Seleucinea imprecò sfilandosi il gibernaggio. Era andato tutto in vacca. L’umore degli altri era altrettanto nero. Licius pareva intento a fissare un punto nel vuoto, per non esplodere.
-Siamo stati fregati come dei pivelli!-, ringhiò infine cedendo al desiderio di sfogarsi.
-Non potevamo prevederlo, signore.-, disse Seleucinea, appellandosi a tutto il suo autocontrollo per non alzare la voce a sua volta, -E neppure Marduk e i suoi.-.
-Ha ragione signore.-, disse uno degli scout, -Non sono stati loro.-.
-Come lo sai?!-, chiese Licius. L’uomo fissò l’ufficiale.
-Supervisionavo i movimenti attorno al campo. Non ne abbiamo visti. Né prima che arrivassero loro né dopo. Questo vuol dire che i nemici erano già all’interno.-, disse, -E a giudicare dalla sorpresa, direi che non era nei piani che uccidessero Utricius.-.
Licius tacque, sprofondando nel silenzio per un lungo, lunghissimo istante. Seleucinea si accorse di star respirando in fretta. Troppo. Si sforzò di correggere la respirazione.
-Se erano già lì… come potevano non sapere?!-, ringhiô l’ufficiale.
-Semplice, signore.-, disse Seleucinea, -Qualcuno ha inflitrato noi. E anche loro.-.
Silenzio, di nuovo. La tiratrice poteva quasi sentire i pensieri accavallarsi in testa a Licius.
Infine, un sospiro. Lento. Stanco.
-Ha senso. Ma come potrebbe accadere?-, chiese, -Chin…-.
-Non è a Chin che pensavo, signore.-, rispose Seleucinea, -Ho notato che in questa situazione troppe dinamiche sembrano… costruite ad arte. Se posso permettermi, credo sia…-.
-Basta!-, l’esclamazione fece trasalire la tiratrice. Licius la inchiodò con un’occhiata.
-Non un’altra sillaba, soldato! Ne conferiremo in separata sede.-, ordinò, -Per tutti gli altri, da ora questa missione è sotto massimo riserbo. Aspettatevi una menzione d’onore e relativa gratifica, ma sappiate che fin da ora siete congedati dal servire su questo fronte o alle mie dipendenze.-. Nessuno dei presenti osò fiatare.
-Questo vale anche per i piloti.-, chiarì Licius.
La figura in nero si avvicinò ai corpi. Ce n’erano diversi. Lo scontro era stato frenetico.
Jarius giaceva scomposto. Abbattuto. Un tiro preciso. Il suo compito l’aveva fatto.
La figura in nero si mosse, un falcione puntato sui due uomini. Due spari.
Nemici abbattuti, certo. Ora nessuno avrebbe distrutto quella prova. Un bene.
Ma ovviamente non il solo. Estrasse una lama, un coltello piccolo, adatto a lavori di precisione. Doveva estrarre una prova. Ma prima prese la pittocamera e immortalò il corpo del morto. Prova aggiuntiva e a supporto della successiva.
Poi prese a lavorare.
Troppe cose non quadravano. Troppe incognite. Marduk si accorse di sentire la mano della rabbia e del dolore, dell’ansia sulla gola.
Uscire all’esterno del mezzo, respirare l’aria serale, ben dopo il tramonto. Dopo miglia di viaggio, di immobilità e mutismo, cercare di mettere più distanza possibile tra sé e i pensieri…
-Marduk.-, la voce di Gannicus Vaian lo fece voltare, fulmineo.
-Gannicus.-, disse lui. Silenzio, da parte di entrambi. Improvvisamente, Gannicus parve sgonfiarsi. Pareva diverso, come se l’orgoglio che l’aveva sempre animato si fose disciolto in un mare di disillusione e sofferenza. O magari quella era solo un’impressione.
-Hawo è morta.-, sussurrò Marduk.
-E con lei è morto il vecchio me.-, sussurrò Gannicus. L’altro quasi trasalì. Ecco cos’era quel sentimento che gli era parso di subodorare sul viso di quel licaneo.
-La amavi.-, disse. Non era una domanda. Gannicus annuì appena.
-Sua sorella come sta?-, chiese.
-Distrutta. Come vuoi che stia…-, mormorò Marduk.
-Mi dispiace…-, disse Gannicus. I due uomini tacquero, per un lungo istante.
-Anche Utricius è morto… Qualcuno ha voluto inchiodarci tutti. Ha ucciso i nostri ostaggi… forse per troncare i legami tra i nostri gruppi?-, chiese Marduk.
-Direi che il risultato l’ha raggiunto, se poi era questo.-, mormorò Gannicus.
-E se non lo fosse?-, chiese una voce femminile. Sho-Mi emerse dalle ombre. Non aveva emesso un suono. Gannicus s’irrigidì visibilmente. Marduk sorrise appena.
-Sempre abilissima, Sho.-, disse.
-Non abbastanza stavolta. Hawo è morta.-, replicò la Justicar.
-Non potevi impedirlo.-, disse Marduk.
-Ma avrei dovuto. Era uno scambio pressoché perfetto, noi e Licanes. Entrambi con tiratori in posizione. Nessun angolo cieco, mi sbaglio?-, chiese Sho-Mi fissando Gannicus.
-No.-, ammise il Licaneo, -Avevamo preso ogni precauzione, noi… e anche voi.-.
-E invece qualcosa è andato storto.-, rispose Sho-Mi, -Forse a causa di quel tiratore, Yushenko.-, disse.
-Forse.-, ammise Marduk.
-Invece no.-, la voce di Saida, pur arrochita dal pianto, fu una sorpresa. La nera marciò sino a loro, con in mano un palmare. Non si era cambiata le vesti, e i capelli erano scompigliati.
-Yushenko era morto. Lo so perché ho tentato di contattarlo. Ma è morto prima di Hawo. Il che lo esclude dai sospetti. E dimostra che la falla potrebbe essere dalla parte di Licans.-, disse.
Fissava Gannicus, con sospetto. E con sofferenza a stento contenuta.
-Mi sarei accorto di…-, iniziò il licaneo.
-È tutto quello che chiunque si direbbe. Ma puoi scommetterci la tua vita? O quella di Marduk?-, chiese Sho-Mi. L’asiatica fissava Gannicus, senza alcun’emozione.
