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Maturità

Allora si chiamava maturità classica e i licei non erano diffusi come adesso. Infatti, dovevo andare nel capoluogo per sostenere gli esami, dopo una accurata e laboriosa preparazione.

Mamma decise di accompagnarmi.

Telefonammo alle suore per essere ospitati da loro, ma risposero che non potevano accogliere, per nessun motivo maschi. Mamma disse, sorridendo, che, in fondo, ero un ragazzo (anche se avevo diciotto anni ed ero alto 186 centimetri!). Niente da fare. Telefonammo a uno dei due alberghi, al migliore. Ci assicurarono che avrebbero riservato una camera, bella, ampia, luminosa, con una scrivania per studiare, aggiungendo che era l’unica rimasta.

Mamma Rosa fermò la camera.

E fu così che, il giorno prima dell’inizio degli scritti, mamma e io arrivammo nel piccolo capoluogo. Faceva abbastanza caldo, il viaggio, anche se non troppo lungo, ci aveva infastidito.

La camera era veramente ampia e luminosa, con una vasto bagno adiacente e un balcone che affacciava di fronte al liceo. Non ci era stato detto, però, che c’era un solo letto, molto grande. A me sembrò smisurato.

Mamma restò in silenzio, a guardarlo. Non disse niente. Andò nel bagno,

Io provai a misurarlo, col palmo della mano. Incredibile. Circa 220 centimetri lungo e 240 largo, immenso.

Mamma tornò dopo qualche istante. Aveva un’espressione perplessa. Si avvicinò al comodino e alzò il telefono. Chiese se non fosse possibile avere due lettini. Ascoltò la risposta. Ringraziò e rimise a posto il ricevitore. Mi guardò.

‘Niente da fare! Caro , dovremo arrangiarci così. Meno male che &egrave spazioso, ognuno avrà il suo lato per dormire.’

Disfece il bagaglio. In silenzio, senza dire una parola.

Andai sul balcone, guardavo la gente che passava senza vederla. L’edificio solenne e grigio, il liceo, che era di fronte, non mi dava alcuna emozione. Eppure, da domani era li che avrei dovuto affrontare le non facili prove che mi attendevano.

Pensavo che per diversi giorni avrei dovuto dividere quell’unica camera con mia madre. E quell’unico letto.

Ma madre. Per i suoi piccoli scolari, la ‘signora maestra’; per le sue amiche, la ‘cara Rosa’; per tutti, la moglie del farmacista. Per me, la mia mamma. Per i seduti al bar, i soliti perditempo, ‘quella sventola di Rosetta’. E qualcuno aggiungeva: ‘culo tosto e bella tetta’. E quando li sentivo (e facevo finta di non sentirli) mi veniva la voglia di prenderli a schiaffi.

Quei commenti mi mandavano in bestia perché si riferivano a mia madre, ma, a ben pensarci ed essere onesti, non facevano che constatare una realtà: mamma aveva un fisico che era una favola, una vera bellezza. A quasi quarant’anni non ne dimostrava nemmeno trenta, e il suo incedere era tutto uno spettacolo. Non si poteva evitare di fissare il suo fondo schiena e l’incantevole modo di muoverlo quando camminava. Senza parlare del petto: rigoglioso, florido. Avevo sentito definirlo anche ‘ubertoso’.

Rimuginavo tutto questo, sul balcone, e pensavo che per alcuni giorni mamma ed io saremmo stati vicinissimi. Come non mai. Cosa attraente, affascinante, ma temevo che mi distraesse dall’impegnativo lavoro che mi attendeva e che richieda la massima concentrazione.

Era la mamma, vero, ma era una donna splendida, che destava in me mille sentimenti contraddittori, a cominciare dalla curiosità, quasi patologica, dei miei diciotto anni, dal tumulto dei miei ormoni e dal fatto che tutto ciò che sapevo sul sesso e sulla anatomia femminile lo dovevo a qualche lettura, poco scientifica, e qualche pubblicazione di foto osé. Strano a dirsi, oggi incredibile, ma era così! Mi giunse la voce della mamma.

