Premessa: questo racconto riguarda una situazione realmente vissuta all’ 80% ma i nomi dei vari personaggi sono stati appositamente cambiati.
Capitolo 1 La conoscenza
Da quando mi sono separato, ogni tanto torno in quei parcheggi isolati, quelli frequentati da camionisti e coppiette clandestine. Mi piace il ruolo del guardone silenzioso: sessantenne, quasi impotente a letto, ma capace di infiammarmi guardando due corpi che si cercano con fame. A volte la donna si accorge di me… e decide di regalarmi qualcosa in più: uno sguardo complice, una coscia scoperta di più, o addirittura il permesso di avvicinarmi mentre geme e poterla toccare.
Era una sera d’autunno umida. Una pioggerella sporca velava il parabrezza. Pensavo: «Stasera non troverò nessuno». Invece, dopo una decina di camion, in fondo al piazzale, un auto ferma in un angolo buio. Cuore che accelera. Parcheggio a una cinquantina di metri, spengo i fari e aspetto che gli occhi si abituino.
Una Golf scura. Portiera posteriore spalancata dal lato opposto al guidatore. Intravedo un uomo massiccio che si china dentro l’abitacolo, il busto quasi inghiottito. Accanto, un tipo mingherlino che si masturba furiosamente guardando la scena. La macchina già traballa ritmicamente. Capisco subito: c’è una donna là dietro che si sta facendo montare con forza.
L’eccitazione mi sale in gola. Scendo piano, mi avvicino… e poi sento lei.
«No! No! Mi fai male… basta! Nooo!»
Urla disperate. Mi blocco. «Gianni, lascia stare, non sono cazzi tuoi». Sto per tornare indietro quando le grida continuano, sempre più strazianti. L’uomo al volante è girato all’indietro, ma non interviene. Anzi… sembra che si stia toccando.
La coscienza mi morde. Non posso andarmene.
Ingrano la retromarcia, poi accelero deciso, fari alti, sgommando verso di loro. L’effetto sorpresa è totale. Il mingherlino scappa verso i camion. Quello grosso si tira su di scatto, ansimante, il sesso ancora duro. Scendo dall’auto urlando: «Ma che cazzo state facendo?!»
La scena è un groviglio osceno e tragico. Lui, un colosso biondo sulla quarantina, pantaloni e mutande alle caviglie, il membro enorme ancora mezzo dentro di lei. La donna – gambe spalancate, una appoggiata alla spalla di lui, l’altra sul poggiatesta – piange a dirotto, cerca di spingerlo via. Sangue. Tanto sangue. Le cola lungo le cosce mentre lui, inciampando nei vestiti, cerca di sfilarsi. Quando finalmente esce, il suo cazzone è striato di rosso vivo. L’emorroide squarciata pulsa all’imboccatura del suo ano ancora spalancato.
Il bestione mi fissa furioso, urla qualcosa in una lingua dell’Est, si tira su i pantaloni e viene verso di me. Io indietreggio, corro al bagagliaio, afferro la chiave a croce. Quando mi vede armato si ferma. Urlo, alzo il ferro, parto alla carica. Lui scappa verso un camion. Io sono fuori di me: sferro un colpo secco al finestrino del guidatore. Vetro in frantumi ovunque. L’uomo al volante – un tipo della mia età, tremante – si copre la faccia piagnucolando: «Non ho fatto niente… niente…»
Mi calmo. Lo faccio scendere. Fotografo la targa del camion in fuga e la faccia del coglione terrorizzata.
Poi mi giro verso di lei.
È seduta sul bordo del sedile, i piedi a terra, singhiozza. Cerca di tamponare il sangue con fazzolettini di carta. Le dico che chiamo l’ambulanza. Lei implora: «No, ti prego… non posso… nooo…»
La guardo meglio. È devastata, ma bellissima. Bionda, curve generose, occhi azzurri gonfi di lacrime. Mi inginocchio. «Fammi vedere.»
Si gira, si appoggia all’auto, allarga le natiche con le mani tremanti. Il suo ano è ancora dilatato, gonfio, l’emorroide esterna rotta e sanguinante. Tampono con forza, premo con le dita. Il flusso rallenta quasi subito. Le mani mi si riempiono di sangue caldo.
Ordino al tipo di aiutarmi. Lui balbetta: «Non è mia moglie…»
Non mi importa. Lei si calma piano piano.
Quando il peggio passa, mi alzo. Sangue ovunque sulle mani. Chiedo di azionare il tergicristallo per lavarmi. Lui obbedisce come un cagnolino.
Livia – ora so come si chiama – si rivolge al suo amante con rabbia: «Stronzo smidollato… non hai mosso un dito mentre quel bastardo mi sfondava… Come faccio a tornare da mio marito conciata così?»
Capisco tutto: coppia clandestina, entrambi sposati con altri. Entrambi fedifraghi. Entrambi con la fede al dito.
Mi guarda, gli occhi lucidi. «Grazie… se non arrivavi tu quel porco mi avrebbe distrutta.»
Rido, nervoso ed eccitato insieme. «Be’, sei una bella zoccola… con un cazzo così grosso era quasi inevitabile che ti rompesse il culo.»
Lei sorride debolmente tra le lacrime. «Non volevo farmi inculare… volevo solo scopare. Ma lui mi ha preso il culo di forza. Io… soffro di emorroidi. Anche cazzi normali mi fanno male da morire lì dietro…»
Le racconto che anch’io ero lì per guardare, per godere in disparte come sempre. La confessione crea una strana complicità. Il clima si scalda, diventa quasi intimo.
Mi presento. Gianni, 60 anni, single, guardone occasionale. Loro: Livia, 43 anni, Marco vicedirettore del supermercato dove lavorano. Amanti da sei mesi. Tre volte che vengono qui a cercare avventura, a farla montare dai camionisti mentre lui si masturba guardandoli.
Propongo di andare ad un McDonald’s lì vicino. Lei deve sistemarsi prima di tornare a casa.
Prima di salire in macchina mi ferma. «Gianni… controlla se sanguino ancora, ti prego.»
Si gira, alza la gonna, allarga di nuovo le chiappe. Mi inginocchio. Il buco si è richiuso, l’emorroide è gonfia e violacea ma non perde più. Tolgo i fazzoletti intrisi, bagno altri con l’acqua del tergicristallo, pulisco con delicatezza il sangue rappreso sulle cosce, tra le grandi labbra, nel folto pelo biondo che le copre il sesso. Passo e ripasso. Lei geme piano, un suono basso, involontario. Sento il mio sesso svegliarsi, pulsare contro i pantaloni.
Finisco il lavoro. Le do un bacio leggero sulla chiappa destra. «Zoccola… hai un culo meraviglioso.»
Lei ride piano. «Grazie, Gianni…»
Al McDonald’s, alla luce, è ancora più bella: seno prosperoso, fianchi pieni, sguardo che brilla quando parla. Mi racconta tutto: il marito con l’eiaculazione precoce che non l’ha mai fatta venire, l’amante meridionale di anni prima che la scopava sugli scatoloni del magazzino fino a farla urlare di piacere, probabilmente il vero padre del secondo figlio. Poi Marco, le seghe ai camionisti, i pompini, fino a lasciarsi montare mentre lui guarda e incita.
Parla con gli occhi accesi, la voce bassa e calda. Io ascolto, eccitato e divertito. Marco invece è un disastro: imbarazzato, preoccupato per il finestrino sfondato e per la balla da raccontare alla moglie.