Stava solo enunciando un fatto. Una verità che tutti loro conoscevano bene. E tutti loro avevano, in un momento o nell’altro, nutrito quell’illusione.
L’illusione del controllo, dell’avere tutto sotto controllo, ogni variabile.
Così semplice da capire. Così facile da dimenticare…
Marduk imprecò, piano, a fior di labbra. Qualcuno aveva intuito tale debolezza.
Aveva pazientemente atteso. Per poi colpire in modo chirurgico.
-Hawo è morta… perché qualcuno sapeva che avremmo fatto quell’errore. E qualcuno voleva che lo facessimo lì. Per incrinare un’eventuale collaborazione tra noi.-, disse Saida.
-Chin? È stato qualcuno di Chin?-, chiese Marduk.
-Non saprei.-, ammise Sho-Mi, -È possibile.-.
-Immagino che dovremo aspettare. Lo sapremo. A tempo debito.-, sospirò Gannicus.
-Gannicus verrà con noi. Non ha altra scelta.-, disse Marduk. Saida lo fissò. Poi annuì.
-Siamo tutti esausti. Suggerisco di andarcene a darci una ripulita e dormire.-, disse il licaneo.
Nessuno gli diede torto.
Seleucinea, avvolta in un abito che ne valorizzava il fisico snello e asciutto, era una visione.
Licius doveva riconoscere che la bellezza della tiratrice non era minimamente intaccata dalla vita che faceva, e che l’esercizio fisico costante ne aveva modellato il corpo in un’autentico capolavoro anatomico pur senza togliere femminilità alla sua persona.
Il lino siriaco di cui era avvolta lasciava scoperta una gamba fino a quasi metà coscia e le fasciava il busto con grazia. Licius sospettò che la tiratrice avesse intuito quali fossero le sue mire nei suoi confronti. Ammesso e non concesso che anche lei non ne avesse a sua volta in tal senso, cosa che all’ufficiale non sarebbe affatto dispiaciuta.
Decisamente audace, Seleucinea fissava attorno a sé come un falco. Perennemente attenta.
Una tiratrice e un’esploratrice fin nel midollo, nulla da dire. Era uno degli elementi migliori con cui Licius avesse mai lavorato, eppure anche in quella situazione così informale, riusciva a mantenere l’attenzione senza apparire meno che discreta, senza increspare l’apparenza di mondanità che aveva abilmente intessuto su di sé.
“Abile, intelligente, bella…”, Licius stava facendo i conti, stava vagliando le ipotesi.
E ciò che risultava da tale processo gli piaceva. Purtroppo però, al piacere bisognava anteporre il dovere. Le chiacchere sul più e il meno lasciarono il posto alla serietà.
-Mi risulta che anche Jarius sia morto.-, disse Licius.
-Sì. Una perdita riprovevole. Come Octavius, come Utricius.-, disse Seleucinea. Non disse “Come Gannicus”, ciò era significativo. L’uomo sorrise. Il ristorante era assolutamente lussuoso, uno sfoggio di ricchezza e classe come probabilmente la tiratrice non ne aveva o ne avrebbe mai veduti. Eppure non era in soggezione. Un soggetto notevole.
-Dunque il tuo rapporto sulla situazione è che…?-, chiese Licius.
-La mia convinzione resta che qualcuno abbia manipolato lo scambio, da dentro. Ma non era Marduk, né Chin.-, disse lei, -I nostri nemici si sarebbero limitati a bombardare.-.
Licius annuì appena. Fin lì era d’accordo, totalmente. Seleucinea aveva colto i segni.
-Vai avanti.-, disse, curandosi di non mostrare la sua soddisfazione. Lei proseguì.
-Un gruppo capace di infiltrare sia noi che il gruppo di Marduk. Qualcuno talmente abile da non destare sospetti, anche a dispetto di ogni nostra precauzione. Qualcuno addestrato ai massimi livelli. Qualcuno… di noi.-, sussurrò Seleucinea.
Quella conclusione fu devastante. E il tono con cui la giovane parlava non lasciò indifferente Licius. L’uomo sorrise, di nuovo.
-Ottimo. Vedo che il tuo ragionamento collima con il mio. E questo spiega anche la mia scelta di parlarne qui e ora. Da quando è iniziata, questa faccenda circa la Ahn ha portato solo confusione, i nostri servizi informativi sono stati gabbati e manovrati più volte. Siamo in difficoltà su più fronti. In Oriente stiamo perdendo le posizioni che abbiamo sino ad ora tenuto e anche se Chin non riesce a sfondare, noi non riusciamo a imporre un armistizio.-.
-Questo come si collega agli ultimi eventi, se sappiamo che i sabotatori dello scambio non seguono le direttive di Chin?-, chiese Seleucinea.
-Ci conferma che qualcun altro voleva questa guerra. E vuole mantenere lo status quo.-, rivelò Licius, -È semplicemente sorprendente: un tale livello di manipolazione è alta arte.-.
-Ma a cosa ci servirebbe scoprire ciò? Chin potrebbe ignorare le informazioni al riguardo.-, chiese Seleucinea. Licius annuì.
-Potrebbe. Ma potrebbe anche decidere di non farlo. Ed è questa l’eventualità su cui conto, Seleucinea.-, disse. Allungò una mano sfiorando appena quella della tiratrice.
Seleucinea, poca reazione, uno sguardo. Occhi negli occhi. La danza era iniziata. Lo sapevano tutti e due che da lì il dialogo si sarebbe spostato su altre basi.
-Dimmi, Seleucinea… Non ti attira l’idea di saperti protagonista di una manovra politica di proporzioni… imperiali?-, chiese Licius. Aveva sparato la sua bordata, in un singolo colpo.
-Di cosa stai parlando?-, chiese lei. Non gli staccava gli occhi da dosso, né ritraeva la mano.
Segnali positivi, decise l’uomo. Tempo di affondare.
-Il Consiglio della Confederatio non naviga in buone acque. Perde consenso, il popolo è stanco. Si esige una guida diversa, di polso. Qualcuno che sia tanto un politico quanto un milite. Qualcuno in grado di ridare un colpo di frusta a Licanes. Qualcuno come me.-, disse.
-E se riuscirai a fermare la guerra, sarà a te che andranno tutti le loro lodi.-, mormorò la tiratrice. Aveva capito. Sorrise. La sua mano accarezzò quella di Licius.