‘Piero, cosa fai? Vieni ad aiutarmi”

Rientrai. Mi chiese di porre le valige vuote sull’armadio.

‘Devi sopportare la continua presenza di tua madre, tesoro mio, ma cercherò di darti il meno fastidio possibile’ &egrave la prima volta che ci capita, vero?’

Annuii sorridendo.

‘Devi pensare agli esami, amore mio’ vedrai che supererai tutto brillantemente’ la mamma sta con te e ti penserà continuamente’ pregherà anche per te”

Era splendente in volto, leggermente accaldata e con alcuni bottoni della sua camicetta slacciati il ché lasciava intravedere la rigogliosità del suo petto e il solco che mi trovai a fissare golosamente. Forse il ricordo di quando mi nutrivo a quel seno.

Lo sguardo corse lungo il suo corpo: fianchi perfetti, gambe tornite e snelle.

Pensai che dovevo mettervela tutta per non deconcentrarmi dallo studio.

La mia mente era in tumulto.

Mamma mi osservò attentamente.

‘Qualcosa che non va, tesoro? Devi essere calmo’.’

Si avvicinò e mi abbracciò forte. Alzò il capo per guardarmi.

‘Il tesoro della mamma’ sei un vero uomo’ non riesco neppure ad abbracciarti’ abbracciami tu’.’

La strinsi, sentii il turgore e il calore del suo petto, mi venne istintivo abbassare le mani afferrarla per i glutei e sollevarla un po” mi baciò sulla guancia. Sorrise.

‘Mettimi giù, tesoro, mi alzi come una piuma, sei fortissimo.’

La deposi sul pavimento, lentamente, ma le mani non volevano abbandonare i glutei tondi e sodi che stavano stringendo. Rimase un po’ così, stretta a me.

Mi guardò sorridendo.

‘Devi stare attento, Pierino, quando abbracci una donna, potresti stritolarla con la tua stretta vigorosa’ mi viene in mente il boa constrictor”

‘Scusa, mamma, non volevo, ma’ &egrave per il timore di’ farti cadere’ ti ho fatto male? Ti ho importunato?’

Fu lei a stringersi a me.

‘Come può far male o importunare un abbraccio di un figlio? E per giunta di un bel ragazzo come te!’

Si alzò in punta di piedi per baciarmi sulla guancia. Sciolsi l’abbraccio. Fece un lungo respiro, profondo.

Mancava poco per l’ora del pranzo. Avevamo deciso di consumare i pasti al ristorante dell’albergo.

‘Se sei pronto, possiamo scendere’ che dici, sto bene così o devo cambiarmi?’

‘Stai benissimo, mamma, se elegante, come sempre e’. bellissima!’

‘Grazie, piccolo. Scendiamo.’

—–

Quando entrammo, tutti gli occhi dei commensali presenti si rivolsero a noi’ o meglio.. a mamma, ed era evidente il compiaciuto apprezzamento che esprimevano i loro sguardi. Non posso negare che mi sentivo fiero e orgoglioso di poter accompagnare (stavo per dire esibire) una bellezza simile.

Scegliemmo i ‘suggerimenti della casa’, cibi ottimi, caratteristici locali, e un vinello bianco, delizioso.

Al bar prendemmo il caff&egrave. Mamma disse che desiderava riposare un po’ e che se io, invece, volevo fare qualche altra cosa ero liberissimo.

‘Ti accompagno, mamma’ mentre tu riposi’ potrei dare una lettura alle tracce dei temi dati negli anni passati”

Salimmo. Mamma andò nel bagno e dopo qualche minuto tornò, in vestaglia da camera, celeste pallido, leggera e abbastanza corta. Si era completamente struccata e il suo volto ‘acqua e sapone’ era ancora più bello. Sapeva di fresco, giovane, semplice, genuino.