Prima di salutarci, Livia mi abbraccia forte, mi bacia sulle labbra. Un bacio vero, lento, riconoscente… e qualcosa di più.
«Grazie davvero, Gianni.»
Non ho il coraggio di chiederle di rivederci. Ognuno va per la sua strada.
Ma lei mi è rimasta dentro. Il suo corpo, il suo odore, il modo in cui ha gemuto mentre la pulivo. Nei giorni successivi non riesco a togliermela dalla testa.
Passano tre giorni da quella notte assurda. Tre giorni in cui il pensiero di Livia mi tormenta come una febbre bassa ma costante. Il suo corpo curvo sul sedile, le chiappe aperte sotto la luce del cellulare, il gemito soffocato mentre le pulivo il sangue tra le cosce… e quel bacio finale, lento, che sapeva di gratitudine e di qualcosa di più pericoloso.
Non resisto. Prendo la macchina e vado al supermercato dove lavora. È un grande punto vendita alla periferia, illuminato da luce artificiale, pieno di carrelli e mamme stressate. Entro con un cestino vuoto, fingendo di dover fare la spesa, ma gli occhi cercano solo lei.
La vedo quasi subito, alla cassa numero 7. Indossa la solita divisa verde scuro del negozio, camicia bianca sotto il gilet, capelli biondi raccolti in una coda morbida che le lascia qualche ciocca sul collo. È più bella di come la ricordavo seduta al Mac e alla luce fioca del parcheggio: alta circa 1,65, seno pieno che tende la stoffa, fianchi rotondi che si muovono con naturalezza mentre passa i prodotti. Sorride ai clienti, ma quel sorriso è professionale, un po’ stanco. Quando alza lo sguardo e mi vede in fila, il sorriso cambia. Gli occhi azzurri si spalancano per un istante, poi si addolciscono in qualcosa di intimo, complice.
Mi metto in coda da lei. Il cuore batte forte, come se fossi un adolescente. Quando arriva il mio turno, appoggio sul nastro due pacchi di pasta, una bottiglia di vino rosso e un barattolo di Nutella – roba a caso, tanto per avere qualcosa.
«Buongiorno» dice con voce bassa, quasi un sussurro. Le mani le tremano leggermente mentre scansiona i prodotti.
«Ciao, Livia.» Pronuncio il suo nome piano, solo per noi due.
Alza gli occhi, mi guarda dritto. «Gianni… non pensavo di rivederti qui.»
«Neanch’io pensavo di tornare in un supermercato per… questo.» Sorrido, un po’ imbarazzato. «Ma non riuscivo a toglierti dalla testa.»
Lei arrossisce appena, abbassa lo sguardo sul lettore ottico. Passa la Nutella lentamente, come se volesse prolungare il momento. «Nemmeno io» mormora. «Quella sera… sei stato incredibile. Ancora non so come ringraziarti.»
«Magari trovando un modo per rivederci fuori da qui» azzardo, la voce un po’ rauca.
Le sue dita si fermano sul sacco. Mi guarda di nuovo, stavolta con un lampo di desiderio negli occhi. «Marco è di turno al magazzino oggi. Finisco alle 19. Se vuoi… possiamo prendere un caffè dopo. O qualcosa di più tranquillo.»
Il mio stomaco si contrae. Annuisco. «Ti aspetto nel parcheggio sul retro, quello dei dipendenti. Alle 19 in punto.»
Pago i miei pochi articoli, mi porge lo scontrino con un piccolo gesto in più: le sue dita sfiorano le mie, deliberatamente. Un contatto elettrico. «A dopo, Gianni.»
Esco dal negozio con le gambe molli. Passo le ore successive a girare per negozi vicini, nervoso come un ragazzino al primo appuntamento. Alle 19 meno cinque sono già lì, parcheggiato in un angolo discreto del parcheggio dipendenti, luci spente.
La vedo uscire dalla porta sul retro: si è cambiata, jeans attillati che le fasciano il culo meraviglioso, maglione scollato che lascia intravedere la curva del seno, giacca leggera. Cammina veloce verso di me, apre la portiera del passeggero e sale senza esitare.
«Ciao» dice, e si china subito a baciarmi. Non un bacio di saluto: un bacio vero, affamato. Le sue labbra morbide, la lingua che cerca la mia con urgenza. Sa di rossetto e di menta. Le mani le vanno sul collo, tra i capelli.
«Ho pensato a te tutto il giorno» sussurra contro la mia bocca. «A come mi hai toccata quella sera… pulendomi… baciandomi lì dietro. Mi hai fatto sentire desiderata. Protetta. Eccitata.»
Le accarezzo la coscia, salendo piano. «Anche tu mi hai fatto sentire vivo, Livia. Non mi capitava da anni.»
Partiamo. Non so bene dove andare, guido verso una stradina secondaria poco trafficata, quella che porta nei campi. Parcheggio in un angolo, sotto gli alberi. Spegniamo il motore.
Ci guardiamo. Nessuna fretta ora. Solo tensione erotica che cresce.
Lei si slaccia la cintura, si gira verso di me. «Gianni… voglio ringraziarti come si deve.» Sorride maliziosa, ma c’è tenerezza nei suoi occhi.
Le slaccio i jeans con mani tremanti. Li abbassa insieme alle mutandine nere di pizzo. Il suo sesso è lì, biondo e umido, le grandi labbra gonfie. L’odore di lei mi investe: dolce, femminile, eccitante.
Mi chino tra le sue cosce. Bacio prima l’interno, poi salgo piano. Lei geme piano quando la lingua sfiora il clitoride. È bagnata, calda. Le infilo due dita dentro mentre succhio delicatamente. Si inarca, mi afferra i capelli.
«Oh Dio… sì… proprio così…»
La faccio venire così, con la bocca e le dita, piano ma deciso. Trema tutta, geme il mio nome in un sussurro roco. Quando finisce, mi tira su e mi bacia, assaggiando se stessa sulle mie labbra.
Poi è il suo turno. Mi slaccia i pantaloni. Il mio sesso, che credevo quasi morto, è duro come non lo era da tempo. Lo prende in mano, lo accarezza con lentezza adorante.
«Ti voglio!» mormora. «Voglio sentirti.»
Si china e me lo prende in bocca. Calda, bagnata, esperta. Succhia piano, guardandomi negli occhi. Io le accarezzo i capelli, le guance. È un piacere lento, romantico, intenso.
Le sue labbra stringono il mio cazzo, la sua lingua percorre tutta la lunghezza, non mi ricordavo da quanto tempo l’ultima volta che ho avuto un erezione senza ausili di varie pillole. Ma Lei è così sensuale, così esperta, il suo sapore di femmina nella mia bocca è il migliore afrodisiaco, non resisto a lungo. Vengo nella sua bocca con un urlo liberatorio. Lei ingoia tutto, poi mi bacia di nuovo, condividendo il sapore, in gesto così intimo così naturale, ci baciamo in un bacio disperato che sa di Amore.
Restiamo abbracciati per un po’, respiri che si calmano. Lei appoggia la testa sulla mio petto.
«Questa non è solo una scopata di ringraziamento, vero?» chiede piano.
«No» rispondo. «È l’inizio di qualcosa. Se vuoi.»
Lei sorride, mi bacia il collo. «Lo voglio. Ma piano. Ho una vita complicata… marito, figli… Marco…»
«Lo so. Andiamo con calma. Ma non sparire.»
