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Non so se riuscirò a spiegarmi chiaramente, se riuscirò a farmi capire da tutti, soprattutto da ‘tutte’.
La mia esistenza diviene sempre più difficile.
Al mattino sono più stanca di quando vado a dormire.

Da principio era nel sogno che udivo la sua voce.
‘Daisy, voglio fare l’amore con te!’
Poi sentivo le sue mani che mi cercavano, mi carezzavano, mi aprivano le gambe.
Non mi ero neanche accorta di essermi tolta il pigiama.
Dovevo essere nuda, infatti, perché sentivo la sua pelle sulla mia, le sue labbra sui miei capezzoli, suggerli, mentre si accertava che fossi pronta a riceverlo. Il mio sesso era rugiadoso, in ansiosa attesa di lui.
Mi penetrava, dolcemente, come sempre, indugiava un po’ attendendo che la vagina lo avvolgesse stretto, e cominciava la sua deliziosa e voluttuosa alesatura che mi faceva raggiungere vette meravigliose del piacere, che mi scuoteva, mi inebriava, fino ad essere travolta da un sempre più travolgente orgasmo che lui premiava col potente getto del suo seme caldo e placante.
Quando mi svegliavo, lentamente, mi trovavo sola nel gran letto, in pigiama, ansante e sudata, col le gambe allargate, e il cavallo del pantalone intriso della mia linfa.
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Questo iniziò il giorno dopo la sepoltura di Bob.
Il mio Bob, ucciso da qualcosa di sconosciuto che lo aveva aggredito e rapidamente distrutto. Certo durante le sue ricerche microbiologiche.
Mi aveva lasciata sola.
Quaranta anni, troppo presto.
Con un figlio di diciotto. Troppo presto.
Avevo cercato distrazione nel lavoro, ma quando tornavo a casa la solitudine mi ghermiva di nuovo.
Mi era stato detto di rifarmi una vita.
Quella sera ci avevo pensato, mentre stavo per addormentarmi.
Poi il sogno. Lo stesso.
‘Daisy, devi farlo solo con me!’
Ed era stato più appassionato del solito.
La mattina, uscendo dalla doccia, mi guardai allo specchio.
Non ero magra, tutt’altro.
Alta uno e settantacinque, sì, ma peso settanta chili.
Due più che prosperose tettone, non troppo appese, con le loro venuzze azzurre, e i capezzoli rossi fuoco, che ancora sentivano, la notte i suoi baci.
Ventre non completamente piatto, ma senza traccia di grasso superfluo. Pube cicciotello, ricco di folti riccioli che nascondono il sesso.
Il sedere non pende, ed perfettamente ‘in linea’ col petto.
Gambe abbastanza ben tornite e ben proporzionate.
Una taglia rispettabile, ma non sgradevole alla vista.
Del resto, un tipo come me, con un bel volto, lunghi capelli neri e passo quasi atletico, non passa inosservato.
Mi sono state fatte delle ‘avances’, anche a fini matrimoniali, ma la voce di Bob che mi ripete continuamente: ‘solo con me!’.
Ora me lo ribadisce anche da sveglia.
Se rimango colpita da qualche uomo, ed &egrave più che naturale per una femmina della mia età, sana e di normali appetiti, di tutti i tipi, Bob rinnova il suo ritornello martellante.
Del resto, quei rapporti notturni, anche se meramente onirici, mi appagano.
Andy, mio figlio, mi guarda fissamente quando si accorge che la mia mente vagava lontana.
‘Mamma, cosa stai pensando?’
‘A tuo padre, ragazzo mio.’
‘Mamma devi uscire da questa spirale, devi distrarti, divertirti.
Io non avrei niente da dire se tu trovassi un altro affetto. Vorrei solo che fosse degno di te.’
‘Ma io, Andy, ho il tuo di affetto. Mi basta, vieni qui, dammi un bacio!’
Andy si avvicina, lo abbraccia, lo bacio lo stringo al petto.
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Bob impazziva per il mio seno.
