, improvvisamente la voce di Licius eruppe dal vox.
-È un fottuto casino!-.
Tutte le geometrie del campo da fuoco si erano disgregate nel caos.
Seleucinea consoceva bene la logica della balistica, leggi immutabili che modellavano l’operato delle squadre di tiro di Licanes sin dai tempi del Mito. Erano leggi semplici.
Leggi assolute. Leggi che ora avevano perso ogni significato, come quella situazione.
La tiratrice inquadrò una figura in corsa lungo un camminamento. Mirò. Esitò. Decise.
Sparò. L’individuo crollò. Colpito al collo.
-Ostile a terra.-, riferì mentre cercava altri bersagli. Una sventagliata le schioccò sopra la testa. Proiettili solidi. Roba aggressiva. E fumo. Nubi di fumo che oscuravano edifici.
Caos. Ora non poteva sparare nel mucchio, non col rischio di colpire Gannicus…
Gannicus, che a dispetto di tutto era ancora uno di loro…
-Non ho bersagli, stramaledizione!-, imprecò Octavius con rabbia. L’arma pesante che aveva seco pareva inutile.
-Jarius?-, chiese Licius al vox. Nessuna risposta. Morto, o ferito, o comunque non pervenuto.
-Ci muoviamo!-, ordinò l’ufficiale, -Radunarsi al punto di ritrovo.-.
-Signore… Gannicus!-, esclamò Seleucinea.
-È una perdita accettabile.-, decretò Licius. Seleucinea fissò le nubi di fumo.
Un casino. Un fottuto casino. Il peggiore possibile. E probabilmente anche la fine di qualunque speranza di anche solo un vago scambio di informazioni con Marduk e i suoi…
-Utricius è morto!-, ringhiò Octavius, -E…-.
Improvvisamente una figure si palesarono. Tre. Aprirono il fuoco. Seleucinea incassò la testa tra le spalle, buttandosi a terra abbracciata al fucile. Merda!
-Questi non sono dei nostri! E probabilmente neppure di Marduk!-, esclamò Licius.
-Allora è Chin!-, esclamò la tiratrice. Riuscì ad abbatterne uno, due. Dovette ricaricare. Sfilò con gesti febbrili un caricatore e lo schiaffò nell’alloggiamento.
Il terzo… il terzo era sparito. Octavius non sparava. Giaceva riverso in avanti sulla sua arma.
Morto. Ucciso da un colpo alla testa da una direzione imparabile.
Selecuinea strisciò sul ventre, riuscendo a trovare un riparo in un punto almeno marginalmente sicuro, per quel momento, quantomeno.
-Seleucinea! Mi senti?-, chiese Licius.
-Ci sono.-, rispose lei al vox.
-Radunarsi. Evacuiamo. Ora.-, ordinò l’ufficiale. Lei strinse i denti.
Le avevano prese. Ma la domanda le rimaneva: perché? Chi poteva aver fatto tutto ciò? Chin?
Forse. Non vedeva altre spiegazioni. A meno che non fosse stato un contorto piano di Marduk e dell’Unio Africae…
Ma pareva che anche loro fossero stati colti di sorpresa. Totalmente.
-Dobbiamo sganciarci.-, disse Marduk. Hawo annuì. Gannicus impugnò l’arma.
-Apro.-, disse soltanto. I due uomini si scambiarono uno sguardo. Alla fine erano alleati. Loro malgrado non avevano altra scelta. Non l’avevano mai avuta, forse.
-Copro.-, disse Marduk. Uno si muoveva, l’altro copriva. Hawo annuì.
Conosceva quel metodo di avanzamento, era universale, anche per l’Unio Africae.
-Al tuo via.-, disse Marduk. Gannicus annuì. Si mosse dopo aver esclamato un “ora!” che parve una cannonata. Uscita diretta, bocche da fuoco puntate su vettori di tiro multipli, copertura a 180 gradi per quanto possibile, il meglio possibile in una situazione improponibile.
Bocche da fuoco che rimasero puntate sul vuoto. Sull’assoluto nulla.