Un movimento lieve, sottile come un sogno.
-E avrò bisogno di qualcuno. Un’Agentia Prima.-, disse lui.
-Non una moglie?-, chiese lei, inquisitiva. Lo prese in contropiede.
“Ma guarda! Vuol bruciare le tappe!”, pensò sorpreso, “Ma con calma…”.
-Più in là, sicuramente.-, sorrise lui. Seleucinea lo fissò.
-Ho come l’impressione che questa cena non mi costerà molto. Solo la definizione di un terreno comune…-, la mano della donna ora giocava quasi, danzava su quella dell’uomo.
Licius avvertì un principio di erezione.
-Una negoziazione a cui io sono estremamente disponibile.-, disse sforzandosi di mantenere il controllo sulla voce. La tiratrice annuì appena. Sorrise. Un sorriso da dannare.
-Allora negoziamo.-, disse. Licius sorrise. Osservò i servitori. Il cibo arrivava. Erano discreti, silenziosi, privi di ogni sbavatura, quasi coreografici nella loro precisione.
Il cibo fu consumato quasi senza parlare, senza affrontare l’argomento cardine della serata.
Una tregua necessaria, tanto a Licius quanto alla sua interlocutrice, ne era ragionevolmente certo. Prediligeva quella tregua al dover subito giungere alla conclusione di quella serata.
Prolungava il gioco. Faceva sì che Seleucinea prefigurasse ogni possibile epilogo.
Finendo il trancio di pescespada dell’oceano citeriore, l’uomo sorrise.
-Il futuro appare decisamente interessante, non credi?-, chiese.
-Assolutamente.-, sussurrò Seleucinea. Il languore nei suoi occhi lasciava ben sperare.
L’appuntamento era terminato senza particolari effusioni, salvo una stretta di mano e poche rapide consegne. Seleucinea sorrise. Era più che sufficiente.
Il futuro era decisamente interessante…
In più di un modo…
Il Celeste meditava. Avvertiva il respiro come un meccanismo autonomo, slegato dal suo controllo. Lento, lieve, costante.
Sapeva benissimo cosa sarebbe accaduto. Ma non lasciò che quel pensiero turbasse la sua pace. Era prossimo a una svolta. Una che nessuno nel Consiglio gli avrebbe perdonato, eppure necessaria, oltremodo obbligata. La sola scelta possibile.
Lasciò che anche quella considerazione si dissolvesse.
La marcia di Marduk e dei suoi compagni riprese il giorno seguente. In realtà, l’agente quasi non aveva dormito: aveva parlato con Saida, a lungo.
Avevano parlato di diverse cose. Hawo, la loro infanzia, più che altro aveva parlato Saida. Lui aveva taciuto, sapendo che lei aveva bisogno di sfogarsi.
Aveva parlato, pianto, poi erano rimasti abbracciati, senza parlare. Per ore.
Il sonno di Marduk non aveva portato chissà che ristoro. Gannicus pareva in condizioni solo leggermente migliori, ma miracolosamente, quando varcarono la frontiera con la Nepalia, iniziando la lenta ascesa verso i pianori montani. Il deserto aveva rapidamente ceduto il passo alla pianura. Case, fattorie, città. Pattuglie, di Chin o di regni a Chin allineati.
Sho-Mi lì divenne davvero preziosa: la sua conoscenza delle lingue e dei costumi locali garantì al gruppo transiti rapidi, acquisti e senza troppe domande d aparte di eventuali pattuglie di soldati nepaliesi. Alcuni degli abitanti la conoscevano, almeno di vista. Offrivano cibo senza chiedere molto in cambio. Le pattuglie non li fermarono, se non per pochi, rapidi controlli di routine a cui Sho rispose senza indecisioni né tergiversare.
Ce n’erano diverse in giro. La guerra non pareva poi così lontana…
Portavano tutti, notò Marduk, dei coltelli dalla lama larga, ricurva, col filo verso l’interno.
-Kukri.-, disse Sho-Mi. Lo conosceva, non era un mistero.
-Arma brutale.-, disse Marduk, -Ma efficace, idonea a queste zone. Questa terra è dura.-.
-Già. E non migliorerà continuando, vero?-, chiese Gannicus.
-No.-, disse Sho-Mi, -Più saliremo più la vegetazione si dissiperà.-.
-Conviene fare provviste.-, disse Saida. Era avvolta da vesti che la celavano quasi interamente, come anche Marduk indossava una veste larga con una sciarpa che copriva in parte il volto. Anche Gannicus si era vestito a tal modo. Un travestimento indispensabile.
Anche se, se qualcuno avesse davvero voluto fermarli e perquisirli, non avrebbe retto. Lo sapevano bene. Per quello la presenza di Sho-Mi era un’autentica benedizione. Sino a lì.
Poi probabilmente, più addentri ai territori di Chin, neanche la Justicar sarebbe stata in grado di impedire che venissero scoperti, e per allora, realisticamente, avrebbero potuto dover combattere. Idea nient’affatto rassicurante, ma per ora ancora lontana.
Acquistarono i viveri a un mercato locale di un villaggio che pareva tanto povero quante le controparti del deserto. Poi si organizzarono per trovare una guida che li conducesse verso le cime definite anticamente Il Tetto del Mondo.
Era una terra dura, aveva detto Marduk, ma Gannicus poteva riconoscere che la durezza di quella terra e della vita dei suoi abitanti, privi di moltissime tecnologie e abituati a usare solo strumenti rudimentali e attrezzi appena più moderni ma nulla di automatizzato o di eccessivamente facilitante, era salvifica per la sua popolazione. Nessuno di loro pareva debole o poco agile. Gannicus si soffermò a pensare che forse, Licanes aveva perso tutto ciò a causa della sfrenata corsa alla tecnologia. Per recuperare cosa, poi? Il mondo prima della fine? Il Cataclisma aveva fatto ben più che cancellare la conoscenza tecnologica, in tal senso, aveva proprio riportato indietro l’orologio ideologico della storia. Licanes ne era la riprova.
Gloriosa che fosse stata, era stata solo un’ombra delle civiltà che l’avevano preceduta.
Eppure tale ombra aveva assunto consistenza nelle menti e nei cuori degli uomini, divenendo il canto delle sirene per generazioni di aspiranti eroi.
