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Sarà quest’inverno che mi piace e mi sfiora, questa Roma che umida patina i tetti e mi lascia da sola a pensare, che niente potrebbe scaldarmi le mani come queste castagne che stringo gelosa, fino ad illudermi che il calore che sento m’arrivi nel cuore.

Sarà il rumore dei miei tacchi sopra questi sampietrini, sarà il fruscio del nylon che sento ad ogni mio passo, che avanzo e cammino come se avessi una meta, uno sfondo di luci e di specchi dove farmi guardare e sentirmi più bella.

Sarà che da una settimana ho smesso di fumare, che i miei occhi al tramonto sono più verdi e qualcuno negli anni ci ha visto perfino boschi traversati da fiumi, saranno queste scale di Piazza di Spagna dove appena sedicenne mi sarei sentita una diva, magra modella con i fianchi e le tette appena accennati, rispettando i gusti e le voglie che cambiano nel tempo e ti lasciano parti abbondanti che ora vorresti disfartene.

Saranno questi balconi stipati di fiori e queste case che m’hanno visto perfetta, che mi hanno visto coperta della mia sola ricchezza che al tempo valeva una notte ed oggi mi ritrovo una casa che non mi fa dubitare d’essere stata poi bella.

Sarà che non ci vedevo nulla di male a sentire scivolare le mani, che come palle da bigliardo andavano in buca, tra quelle pieghe di carne che riprendevano subito forma, tra queste piaghe di carne che ora non trattengo e si lasciano andare.

Saranno gli anni passati che passano ancora, gli sguardi degli uomini infilati nei seni come se avessi un bocciolo di rosa e le mie gambe s’aprissero ancora come la porta d’un bagno in una qualunque stazione.

Sarà che ora ci penso ed ogni letto d’amore è una siepe di rovi, spine seccate di more che mi graffiano l’anima prima che il cuore se ne faccia ragione.

Saranno questi lampioni che mi chiamano per nome e m’ingialliscono il viso come corredi lasciati marcire in armadio, ma io stasera vorrei andarmene oltre, magari dentro questo albergo di specchi e di luci dove il tempo è rimasto a cullarsi.

Portassi ancora la seta! Fossi ancora coperta di pieghe di luce di luna! Saprei questa notte dove portare le tette, farle ciucciare e farne paragone con le tante che ora camminano, si mettono in mostra e fanno da profilo abbondante a questo sole che rosso non ci fa dubitare d’essere a Roma.

Portassi almeno un cappello! Saprei dove farmi invitare, su quale sedia di paglia di Vienna sfilare la calza e rubare lo sguardo all’unico che si domanda quale stoffa m’adorna sotto il vestito e quale colore mi copre e potrebbe scostare se solo gli abbozzassi un sorriso.

Portassi almeno dei trucchi! Arresterei la smagliatura con un tocco di smalto e prenderei tempo togliendomi dall’imbarazzo d’essere scortese, perché una donna per bene lascia cadere il primo saluto, lascia che il secondo rimanga sospeso nell’aria.

Sarà che ne sento il bisogno, d’essere affascinata da un uomo cortese, sarà che non ne trovo da tempo e mi rimangono impigliati nei giorni soggetti che credono che si faccia poesia solo recitando a memoria rime infantili.

Ma io ne vorrei uno, uno solo che per salutarmi si togliesse il capello abbozzando un inchino e mi desse del Voi quando mi offre una rosa mentre una carrozza a forma di zucca là fuori ci aspetta e ci porta dove il sogno non potrebbe arrivare.

Saprei come ripagarlo, sfogliandomi strati di gonna fino a che il cuore non avverta un tremore di freddo, fino a che l’odore di legna che arde si confonda al rumore di zoccoli che viene dal basso. Saprei come arrossire, ripagarlo del mio turbamento alla vista d’un uomo, al contatto di anima e pelle fino ad illudere gli occhi e macchiare di rosso lenzuola di lino.

Sarà che questo vento mi taglia la gola e questa luce s’infiacchisce ogni notte che passa, saranno questi uomini che passano e mi lasciano uno sguardo distratto, e mi lasciano parole che mi fanno sentire quella che sono.

Ma stasera davvero affogherei dentro un letto di piume, persa nel mare di voglie che attutisco e dilato, che carico a miccia in attesa che scoppi, che dia un senso all’amore altrimenti sarebbe un regalo come per anni ho trovato sul comodino di fianco.

Saranno queste castagne che stringo e che ormai hanno perso calore, sarà questa luna che uguale non promette un’alba diversa, ma stasera davvero mi sfilerei una calza se solo servisse a costruirci un attesa, davvero ricomincerei a fumare se una donna che fuma all’aperto, impalata ad un lampione, non fosse soltanto l’immagine di una vecchia puttana.

Saranno queste belle donne che accompagnano i clienti che tornano in albergo, hanno gambe giovani e belle, il cuore inesperto e disponibile, sarà che non mi sento all’altezza neanche con questi tacchi che a vederli sono troppo fini, volgari e sanno d’antico.

Cerco di slacciarmi un bottone perché ci sia il posto per infilarci almeno una rosa o se fosse possibile un sogno che mi porti lì dentro e mi faccia specchiare sopra quei divani di raso di rosso che sanno di caldo e d’attesa d’amore.

Sarà, ma credo che stasera finisca come tutte le altre, che al prossimo bottone s’avvicini il portiere e con fare discreto mi chieda d’andare, d’allontanarmi quel tanto per non destare imbarazzo fino a convincermi che il mio seno non diventerà mai un giardino e nessuno stasera ci infilerà un gambo di rosa.

Sarà il rumore dei miei tacchi sopra questi sampietrini, sarà il fruscio del nylon che sento ad ogni mio passo, che avanzo e cammino, sarà che tutto coincide come ogni sera, che quel cliente d’albergo è arrivato in ritardo ed ora mi cerca e mi brama e come tutte le volte s’accontenta d’una donna qualunque seduta sul divano di raso che sa di caldo, d’attesa e d’amore ai piani.

Sarà che davanti gli si aprono due gambe gemelle fasciate di seta, sarà che ora ci sta facendo l’amore sopra quel letto in penombra dove sul comodino è rimasto un bocciolo di rosa che neanche stasera ha trovato un giardino per farlo fiorire.

Autore Pubblicato il: 10 Febbraio 2004Categorie: Racconti Erotici0 Commenti

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