Ci rivestiamo. La riaccompagno vicino casa, in una via laterale. Prima di scendere mi bacia ancora, lungo, profondo.
«Domani? Stesso parcheggio, stessa ora?»
«Domani» confermo.
La guardo allontanarsi, il culo che ondeggia nei jeans, i capelli che brillano sotto i lampioni.
Torno a casa con il cuore che batte forte. So che è rischioso, complicato, forse sbagliato. Ma per la prima volta dopo anni mi sento vivo. E tutto è iniziato da un parcheggio di camionisti, una notte di pioggia e una donna che ha urlato aiuto… e poi ha gemuto il mio nome.
Mentre guido verso casa dopo quel breve, intensissimo incontro in macchina, il corpo è ancora in fiamme. I testicoli mi pesano, tesi e doloranti per la sborrata che le ho riversato in gola; sulla lingua mi resta il sapore dolce-salato della sua figa misto all’acre denso del mio sperma, e quel bacio finale – profondo, bagnato, condiviso – mi ronza ancora nelle labbra.
Mille domande mi martellano il cranio.
Chi cazzo è Livia?
Una madre bellissima, moglie devota di facciata, eppure capace di spalancare le gambe sul sedile posteriore di una Golf per farsi montare da camionisti sconosciuti, senza preservativo, senza ritegno, rischiando malattie, gravidanze indesiderate, tutto pur di sentirsi riempita, usata, troia.
E poi si inginocchia davanti a un vecchio guardone di 60 anni solo per “ringraziarlo”, gli succhia il cazzo con gratitudine famelica, si lascia leccare la figa già allargata da chissà quanti cazzi, si fa venire in bocca da uno sconosciuto.
E io? Che cazzo sono io?
Un povero scemo che si tuffa a leccare una figa che ha accolto decine di uccelli, che si è allargata, elastica e vorace, per poi stringersi intorno a sconosciuti mentre schizzavano dentro. Eppure… cazzo, mi piace. Mi piace da morire.
Mentre parcheggio sotto casa sento il sangue tornare a pulsare nella cappella, il cazzo che si gonfia di nuovo nei boxer solo al pensiero di lei.
“Gianni, rinsavisci. Lascia perdere. Domani trova una scusa e non andare a prenderla.”
Entro, accendo il pc per finire un lavoro urgente, mi preparo un panino che mangio senza sentire il sapore, mi addormento in poltrona con la televisione accesa a volume basso.
Ore 23:47. Il cellulare vibra sul tavolino.
Un messaggio da un numero sconosciuto.
Livia
“Gianni, non riesco a dormire. Oggi fra le tue braccia ho provato qualcosa che non ricordavo più. Mi sentivo in pace. Mi sentivo a casa. Grazie. Mille volte grazie. Vorrei essere ancora lì, nuda contro di te.”
Le dita tremano mentre rispondo.
Io
“Livia, giuro che non capisco nemmeno io, ma anch’io ho avuto la sensazione di conoscerti da sempre. Come se tu fossi già parte di me. Una sensazione viva, intensa. Grazie a te. Ti desidero.”
Livia
“Domani vieni alle 17. Ho già chiesto due ore di permesso al capo del personale. Voglio stare con te. Buona notte.”
Io
“Va bene. Sarò puntuale. Ti porto a casa mia.”
Il giorno dopo è un’agonia dolce.
Dalle 9 del mattino non faccio altro che guardarmi l’orologio. Ogni minuto sembra un’ora. Mi rado due volte, mi faccio la doccia tre, mi metto il profumo che non usavo da anni. Alle 15 prendo il Cialis – stavolta 20 mg pieni, per essere sicuro di darle tutto quello che una donna come lei merita. Il cazzo inizia a gonfiarsi già mentre guido verso il supermercato, duro e pesante contro la coscia.
Alle 19 in punto è lì, sul retro, con lo stesso vestito leggero di ieri. Sale in macchina senza dire una parola, mi bacia subito, lingua dentro, mani sul mio pacco già turgido.
“Portami a casa tua” sussurra. “Subito.”
Entriamo. Chiudo la porta. Non arriviamo nemmeno in camera.
Nell’anticamera, appena dentro, ci spogliamo a vicenda con furia. Le strappo quasi il vestito, lei mi slaccia la cintura, mi abbassa i pantaloni. Nuda davanti a me, il seno abbondante che ondeggia pesante, capezzoli duri come sassolini. Si inginocchia lì, sul tappetino dell’ingresso, mi prende il cazzo in mano, lo guarda con occhi adoranti.
“Cazzo quanto è bello gonfio per me…”
Apre la bocca e lo ingoia. Succhia forte, profondo, la gola che si contrae intorno alla cappella. Io le afferro i capelli, le scopo la bocca piano, guardandola negli occhi. Non mi delude: il Cialis fa il miracolo, resto durissimo, venoso, pulsante tra le sue labbra gonfie.
La tiro su, la prendo in braccio – è leggera, calda, bagnata tra le cosce – e la porto sul divano. La butto sui cuscini, le apro le gambe. La sua figa è già spalancata, lucida, elastica, accogliente: labbra gonfie e rosse, clitoride eretto, un invito osceno.
Mi inginocchio tra le sue cosce, la lecco una volta sola, dal basso all’alto, assaporando il suo miele denso. Lei inarca la schiena, geme forte.
“Gianni… scopami… ti prego…”
Mi metto sopra di lei. La penetro con un colpo deciso, fino in fondo. È larga, sì, abituata a cazzi grossi, ma è calda, bagnata, accogliente come un guanto di velluto. Si stringe intorno a me quando entro, poi si rilassa, mi lascia scivolare profondo.
Inizio a scoparla forte. Schiaffi di carne contro carne. Lei geme, urla, si inarca sotto di me.
“Sì… cazzo… più forte… trattami come la tua puttana…”
La afferro per i fianchi, la sbatto contro il mio bacino. Ogni spinta la fa sobbalzare, i seni che rimbalzano selvaggi. La guardo negli occhi mentre la monto con violenza controllata.
“Vieni nella mia figa… riempimi… voglio sentirti schizzare tutto dentro…”
Accelero. Il divano cigola pericolosamente. Lei si contrae, le unghie nella mia schiena. Viene prima lei, urlando il mio nome, la figa che si stringe a spasmi intorno al mio cazzo.
Non resisto. Spingo fino in fondo, grugnisco e vengo. Fiotti caldi, densi, potenti. Le riempio la figa, schizzo dopo schizzo, mentre lei si inarca violentemente, la schiena arcuata, la testa all’indietro, bocca spalancata in un gemito strozzato.
“Sì… dentro… tutto dentro… oh cazzo sì…”
Restiamo così, ansimanti, sudati. Il mio cazzo ancora mezzo duro dentro di lei, il suo seme che inizia a colare fuori. Ci abbracciamo forte, corpi incollati. Senza accorgercene ci addormentiamo lì, nudi, esausti, lei con la testa sul mio petto, il respiro regolare contro la mia pelle.
Poi il cellulare squilla.
È il suo.
Lei si sveglia di colpo, trafelata. Guarda lo schermo. Marco.
Risponde con mano tremante.
“Pronto…”
Dall’altro capo parte un urlo.
“Dove cazzo sei, puttana?!”
Lei balbetta. “Da… da un’amica…”
“Stronzate! Fammi vedere! Videochiamata. Subito!”
Lei, come un automa, ubbidisce. Attiva la videocamera. Inquadra se stessa… e me, nudo accanto a lei, il divano sfatto, i vestiti sparsi.