Ma forse, e Gannicus ormai lo aveva esperito, tale canto era una malia a cui dover rinunciare.
Rinunciando ad esso però, forse si sarebbe dovuto rinunciare anche a tutto il resto.
Tecnologia di Licanes inclusa… Forse una vita più povera, più parca, più umile, avrebbe insegnato infinitamente di più a tutti loro rispetto all’agiata convinzione di essere eredi del Mandato del Cielo come l’aveva esemplificato Janus nel Mito…
Tali riflessioni tuttavia non avrebbero accelerato la sua marcia, ma Gannicus sorrise.
Sì, quella gente alle pendici del Tetto del Mondo era indescrivibilmente fortunata.
-Sembri divertito.-, Sho-Mi era apparsa come uno spettro. Lui la fissò. Di tutti loro era la sola a non essersi cambiata. Cappa grigia, armi nascoste dalla cappa, abito scuro. Vesti da viaggio.
-Non proprio.-, disse lui, -Pensavo che la vita di questa gente la forgia in un modo che noi neanche possiamo più immaginare.-.
-L’addestramento dei Justicarii è simile. Altrettanto duro. Altrettanto impietoso.-, spiegò lei.
-Già…-, mormorò l’uomo. Guardò di nuovo la Justicar. Figura magra, scattante. E gli occhi…
Il taglio a mandorla non mitigava la forza di uno sguardo che pareva poter bucare l’acciaio.
-Mi fissi perché ti piaccio? O perché ti spavento?-, chiese lei con tono pacato.
-Perché sembri contenuta. Energia sotto controllo.-, disse lui. Sho-Mi annuì appena.
-L’hanno detto spesso. Molti Justicar sono visti con timore per questo. Siamo visti come bombe in procinto di esplodere, fuoco in attesa di bruciare.-, disse lei.
-Ed è così?-, chiese Gannicus, -Siete davvero… come si dice?-.
Sho-Mi sorrise. Un sorriso divertito, quasi crudele. Fissò l’uomo negli occhi, uno sguardo di tale forza che Gannicus sentì di non poter distogliere lo sguardo neppure volendo.
-Siamo anche peggio.-, disse. L’uomo si accorse di non star quasi respirando.
C’era qualcosa in quella donna, una forza sottile, capace di inchiodarlo.
Si accorse che il cuore batteva a ritmo celere. Si sforzò di respirare a fondo.
-Credi che avremo problemi?-, chiese. Sho-Mi scosse il capo.
-Non qui. Il regime di Re Bhindra è benevolmente amico di Chin, ma non ama la repressione. Dovremo aspettarceli più in alto, i problemi.-, disse.
-Le pattugile di Chin quindi non coprono questo regno?-, chiese lui. Lei scrollò le spalle.
-Di norma no. La maggioranza delle loro forze locali è Lhasa, al Direttorato di Regione, ma non è raro che compiano pattuglie lungo i confini, e a volte, su mandato del Re, si spingano anche più all’interno. Il regno di Bhindra non è molto esteso, e lui non si vuole inimicare un potente vicino. Dunque se glielo chiedessero, sicuramente permetterebbe loro l’accesso e il passaggio.-.
E quelle erano brutte notizie. Gannicus annuì.
-Sai molte cose su Chin.-, notò, -E su questa regione.-.
-Sono nata poco distante da Chin. E ho viaggiato molto in queste terre.-, disse lei, -Ai Justicarii viene insegnato ad apprendere gli usi e i costumi dei luoghi. Dobbiamo sapere come mescolarci alla popolazione.-.
-Parli come una sovversiva.-, commentò Gannicus.
-Parlo come una che conosce la differenza tra vivere per niente e morire pe qualcosa.-, chiarì l’asiatica con un’occhiata. Gannicus non osò dire altro. Forse, i sovversivi erano altri.
Lui, per dire, o magari anche tutta Licanes… Fondata dai Justicarii? Il Mito non lo diceva espressamente, ma molto faceva pensare fosse così. Fu tentato di chiedere, ma Sho volse il capo. Verso la direzione di Marduk e Saida.
-Andiamo.-, disse. Gannicus fece per parlare, ma la Justicar era già partita.
Saida respirava in modo agitato. Non amava molto quel posto. Troppa gente, molte pattuglie.
-Una moneta, giovane signore.-, disse una donna con tono sommesso, avvolta in stracci.
Marduk scosse il capo. Passò oltre. La via era quasi deserta. Pochissime persone a parte loro. Due uomini e quella donna. Era pomeriggio inoltrato.
-Una moneta, giovane signora…-, supplicò la donna. Il viso di lei era appena celato da un cappuccio, ma s’intuivano lineamenti giovani.
Saida sapeva il perché: era una bastarda. Le figlie illegittime del clero o dei nobili venivano abbandonate. A morire di stenti. Non c’era posto per loro nell’ordine celeste. Bisognava dire, grazie alla compassione della gente, spesso se la cavavano.
Compassione… Una delle virtù che le erano state inculcate dalla sua famiglia. Mise mano alla tasca che conteneva i Calus.
-Mi scuso se è poco…-, disse. L’altra alzò la mano. Sorrideva. E all’improvviso, Saida lo vide.
Un tatuaggio. In Chin. Fu solo un istante. L’africana si ritrasse, rapidamente.
-Tutto bene?-, chiese Sho-Mi. Era comparsa dietro la nera tanto in fretta e in silenzio da sbalordire. Gannicus sopraggiungeva, quasi correndo. Marduk li raggiunse.
-Sì… Io…-, disse Saida. Spostò lo sguardo verso la mendicante. Era sparita.
-Dobbiamo muoverci.-, disse Sho-Mi, -C’è qualcosa che non va.-.
-Già.-, annuì Marduk.
Lie Nu ringraziò il suo addestramento sotto il Celeste. La mimetizzazione ottica che aveva nella veste era speriemntale, ma decisamente performante. Era riuscita a evitare di farsi individuare, anche se sapeva che quella straniera l’aveva certamente riconosciuta come un’agente di Chin, ma andava bene. Faceva tutto parte del piano del Celeste.
Si diresse verso la stazione locale. Doveva organizzare la fase successiva del piano.
-Era sicuramente di Chin.-, commentò Sho-Mi, dopo che Saida ebbe detto loro dell’incontro.