Nell’intimità non mi chiamava Daisy, Margherita, ma dairy, latteria.
Aveva il piacere di dare un nome ad ogni centimetro del mio corpo.
Per lui era tutto un miele, honey.
Honey hills, colline di miele, le tette.
Honey rock, roccia di miele, il sedere.
Honey wood, bosco di miele, i riccioli del pube.
Honey pot, vaso di miele, la vagina.
Honey valley, valle del miele, il solco che divide le natiche, che nasconde un lovely honey well, un delizioso pozzo del miele.
Il ‘suo’ lo chiamava the mad driller, la trivella innamorata pazza.
Ora, nel sonno sentivo ancora la sua voce, le sue parole.
Il suo drilling!
E avevo cominciato a sentirlo anche da sveglia, dovunque. Forse, pensavo, dovevo consultare uno psicologo, o addirittura uno psichiatra.
Quella notte sentii baciarmi i capezzoli, suggerli, poi la lingua mi lambì il ventre, scese sul mio pube, tra le mie gambe dischiuse, si intrufolò in me, incantevolmente, sapeva cercare e trovare dove la mia vagina era più sensibile, e sapeva farmi raggiungere godimenti paradisiaci.
Avrei voluto, ora, subito, che lui mi penetrasse, allungai la mano per afferrargli il fallo, per condurlo in me.
Mi svegliai di soprassalto, col fiato grosso e madida di sudore.
Ero disperatamente sola, nel letto.
Le mie mani cercarono di sostituire le sue. Squallidamente, inutilmente.
Non era ancora giorno.
Mi alzai, andai a bere un bicchiere d’acqua.
Tornando nella mia camera, schiusi la porta di quella di Andy.
Dormiva, sereno, beato, supino.
Forse per il caldo che cominciava a farsi sentire, si era scoperto. Mi avvicinai per ricoprirlo. Vidi allora, che dai pantaloni del suo pigiama balzava fuori, ben eretto, il suo giovane fallo.
Era la prima volta che lo vedevo in quello stato.
Andy non era più un bambino, era un uomo. Come suo padre.
Non feci nulla, mi allontanai, in silenzio, e tornai a letto.
Ma negli occhi s’era stampato, e ingigantito, il sesso di mio figlio.
Chiusi gli occhi sperando di riaddormentarmi, di tornare a sentire la voce di Bob, ‘solo con me’, le sue mani, la sua ardente passione.
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Al mattino, dopo la doccia, indosso lo slip e sopra solo la vestaglia da camera, mi avvio per preparare la colazione, e poi andrò a chiamare Andy. La colf arriva più tardi.
Cinque minuti prima del solito, entrai nella camera di Andy, per svegliarlo, per dirgli che la colazione era pronta.
Adesso era coperto, su un fianco.
Aprì gli occhi, mi guardò, sorrise, si mise a sedere sul letto, si voltò, tirò fuori le gambe, coi piedi sul tappeto, mi avvicinai per il consueto bacetto del mattino: uno sulla fronte e un altro sulla guancia.
Non mi ero accorta che la mia vestaglia era semiaperta.
Mi chinai per baciarlo, il suo volto si trovò avvolto dalle mie grosse tette.
Lo trattenni per un istante, quel contatto mi ricordava quando Bob vi nascondeva il suo sesso, e attendeva che con sapienti movimenti lo carezzassi voluttuosamente, poi, ad un certo punto, mi spingeva sul letto e, come diceva, mi arava a dovere, e inseminava il mio solco.
Mi scrollai, sollevai la testa di Andy e lo baciai. Sulle labbra, istintivamente.
Andy rimase a guardarmi.
‘Che belle tette che hai, mamma!’
‘Sono quelle che ti hanno allattato.’
‘Come sono belle’!’
Allungò timidamente una mano e ne carezzò una, strinse dolcemente un capezzolo.
”mi piacerebbe succhiarle’ come allora’
Lo carezzai sui capelli, richiusi la vestaglia.