Marco vede tutto. Il suo viso appare sullo schermo, distorto dalla rabbia.
“Puttana! Vacca schifosa! Sei a casa di quel vecchio schifoso?!”
Le urla contro per un minuto intero: la chiama troia, schiava del cazzo, gli ricorda che è sua, che deve obbedire solo a lui, che le ha concesso di farsi scopare dai camionisti solo perché lui lo permetteva, che ora la punirà.
“Mandami la posizione. Vengo a prenderti. Subito.”
Lei trema. Invia la posizione senza dire una parola.
Chiude la chiamata. Scoppia a piangere, singhiozzi violenti.
Mi guarda, gli occhi rossi, persi.
“Gianni… io… con Marco non è come pensi. Non è solo un amante. È… il mio padrone. Da quando abbiamo iniziato mi ha fatto sentire che senza di lui non valgo niente. Mi ha convinta che sono solo una troia che ha bisogno di essere usata, controllata. Mi ordina quando scopare, con chi, come… e io… obbedisco. Perché ho paura. Paura di perderlo, paura di essere sola, paura che se lo lascio mi rovini al lavoro, con la famiglia… tutto.”
Mi stringe forte, piangendo contro il mio petto.
“Ma con te… ieri… oggi… ho sentito qualcosa di diverso. Non era solo scopare. Era… sentirmi voluta. Protetta. Amata.”
La tengo stretta, il cuore che batte forte.
“Non ti lascio sola con lui. Non più.”
Fuori si sente già il rumore di un’auto che si avvicina veloce e frena violentemente.
La conoscenza : L’incubo si materializza
Il bussare alla porta è violento, ritmico, rabbioso. Tre colpi secchi, poi un pugno che fa tremare il legno. Livia si irrigidisce tra le mie braccia, il respiro che si blocca in gola.
“Non aprire…” sussurra, ma la sua voce è già spezzata dalla paura.
Io mi alzo piano, nudo, il cuore che mi martella nelle orecchie. “Resta qui. Non ti muovi.”
Apro la porta solo uno spiraglio.
Non faccio in tempo a vedere niente. Un pugno mi centra in pieno viso, un’esplosione di dolore bianco che mi fa volare all’indietro. Cado sul pavimento dell’ingresso, la testa che sbatte contro il mobiletto. Il mondo gira, le luci si sdoppiano.
Quando riapro gli occhi, ho una scarpa pesante premuta sulla guancia, il tacco che mi schiaccia la pelle contro le piastrelle fredde. Sopra di me un colosso con giacca di pelle nera, capelli rasati, un ghigno da predatore. È uno dei due che accompagnano Marco.
Marco entra per ultimo, chiude la porta con un calcio. Indossa una camicia aperta sul petto, jeans stretti, l’aria di chi sa già di aver vinto.
“Guarda chi c’è, il vecchio guardone del cazzo” dice con voce calma, quasi divertita. Si avvicina al divano dove Livia è rannicchiata, le ginocchia al petto, nuda e tremante.
Il tipo in pelle non perde tempo. Si slaccia la cintura, abbassa i pantaloni. Il suo cazzo è già duro, grosso, venoso. Afferra Livia per i capelli, la tira verso di sé senza una parola. Lei emette un gemito strozzato – paura? Resistenza? – ma non lotta davvero. Le ginocchia le si aprono quasi per riflesso. Lui la spinge sul divano, le sale sopra, le spalanca le cosce con le mani callose.
Entra dentro di lei con un colpo secco. Livia inarca la schiena, un urlo che si trasforma subito in gemito profondo. “No… ahhh… sììì…”
La scopa con violenza ritmica, il divano che sbatte contro il muro. Lei piange, singhiozza, ma il suo corpo risponde: i fianchi si alzano per incontrarlo, le mani gli afferrano le spalle, le unghie che graffiano la pelle di pelle. È un orgasmo improvviso, violento: si contrae tutta, urla il suo piacere misto a lacrime, mentre il tipo grugnisce e le scarica dentro fiotti caldi, schizzando profondo nella sua figa già piena del mio sperma di poco prima.
Io cerco di alzarmi, ma la scarpa sulla faccia mi schiaccia di nuovo giù. Il dolore alla guancia è lancinante.
Marco si china su di me, mi afferra per i capelli, mi costringe a guardare la scena.
“Tieni fermo questo pezzo di merda” ordina al gigante sopra di me.
Poi si rivolge a me, voce bassa, carica di disprezzo e trionfo.
“Guarda, vecchio porco. Vedi come Livia è mia? È la mia sgualdrina. Non può farne a meno. Basta che sente un cazzo fra le cosce e diventa una vacca in calore. Non è una storia che ti ha raccontato per impietosirti. È la verità nuda e cruda. Lei è nata per questo. Per essere usata, riempita, sfondata. La mia puttana personale.”
Livia, ancora ansimante, il seme del tipo che le cola dalle grandi labbra gonfie, alza lo sguardo verso di noi. Ha gli occhi vitrei, persi tra il piacere e la vergogna. Piange piano, ma non dice niente. Non mi guarda. Guarda Marco.
Marco ride, una risata bassa, cattiva.
“E sai una cosa, Gianni? Non è solo lei. Anche il suo maritino Matteo è mio. Lo sai che gli piace da morire? Che gli si drizza quando mi vede scopare sua moglie? Che si mette in ginocchio e me lo succhia mentre io le vengo in gola? Che si fa inculare da me e dai miei amici quando glielo ordino? Che torna a casa col culo rotto e il sorriso da schiavo felice? Siamo una famigliola perfetta, ormai.”
Il gigante sopra di me preme più forte con la scarpa. Sento il sapore del sangue in bocca.
Marco si avvicina a Livia, le accarezza la guancia bagnata di lacrime con il dorso della mano.
“Dimmi, troia. Chi è il tuo padrone?”
Lei trema, la voce un sussurro rotto.
“Tu… Marco… sei tu il mio padrone…”
“E chi decide quando e come vieni scopata?”
“Tu…”
“E questo vecchio schifoso? Pensavi davvero che potesse salvarti?”
Livia abbassa lo sguardo. Non risponde.
Marco si gira verso di me, sorride.
“Adesso ascolta bene, Gianni. Sparisci dalla sua vita. Non la cerchi più. Non le scrivi. Non la vedi. Se provi a fare il cavaliere, mando tutto: video di lei che si fa sbattere dai camionisti, foto di Matteo in ginocchio con il mio cazzo in bocca, chat dove lei mi implora di fotterla più forte. Finirete tutti e due in mezzo a uno scandalo che vi distruggerà. E i suoi figli? Li cresceranno sapendo che mamma è una puttana e papà un frocio sottomesso. Vuoi questo?”
Io non riesco a parlare. Il dolore alla faccia, la rabbia, l’impotenza mi chiudono la gola.
Marco fa un cenno ai due. Il gigante mi lascia andare. L’altro aiuta Livia ad alzarsi. Lei barcolla, le gambe molli, il seme che le scivola lungo le cosce.
“Vestiti, puttana. Andiamo a casa. Matteo ci aspetta. Ha già preparato il letto.”
Livia si china a raccogliere i vestiti sparsi, tremante. Non mi guarda. Non una volta.
Prima di uscire, Marco si ferma sulla soglia, mi fissa.
“Grazie per averla fatta venire, vecchio. Hai scaldato il motore per noi.”
La porta si chiude con un tonfo.