-Sì. Un’agente.-, disse Gannicus, -Forse uno dei loro Invisibili, no?-.
-Da come si è defilata, direi che può essere.-, si sbilanciò Marduk, -Di certo, ci tengono d’occhio.-.
-Ma come sapevano che saremmo arrivati qui?-, chiese Saida. Stavano consumando un pasto in un’osteria di bassa lega.
-Immagino non lo sapessero, ma evidentemente avevano agenti sui vari confini alleati.-, si strinse nelle spalle Marduk, -In ogni caso, dobbiamo muoverci. Finiamo di mangiare e ci muoviamo. Ora.-, sancì. Saida annuì. E nessuno osò obiettare.
A dispetto di tutto però, una domanda restava. Perché le forze di Chin non li stavano fermando?
Massima cautela. Marduk e Saida avevano perquisito per tre volte i mezzi e gli animali da soma che avrebbero usato più avanti. Niente. Nessun dispositivo di ascolto o di tracciamento. Avevano cambiato due guide. Una il giorno prima, dopo aver abbandonato la locanda e la seconda dopo essere arrivati a Baharishapur, a 1400 metri d’altezza sul livello del mare. Eppure… niente.
-Non ha senso.-, sospirò l’africana. Si tolse i veli dal viso e sedette a terra.
-Non ne ha no.-, commentò Marduk. Lei lo fissò.
-Come fai a essere così calmo?-, chiese.
-Come fai a essere così nervosa?-, domandò lui. La stizza le prese la pancia. Saida si accorse di avere i pugni chiusi. Lottò per rilassarsi, per restare paziente.
Lui era Marduk, era l’uomo che amava. Ed era l’uomo che aveva visto morire Hawo, senza salvarla. “Senza poterla salvare.”, corresse lei. Senza poter fare nulla. Solo guardare. Come lei. Come anche Gannicus. Come tutti loro.
Non era giusto biasimarlo per colpe che non aveva. Se ne rendeva conto, ma…
Ma il dolore tornava a ondate come la risacca. Nei momenti di quiete.
Era intollerabile. Necessitava uno sfogo, ma non riusciva a trovarlo, ed era questo a irritarla, a frustrarla, insomma a renderla intrattabile. Pessima cosa, se ne rendeva conto.
Espirò, piano, cercando di calmarsi.
-Scusami… Io…-, crollò di schianto affondando il viso nella spalla di Marduk. Lui la strinse.
Piangere fu così diverso, con lui accanto sentiva di poterlo fare, e soprattutto, sentiva che anche lui soffriva. Hawo era stata importante. Per tutti loro.
Gannicus controllò per la quinta volta il sentiero dietro e attorno a loro.
Niente. Eppure l’adrenalina lo spingeva a controllare più e più volte.
Voleva sincerarsi, fuori d’ogni dubbio, che non fossero pedinati, ma la verità era che non poteva esserne certo. Non totalmente, quantomeno.
Un agente di Chin poteva star percorrendo un sentiero parallero fino a Balhamshara, o anche fino al monastero stesso. Per quanto ne sapevano, c’era una rete attorno a loro di cui lui e gli altri erano totalmente inconsapevoli.
-Rilassati.-, disse Sho-Mi, -Se ci stanno seguendo, di certo non si faranno vedere.-.
-No… certo.-, sospirò lui. Si sentiva un idiota.
-D’altronde se avessero voluto annientarci, l’avrebbero già fatto. Potevano farlo durante l’attraversamento dei crepacci, potevano fermarci prima che partissimo. Quindi…-, l’asiatica gli piantò addosso uno sguardo intenso, che spinse Gannicus a deglutire, o meglio, a tentare di farlo. La bocca gli si era seccata. -…Quindi loro vogliono che arriviamo a destinazione.-.
-Perché?-, chiese Gannicus. Sho-Mi scrollô le spalle.
-Questo non lo so. Ma una cosa è certa. Avrebbero potuto annientarci già da un po’. Dunque ci vogliono vivi.-.
Licius ricontrollò i dati. Ancora.
-Marduk e i suoi stanno spostandosi nel territorio di Chin. Ma perché? Perché non li stanno fermando?-, chiese a nessuno in particolare. Era solo nel cubicolo da lavoro.
Pessima cosa, parlare da soli. Chiaro segno di nevrosi. Ed era comprensibile: lo scambio saltato era stato uno smacco pubblico che Licius Carcio Quadro non aveva potuto nascondere. Tutti avevano avuto modo di venirne a conoscenza, tutti quelli che contavano.
E non era affatto una buona notizia. L’amministrazione militare di Licanes era nel caos, quella dei Servizi era anche peggio: ogni scivolone era una botola in cui sprofondare gli indegni e i fessi, o gli ambiziosi troppo arroganti per il proprio bene.
L’elaboratore continuava a rigurgitare dati. Posizioni, truppe, ingaggi, presunti movimenti di nemici. Dati, su dati, su dati. Vagliare e verificare.
E infine agire. Solo quando si aveva una certezza.
Una dicitura attirò la sua attenzione. Una morte sospetta.
Nassir. Nassir… Un faccendiere talvolta usato anche da Licanes.
Assassinato, fine rapporto. Troppo poco. Troppo insignificante, ma…
Ma forse, risalendo la filiera, la morte di Nassir avrebbe potuto essere legata agli eventi degli ultimi giorni. Decise di tentare.
-Stevasius?-, chiese al comunicatore, -Portami tutto quello che abbiamo su Nassir.-.
-Signore, è un caso insignificante…-, iniziò lui.
-Forse.-, celiò Licius, -Ma tu obbedisci.-.
Passò le successive due ore a leggere. Dati, informative, e ovviamente, trascrizioni.
Nassir era sorvegliato. A sua totale insaputa. Sorvegliato da un solo agente, Aulario Finus.
Aulario, morto poche ore prima di Nassir. Aulario, ucciso a dire di tutti da una reazione allergica. Aulario… Che aveva sottolineato un paio di traffici di Nassir tutt’altro che trasparenti. Licius sorrise freddamente. La pista c’era.
Nassir aveva ingaggiato due uomini. Due saltimbanchi ritrovati. Uno un cadavere, l’altro disperso.Licius fece diramare un avviso di ricerca. Non ci volle molto. Cinque ore dopo, a Hemaht, un piccolo villaggio delle steppe desolate centroasiatiche, un segnale fu inviato.
