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É tornata mia sorella – Flashback 3

È tornata mia sorella

Flashback 3

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Controllai l’orario sull’angolo del mio telefono. Un paio di briciole del biscotto che stavo addentando caddero sul monitor. Con un movimento della mano le feci scivolare sul tavolo, insieme alle altre già sulla tovaglia marroncina.
Guardai mamma e papà, dall’altra parte del tavolo della cucina. L’aroma del caffè riempiva l’aria, le notizie del Tg5 scorrevano sul televisore che non stava guardano nessuno. Deglutii. «Ma Patrizia?»
Mio padre bevve rumorosamente un sorso di caffè.
[Non è disgustoso come fa? Ha cinquant’anni e ancora beve come i marmocchi di due… poi si lamentavano di come ti comportavi da piccola.]
O di come si comporta Patrizia con gli uomini…
[Di certo mica fa tutto quel risucchio quando li spompina!]
Appoggiò la tazzina sul tavolo. «Dorme ancora?» Guardò a sua volta l’ora segnata dall’orologio sul muro accanto al frigorifero.
Mamma fece una smorfia. «Se è ancora rimasta a dormire con qualche disgraziato…»
[“Cosa penserà la gente…” Strano non l’abbia detto, è il suo tormentone…]
Scacciai quella voce dalla testa. «No, lei… ieri sera era qui. É tornata tardi, ma l’ho vista». Preferii non aggiungere cosa avesse fatto fino a quell’ora, ma era semplice immaginarlo: su questo, Patrizia era molto ripetitiva, e la sua collezione di foto di peni che si era cavalcata cresceva costantemente, ne ero sicura.
Una morsa mi strinse il petto. L’immagine di mia sorella a letto, svenuta, in coma, per una malattia venerea o perché aveva preso qualche droga, invase la mia mente. Oddio, magari sta male! Ha bisogno di aiuto!
Il telefonino cadde sul tavolo mentre mi alzavo in piedi. Attraversai a lunghe falcate il corridoio e mi fermai davanti alla porta della sua camera. Ti prego, fa che non sia morta! Mi sentii assalita dello sconforto all’idea che non avevo più parlato con lei per dei mesi, da quando aveva scopato Manuele fingendosi me perché lui scoprisse che l’amavo. Come potevo aver fatto qualcosa di tanto orribile quanto odiare Patrizia perché era una che non sapeva tenersi addosso le mutande. L’aveva fatto perché mi amava.
[La odi perché è quello che vorresti essere, ma non riesci a smettere di essere la versione giovane e rompicoglioni di quel cadavere ambulante di tua madre.]
Afferrai la maniglia della porta della camera di mia sorella e la spalancai. La stanza era buia, i rumori dell’esterno entravano dalla finestra aperta, filtrando dalle persiane.
Fa che non sia morta! Ti prego, fa che non sia morta! Sperai fosse… malata. O ferita. In coma. O che stesse facendo sesso con qualcuno. O stesse giocando con la Playstation portatile e si fosse dimenticata di alzarsi perché doveva presentarsi al supermercato per il suo primo giorno di lavoro. Ma non farmi trovare il suo…
Mi servì una forza di volontà inaudita per premere l’interruttore. La luce elettrica che esplose nella stanza mi accecò un istante, il letto di Patrizia restò per qualche istante solo un’ombra, poi prese forma.
Vuoto. Le coperte erano sfatte, un angolo era sollevato e mostrava il lenzuolo.
Mi accorsi dei miei genitori alle mie spalle quando mia madre parlò. «Avevi detto che era tornata ieri sera». Un accento appena udibile di paura accelerò le sue parole.
[Adesso pensa che l’hai coperta ed è restata fuori a dormire con qualcuno. Magari Manuele.]
Avanzai nella stanza. Un foglio era appoggiato sul copriletto sfatto. Il mobile con gli abiti era aperto e una maglia era caduta sul pavimento.
C’è stata una rapina? Hanno rapito mia sorella?
No, era una cazzata.
«Cos’è successo, qui?» domandò mia madre, ora davvero allarmata.
Mi allungai sul letto e afferrai il pezzo di carta. Era chiuso per il largo, così da nascondere le parole scritte che si intravedevano. Lo aprii: era la scrittura allungata e fine di mia sorella, non avrei potuto sbagliarmi dopo averla vista per più di dieci anni.