Resto solo sul pavimento freddo, nudo, il sapore del sangue in bocca, il profumo di Livia ancora sulla pelle, e un vuoto che mi spacca il petto.
Non so cosa fare.
Non so se posso fare qualcosa.
Ma una cosa è certa: non finisce qui.
La conoscenza : Il conflitto interiore
Resto sul pavimento per un tempo che sembra infinito, il sapore metallico del sangue in bocca, il corpo nudo e freddo, l’eco dei gemiti di Livia che mi rimbomba ancora nelle orecchie. Non è solo il dolore fisico a tenermi inchiodato lì. È la confusione, la rabbia impotente, e soprattutto il dubbio che mi rode dentro come un tarlo.
Marco ha ragione su una cosa: Livia non ha opposto vera resistenza.
Quando quel bestione in pelle l’ha presa, lei ha pianto, sì… ma ha anche goduto. Forte. Disperatamente. Le sue anche si sono alzate per incontrarlo, le sue mani hanno graffiato la schiena di lui, la sua figa si è contratta intorno al suo cazzo mentre lui le scaricava dentro. Non era solo paura. Era fame. Era bisogno.
E io l’ho visto.
L’ho visto negli occhi di lei quando ha sussurrato “Tu… Marco… sei tu il mio padrone”.
L’ho visto nel modo in cui il suo corpo ha tremato di piacere mentre piangeva.
Mi alzo lentamente, barcollando. Vado in bagno, mi sciacquo la faccia dal sangue. Mi guardo allo specchio: un vecchio di sessant’anni con un occhio gonfio, il labbro spaccato, e un’erezione residua che non vuole saperne di spegnersi. Perché? Perché il ricordo di Livia che gode mentre viene usata mi eccita ancora. Perché una parte di me – la parte più oscura, quella del guardone che ero – trova eccitante proprio questo: vederla spezzata, sottomessa, piena di sperma altrui.
Mi siedo sul bordo della vasca, la testa tra le mani.
Livia è ricattata, sì. Marco la tiene in pugno con video, foto, minacce sul lavoro, sullo scandalo familiare. Matteo è complice, schiavo anche lui, forse innamorato del suo stesso carnefice. L’ispettore della catena di supermercati la usa ogni mese come pagamento per il silenzio. I camionisti la “comprano” da Marco per poche centinaia di euro a botta. È un giro schifoso, perverso, che la sta distruggendo.
Ma sotto sotto… le piace.
Le piace sentirsi puttana. Le piace essere usata spregiatamente, riempita senza riguardo, trattata come un buco da sfogare. Lo ha detto lei stessa, tra le lacrime: “Con te è diverso… mi fai sentire donna… protetta…”. Eppure, quando Marco o uno dei suoi la prende con violenza, la sua figa si apre, si bagna, si contrae in orgasmi violenti. È una dipendenza. Una droga. Vuole tornare ad essere una mamma normale, una moglie normale, una donna normale per i suoi figli. Ma il suo corpo tradisce la sua mente. Il suo clitoride pulsa al pensiero di un cazzo sconosciuto che la sfonda, di sperma caldo che le cola dalle labbra gonfie, di mani rudi che la afferrano per i capelli e la obbligano a ingoiare.
E io?
Io la desidero. La desidero da impazzire.
Voglio proteggerla, salvarla, farla sentire amata, farla venire piano, guardandola negli occhi, sussurrandole che è bellissima, che merita di più.
Ma allo stesso tempo… voglio vederla così: in ginocchio, bocca spalancata, figa spalancata, culo arrossato dalle sberle, piena di cazzi e di sborra, mentre geme “sì padrone, usami, riempimi”.
Voglio essere io a darle quello che le manca: tenerezza e brutalità insieme. Voglio scoparla dolcemente e poi violentemente, voglio farla piangere di piacere e di sollievo, voglio che mi implori di salvarla mentre la faccio venire urlando il mio nome.
Ma non so cosa fare.
Se la denuncio, se vado dalla polizia con le registrazioni che lei dice di avere, rischio di distruggere tutto: il suo lavoro, la sua famiglia, la sua reputazione. I figli scoprirebbero che la mamma è una puttana ricattata, il papà un frocio sottomesso. Marco potrebbe vendicarsi mandando tutto in giro prima ancora che la denuncia parta.
Se sparisco, se obbedisco a Marco e la lascio andare, la condanno a continuare così: usata, svuotata, sempre più vuota dentro.
Se la riprendo… se le dico “torna da me, ti proteggo io”, rischio di diventare solo un altro padrone. Un padrone più gentile, forse, ma pur sempre uno che la vuole possedere.
Il telefono vibra sul pavimento dell’ingresso. Lo raccolgo. È un messaggio da lei, inviato forse di nascosto mentre Marco la portava via.
Livia
“Gianni… mi dispiace. Mi odio. Voglio smettere. Voglio essere libera. Ma quando mi ha preso lì davanti a te… ho goduto come una pazza. Non riesco a farne a meno. La mia figa è una puttana. È avida. Vuole altro sperma, altri cazzi, altro dolore. Ma la mia testa urla che vuole te. Solo te. Aiutami… ti prego. Non so come, ma aiutami.”
Guardo il messaggio per minuti interi. Il cazzo mi si indurisce di nuovo, traditore, al pensiero di lei nuda sul divano con Marco, gambe spalancate, mentre Matteo le lecca il seme dal culo e Marco le fotte la bocca.
Scrivo, cancello, riscrivo.
Alla fine mando solo tre parole.
Io
“Domani. Stesso parcheggio. A che ora esci? Vieni sola. Parliamo. Ti giuro che troviamo una via d’uscita.”
Non so se sto mentendo a lei o a me stesso.
So solo che la voglio.
Tutta quanta.
La donna che sogna di essere normale e la puttana che gode a essere distrutta.
E forse, in fondo, è proprio questo che mi rende uguale a loro.
(Segue?)
La conoscenza : Contraddizioni
Rileggo quel messaggio di Livia per la centesima volta, seduto nudo sul bordo del letto, il telefono che trema nella mano.
E io? Io mi sono innamorato.
Di una donna piena di contraddizioni, di una madre che piange per i suoi figli e geme quando le sborrano dentro senza ritegno. Mi sono innamorato di lei nel momento esatto in cui ho capito che anch’io sono una contraddizione vivente.
La voglio amare.
Voglio portarla via da tutto questo, farla dormire tra le mie braccia ogni notte, svegliarla con baci lenti sul collo, farle il caffè la mattina mentre i figli dormono, essere l’uomo che la fa sentire finalmente donna, non troia. Voglio vederla sorridere senza paura, senza quel velo di vergogna negli occhi azzurri.
Ma nello stesso istante… voglio possederla come una vacca.
Voglio vederla in ginocchio, bocca spalancata, lacrime di piacere mentre le riempio la gola. Voglio prenderla da dietro sul nostro letto mentre le sussurro “sei mia puttana, solo mia”, schiaffeggiarle quel culo perfetto e sentirla implorare “più forte, Gianni, sfondami”. Voglio guardarla mentre un altro la usa – sì, proprio così – e poi entrare io a raccogliere lo sperma caldo con la lingua, a farla venire di nuovo sapendo che è stata mia anche in quel momento.
Sono un porco. Un pervertito di sessant’anni che si eccita al pensiero di salvarla e distruggerla insieme. Mi odio. Mi eccito. Mi odio di più.