E in poche ore, Hafrid Dishswallah fu portato al più vicino avamposto di Licanes.
Licius stesso, Seleucinea e una squadra di operativi scelti si recarono sul posto.
-Noi… Noi pagati per rapire donna infedele… Per uccidere…-, disse Hafrid.
-Ma davvero? Una donna infedele?-, chiese Licius. Lui annuì.
-Sì. Pelle scura.-, disse l’uomo. Non era stato neppure necessario minacciarlo.
Gente così era coraggiosa solo coi più deboli. Ma Licius li capiva. Sorrise.
-Dove?-, chiese. Hafrid vuotò il sacco. Disse che avevano rapito la donna e che poi un uomo, uno straniero dalla pelle più chiara, aveva abbattuto Shaid e tramortito lui.
Dalla descrizione, era Marduk Atbash.
“Chiunque abbia voluto mandare a monte lo scambio è stato attento: ha ucciso solo gli ostaggi.”, pensò, “Prima però ha cercato di destabilizzare il gruppo di Marduk. Privandolo delle connessioni con l’Unio Africae.”.
Il disegno prendeva forma. Era improbabile, pazzesco, ma…
-Seleucinea, prepara una squadra.-, ordinò una volta uscito dalla squadra interrogatori.
-Sissignore. Elementi e terreno operativo?-, chiese lei.
-E contatta chiunque possa aprire una linea di comunicazione diretta con Beijing. Questa guerra ci sarà solo d’intralcio.-, continuò lui ignorando la domanda.
-Signore, che diavolo sta succedendo?-, domandò lei.
-Siamo stati ingannati. Il nemico non è Chin, non lo è mai stato. Qualcun altro ha voluto che noi lo pensassimo. Per muoversi indisturbato. E Marduk Atbash potrebbe averlo capito.-, spiegò infine Licius, “Gannicus l’aveva detto…”, pensò. E lui era stato tanto folle da non ascoltarlo! Ma poteva ancora rimediare, poteva ancora vincere, poteva ancora ottenere il trionfo supremo. Il Potere, quello vero, non gli era del tutto sfuggito.
-Dobbiamo recuperare Marduk a ogni costo. Capire cosa sa. Sarebbe meglio avvenisse senza spargimento di sangue.-, concluse.
Il monastero era notevole. Un mastodonte antico, ma umile.
Marduk si fermò. Scese dal mezzo, insieme a Sho-Mi. Saida e Gannicus seguirono.
-Questo luogo è incredibile.-, mormorò la nera sotto strati di vesti. Il sole riscaldava ma l’aria fredda li aveva accompagnati nell’ascesa, obbligandoli a vestirsi pesantemente, più di quanto avessero fatto in precedenza. I villaggi si ernao diradati lasciando il posto a bandiere di preghiera affisse su pali, umili vessilli colorati che svolazzavano nel vento, o ruote da preghiera in legno, che Sho aveva fatto girare a ogni occcasione per mostrare che non erano nemici e che rispettavano le usanze del posto.
-Lo è davvero.-, disse Marduk, -Deve risalire al Cataclisma, o addirittura a prima…-.
– Sebater Tigus si è veramente nascosto quaggiù?-, chiese Gannicus.
-Tutto lascerebbe pensare così.-, mormorò Saida. Fissava i monaci. Nonostante li osservassero, nessuno di loro si stava muovendo per accoglierli. Marduk annuì.
Era chiaro che toccava a loro. Mosse tre passi. E si fermò.
-C’è qualcuno.-, disse. Sho-Mi aveva già l’arma in pugno. E improvvisamente, apparvero.
Uomini e donne si alzarono da mucchi di neve, da dietro arbusti. Uno dei monaci alzò una mitraglietta, in palese contraddizione ai voti di non-violenza monacali.
-Mettete giù le armi. Questa volta non possiamo resistere.-, disse Sho-Mi. Posò la mitraglietta.
Marduk annuì. Gannicus e Saida anche. Tutti posarono le armi.
-È stata una lunga attesa.-, disse una voce Chin in perfetto Licanes.
Un uomo emerse dai ranghi. Disarmato. Sorrideva, ma gli occhi erano attenti.
Aspetto dozzinale, ma espressione da volpe. La veste era quasi leggera, rispetto al vento.
Era anziano, ma pareva energico. Si avvicinò al gruppo.
-Marduk Atbash, Gannicus Vaian, Saida… E Sho-Mi. Un gruppo decisamente eterogeneo.-, disse, -La vostra fama vi precede ampiamente.-.
-Ci avete pedinati.-, la voce di Sho-Mi non mostrava emozioni.
-Sì. Senza interferire. E senza minacciarvi. Non vi vedo come dei nemici, sapete?-, chiese.
-Tu sei Il Celeste.-, disse Gannicus.
-È così.-, rispose l’uomo, -Lie Nu vi ha parlato di me?-.
-Ti ha definito un maestro dell’intrigo. Immagino fosse riduttivo.-, disse il licaneo.
-In realtà preferisco vedermi come un umile agente anziano.-, confessò l’uomo, -Ma… sono lieto che Lie abbia una tale stima di me.-. Fece un cenno. Una delle figure armate fece un passo. Viso coperto da un copricapo. Lo tolse.
-Ci rivediamo.-, disse Lie Nu. Fissò Marduk. E lui fissò lei.
-Molto tempo, da quel vicolo…-, disse. L’espressione della Chin fu un raro connubio di emozioni riassorbite presto dalla neutra espressione di poco prima.
-Già. Molto tempo. Se tu immaginassi per quante volte ho immaginato la tua morte, Marduk…-, aibilò lei. Lui la fissò. Non provava paura. Non più da molto.
-Liberissima di provare qui e ora, Lie.-, disse. Lei sorrise, sprezzante.
-No. Il Celeste ha altri piani per voi.-, disse, -Gli servite per altri scopi.-.
-E quali?-, chiese Saida, -Perché suppongo implichino la nostra sopravvivenza.-.
-Certamente.-, disse Il Celeste, un sorriso cordiale sul viso, -Implicano la vostra sopravvivenza. Implicano anche un’altra cosa.-.
-Ossia? Un umiliazione pubblica?-, chiese Gannicus.
-No.-, rispose Lie Nu fissandolo, -La verità.-.
