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il caldo è opprimente già il mattino presto. Salgo in metro, non ci sono posti a sedere, mi appendo alla sbarra metallica, in piedi accanto ad un ragazzo seduto con le cuffiette dalle quali arriva un suono stridente. Tengo stretto il portatile davanti a me: tra un paio di fermate salirà la calca della stazione. Alla stazione sale il mondo: il vagone si riempie all’inverosimile, il ragazzo non fa mostra di volersi alzare. Sento la sgradevole sensazione di avere dei corpi intorno a me, che mi schiacciano da ogni parte; dietro di me, qualcuno mi preme una borsa sulla schiena. Alla mia sinistra, schiacciata come una sardina nella sua scatoletta, una ragazza, ne vedo solo una gamba, avvolta in un jeans.

Sette fermate all’arrivo:un’eternità. D’improvviso, uno scossone del treno fa aderire ancor di più l’essere – non so se uomo o donna – dietro di me. Istintivamente mi sposto verso il ragazzo con la cuffia audio, assumendo una posa come di Torre di Pisa… e la ragazza alla mia sinistra si avvicina di qualche millimetro alla mia gamba, schiacciando il suo jeans contro i miei calzoni.

Sento come un dolce e morbido cuscinetto premere contro la mia natica, sopra il cuscinetto il duro dell’osso pubico della ragazza mi gratta il fianco. Sei fermate: nessuno sale in quella bolgia, ma nessuno scende, il caldo è ai massimi, e dal finestrino aperto entra un’aria fetida di sotterranea. Il cuscinetto si sposta, accompagnando i movimenti del treno, e l’osso disegna sui miei calzoni arabeschi strani. Un borseggiatrice, senza dubbio… sta tentando di determinare dove tengo il portafoglio, no, bella! Il portafoglio non c’é nei calzoni, è al sicuro, o almeno così penso, nella borsa del portatile. Forse, però non è una borseggiatrice… riesco, senza voltarmi del tutto, a vedere che anche lei ha la classica borsa nera del portatile, una maglietta bianca, un orologio e alcuni bracciali di buona fattura. Non riesco a vederle il volto.

Il cuscinetto preme contro la mia natica, allora io contraggo il muscolo della gamba sinistra, fornendo un appoggio solido, per far aderire il mucchietto ancor di più…

Tre contrazioni, ben distinte tra loro, verso quel morbido cuscinetto di carne fasciato di jeans… con mio stupore, il mucchietto sembra muoversi, tre volte in su ed in giu… come se la ragazza avesse apprezzato la carezza che le ho dispensato con i miei muscoli. Riprovo, al massimo mi dice di stare al mio posto… tre contrazioni, e questa volta il cuscinetto striscia decisamente tre volte contro la mia gamba irrigidita, non vi son dubbi: si sta strofinando…

Il gioco va avanti per un poco: irrigidisco il muscolo, una volta, e ottendo uno strofinamento, due volte, due strofinamenti, e così via… comincio ad irrigidire la gamba di continuo, mentre il morbido cuscinetto accarezza lentamente con un leggero e dolcissimo movimento rotatorio la mia natica contratta.

Tre fermate all’arrivo, sono madido di sudore, il gioco prosegue, mentre, sebbene il treno non sia ormai più pieno come prima, la ragazza resta sempre nella stessa posizione, anzi, ora alza il braccio destro, e si attacca alla stessa barra a cui sono appoggiato io. Ho la sensazione di essere cieco, ma di vedere benissimo attraverso la schiena: ho un seno di lei appoggiato al mio fianco sinistro, sodo e schiacciato, mentre la punta del capezzolo, tondo come una piccola ciliegia, mi preme contro.

Il ragazzo della cuffietta finalmente si alza, sono costretto a spostarmi, e con me anche la ragazza. Ci separiamo, e finalmente riesco a vederla in viso, un bell’ovale, bocca piccola, capelli buni a caschetto, tutto sommato una bella ragazzina, molto più giovane di me… la guardo con un sorriso, facendomi da parte:

<< Scusi, ma ora devo scendere anch'io. >>

<< Prego >> sono le uniche parole che ci scambiamo.

Per fortuna sono riuscito a dominare il tentativo di erezione, che, con i calzoni leggeri di tela che vesto, sarebbe stato imbarazzante.

Scendo dalla metro, è finita.

“Che palle! Ancora ‘sta metro piena, stamattina è un casino, fa anche un caldo allucinante, meno male che è presto, così potrò farmi un caffé al bar…”

Così ragionava Chiara, salendo nella bolgia del treno.