Cari mamma e papà, mia amata Alessia,
Ce la metto tutta, mi ripeto che non devo farlo, ma non posso non pensare ai ragazzi, al sesso, a quella sensazione che mi dà. È la mia droga, lo so, ma non posso smettere.
Ci ho pensato a lungo, è da tempo che la cosa mi gira nella testa. Forse da più di un anno. Forse già da quando ero alle superiori, l’ultimo anno. Già prima avevo avuto dei ragazzi con cui avevo fatto sesso, ma non ve l’avevo mai fatto scoprire, e sapevo che la cosa non vi avrebbe mai fatto piacere saperlo. Alessia è una brava ragazza, non ha grilli per la testa come me: vorrei essere come lei, studiosa, brava, capace. Ma io so solo pensare ad una cosa, ed è la cosa sbagliata.
Ho deciso di andarmene, così che la nostra famiglia non debba essere additata da chi ci conosce per causa mia. Non so dove andrò, negli anni ho pensato a tante cose, ma non ho idea di quali siano realizzabili per davvero. Qualcosa farò. Non state in pensiero per me. Ho i soldi che ho guadagnato con i lavoretti estivi. Quando saranno finiti, è meglio che nessuno sappia come tirerò a campare.
Vi voglio bene,
la vostra Patrizia”

I miei erano dietro di me, mentre leggevo, e a loro volta lo stavano facendo guardando oltre le mie spalle.
Mamma si mise le mani sulla bocca, sbiancando. «La mia piccola Patrizia…»
Papà la strinse. «Non preoccuparti, la troveremo. Chiamiamo i carabinieri, andiamo!»
Li sentii allontanarsi, uscire dalla stanza. Deglutii, la testa che mi girava. La mia mente sbobinò qualsiasi ricordo avessi avuto con mia sorella, alla ricerca di un’occasione in cui avesse accennato ad una pazzia simile, ad un particolare, anche minimo, che avrebbe potuto farmi intuire che Patrizia avesse avuto l’intenzione di fuggire dalla nostra famiglia.
[Da vostra madre, dal suo modo di ragionare da diciannovesimo secolo, vorrai dire. Da questa atmosfera da romanzo di Jane Austen.]
Feci un passo indietro, guardandomi attorno. Lo zaino da escursione che teneva nell’armadio era scomparso, così come alcuni abiti e la giacca che era appesa alla gruccia ora vuota. Al suo posto, era attaccata con una molletta una busta.
Attraversai la stanza e la staccai dall’ometto. Era chiusa e… su un lato compariva la scritta a mano “x Ale”!
Le mani mi tremarono troppo per riuscire ad aprirla senza romperla: lo strappo della carta, dopo qualche secondo di tentativi per staccare il lembo che la chiudeva, parve il suono che fece il mio cuore mentre si spezzava. Gettai a terra i pezzi del sacchetto e stropicciai la lettera che vi era custodita per dispiegarla.

“Scusa, Ale. Sei stata una sorella fantastica, hai sempre cercato di aiutarmi in ogni momento, ma sono sempre stata troppo distante da te, Sei sempre stata la gemella buona, io lo scarto, quella venuta male. Ti amo, ma non posso restare in questo posto. È una gabbia: per te è protezione e sicurezza, per me è una galera… Mi sento morire, devo essere libera…
Perdonami per cosa ho fatto con Manuele. Sono stata una cretina. Ho mancato di rispetto a te e a lui. Non me ne frega un cazzo di quello che pensano gli altri, di mamma, di papà, se si vergognano perché mi faccio sbattere da qualsiasi uomo perché dentro sono una troia, ma aver deluso te è stato un gesto che non potrò mai perdonarmi.
Mi spiace, Ale. Averti fatta arrabbiare è stato qualcosa di orribile, Mi sento una merda quando ci penso…
Starete meglio senza di me.
Promettimi che non verrai a cercarmi. Promettimi che vivrai una vita piena e felice e che diventerai l’avvocato di successo che sogni :-)
Ti voglio bene, Ale, sei l’unica persona che abbia amato davvero.
la tua gemella Patrizia”

Le mie labbra vibravano tanto forte le stavo stringendo, e ancora più stretta era la mia gola. Mi sentivo come se avessi bevuto dell’acido. Dai miei occhi ardenti cadde una lacrima che venne assorbita dalla carta accanto ad altre, ormai asciutte, che avevano reso i tratti di penna pieni di arabeschi di dolore.
Portai la mano libera alla bocca e singhiozzai. Volevo morire. Come avevo potuto fare una cosa simile?
Patrizia se n’è andata per colpa mia!
Patrizia…
Scoppiai in un pianto. Urlai, gridai, vomitai tutto il mio dolore tanto forte che non sentii i miei genitori precipitarsi nella stanza e abbracciarmi o il suono delle sirene che filtrava dalle persiane chiuse.

Continua…

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