Mi alzo, cammino per la casa come un animale in gabbia. Il cazzo mi si indurisce di nuovo, traditore, solo a immaginare Livia che viene presa da Marco e dai suoi amici mentre io guardo nascosto, poi la riprendo, la pulisco con la lingua e la scopo fino a farla urlare il mio nome.
“Sei perso, Gianni. Sei fottuto.”
Poi mi torna in mente quella sera al McDonald’s.
Marco che sudava freddo, che cercava una balla plausibile da raccontare alla moglie per il finestrino sfondato. Ha una famiglia anche lui. Una moglie vera. Forse figli. Un’immagine da mantenere. Un punto debole esattamente come l’ispettore della catena di supermercati che ogni mese si fa pagare in carne fresca da Marco per chiudere un occhio.
Tutti hanno un punto debole.
Anche i mostri.
La mia mente gira. Il cuore dice: “salvala, portala via, fai denuncia anonima, proteggi i suoi figli”.
Il cazzo dice: “no, tienila, usala, falla diventare la tua schiava personale, ma con amore… una schiava che gode solo quando sei tu a ordinarle di godere”.
Sono un cerchio vizioso.
Desidero liberarla dall’incubo di Marco… ma non voglio diventare io il suo nuovo incubo. Non voglio sostituire un padrone con un altro, anche se più gentile, anche se più innamorato.
Mi siedo al pc. Apro una nuova cartella: “Livia – piano”.
Scrivo tutto quello che so:
Marco ha moglie e famiglia (nome? devo scoprirlo).
L’ispettore della catena (trovare nome, foto, forse una moglie anche lui).
I video e le foto che Marco usa come arma… forse posso usarli contro di lui.
Matteo è complice, ma debole: se crolla lui, crolla tutto.
Non so ancora come. Non so se avrò il coraggio.
Ma so che domani alle 19, in quel parcheggio, quando Livia salirà in macchina, non le dirò solo “ti amo”. Le dirò: “Ho un piano. Rischioso. Pericoloso. Ma è l’unico modo per spezzare il cerchio senza distruggerti”.
Perché la amo.
Perché la voglio nella mia vita e voglio sentirmi suo.
Perché voglio salvarla e possederla nello stesso istante.
E forse, solo forse, lei mi aiuterà a capire se posso essere entrambe le cose: l’uomo che la ama e il porco che la fa godere come nessuno mai.
Spengo il pc. Mi butto sul letto. Il cazzo ancora duro, il cuore in tumulto.
Domani si decide tutto.
La conoscenza : Roberta entra in scena
Mi sveglio con la testa pesante, un messaggio di Livia (o di chi per lei) sullo schermo del telefono come una sentenza. “Stronzo… vattene! Lasciami perdere!”. Non ci credo. Non del tutto. Ma non posso ignorarlo. Il piano che avevo in mente stanotte – minacce incrociate, punti deboli, ricatti al contrario – mi sembra improvvisamente troppo rischioso, troppo esposto. Ho bisogno di qualcuno che mi copra le spalle, qualcuno che non sia emotivamente coinvolto, qualcuno che sappia come muoversi senza farsi notare.
E quel qualcuno esiste. Si chiama Roberta.
Roberta la capa dello studio commercialista che mi tiene la contabilità, ha 55 anni, è sposata da trent’anni con il titolare dello studio, un uomo noioso che la ignora da almeno quindici, ha due figli grandi che vivono fuori casa e un corpo che, a dispetto del tempo, resta un’arma letale: seni pieni e alti, fianchi larghi, culo sodo da far girare la testa, capelli castani con qualche filo argento che le danno un’aria da femme fatale matura. Quindici anni fa eravamo amanti. Io ero sposato anch’io, lei pure. Ci vedevamo nelle stradine di campagna, auto parcheggiate in mezzo al nulla, finestrini abbassati d’estate, sudore, gemiti, trasgressione pura.
Una volta – era luglio, afa da morire – lei mi cavalcava sul sedile del passeggero, vestito sollevato, mutandine di lato, sudati fradici. Due pescatori passarono di lì con le canne in spalla. Uno si fermò a guardare, mano nei pantaloni, segandosi piano. L’altro, più sfacciato, si avvicinò. Roberta non si fermò. Anzi: accelerò, gemette più forte, si inarcò per far vedere meglio i seni che rimbalzavano. Il secondo allungò la mano attraverso il finestrino aperto, le palpò un capezzolo turgido. Lei non lo respinse: gli prese il cazzo in mano, lo masturbò con foga finché non schizzò sulla sua pancia, sul mio petto, qualche goccia calda che ci colpì entrambi. Io venni dentro di lei in quel momento, un orgasmo violento. Lei si accasciò su di me, il culo nudo esposto. I due non si fermarono: mani sulle chiappe, dita che le entravano nel culo, lei che gridava e veniva di nuovo, tremante, bagnata, persa.
Poi il marito la scoprì. Lettere anonime, foto sfocate scattate da lontano. Fine della storia. Ma non del legame. Ogni tanto ci sentiamo. Parliamo di tutto. Anche delle parti più sporche. Lei sa che sono un guardone incallito, che vado ancora nei parcheggi, che mi eccito a guardare e a volte ottengo di più dalle donne che si accorgono di me. Quando le racconto le mie avventure al telefono, lei si tocca. Io sento i suoi gemiti, i suoi respiri accelerati, e rinnoviamo quei ricordi come un rito privato.
Oggi la chiamo.
“Roberta… ho bisogno di te.”
Le racconto tutto. Dall’inizio: il parcheggio, la violenza sfiorata, il salvataggio, il sesso disperato a casa mia, Marco che irrompe con i suoi scagnozzi, Livia che gode mentre viene sfondata davanti a me, il messaggio di stamattina. Non tralascio niente. Nemmeno quanto sono innamorato, quanto mi eccita e mi fa schifo allo stesso tempo.
Silenzio dall’altro capo. Poi un sospiro.
“Gianni… sei un coglione sentimentale. Quella è una troia ninfomane che gode a farsi usare. È piena di cazzi e di malattie. Ti farà soffrire. Lasciala perdere.”
Sento la gelosia nella sua voce. È palpabile. Roberta non è mai stata gelosa di nessuna prima. Ma stavolta sì.
“Lo so” dico piano. “Ma non riesco. Ho bisogno di capire se posso salvarla… o se devo lasciarla andare. E per farlo ho bisogno di informazioni. Nomi veri, cognomi, famiglie. Marco è vice direttore al supermercato. C’è un ispettore capoarea che la usa. Devo sapere chi sono esattamente. Puoi farmi un favore? Chiamare il supermercato e la sede centrale, fingerti una cliente o una fornitrice, chiedere conferme su nomi e ruoli? Sei brava a recitare.”
Un altro silenzio. Poi un piccolo riso amaro.
“Lo faccio solo perché sei tu. E perché… cazzo, mi eccita l’idea di aiutarti a entrare in questo casino schifoso. Ma dopo… mi racconti tutto. E magari… ci vediamo. Come ai vecchi tempi.”
Accetto. Non ho scelta.
Un’ora dopo mi richiama.
“Marco Rossi, 48 anni, vice direttore punto vendita periferia sud. Cognome confermato. Moglie Claudia, due figlie, 16 e 19 anni. Foto su Facebook della moglie: donna carina, capelli rossi, aria da casalinga stressata. L’ispettore capoarea si chiama Andrea Bianchi, 52 anni, responsabile qualità e forniture per la zona nord-est. Celibe, ma ha una compagna fissa da dieci anni, si chiama Sara, insegnante elementare. Ho chiamato la sede centrale fingendomi una rappresentante di forniture alimentari, ho chiesto ‘conferma referenti per il punto vendita X’, mi hanno sputato i nomi senza problemi.”