“Questo ragazzotto seduto con la cuffietta è un gran maleducato: non solo il suono si sente nonostante il rumore del treno, ma anche rimane seduto a guardar fuori, senza cedere il posto a nessuno, il signore qui accanto sembra affaticato…

Mi sento spinta da dietro, tra poco mi appiccicherò alla gamba del signore, porca miseria, devo fare attenzione, è pieno di borseggiatori, e di gente che tocca, qui sulla metro.”

“Non posso fare a meno di incollare la patatina alla gamba di quest’uomo, però mi dà una sensazione, bella… Ieri sera la trombata con Carlo non è stata eccezionale: da un po’ di tempo non si cura neppure se raggiungo o no l’orgasmo: riempie il preservativo, si toglie da dentro di me, e va in bagno. Dopo io trovo il preservativo, appiccicaticcio, sul davanzale del bagno, e mi tocca pulire.”

“Questo tizio qui, però… sta irrigidendo il muscolo della gamba; è come se una mano , e che mano! Dolcissima, mi accarezzasse lì… la sua espressione è di pietra, non mi guarda neppure – e non potrebbe, dato che sono dietro di lui – tre colpetti, tre carezze, che bravo! Sento che mi sto bagnando, quasi quasi rispondo, chissà se lo ha fatto per caso o apposta, chissà cosa penserà, che sono una…? Penso ciò che vuole, può essere un tic… proviamo a spostare la patata tre volte in su e giù… le carezze si fanno più distinte, ora, mi sta proprio carezzando, ma in un modo che non avevo mai sentito, usa la chiappa! Un colpetto, rispondiamo, vediamo se la cosa va avanti, è un gioco, un gioco bellissimo, sono decisamente bagnata.”

Il treno è pieno d’umanità, ma per Chiara sembra esistere solo lei e quel tizio brizzolato contro cui si sta strofinando.

L’uomo sta conducendo un gioco dolce, le carezze sono timide, ma allo stesso tempo nette e prive di ogni volgarità; Chiara si sente sempre più bagnata.

Qualcuno comincia a scendere, e su quel treno si comincia a respirare.

A Chiara il cuore batte forte, sente le vene del collo pulsare, quelle carezze aumentano il senso di calore, sente la ben nota sensazione della voglia, che prende allo stomaco, che riduce tutti sentimenti lì, tra le gambe; Chiara è obbligata a tenerle leggermente divaricate, per non sentire il senso di bagnaticcio. Un’improvviso e provvido scrollone del treno la fa avvicinare ancor di più all’uomo, la mano destra annaspa nell’aria e finalmente riesce ad aggrapparsi alla sbarra metallica in alto, sulle teste dei passeggeri. Così facendo, però, è costretta ad appoggiare il seno destro sulla spalla dell’uomo. Lui non si nuove d’un millimetro, pare non accorgersi… ma il ragazzo della cuffietta, all’improvviso si alza.

– Permesso?

 

L’uomo e Chiara si devono spostare. L’uomo brizzolato si rivolge a Chiara con un bel sorriso:

– Scusi, ma ora devo scendere anch’io

“Ha fatto apposta a chiedere scusa… scusa se devo interrompere il giochetto… mi spiace, mi spiace tanto, piantare così a metà… beh, via, non fa nulla”

Chiara riesce solo ad articolare un

– Prego

L’uomo scompare inghiottito dalla folla

 

 

 

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Entrò nel  bar sotto l’ufficio e chiese un caffè, che era molto migliore di quello della macchinetta, si concesse anche una brioche, calda e morbida.

Il senso di calore all’inguine, ben conosciuto, però restava. Era accompagnato dal senso di vuoto che la prendeva alla bocca dello stomaco. Si sentiva la vulva bagnata, un solo pensiero in testa: la carezza dell’uomo, che ancora permaneva calda sul suo tormentato inguine. Uscì dal bar con un pensiero fisso:

“In ufficio mi fiondo al bagno e mi faccio Zin-Zin…”

Quello era un termine che avevano coniato lei e la sua amica, lontana cugina, Elena, che l’aveva iniziata ai piaceri del dito. Chiara a quei tempi da poco aveva raggiunto la pubertà, mentre Elena era di qualche anno più grande, le aveva insegnato dove era più bello toccarsi, e aveva anche detto che si chiamava Zin-Zin. 

Chiara divenne maestra nel conoscere il proprio corpo, nel palparsi il seno strizzandosi i capezzoli, nel titillarsi la clitoride… tanto che i primi approcci dei ragazzi non la soddisfacevano quasi mai, nemmeno Carlo, il suo ragazzo che le aveva tolto la schiavitù della verginità, era riuscito a farle dei giochi come piacevano a lei. Ora c’era quella carezza, e Chiara non se la poteva togliere dalla testa.