Ebbi il desiderio di carezzarla. Le sfiorai la gota con la mano, leggermente.

‘Com’é bello, liscio, vellutato’ sembra carezzare una pesca, una seta preziosa”

Mi sorrise.

‘Ogni mamma &egrave bella per il suo bambino”

‘Per me sei come il verso di De Amicis che dice ‘e più la guardo e più mi sembra bella’.’

‘Sei un adulatore ‘ comunque’grazie”

Mi baciò sulla gota, proprio vicino la bocca. Respirò profondamente, come faceva spesso.

Le avevo ricordato un proverbio francese: ‘Coeur qui soupire n’a pas ce qu’il desire’.

Mi aveva risposto sorridendo incantevolmente, che tale detto, cuore che sospira non ha ciò che desidera, ha un seguito’ ‘coeur qui soupire souvent coeur content’. Il cuore che sospira spesso &egrave un cuore contento.

Le chiesi se fosse contenta.

‘Contentissima figlio mio, e come non potrei esserlo stando qui con te? Fa un po’ caldo e mi sdraierei senza mettermi sotto la copertina.. che ne dici?’

‘Benissimo, mamma, io siederò in poltrona con le tracce che ti dicevo, lascio solo un po’ aperta una imposta”

‘Benissimo, mi piace un po’ di luce, mi rallegra”

Si sdraiò sul letto, su un fianco, voltandomi le spalle.

Sedetti in poltrona, volevo leggere il libro che avevo preso dalla mia borsa.

L’occhio, però, cadde sulla mia mamma, sulla linea elegante e seducente della sua persona. La vestaglia s’era un po’ alzata e mostrava buona parte delle belle cosce.

Il suo respiro era già divenuto regolare. Di certo dormiva. Mi alzai, andai vicino al letto per abbassare la vestaglia, mi chinai per osservarla in volto.

Tratti distesi, quasi sorridenti. Com’era bella. Scorrendola con lo sguardo notai che la scollatura della vestaglia era molto aperta. Non aveva la sottana che normalmente indossava, ma solo il reggiseno. Forse, per stare meglio, lo aveva sganciato, perché s’era sollevato e una tetta era quasi completamente uscita lasciando intravedere la piccola e scura fragolina del capezzolo’ Da quanto tempo non lo avevo visto’ forse da quando mi allattava’ era una visione fantastica e, devo ammetterlo, eccitante.

L’avrei baciata d’impeto. Ma riuscii a controllarmi e a tornare in poltrona.

Certo che concentrarsi per gli esami con quello spettacolo’

—–

Giunse il momento che più mi preoccupava: la sera, andare a letto, dormire! E dovevo dormire per essere pronto ad affrontare la prima prova scritta l’indomani.

Si!!! Dormire con mamma al mio fianco, con quella donna affascinante.

Lei sembrava, almeno in apparenza, non dare alcuna importanza alla cosa.

Quando fu il momento, a turno andammo nel bagno e ci preparammo per la notte. Prima io. Misi in pantaloncini, solo quelli perché faceva caldo. Tornai in camera e mi sdraiai sul letto. Mamma andò nel bagno, vi rimase abbastanza a lungo e riapparve in camicia da notte. Bianca, alquanto trasparente, corta e abbastanza scollata. Del resto il clima era decisamente estivo, e vale la pena ricordare che allora le donne, in genere, non usavano pigiama da notte.

Mi sorrise, si chinò su me a baciarmi e dalla scollatura potei ammirare la paradisiaca visione del suo seno, libero da ogni impaccio.

Il difficile era nascondere la mia eccitazione e ancor più capire come sarei riuscito ad addormentarmi. Mamma andò dalla sua parte, si mise sul letto.

‘Credo che dovremmo cercare di dormire. Per te domani &egrave un giorno particolarmente impegnativo. Adesso spengo la luce”

Spense la luce. La camera era fiocamente illuminata dalla luce che trapelava dalle persiane. Cercavo di restare a occhi chiusi. Sentii la mano di mamma sfiorare la mia.