-Marduk! Hawo è viva?! Marduk?!-, la voce di Saida aveva rotto gli indugi sul vox.
-È viva.-, annuì lui, -Stiamo muovendoci.-. Gannicus si volse. Il campo era deserto.
A parte alcuni corpi a terra, indistinguibili, salvo quello di Utricius.
Marduk indovinò i suoi pensieri. I suoi compagni lo avevano abbandonato. Una perdita trascurabile. Esattamente come lui non poteva dire di vedere loro, ma nondimeno era accaduto. Mise una mano sulla spalla al licaneo.
-Forza.-, disse. Un’offerta che non aveva bisogno di altre spiegazioni.
-Non ha senso… Non ha nessun senso, Marduk!-, esclamò Gannicus.
-Uccidere Utricius… Mandare a monte lo scambio… Potevano abbattere anche noi.-, ragionò mentre l’agente e Hawo lo fissavano, ma non senza perdere di vista la situazione.
-Siamo ancora in campo aperto.-, disse Hawo. Il licaneo annuì.
-Sì. Andiamo.-, disse. Si mossero. Veloci. Coordinati. Ma Marduk non poté fare a meno di scolpirsi nella memora quelle parole. No. Non aveva senso. Come non aveva senso che Hawo non fosse stata colpita, o che nessuno di loro fosse morto con Utricius.
E questo poteva significare solo che qualcuno li voleva vivi. Per i propri fini.
Saida li vide, sagome sul bordo della devastazione, in fuga. Due uomini. E una donna.
Hawo, ancora distante, parve agganciarla con gli occhi, come a volerle comunicare che c’era, che andava tutto bene. Che tutto sarebbe andato bene.
Saida si cullò in quello sguardo. C’era tutto quanto il loro legame, in quello sguardo.
Per un singolo istante, si lasciò andare a un sorriso.
-Sho? Situazione?-, chiese Marduk al vox. Una voce che pareva distante, come un tuono lontano. Troppo lontano per riguardarla. Saida non parlò. Non disse nulla.
-Al coperto!!-, l’urlo di Sho-Mi fu semplicemente atroce. Mai, mai quella donna aveva urlato, prima. Mai. Saida sentì una corrente gelida inchiodarla sul posto. E vide Hawo incespicare, come spinta in avanti da una mano invisibile. E cadere. A terra. Di faccia, come una marionetta a cui erano stati tagliati improvvisamente i fili.
L’urlo che le uscì dalla bocca fu tanto forte da graffiarle di un dolore ardente la gola.
Marduk non attese: si voltò e sparò, arco di copertura. Raffica.
Gannicus scattò. Prese Hawo, la nera pareva una bambola inarticolata. Cercò una presa che gli permettesse di caricarsela in spalla. E lo sentì. Sangue. Non una goccia o due. Molto.
Lungo la schiena di Hawo. L’africana era già morta, lo poteva sentire dal fatto che non respirava. Ma ignorò anche il buonsenso. Ignorò tutto. Hawo… portarla al sicuro. Portarsi al sicuro. E poi… poi non lo sapeva. Marduk aveva ricaricato e sparato. Verso il nulla.
Non arrivarono altri colpi. E quando Hawo fu adagiata a terra da sua sorella in lacrime, Gannicus capì. Avevano perso. Avevano definitivamente perso.
-No… no… no no no no!-, Saida stava tentando di rimettere in moto il cuore, i polmoni. Massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca. Gannicus non riconobbe la sua voce quando, appoggiatole una mano sulla spalla, parlò.
-Mi dispiace.-, mormorò.
-Taci!-, il pugno di Saida fu fulmineo. Gannicus lo accettò. La nera rirprese la disperata manovra di rianimazione. Continuava a salmodiare il suo diniego a quella morte.
-È morta, Saida.-, sussurrò Marduk. Nel silenzio, il pianto di Saida fu interrotto solo dal sibilo del vento, mentre il sangue formava un’aureola purpurea attorno al capo di Hawo.