Arrivò in ufficio, collegò il portatile, che si accese con il solito BWAANG, prese il beauty case dal cassetto della scrivania, e si avviò verso il bagno.

A quell’ora il bagno era deserto, le colleghe erano ancora alla macchinetta del caffè, e solo dopo una mezz’ora sarebbero arrivate a truccarsi e fare pipì.

S’infilò nell’ultimo box, e abbassò subito i jeans e le mutandine, ma, per evitare che questi indumenti toccassero terra, li tenne con la mano sinistra, mentre le quattro dita della destra iniziarono il lavoro tra le labbra. Le labbra erano molto bagnate, la mano scivolava velocemente, quasi nervosamente,mentre cresceva il senso di lascivia alla base dello stomaco. Tutti i sentimenti di Chiara erano concentrati tra le sue grandi labbra, muoveva il sedere avanti e indietro, accompagnando il movimento della mano. Lasciò che i Jeans scendessero verso terra, allargando le gambe sì da trattenerli alla metà delle cosce. Il respiro le si fece affannoso, il cuore le batteva all’impazzata nelle vene del collo, lo specchio le restituì la sua faccia, stravolta, occhi e bocca semichiusi, la lingua che passava languidamente sulle labbra, i capelli a caschetto davanti al viso.

Si arrestò d’improvviso: stava facendo un rumore d’inferno, il CIK-CIK della mano sulla vulva, nell’afrore bagnato, unito al tintinnio dei braccialetti d’argento, provocava un rumore ritmico, che chiunque fosse entrato nei bagni non avrebbe avuto difficoltà a riconoscere.

Prese un lungo strappo di carta igienica, se ne servì per asciugare il licor Bartolini che le scendeva copiosamente all’interno delle cosce, si tamponò come poté anche le grandi labbra, e la clitoride, che già bruciavano di voglia. Tolse i braccialetti, e li ripose nel beauty, poi ricominciò. Pensava all’uomo, al suo muscolo, alle su carezze dolci.

“Chissà, avrà un bel cazzo… scappellato, aahhhh!” la mano accelerò ad un ritmo parossistico.

Si aprì la porta, due voci. Una era della Budinosa, l’avevano soprannominata così perché era grassa e flaccida, e le sue cicce tremolanti ricordavano un budino, Chiara non poté riconoscere l’altra voce.

– So prendendo le pillole per la pressione, e fanno pisciare come un cammello – fece la voce stridula della Budinosa.

L’altra disse qualcosa, ma Chiara, impegnata nello sgrillettamento, non capì.

La Budinosa aprì la porta del box proprio accanto a quello dove Chiara lavorava di dita, la mano sinistra che strizzava il capezzolo, lo stesso che poco prima, sul treno, aveva offerto all’uomo.

Sentì che la collega metteva sul water lo strato di carta, abbassava la biancheria, ed un potente getto equino proruppe, accompagnato da  sospiri di soddisfazione, nel vaso.

La Budinosa azionò lo sciacquone. Chiara era persa nel suo mondo, il movimento della mano non era mai stato così veloce, il godimento iniziava a essere fortissimo: era coinvolto inaspettatamente anche l’ano, quel buchetto dove inutilmente Carlo voleva infilare il dito…il ben noto senso di pienezza, l’irrigidimento dei muscoli, il restringersi improvviso delle gambe, il respiro affannoso, che Chiara cercava di fermare, erano il preludio all’orgasmo.

L’orgasmo arrivò d’improvviso, e Chiara si lasciò sfuggire un sospiro soffocato, che finì per diventare un grugnito. Il suo corpo sussultava in avanti, spasmodicamente contratto, la sua mano ferma, le dita nel buco che si chiudeva, l’ano contratto, quasi a voler partecipare anche lui alla festa.

La testa le girava, la Budinosa uscì dal box, per fortuna i rumori provocati da Chiara erano coperti dallo sciacquone.

Le due colleghe fecero scorrere l’acqua del rubinetto, poi, dopo essersi asciugate le mani col getto d’aria calda, se ne andarono.

Chiara prese un altro strappo di carta, si asciugò al meglio, vide che le labbra della vulva erano cosparse di pezzetti di carta igienica, prese un poco d’acqua dal lavello del box, la sciacquò, prese un assorbente cha aveva sempre nel beauty, e se lo mise. L’assorbente le procurò una specie di godimento ulteriore, caldo. Le sue gambe tremavano e si sentiva ansimante come dopo una corsa, svuotata.

“Mica starò diventando una maniaca?”

Dopo essersi rinfrescato il trucco (come ne aveva bisogno!) si avviò verso l’ufficio.

Un e-mail di Carlo:

“” Stasera ci sei? Ti vengo a prendere al solito posto?””