‘La colazione &egrave pronta, vieni a tavola.’
La mano di Andy mi aveva sfiorato il petto.
La stessa mano che lo aveva carezzato stanotte, lo stesso tocco, la stessa dolcezza.
Alla mente mi tornò, violenta, la visione del fallo eretto di Andy.
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Andy, Andrew, Andrea.
Un simpatico ragazzo.
Come ho già detto, poco più di diciotto anni.
Un po’ meno alto di me, un personale snello ma non magro, elegante.
Cura abbastanza l’aspetto esteriore: capelli di giusta lunghezza, nessun tatuaggio o piercing, veste alla moda ma non eccentricamente. In genere, jeans, camiciole o, quando fa caldo, pantaloncini di tela.
Ottima maturità.
Dice che vuole iscriversi a matematica, per seguire le mie orme ( o forse per ‘sfruttare’ il mio nome, visto che insegno analisi algebrica all’università).
Educato, premuroso, affettuoso, ma senza smancerie.
Ama ancora farsi coccolare, come quando era bambino.
Mi chiama la sua ‘mammona’, ma quando gli chiedo se mi vede grassa, risponde che sono perfetta, proporzionatissima, affascinante.
E’ sempre disponibilissimo ad accompagnarmi. Dovunque, al cine, ai concerti, per lo shopping, in villeggiatura, in viaggio. Perfino dal medico, quando mi necessita.
Mi sa consigliare nella scelta degli abiti ed anche del resto dell’abbigliamento. E’ lui che mi ha sussurrato, nel negozio di lingerie, di comprare un perizoma e, malgrado la mia prosperosità, dei reggiseno a balconcino. Mi ha detto, sorridendo, che non bisogna nascondere e tantomeno sacrificare la ‘grazia di dio’. ‘Chissà quante vorrebbero avere il tuo fisico, mamma. Tu devi essere orgogliosa di te, e di come ti chiamava papà: Dairy.’
Quindi sa tutto.
Chissà se conosce anche i nomignoli dolci, quelli a base di miele, honey!
Io sono rimasta commossa, intenerita, quando mi ha detto che devo distrarmi, cercare un altro affetto.
Ma lui sprizzava felicità dai pori quando gli ho risposto che lui era tutto il mio affetto.
Il mio piccolo Andy.
Per me &egrave sempre il ‘mio piccolo’ anche se &egrave un uomo.
Non sono mai riuscita a sapere qualcosa della sua vita sentimentale.
Mi ha accennato a qualche simpatia, ha anche espresso apprezzamento per qualche sua amica, ne ha esaltato l’avvenenza, le attrattive fisiche, ed ha sempre concluso che erano quasi belle e seducenti come me!
Bisogna stare attenti alle parole di Andy, perché le sceglie accuratamente, &egrave un pignolo della semantica. Io gli ho detto che esagerava dicendo che ero seducente, ma lui mi ha risposto che aveva adoperato l’espressione adatta perché io, almeno per lui, sono attraente in modo particolare, allettante, affascinante, invogliante, invitante!
Anche quella volta, qualche giorno fa, gli detti un bel bacione, sulla bocca.
Lo meritava.
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Mi rifugiavo nel sonno per vivere i momenti più belli della mia esistenza.
La voce di Bob era strana, diversa dal solito.
Sussurrava: ‘Dairy’ Dairy”
Mi baciava.
Aveva lo stesso sapore della bocca di Andy che avevo sfiorato al mattino. Forse un po’ più che sfiorato.
Sentivo qualcosa tra le mie tette.
Non era il sesso di Bob’ no’ era la stessa sensazione che mi aveva dato il volto di Andy quando s’era infilato tra esse.
Andy’ di nuovo la visione del suo fallo eretto.
Aspettavo che Bob mi carezzasse, come al solito, che entrasse in me.
Niente.
La mia mano s’infilò nei pantaloni, prese a ‘carezzarla’ dolcemente, poi sempre più freneticamente, perché volevo, dovevo, raggiungere il piacere, ecco’. così’ e mi sembrava di aver afferrato il fallo di Andy e di averlo introdotto nella mia vagina pulsante.