-Lei… Tu…-, sussurrò Saida. Si rannicchiò a terra. Urlando e singhiozzando.
-Marduk, ostili abbattuti. Perdite?-, chiese Sho-Mi.
-Hawo. E Utricius.-, mormorò l’agente. Era a pezzi. Si sentiva inutile. Un rudere incapace. Gannicus tacque. Fissava Hawo. Anche Marduk lo fece.
Nella morte, pareva persino serena. Saida, il viso affondato nell’incavo della spalla, abbracciata alla sorella, piangeva disperata.
Gannicus improvvisamente si rese conto di star piangendo a sua volta.
Si concesse un istante, lunghissimo, di dolore. Affondò in un baratro nero. Poi si forzò a smettere. A tornare in superfice anche quando avrebbe voluto solo affondare per sempre.
-In arrivo.-, la voce di una donna fece da preambolo all’arrivo di una guerriera ammantata da una cappa grigia. Lo sguardo della nuova venuta lo inquadrò.
-Hawo…-, disse, il tono velato di una tristezza che strideva con la prima impressione visiva.
-E Utricius.-, sussurrò Gannicus spezzando la stasi, -Ci hanno fottuti. Non so chi sia stato…-.
-Neanche io. Ma i loro tiratori… infiltrati senza problemi in questa zona. A dispetto di ogni precauzione nostra, o di Licanes.-, disse la donna dagli occhi a mandorla.
-Quindi ne deduco che non siamo nemici.-, annuì Gannicus. La sorella di Hawo lo fissò.
-Potremo non essere nemici… ma è colpa tua se è morta.-, sibilò. Ira, dolore, emozioni che travolsero l’uomo a ondate e che lo portarono a urlare.
-Ero impreparato quanto voi! Non avrebbe dovuto esserci nessuno a interferire!-, esclamò, -Nessuno, capite?! Non di Licanes e non dei vostri! Ma qualcuno c’era! E questo cosa ti fa pensare, eh?-, chiese. Saida tacque, ma senza remissività. Lo fissava con evidente desiderio di rispondere, di sfogare la rabbia e il dolore. E fu Marduk Atbash.
-Ci fa pensare che qualcuno sapesse. Che qualcuno ha infiltrato i suoi, in modo talmente profondo da riuscire a penetrare persino le nostre comunicazioni.-, mormorò Marduk, irrompendo tra i due e forzandoli ad allontanarsi, la voce venata di dolore, di stanchezza.
La tosse lo artigliò alla gola. Imprecò tra sé. Odiava quella debolezza fottuta. Eppure eccola.
Nel peggior momento. Sho-Mi sorvegliava attorno a loro.
-Nessun nemico.-, disse, -Almeno, nessuno in vista.-.
-Già.-, annuì Gannicus, -Evidentemente, chiunque fosse, ha ottenuto ciò che voelva.-.
-Ma cosa voleva? Uccidere due ostaggi? O forse impedire la collaborazione tra noi e Licius.-, disse Marduk, -Magari la spiegazione è più semplice: erano agenti di Chin.-.
-Sarebbe la spiegazione più logica…-, mormorò Saida.
-Non importa. Dobbiamo andare.-, disse Sho-Mi. Si volse verso Gannicus.
-Allora? Vieni o no?-, chiese aprendo la strada. Lui annuì seguendoli.
Marduk intuì che qualcosa di nuovo era appena iniziato. Un capitolo si era chiuso.
Un nuovo capitolo si stava aprendo. Per lui, e per tutti loro.



Gran racconto! Spero vorrai pubblicarne ancora.
Scritto benissimo, complimenti
Mi accodo a STE, il migliore assolutamente. Tanto che non sono riuscita a rinunciarci. Non trovo più la tua mail,…
... e la seconda puntata dov'è? questa è la terza, ieri hai pubblicato la prima...
Complimenti, Gran bei racconti. In ogni capitolo c'è una svolta, anche inaspettata. Molto ben scritti e davvero molto eccitanti. Mi…