“Grazie, Roberta. Sei un angelo.”
“Non proprio” ride lei. “Sono una puttana in pensione che si eccita ancora a sentirti parlare di troie e cazzi. E ora… dimmi: cosa fai con queste informazioni?”
Le spiego il piano in pillole: mail anonime alla moglie di Marco con un estratto audio (se riesco a recuperarlo), minacce di diffusione se non molla Livia. Stesso per Andrea Bianchi: alla compagna Sara, con prove del suo “pagamento in natura”. Matteo come jolly: se crolla lui, crolla tutto.
Roberta ascolta. Poi, con voce bassa e calda:
“Gianni… se ce la fai, portala via. Ma se lei non vuole essere salvata… se la sua figa è troppo affamata… allora torna da me. Io non ho catene. Io ti do solo piacere. E magari… possiamo farla guardare. O farla partecipare. Come ai vecchi tempi.”
Rido, ma è una risata nervosa.
“Un passo alla volta.”
Chiudo la chiamata. Ho i nomi. Ho i punti deboli.
Ora devo decidere il prossimo passo.
E sperare che Livia – o chi per lei – non abbia già chiuso la porta per sempre.
Mi lavo, devo andare anch’io al lavoro, dopo pochi minuti squilla il telefono, è ancora Roberta.
Vuole che le racconti i dettagli più crudi di quello che è successo a casa mia – Livia nuda sul mio divano, il suo orgasmo mentre quel bestione la sfondava davanti ai miei occhi, il modo in cui ha gemuto “sì padrone” anche tra le lacrime – sento il cambio di tono.
Diventa più bassa, più tesa. Respira in modo diverso.
“Quindi questa Livia…” dice lentamente, quasi assaporando il nome come qualcosa di amaro, “ha 43 anni, bionda, tette grosse, culo da troia e una figa che si apre come un fiore per chiunque glielo metta dentro. E tu… tu ti sei innamorato di lei dopo una sola mattina di scopate disperate.”
Non è una domanda. È un’accusa velata.
“Vittima?” mi interrompe, e stavolta la voce le trema per davvero. Sento il rumore di un accendino, poi una sigaretta che viene accesa. Roberta fuma solo quando è nervosa o eccitata. O entrambe. “Gianni, quella non è una vittima. È una ninfomane che gode a farsi umiliare. Tu mi hai raccontato che mentre la violentavano davanti a te lei ha avuto un orgasmo vero. Ha inarcato la schiena, ha urlato di piacere. E tu porco, sei un porcooo… cazzo, tu ti ecciti ancora al pensiero. Lo sento dalla tua voce.”
Silenzio. Poi aggiunge, più piano, quasi un sussurro cattivo:
“E io? Io che ti ho dato tutto quindici anni fa? Io mi sono lasciata palpare e scopare davanti a due sconosciuti, io che ti ho preso il cazzo in gola più di una volta e poi, quei due pescatori mi sborravano addosso… io non ero abbastanza puttana per te? O ero troppo ‘normale’ perché avevo un marito e una vita da difendere?”
La gelosia esce fuori tutta insieme, cruda, senza filtri. La sento ansimare leggermente. So che si sta toccando. Lo fa sempre quando parla di sesso con me, ma stavolta c’è rabbia nel suo respiro.
“Dimmi la verità, Gianni. Com’è la sua figa? Più stretta della mia? Più bagnata? Più affamata? Le hai leccato il culo come facevi con me? Le hai detto le stesse cose che dicevi a me mentre ti cavalcavo? ‘Sei la mia troia, Roberta… solo mia…’?”
Non riesco a mentire. “È… diversa. Più giovane. Più disperata. Ma tu… tu sei sempre stata speciale.”
Lei ride, una risata amara, spezzata.
“Speciale un cazzo! Certo. Speciale come un ricordo. Mentre lei è la nuova figa fresca che ti fa sentire di nuovo un uomo. Dimmi, quando la salvi – se la salvi – la porterai via? La farai dormire nel tuo letto tutte le notti? Le farai il caffè la mattina mentre io resto qui, con mio marito che russa accanto e il telefono in mano ad aspettare che tu ogni tanto mi chiami per raccontarmi quanto l’hai fatta venire?”
Sento un gemito soffocato. Si sta toccando più forte adesso. La gelosia la sta facendo bagnare.
“Roberta… calmati. Ti ho chiamata perché mi fido di te. Perché sei l’unica che può aiutarmi senza finire nei guai.”
“E io ti aiuto” ringhia quasi. “Ti aiuto perché ti amo ancora, brutto porco. Ti amo da quindici anni e odio questa Livia con tutta me stessa. Odio che abbia 12 anni meno di me, odio che sia bionda, odio che la sua figa sia così elastica e avida da farsi riempire da camionisti, ispettori e vice-direttori senza battere ciglio. Ma soprattutto odio che tu la voglia salvare… perché so che in realtà vuoi possederla vuoi farla diventare la tua vacca. Come hai posseduto me.”
Un altro gemito più forte. Sta venendo. Lo riconosco dal respiro.
“Va bene” dice dopo qualche secondo, la voce ancora tremante. “Ho i nomi. Ho anche gli indirizzi di casa di Marco Rossi e di Andrea Bianchi – li ho trovati con due ricerche banali su Pagine Bianche e Facebook. Adesso ascoltami bene, Gianni. Io ti aiuto fino in fondo. Ma a una condizione.”
“Quale?”
“Quando tutto sarà finito – se finirà – voglio incontrarla. Voglio vederla in faccia, questa tua Livia. Voglio guardarla negli occhi mentre le dici che sei mio da molto prima che arrivasse lei. E magari… magari la facciamo guardare mentre ti scopo io. Come ai vecchi tempi. Così capisce chi è la vera troia della tua vita.”
La sua voce è un misto di veleno e desiderio puro.
“Accetti?”
Resto in silenzio un secondo di troppo.
Lei ride piano, cattiva.
“Lo sapevo. Sei già suo. Ma io non mollo, Gianni. Non più. Questa volta gioco anch’io.”
Chiude la chiamata.
Ho i nomi. Ho i punti deboli.
Ma adesso ho anche un’altra donna gelosa, possessiva e pericolosamente eccitata che vuole entrare nel gioco.
E non so più se sto salvando Livia… o se sto per scatenare una guerra tra due troie che mi vogliono entrambe.
La conoscenza : Il mio gioco
Ho chiuso la chiamata con Roberta, ma le sue parole mi ronzano ancora in testa: gelosia, veleno, desiderio. Non mi fermo. Ora il bersaglio è uno solo: Marco Rossi, il vice direttore, il “padrone” che crede di tenere in pugno Livia, Matteo e mezza catena di supermercati.
Grazie al materiale che Roberta mi ha tirato fuori in meno di un’ora ho tutto: indirizzo di casa, nome e foto della moglie Claudia (capelli rossi, 46 anni, lavora part-time in una profumeria), profili social delle figlie, numero di cellulare privato, persino la targa della sua Audi Q5 nera. E soprattutto ho la mail aziendale dell’ispettore Andrea Bianchi e il suo numero diretto.
Organizzo lo scherzo. Non è un ricatto volgare. È chirurgico.