Scendo dalla metro e percorro il solito tratto di strada trafficato verso l’ufficio. Non riesco a pensare ad altro, che quel contatto nel treno… voluto? Cosciente? Chissà, non credo di essere un brutto uomo, ma non mi era mai capitato che una ragazza giovane mi si strusciasse addosso, addirittura il seno, la punta rigida come una matita, addirittura la figa! Ho ancora nella gamba l’impressione del monte di Venere, chissà se ha lasciato… no, non sono né un gatto, né un cane, non credo che ci siano odori… in ufficio faccio finta di nulla e vado in bagno a controllare, non si sa mai. In bagno mi abbasso i calzoni, e con circospezione annuso la parte che più è stata a contatto con la ragazza. Nulla, naturalmente, a parte un leggerissimo sentore di sudore, non spiacevole, misto a un profumo di detergente intimo o bagnoschiuma, ma è solo la mia fantasia a sentirlo? Nello slip, Camillo sta rendendosi conto che è considerato, e ben presto un leggero turgore riempie la stoffa. Non tento neppure di trattenerla, quell’erezione che che ho dominato così bene sul treno… avrei voluto far sentire a quella brunetta come poteva divertirsi di più, ma… l’opportunità non c’era stata. Chissà se l’incontrerò mai più, se le nostre strade si incroceranno ancora? Potrei renderle il favore, in fondo, è stato solo un irrigidirsi del muscolo, da parte mia, mentre per lei il lavoro è stato più gravoso: muoversi senza dar nell’occhio, e nello stesso tempo farsi accarezzare… io potrei, adesso, ricambiare facendole sentire quanto le sue arti hanno avuto successo: senza ritegno, passandole il pacco rigido contro il suo culo… Il mio cazzo è ormai al massimo dell’espressione: lo accarezzo come farebbe senz’altro lei, quella bruna dal caschetto e dalle tette dure e minute (non sono mai stato bravo a giudicare le misure del reggiseno, ma credo che al massimo sia una seconda). Lo scappello, mentre davanti a me appare il volto, visto per pochi attimi, della donna, sorride e si alza la maglietta, appaiono quelle due pere… i capezzoli puntano in alto, come a farsi succhiare, le sue mani esperte scorrono su e giù e la cappella rosa appare e scompare; si china davanti a me, e ingoia tutto Camillo nella sua piccola bocca, restando ferma per qualche attimo con lui dentro, la lingua che passa dolcemente sulla cappella… E’ la mia mano che lavora, ma vedo lei, sento il suo mucchietto di pelo, il tessuto elastico del suo seno, non sono più in un cesso d’ufficio, odoroso di disinfettante e dopobarba da quattro soldi, sono nuovamente sulla metro, accanto alla brunetta, che pompa come un’indemoniata, gli occhi chiusi (a proposito, non ho visto neppure il colore, degli occhi). Chissà se anche lei, in questo momento, ripensa a quello che è successo, non credo che stia facendo quello che faccio io: le donne non si fanno ditalini tanto spesso, sebbene questa… questa è una porca, succhia come volesse che entrassi io con tutto il mio corpo nella sua bocca, è senza mutande, e si sta menando le labbra e la clitoride come una liceale, mentre succhia, succhia… E’ giunto il momento d’infilarlo dentro quel buchetto che mi ha fatto sentire ormai quasi mezz’ora fa; si alza e allarga le gambe, appoggiandone una sul sedile del treno, io entro, cercando di darle tutti i diciannove centimetri (eh si, l’ho anche misurato) di uccello, di toccare il fondo di quella bellissima fica. Viene: con un sospiro lungo, il capo all’indietro, gli occhi semichiusi, sussulta e la sua fica si contrae contro il mio Camillo, la mano che graffia la mia natica, l’altra si regge in equilibrio, aggrappata alla sbarra corrimano. Sospiri rochi, ancora sussulti, la lingua che passa sulle labbra semichiuse, io le succhio il collo, la spalla, e lei cade in preda di un secondo orgasmo, mentre la mia mano trova la strada del suo culo, le infilo il medio nel buchetto, bagnato come la fica, sento, o mi sembra di sentire, la mia cappella dall’altra parte… Tre, quattro fiotti di sperma caldo si spandono sulle mattonelle del box, sulla mia mano, lei scompare, resto lì, con il cazzo in mano che sta diventando moscio, bagnato di sperma, mi guardo allo specchio: è stata, nonostante tutto, una bella pippa! Pulisco tutto, sciacquo Camillo, mi rimetto in ordine: sarà proprio una bella giornata!

Autore Pubblicato il: 25 Aprile 2011Categorie: Racconti Erotici0 Commenti

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