-La verità?-, chiese Marduk, -La verità è quasi sempre soggettiva.-.
-La verità può essere molto oggettiva. Basta togliere le illusioni.-, replicò il Celeste.
-E tu sei in grado di farlo.-, disse Sho-Mi. Non era una domanda. E fu allora che Marduk lo vide.
Sho-Mi sorrideva. Erano passati anni da quando l’aveva vista sorridere così.
Il Celeste annuì. Un gesto lento. Solenne.
-Seguitemi.-, ordinò.
Licius e la sua squadra erano passati. Sorprendentemente, i Chin non avevano opposto nessuna resistenza, salvo richiedere una scorta di due velivoli che affiancassero il trasporto di Licanes nella discesa. Lui aveva concordato. Il tempismo era cruciale. Troppo per rifiutare.
-Stiamo ricevendo info circa un punto d’atterraggio, signore.-, disse uno dei piloti.
-Dove si trova?-, chiese Licius.
-Molto in alto. È un monastero, sembrerebbe.-, disse Seleucinea.
“Un monastero… Avrebbe senso… Ma potrebbe anche essere una trappola.”, pensò lui.
-Portaci là.-, ordinô infine, -Ma massima cautela.-.
Quando arrivarono, e sbarcarono, Licius fu sorpreso. Totalmente.
Si trovò davanti Gannicus, Marduk e le altre del suo gruppo, ma sorprattutto trovò una figura che lo accolse con un sorriso cordiale, gli occhi attenti.
-Credo che tu, Licius Carcio Quadro, debba a tua volta vedere ciò che ho da mostrare.-, disse.
-Tu…-, Licius capì, -Tu sei il Celeste.-, disse. I fanti dietro Licius alzarono le armi. E furono presi di mira dagli uomini dell’asiatico.
-Preferirei evitare uno scontro. Non ne abbiamo il tempo né l’interesse. Il nostro nemico si muove rapido, e noi dobbiamo muoverci altrettanto in fretta.-, disse Il Celeste.
Licius aprì la bocca e la richiuse. La riaprì. Esitò. Era esattamente quello che lui avrebbe voluto dire. Ma come faceva quell’uomo a prevederlo?
-Non affaticarti con domande futili. Non qui né ora. Se vorrai ti rivelerò in seguito come faccio a leggerti tanto facilmente. Per ora, niente armi, e seguiteci.-, ordinô l’asiatico.
Licius non emise un suono. Lo sguardo di disapprovazione di Seleucinea parve tagliarlo.
Cosa diavolo stava succedendo?
Entrarono nel monastero, senza essere raggiunti da monaci o dall’abate. Gannicus osservò le figure in movimento di uomini e donne dalla testa rasata che procedevano con le loro faccende, ignorandoli. Il Celeste proseguiva con passo svelto tra le sale scavate nella roccia, scendendo tra le viscere del monte, sino a una stanza discosta dalle altre.
-Solo Marduk Atbash, Licius, Sho-Mi, Gannicus e Saida entreranno.-, dichiarò.
Gli Invisibili, dietro il gruppo di licanei puntarono le armi. Un esortazione priva di parole.
Entrarono. Su una lettiga semplice, giaceva un uomo. O meglio, ciò che era stato un uomo.
Bruciature estese sfiguravano il petto e il viso, le gambe e le braccia, rendendolo glabro e irriconoscibile,, ma un lembo di pelle miracolosamente salvatasi dal fuoco mostrava una pietosa riscrescita di peli. Barba castana.
Screziata di grigio. Un Licaneo, dunque, veniva da pensare a Gannicus.
-È Sebater Tigus…-, mormorò Saida.
-Ciò che ne rimane. Si è dato fuoco un giorno fa. Non sono riuscito a parlare con lui.-, disse Il Celeste, -I monaci l’hanno condotto qui… perché perisse in un luogo riparato, e non fosse solo.-. Il silenzio di quella rivelazione li avvolse, per un lungo istante.
-Perché immolarsi?-, chiese Marduk, -Un caso di coscienza?-.
-Terminale.-, annuì Il Celeste. Prese qualcosa da un piccolo baule, accanto al morente.
-Prima di immolarsi ha voluto scrivere questa.-, disse passandola a Licius.
Licius Carcio Quadro prese la lettera. La carta era grezza e i caratteri erano incerti, ma la scrittura era chiaramente licanea. Sebater sapeva che presto o tardi lo avrebbero raggiunto.
Evidentemente, aveva dovuto scrivere, aveva dovuto parlare.
Un gemito dal moribondo lo fece trasalire.
-Forse dovremmo… porre fine.-, disse Marduk, -Così è incivile.-.
-Ma è quello che ha scelto.-, rispose Il Celeste. Pareva del tutto a suo agio.
-La lettera forse ci spiegherà il perché di questa follia.-, ventilò Sho-Mi.
Licius annuì. Iniziò a leggere…
“All’attenzione dei responsabili del Progetto Pax Aeterna secondo le decisioni dei Triumviri della Confederatio…”
-È scritto in lingua di Licanes. Sapeva che lo avremmo cercato. Sapeva che lo avremmo raggiunto.-, disse Gannicus, -Ma non voleva farsi prendere vivo.-.
-Minah Ahn è fuggita, però. Determinata a sopravvivere.-, commentò Marduk.
-Forse. O forse…-, disse Saida, piano, -A espiare.-. Il peso di quelle rivelazioni li ammutolì.
Licius riprese.
“Ho commesso atrocità nel nome dell’ideale di una pace eterna come l’avevate immaginato. I morbi creati da Minah Ahn e da me non sono semplici vettori virali. La scomposizione delle cellule è seguita spesso da una ricombinazione casuale che genera aborti di esistenza destinati per la maggior parte a perire in poche ore. La sola idea di usare una simile arma su un popolo è indegna di qualsivoglia uomo. Ho cercato in ogni modo di espiare, di trovare perdono, ma non ve n’è sotto il cielo. Minah Ahn non ha dubitato, non come me. Era decisa.
Pragmatica. Ma vedevo che soffriva. La mia scelta di avvicinarmi a lei è stata pura follia, una che ci ha salvati entrambi. Che ci ha mantenuti sani, anche sotto lo sguardo ZEUS.”.
-ZEUS?-, chiese Marduk, -Che cosa sarebbe?-.
