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Quello era il giorno della grande manifestazione di solidarietà, non sapeva bene con chi, ma non era importante: non c’era scuola e l’autobus affollato non gli parve la solita rottura.

Non s’era neanche portato i libri, tanto era sicuro della totale adesione della classe, ed ebbe ragione: nessuno entrò, ma tutti, chi con convinzione, chi tanto per andare, si unirono al corteo che doveva confluire con quello delle altre scuole in centro.

Lui pure si unì, con quelli a lui più vicini, ma non scandì gli slogan: cercava solo qualcuno con cui svignarsela per ciondolare in centro e godersi la bella giornata. Lei pure voleva lasciare il corteo e così, alla prima svolta, proseguirono diritti, verso il giardino più distante, per stare in pace a chiacchierare.

Parlarono delle vacanze vicine e dei progetti d’allegria, che sarebbero sfumati nella solita noia, presto mutata in angoscia per il nuovo anno scolastico; ogni estate finiva così: era scritto da qualche parte, però, chi se ne frega: è bello sognare la festa che si avvicina, lo dice anche Leopardi.

Comprarono il primo gelato della stagione e sedettero sulla panchina sbilenca per mangiarlo, in silenzio.

Poco distante c’era una coppia che si baciava e si stringeva neanche fossero a letto. Era imbarazzante e frustante, quando eri seduto accanto a quella con le tette più grosse della classe, ma non c’era verso di evitarla: dovunque voltasse lo sguardo, finiva sempre col ritrovarseli davanti; era come l’ago della calamita.

Lei se ne accorse – e come poteva non notarlo? – e sorrise, il viso infiammato.

Sedette a cavalcioni sulla panchina e, buttato via il cono, gonfiò il petto. “Vuoi toccare?” Chiese allegra. Lui deglutì un paio di volte e accennò di sì con la testa che gli sembrava in fiamme. Si asciugò le mani sudate sui jeans e le afferrò il seno, senza stringere, quel tanto per sentirlo oltre il tessuto della maglietta.

Sentì il reggiseno, ma tanto bastò. Lei sedette sulle ginocchia e gli infilò le mani sotto la camicia, baciandolo. Non fu molto sicuro di aver risposto a dovere, ma lei non parve lamentarsi.

La sentiva strofinarsi contro il membro che, gli sembrava, non aveva mai avuto così duro. Le afferrò, stavolta sul serio, le natiche e lei rispose con tutto il corpo: le piaceva! Ormai le sue mani si muovevano indipendenti; le sentì infilarsi sotto la maglietta e risalire, senza sprecare un centimetro di schiena, fino al reggiseno, che staccarono con abilità a lui sconosciuta, e toccarono, veramente, quel seno portentoso.

Il bacio di lei divenne furioso a quel tocco e la sua lingua gli esplorava la bocca con la violenza di un machete che si fa strada nella foresta. La odiò perché portava i jeans e non la gonna. Lei non aveva cessato un attimo di strofinarlo e, dopo un po’, si ritrovò tutto bagnato. Lei lo sentì e sembrò che fosse venuta con lui, perché si abbandonò sul suo torace sospirando esausta.

Tornò al suo posto, schiarendosi la voce e riattaccando il reggiseno, ma non le riusciva di star ferma.

” Andiamo a casa mia: non c’è nessuno fino alle due.”

Si avviò certa che lui la seguiva.

Si buttò sul divano e gli tese le braccia; lui sedette e la abbracciò, alquanto impacciato. Lo baciò a lungo, poi, senza soluzione di continuità, scese per il collo e via per il torace, mentre le mani lo sbottonavano. Ai jeans ebbe un attimo di indecisione, ma lo superò presto, slacciandogli la cintura e tirando giù la lampo con gesti secchi. Lui era lì, eretto e inzaccherato, in tutto il suo vigore.

Lei si allontanò, combattuta; aspettava che lui facesse un qualche gesto che la illuminasse circa la natura dei suoi desideri, ma lui era come paralizzato. Lei lo baciò ancora e fu sufficiente.

Ora fu lui a scendere per il collo, ma si bloccò subito: lei non aveva bottoni. Superò presto l’ostacolo togliendole la camicetta, ma naufragò miseramente con il gancio del reggiseno. Lei si staccò e lo tolse da sé. Il seno cedette, allargandosi sul torace e togliendoli il fiato.

” E’ la cosa più bella che io…”

Non riuscì a dire altro. Lei si carezzò leggera. Lui lo afferrò ruvido, dicendosi di star calmo di non rovinare tutto, ma le mani erano irrefrenabili e così le labbra, che gli attaccarono mordendo e succhiando, mentre lei ansimava talmente forte da fargli pensare ad un attacco di asma. Se ne preoccupò, ma le mani di lei premevano sulla nuca, spingendolo a proseguire. Scese ai jeans e, riacquistata la fermezza, le slacciò la cintura e li tirò giù, bloccandosi alle scarpe. Non perse tempo: le sfilò senza slacciarle e tirò via i jeans con un solo colpo. La ammirò per un lunghissimo istante, poi si tuffò tra le gambe, leccando e baciando, stando attento a non penetrarla.

La sentì rilassarsi, ed esultò, pensando di averle provocato un orgasmo. Uno sguardo al suo viso e ne ebbe conferma. Non restava che chiedere il saldo. Precipitò nello sconforto: non aveva profilattico! Lei lo notò e comprese. Si strinse le spalle, disarmata. Lui la accarezzò e mormorò: “Abbiamo solo due alternative una, temo, dolorosa e l’altra…”

La guardò, aspettando che decidesse ed ebbe un sussulto disperato quando lei si alzò e scomparve. La sentì armeggiare, col frigorifero, forse, poi lei ricomparve, raggiante. “Burro.” Disse agitando il panetto.

Si mise in posizione e gemette mentre lui la preparava. La accarezzò a piene mani più volte, senza decidersi, poi, voltandola, disse: “Di spalle no: voglio vederti.” Lei assentì, comprensiva ed allargò le gambe, tirandole a sé con le mani. Allora la penetrò, lentamente, afferrandole i glutei tesi. Gli piacque, e piacque a lei, lo vide.

Si rivestirono in silenzio, senza guardarsi.

Alla porta, salutandosi, lei disse: ” Sabato sera…Studiamo insieme…e…porta quel libro: può essere utile.”

Autore Pubblicato il: 8 Febbraio 2004Categorie: Racconti Erotici Etero0 Commenti

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