‘Vuoi che ti dia la mano, Piero?’

‘Si, mamma, grazie”

‘Buona notte.’

‘Buona notte!’

Non so dire quanto tempo trascorse prima di addormentarmi.

Fu mamma a chiamarmi, a dirmi che dovevo prepararmi, fare colazione e poi andare al liceo.

Era piena di premure e attenzioni, mi guardava con infinita dolcezza, mi sorrideva, mi trattava teneramente, mi carezzava, abbracciava, baciava e cercava di tenermi su col suo calore, come se col suo corpo volesse dirmi il suo affetto, farmi comprendere che non ero solo, avevo lei, anche fisicamente.

Quella particolare confidenza, la vicinanza, in effetti mi era di infinito amorevole sostegno. Ne avevo bisogno, e qualcosa, incosciamente, mi spingeva ad appoggiarmi a lei, a toccarla, a sfiorarla con la mia mano, a baciare la sua pelle vellutata’ Sentivo che era bello, delizioso, comunicare col corpo, con gli sguardi, gli atteggiamenti, il contatto.

Quando tornai dopo la prima prova e le dissi che ero certo di essere andato bene, mi abbracciò stretto e fu spontaneo baciarla sul collo, lambire leggermente la sua pelle, sentirne il sapore.

La sua mano sulla mia nuca mi rassicurava. Non mi sarei più staccato da lei, la lingua provava piacere sentendo il sapore della sua pelle.

Mi ero stretto a lei, tanto, e il lieve muoversi del suo grembo evidenziò la eccitazione che mi aveva invaso. Ebbi come un sussulto. Non poteva non essersene accorta. Avrei dovuto allontanarmi, subito, ma era così bello.

Dovevo controllarmi. Erano giorni essenziali per il mio futuro.

Dopo un pranzo leggero, ascoltando il suggerimento di mamma, andai a riposare un po’. La tensione per l’esame e per tutto il resto andava lentamente scemando.

Misi i miei soliti pantaloncini e mi stesi sul letto.

Guardavo mamma, con insistenza, che era in piedi. Tolse la blusa e la gonna, restò in sottoveste. Poi andò nel bagno e dopo qualche minuto tornò con la solita vestaglia celeste, Era tenuta ferma in vita da un cordoncino dello stesso colore, ma i lembi non erano accostati, si scorgevano benissimo, a ogni movimento, le gambe nude ma non comprendevo se avesse tolto il reggipetto, per maggior comodità.

Si misi al mio fianco, poco discosta, su di un fianco, voltata dalla parte mia.

Fu naturale osservarla e a ben ragione, perché la vestaglia lasciava generosamente intravedere una tetta, nel suo biancore venato d’azzurrognole venuzze. Come avevo immaginato: niente reggiseno! Ero senza fiato.

Mamma si accorse di come la fissavo, abbassò lo sguardo e notò il grandioso spettacolo che mi stava offrendo. Sorrise. Chiuse la scollatura, allungò la sua mano sulla mia.

‘Quante volte ti sei sfamato al mio seno, bambino mio’ e come eri avido’ mi prosciugavi completamente’ e dire che ne avevo in abbondanza, di latte”

Mi carezzò la mano.

‘Le tette della mamma’ anche quando già avevi cominciato a camminare da solo, correvi verso me, col ditino indicavi il mio seno e dicevi :’mamma’tetta’dammi’.’

Cercai di ricambiarle il sorriso e di dare un tono naturale e indifferente alla mia voce.

‘Perché erano.. voglio dire ‘sono’ bellissime, splendide, meravigliose, incantevoli”

Batté la sua mano sulla mia.

‘Il seno di una vecchia mamma”

‘Il più bello che esista al mondo”

Ancora piccoli colpi sulla mano.

‘Come fai a dirlo’ quanti ne conosci?’

‘Non ho bisogno di conoscerne altri’&egrave bellissimo”

‘Amore della mamma’ vieni vicino a me’ riposa’.’