Non mi accorsi, quando, dopo, mi assopii.
‘Brava, Dairy’ devi farlo’ brava’ hai visto?’
Bob era carezzevole, convincente. E questa era di nuovo la sua voce.
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Ho lasciata aperta la mia vestaglia, volontariamente.
Non ho indossato lo slip, ma il perizoma, minuscolo. Tanto che, non usando depilarmi se non le ascelle, non riesce a contenere tutti i lussureggianti e rigogliosi ricci di honey-wood.
Scena analoga a quella di qualche giorno prima.
Entro nella sua camera. Con la colazione.
Questa volta Andy mi guarda incantato e si avvicina a una tetta baciandole il capezzolo, accogliendo tra le labbra, suggendolo avidamente.
Gli carezzo la testa.
Abbasso lo sguardo.
Il suo pene &egrave fuori dal pigiama, ben eretto.
Mi viene la voglia di metterlo tra le mie tette.
Riesco a vincerla.
Mi chino su di lui, gli prendo il volto tra le mani e lo bacio sulla bocca, lungamente, facendogli sentire la punta della mia lingua che lo invita a dischiudere le labbra.
Lui mi afferra per le natiche, mi attira a sé, abbassa la testa e la porta sulla esigua striscia del perizoma che si &egrave infilata tra le grandi labbra.
Mi bacia, freneticamente.
Lo lascio di colpo.
Mi allontano in fretta, prima che sia troppo tardi.
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Il sonno. Shakesperare lo definisce la seconda grande portata nel banchetto della natura.
Sonno liberatore.
Simile alla morte.
Elargitore dell’oblio.
Ma anche tormento dei sensi, dello spirito.
‘Brava Dairy’ lo devi fare’ &egrave come se fossi io’ &egrave la mia stessa carne’ senti”
E’ stato travolgente, appassionato, voluttuoso, e mentre mi penetrava freneticamente, nella mia mente, come tanti lampi, appariva e scompariva il sesso di Andy.
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Solo in vestaglia. Nulla sotto.
Andy era, come al solito, su un fianco.
Lo svegliai con una lieve carezza. O meglio credetti di svegliarlo.
Allontanò la coperta, sedette sul letto, con le gambe penzoloni.
Era completamente nudo, col fallo eretto.
Mi guardò con occhi fiammeggianti,
Si alzò.
Tolsi le scarpe per diminuire la lieve differenza di statura che c’era tra di noi.
Seguitava a fissarmi.
Sedetti sulla sponda del letto, andai giù, supina, i piedi sul tappeto, le gambe dischiuse.
Si inginocchiò, mise la testa tra le mie gambe, cominciò a baciarmi, a lambirmi.
Ecco, quella era la lingua che avevo sentito nel sonno.
Si, la stessa. Mi frugava facendomi morire dal piacere.
Quelle erano le mani che nel sonno avevano impastato il mio seno.
Gli presi la testa fra le mani e lo tirai su di me. Gli afferrai il fallo, lo indirizzai alla mia vagina impaziente.
Mi penetrò meravigliosamente e prima che me rendessi ben conto, ero già in preda a un orgasmo convulso’ ancora un altro’ e poi la benedizione del suo balsamo paradisiaco.
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Dormivamo abbracciati.
Lui, dopo aver di nuovo fatto l’amore, quella notte, più di una volta, si era addormentato tra le mie braccia, col capo su una tetta.
Mi assopii lentamente, senza accorgermene.
Sentivo sussurrare quella voce.
‘Dairy, honey pot, hai visto come stiamo bene insieme? Ora non &egrave più necessario che io torni, in sonno, a bisbigliarti il mio amore, la mia passione. Li vivrò con te, in te, con la mia stessa carne.’
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Autore Pubblicato il: 10 Settembre 2004Categorie: Racconti erotici sull'Incesto0 Commenti

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