-Un intelletto artificiale.-, spiegò Il Celeste, -Una creazione di un genio deceduto, conosciuto solo come il Codificatore. Una terza pars al progetto Pax che aveva solo uno scopo.-.
-Valutare i bersagli.-, sussurrò Sho-Mi, -Scegliere chi muore e chi vive.-.
-Esattamente.-, disse Licius continuando a leggere. Era raggelato a sua volta.
La temperatura di quella stanza pareva glaciale.
“ZEUS non si faceva domande, né dubbi. Né comprendeva il nostro tormento. Per lui era tutto chiaro, lapidario, cristallino. Era uno strumento di sublime precisione. Ma solo questo. Noi no.
Così fuggimmo. Prima tra noi, in momenti di intima solitudine, poi davvero. Ma per farlo, dovetti scatenare il morbo su Clavis. Di comune accordo con Minah, ci separammo. Era meglio per tutti, ma soprattutto per lei. Lei, che così coraggiosamente parlava di espiazione, di redenzione, forse l’avrebbe trovata. Per me, non fu possibile.”.
-E fin qui, abbiamo capito. Ma… ZEUS?-, chiese Saida, -È ancora operativo?-.
-Tutto lascerebbe pensare che stia eseguendo una direttiva propria.-, disse Il Celeste.
-Tu lo sapevi?!-, chiese Licius alzando lo sguardo, furente, -Sapevi, e hai lasciato che Licanes e Chin si lorogassero per niente?!?!-, chiese. L’anziano indietreggiò.
-No. Sospettavo. Ma non sapevo. Quali prove avrei potuto portare a Beijing?-, chiese, -Come avrei potuto convincere voi?! Non avrei potuto. Non da solo.-.
-Ti servivamo noi.-, disse Marduk, -Ti serviva che giungessimo qui. Per preparare la pace tra Licanes e Chin. E l’inizio di qualcosa di nuovo.-.
-Pace? Sì, tra Licanes e Chin, ma questa è una nuova guerra. Contro un nemico inumano.-, spiegò Il Celeste, -Numerosi avamposti non rispondono nelle regioni di Jan-tze e Huin-ke.-.
-Anche da noi ci sono stati allarmi.-, disse Licius, la voce calma, ma allarmata, -Le Insulae Giudeccae, il Sito Omicron-Delta. La Ridotta Haephestus…-. Poi s’illuminò, di terrore.
-Hanno predisposto tutto. Chiunque abbia manovrato Licanes e Chin come burattini ha fatto sì che i suoi alleati potessero assumere il controllo di postazioni strategiche. Postazioni vitali, arsenali, ridotte fortificate… E siti che permettano di lanciare le testate virali… Dèi del cielo…-.
La disperazione nel suo tono era pesante.
-Ci hanno manovrati, come pedine.-, mormorò Saida, -E ora hanno tutto quel che gli serve.-.
-Per distruggere tutto. E trovare infine la Pax Aeterna…-, concluse Sho-Mi.
-Dev’esserci qualcosa che possiamo fare!-, esclamò Gannicus, con rabbia impotente.
-Forse.-, ammise Il Celeste, -Ma implica togliersi i paraocchi. Siete disposti a farlo?-, chiese.
Nessuno di loro disse una parola, ma la risolutezza nei loro sguardi fu sufficiente.
“Ho cercato la redenzione a lungo, ma non l’ho trovata. Non esiste espiazione per questo. Ho commesso crimini che intaccano la sostenza stessa del mondo. Sono diventato un distruttore. Forse è tutto ciò che possiamo essere noi uomini, alla fine. Tiranni e distruttori. Ma io non intendo vivere per vedere ciò che sarà. ZEUS è sordo ai miei richiami. Opererà autonomamente secondo il suo miglior giudizio. Quanto a me…
L’inferno viene spesso descritto come fuoco. Penso di poterlo accettare. Il fuoco mi punirà.”.
-È davvero orribile.-, mormorò Marduk.
-Forse. In ogni caso non cambia le cose. ZEUS va fermato. E per farlo, Chin e Licanes devono collaborare. Anche l’Unio Africae dovrà farlo.-.
-Posto che si possa fermarlo.-, disse Saida, -Ha avuto tempo per prepararsi.-.
-Non proprio. Spostare le testate virali sino ai siti richiede pianificazione e cautela, e il passaggio di numerose verifiche approfondite. Ho ragione di credere che non abbia ancora fatto la sua mossa.-, disse Licius, meditabondo.
-Ma la farà.-, disse Sho-Mi, -E stavolta non avrete i Justicarii con voi, temo. Il mio Ordine è reietto, lo sapete.-.
-Ma abbiamo te.-, disse Il Celeste, -Se tu vuoi aiutarci.-.
-Non credo di poter rifiutare.-, rispose la guerriera in grigio.
-Puoi contattare gli altri?-, chiese Saida.
-No. Non più. L’Ordine si è disperso. Ogni Justicar ora fa storia a sé. Io e Marduk siamo i soli rimasti a Licanes.-, disse Sho-Mi, con un cenno di diniego che sapeva d’impotenza.
-Ma puoi tentare, no?-, chiese Gannicus. Lei annuì. -Posso.-, ammise.
-Allora noi dobbiamo formare un’unità d’intervento rapida. Massime autorizzazioni a tutti i livelli, Chin e Licanes. Un’unità che non debba rispondere ad alcuna autorità salvo quella di pochi individui.-, disse Licius. Fissò Il Celeste.
-Da parte di Beijing non vedo problemi.-, rispose questi.
-Avrete accesso al meglio, di ambo le nostre forze.-, disse Licius, -E conto sull’Unio Africae per garantire supporto logistico.-. Saida annuì.
-Manca una cosa.-, disse Gannicus, -Un nome, a quest’unità.-.
-L’Equinozio è su di noi.-, disse Licius, -Sarebbe sabgliato non onorarlo.-.
-Si chiamerà Equinox.-, disse Marduk.




Ciao Mathilda (bel nome, fra l'altro), il racconto mi è piaciuto molto, davvero ben scritto ed eccitante! forse avrei suddiviso…
Grazie!!! Vedrò di continuare allora! ;)
Spero sia l'inizio di molti altri racconti
Molto bello e scritto bene complimenti
Stavo pensando no non sei pretenzioso né invadente e mi fa piacere aver trovato uno che come me da tanto…