Mi attirò a lei, mi abbracciò, la mia testa sul suo braccio, la mia bocca a qualche millimetro dalla sua bella tetta. Incredibile, ma poco dopo mi addormentai.

I gironi successivi avrei potuto chiamarli come, tantissimi anni dopo, Irving Stone intitolò il suo libro: il tormento e l’estasi.

Fu una specie di ‘crescendo’, lentissimo, impercettibile, una spirale che, forse, era da sempre scritta nel mio, nel nostro destino.

Per fortuna ero rimasto vigile con la mente e avevo superato brillantemente tutti gli scritti.

Agli orali, per estrazione, fui il primo.

Prima di uscire dalla camera, mamma prese il mio volto tra le mani, mi guardò amorevolmente, e pose le sue labbra, calde e frementi, sulle mie. Abbastanza a lungo’

‘In bocca al lupo, tesoro! ‘ Niente di male, vero? Ma non posso baciarti così di fronte a tutti’ In bocca al lupo”

Mi accompagnò alla porta del Liceo. Un bacetto sulla guancia e, mentre mi allontanavo nell’androne, un saluto con la mano.

Evidentemente le cure materne, le mille attenzioni, le incantevoli manifestazioni di tenerezza, avevano avuto il loro effetto: la commissione si congratulò, dopo l’interrogazione, e disse che gli scritti erano andati benissimo!

Bastò attraversare la strada, entrare in albergo, salire in camera’ Mamma era là, in poltrona’ come aprii la porta si alzò di colpo guardandomi con aria interrogativa’

‘Tutto bene, mamma!’

‘Lo sapevo tesoro’ lo sapevo’ vieni qui”

Mi accolse tra le sue braccia e questa volta il bacio fu più lungo del precedente’

Il premio al vincitore.

La strinsi forte a me, fortissimo, e il durissimo scettro di carne che premeva nei miei pantaloni premeva palesemente sul suo pancino’ era una cosa bellissima. Staccai le labbra dalle sue, la guardai’ aveva le lacrime agli occhi, il volto estatico’ tornai a baciarla e le mani scesero ai suoi fianchi’sulle natiche’ e la stringevo a me’.

‘Che dici, sarò maturo, mamma?’

Rimase stretta a me.

‘Ma tu sei maturo, bambino mio, maturissimo!’

Mi cambiai, s’era fatto abbastanza tardi, era ora di pranzo.

Scendemmo al ristorante.

—–

Mi sentivo più leggero, m’ero tolto un gran peso dallo stomaco, una preoccupazione opprimente. Si tornava a casa.

‘A proposito, mamma, quando si torna a casa?’

‘Hai fretta?’

‘No, certo”

Allungò la mano sulla tavola e la poggiò sulla mia. Mi guardava intensamente, mi frugava con gli occhi.

‘Pensavo di attendere l’esposizione dei quadri con l’esito finale. Ti dispiace?’

‘Tutt’altro, mamma, ma credo che ci vorrà qualche giorno.’

‘Faremo passeggiate, andremo al caff&egrave, al cine”

Annuii entusiasta. Lei strinse forte la mano.

Dopo la tensione di quei giorni mi sentivo quasi rilassato.

‘Quasi’, perché la mente, sgombra dall’assillo degli esami, tornava a considerare quell’incantevole ma per me sempre conturbante armonia che ci univa.

Dopo il caff&egrave, com’era prevedibile, salimmo in camera per riposare.

Guardai mamma e le chiesi se intendesse andare prima lei, nel bagno, per cambiarsi.

‘No, tesoro, va tu, mettiti pure in libertà, comodo; io andrò dopo.’

I soliti miei pantaloncini del pigiama, a torso nudo. Quando tornai in camera notai che mamma aveva già accostato un po’ gli scuri del balcone, Era tutto in penombra. Gradevole e riposante penombra.

Andò nel bagno. Restai sdraiato, con gli occhi spalancati, guardando il soffitto.

Si aprì la porta del bagno, apparve lei.

Non era, come di consueto, in vestaglia, ma aveva indossato una delle sue corti e un po’ velate camicie da notte, abbondantemente scollate. La seguii con gli occhi.

Sarà stata la mia fantasia, ma mi sembrò di vedere che sotto era completamente nuda e, passandomi accanto, ebbi anche la percezione che si scorgesse lo scuro del suo pube. Sentii serrarmi la gola.

Questo era troppo. O ero un allucinato, stavo avendo le traveggole, frutto di immaginazione malata, o era un sogno. Non poteva essere realtà.

Alla realtà, invece, fui richiamato quando mamma si distese a fianco a me, abbastanza vicina, tese la mano e prese la mia.

‘Vieni sul mio braccio, piccolo, cerca di dormire”

Mi voltai sul fianco, verso lei che era restata supina, sollevando il capo e guardandola.

Incredibile: una tetta quasi completamente fuori, la camicia appena sotto il pube, le gambe non completamente serrate!

‘Vieni, tesoro”

Poggiai la testa nell’incavo del suo braccio, con le labbra vicino al tepore del seno.

Mi attirò a sé, teneramente.

Fu spontaneo alzare una gamba e porla sulla sua. Era calda, morbida, eccitante. Il mio ginocchio era proprio al punto dove le sue cosce si congiungono. Sentii chiaramente, attraverso la sottilissima stoffa della camicia, il folto dei riccioli che circondano il suo sesso. Era copioso, morbido. Ero tentato di toccarlo con la mano, ma mi limitai a poggiarla, con finta indifferenza, sull’altra tetta.

Non riuscivo a stare fermo. Mamma, invece, era immobile e sentivo che era tesa, come irrigidita. Solo il braccio sul quale era il mio capo si muoveva appena, come pervaso da un fremito.

Non so come, forse per trovare una migliore posizione, mossi un po’ il ginocchio’ la stoffa della camicia s’era arricciata, mi dava fastidio.

Anche mamma se ne doveva essere accorta, perché sentii la sua mano tirare la stoffa. Forse troppo, perché sfuggì sotto il mio ginocchio e la mia carne sentì la sua carne, il vivo del pelo che sembrava arruffato, quasi muoversi di vita propria. Ma quello che mi sconvolse fu accorgermi che il mio ginocchio distingueva chiaramente le grandi labbra del suo sesso. Incredibile, inconcepibile, imprevedibile. Pur soffocato nei pantaloncini, il mio fallo, duro come l’acciaio, era sulla sua coscia! Non poteva durare così, stavo impazzendo.

La mano di mamma scese sul mio ginocchio, mi sembrò che lo spingesse su lei. Nel contempo’ allargò appena le gambe. Il ginocchio carezzava il suo sesso!

Avvicinò le sue labbra al mio orecchio. La voce era appena un sussurro soffocato.

‘Stiamo sbagliando tutto, tesoro’ o meglio, sono io a commettere uno sproposito’ sto precipitando in un abisso’ mi sto smarrendo in un labirinto senza uscita”

Voltai la testa verso lei.

Di colpo, afferrò il mio viso tra le mani e mi baciò impetuosamente sulle labbra’ la sua lingua saettava cercando di entrare nella mia bocca’ tremava, respirava affannosamente’

Mi guardò.

‘Piero’ Piero’ tesoro mio, amore mio”

Si mise a sedere di scatto, tolse la camicia e la gettò per terra’ prese l’elastico dei miei pantaloncini e li tirò giù, decisamente. Presto raggiunsero la sua camicia.

Era nuda, col suo magnifico seno, gli occhi sfavillanti’

E anche io ero nudo, come un verme, supino, col fallo che svettava prepotente e quasi dolorante per la tensione.

‘Bambino mio’ amore mio”

Si mise a cavalcioni, prese senza indugio il glande e lo condusse all’entrata infuocata e umida della vagina, con voluttuosa lentezza, cominciò lentamente a impalarsi. Sentivo le pareti della sua vagina dilatarsi adagio, accogliermi, avvilupparmi bramosamente. Proseguiva, reggendosi sulle mani e guardandomi negli occhi. I suoi erano sfolgoranti. Le nari fremevano, le labbra socchiuse, i capelli sciolti, il seno proteso verso me, sembrava non finire mai’ una sensazione sconosciuta, paradisiaca’ allungai impulsivamente le mani, le afferrai i fianchi. Sentii che il glande era giunto al fondo. Com’era stretta e palpitante’ non lo avrei mai immaginato.

Si chinò un po’ su me’ cercò di far capitare un capezzolo tra le mie labbra, le aprii, lo accolsi golosamente, cominciai a ciucciare avidamente, e sentivo il mio succhio riflettersi nel suo grembo. Io poppavo il suo capezzolo, lei mungeva il mio glande.

Cominciò a oscillare, lentamente, con maestria’ e le mie mani sui suoi fianchi ne accompagnavano il ritmo che andava accelerando, fino a divenire una cavalcata convulsa. Non immaginavo che un rapporto sessuale potesse essere così inebriante, altro che estasi, mi sembrava di essere in trance’

Suoni rochi, inarticolati, sempre più bassi, sortivano dalla bocca di mamma, che aveva rovesciato il capo indietro, e stava cavalcandomi con tale foga che il capezzolo era sfuggito dalle mie labbra e il petto balzava marcando il galoppo’.

Un lunghissimo ‘ooooooooooh’ un fremito, una contrazione della vagina, e poi un calore che richiese una spinta più forte delle altre, da parte mia, che precedette l’invasione del mio seme viscido che si sparse in lei, dovunque.

‘Pierooooooooooo’ Pieroooooooo’

E si gettò su me!

Era su me, io in lei. Il mio sesso era ancora abbastanza eccitato, e così doveva essere il suo perché, malgrado giacesse quasi immobile, sentivo il suo ventre contrarsi come a strizzare fino all’ultima goccia del mio seme.

Ero confuso, non ancora mi rendevo conto se fosse sogno e realtà.

La mia mano le carezzò i capelli, il collo, la schiena le tonde e sode natiche. La sua vagina si contraeva, sempre più lentamente’ poi sembrò acquetarsi.

Mamma sollevò la testa e mi guardò.

Che espressione il suo volto, si potrebbe definire un’ebbrezza sgomenta. Esprimeva godimento incantato e profondo turbamento.

Mi baciò lievemente sulle labbra, nel contempo strinse la vagina.

‘Cosa ho fatto, amore mio’ cosa ti ho fatto fare’.’

‘Mamma, dimmi che non sogno, dimmi che &egrave vero’.’

‘E’ verissimo tesoro, bellissimo, come non avrei mai immaginato’ dovrei sprofondare sotto terra, bruciare in eterno’ l’ho fatto con la mia creatura, con la carne della mia carne’ e ho goduto come mai m’era capitato’ con te, amore’con te’ con mio figlio’ che turpitudine’ una vecchia donna in foia’ in calore come una cagna’.’

La carezzai, cercai d’interromperla.

‘Sei meravigliosa, stupenda, straordinario’ mi hai donato quanto non credevo potesse esistere’ grazie’ grazie’.’

Le baciavo gli occhi.

‘Non mi disprezzi, bambino mio?’

‘Ti adoro, ti amo appassionatamente, ti desidero ancora, mi hai reso l’essere più felice del mondo”

‘Ti &egrave piaciuto?’

‘Come puoi chiedermelo’ non hai sentito il mio piacere’?’

‘Si amore’ come lo sento adesso”

Strinse la vagina.

‘E tu, hai compreso cosa sei stato capace di far provare alla tua mamma?’

‘Ne sono felice, mamma. E proprio in questo giorno particolare.

‘Il giorno della tua piena maturità, tesoro’ pienissima!’

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