Prima mossa: creo una mail anonima da un indirizzo temporaneo. Allegato: un audio di 47 secondi (lo estraggo da una vecchia registrazione che Livia aveva mandato memorizzato di nascosto mesi fa ). Marco che dice testuali parole: «Livia, o ti fai fottere dall’ispettore Bianchi ogni mese o mando tutto al direttore e a tuo marito. E ricordati che la Jeep di Matteo l’abbiamo ottenuta con lo sconto perché hai aperto le gambe al mio amico del concessionario».
Destinatari:
Claudia Rossi (moglie)
Andrea Bianchi (ispettore)
Il direttore regionale della catena (in copia nascosta)
Testo della mail:
«Gentile signora Rossi / Dott. Bianchi,
vi allego un piccolo souvenir di famiglia. Se volete che resti privato, Marco deve lasciare in pace Livia e smettere di usare il suo corpo come merce di scambio. Altrimenti tutto finisce su Facebook, sui gruppi delle mamme della scuola e sulla casella di posta del consiglio di amministrazione.
Avete 48 ore.
Un amico preoccupato.»
Invio.
Poi cancello ogni traccia. Il diavolo fa le pentole, ma stavolta i coperchi li ho fatti io.
Marco si crede il padrone. Tra poche ore scoprirà di essere solo un servo della gleba. Non ha capito che ha svegliato un vero stronzo.
Ora passo alla seconda pedina: Matteo, il marito frocetto.
So dove lavora: magazziniere in un punto vendita della stessa catena, a 12 km da qui. Cerco online la sua auto – ci metto meno di due minuti. Jeep Compass blu ibrida, ultimo modello, targa che Roberta mi ha già passato. Prezzo di listino 48.000 euro, ma lui l’ha presa con 9.000 di sconto “speciale” perché, come Marco si vantava in una chat, «la mogliettina ha fatto un pompino e due scopate al responsabile vendite del concessionario». Pagamento in natura, come sempre.
Arrivo al parcheggio dipendenti alle 18:10. Parcheggio la mia vecchia Volvo proprio accanto alla Jeep blu. Scendo. Sono alto 190, peso 105 kg: spalle larghe, mani grosse, faccia da vecchio incazzato. Non sono più il guardone timido del parcheggio. Sono la montagna che sta per cadergli addosso.
Aspetto. Dieci minuti. Lo vedo arrivare: magro, stempiato, camminata incerta, sguardo basso. Quando mi riconosce (mi ha visto da una foto scattata da Marco quella sera a casa mia) impallidisce. Si ferma a tre metri, chiave in mano.
«Che… che cazzo vuoi?» balbetta.
Mi avvicino piano, lo sovrasto. La mia ombra lo copre completamente.
«Voglio parlare, Matteo. O meglio: voglio che tu parli. Dimmi tutto quello che hai su Marco. Video, foto, chat, chiavi USB, tutto. E dimmi anche come hai ottenuto questa bella Jeep blu. Lo sconto “speciale” per aver fatto montare tua moglie da un amico di Marco… voglio i dettagli.»
Lui trema. Gli occhi gli diventano lucidi.
«Io… io non posso… Marco mi ammazza…»
Gli metto una mano sulla spalla. Non stringo forte, ma basta la pressione perché capisca che potrei spezzarlo in due.
«Marco tra poche ore avrà altri problemi. Molto più grossi di te. E tu… tu hai due scelte: continuare a farti inculare da lui e dai suoi amici, leccargli il cazzo sporco di tua moglie… oppure aiutarmi. E magari, per una volta, salvare Livia invece di guardarla mentre la distruggono.»
Matteo deglutisce. Abbassa lo sguardo sulla Jeep, come se la macchina stessa fosse la prova del suo tradimento.
«Ho… ho tutto su una chiavetta. A casa. Video, audio, chat. Anche quelli con l’ispettore. E… sì, la Jeep l’abbiamo presa così. Il tipo del concessionario se l’è scopata due volte sul sedile posteriore mentre io aspettavo fuori. Marco ha organizzato tutto.»
Sorrido. Per la prima volta da giorni.
La conoscenza : La consegna forzata
«Bravo, frocetto. Domani mattina mi porti quella chiavetta. Qui. Stessa ora. E non dire una parola a Marco.»
Matteo annuisce, sconfitto, già con la mano sulla maniglia della Jeep blu per scappare via.
Ma io non ho tempo per i “domani”. Ogni minuto che passa è un minuto in cui Marco può fiutare il pericolo, può minacciare Livia, può far sparire prove o mandare in giro foto per coprirsi il culo.
Faccio un passo avanti, gli blocco la portiera con il corpo. La mia stazza – 190 cm per 105 kg – lo fa indietreggiare di un passo.
«Niente domani» dico, voce bassa e tagliente. «Ora.»
Lui spalanca gli occhi. «Ma… è a casa… Livia è lì con i ragazzi… Marco potrebbe passare…»
«Allora muoviti in fretta.» Gli afferro il polso, non forte abbastanza da fargli male, ma abbastanza da fargli capire che non sto scherzando. «Dammi il telefono. Subito.»
Matteo esita un secondo. Io allungo la mano aperta. Lui tira fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni, me lo porge con dita tremanti.
Lo prendo, attivo la modalità aereo, lo infilo nella tasca interna della mia giacca.
«Così non avvisi nessuno. Ora sali sulla tua Jeep. Io ti seguo con la mia macchina. Vai a casa, prendi la chiavetta, scendi e me la porti. Senza salutare nessuno, senza dire una parola. Se provi a fare il furbo, se chiami Marco dal telefono fisso, se parli con Livia, se urli… ti giuro su Dio che ti spezzo un braccio qui nel parcheggio e poi entro in casa e lo spezzo anche a lei. Chiaro?»
Matteo deglutisce, annuisce freneticamente. «Chiaro… chiaro…»
Sale sulla Jeep blu ibrida, accende il motore con mani che tremano sul volante. Io torno alla mia Volvo, metto in moto e mi metto dietro di lui. Lo seguo a distanza ravvicinata, senza perderlo di vista nemmeno per un secondo. Attraversiamo la città, periferia sud, villetta a due piani medio-borghese. Parcheggio la Volvo poco distante e gli faccio segno di continuare da solo.
Lo vedo entrare nel portone. Io resto in macchina, motore acceso, pronto a intervenire se serve.
Dentro casa, Livia è in cucina con i figli. Sta preparando la cena – pasta al pomodoro, odore di basilico e aglio che arriva fino giù. Sente la chiave girare nella toppa. Matteo entra trafelato, faccia bianca come un lenzuolo, senza salutare nessuno.
«Tesoro? Tutto bene?» chiede Livia, asciugandosi le mani sul grembiule.
Lui non risponde. Sale le scale di corsa, entra in camera da letto, apre il cassetto del comodino con mani convulse. Prende la chiavetta USB nera – quella che tiene nascosta sotto una pila di calzini – la infila nella tasca dei pantaloni e ridiscende di corsa, quasi inciampando.
Livia lo guarda sconcertata. «Matteo? Che cazzo succede?»
Lui non risponde. Esce di casa sbattendo la porta.
Livia rimane immobile per un secondo, poi corre alla finestra del salotto. Scosta appena la tenda, guarda giù nel parcheggio.
Vede la Jeep blu ferma sotto casa. Vede Matteo che corre verso di me, fermo accanto alla Volvo con le braccia conserte. Matteo estrae la chiavetta dalla tasca, me la porge con mano tremante. Io la prendo, la infilo nel mio cellulare, controllo che sia quella giusta, poi gli restituisco il cellulare.
Matteo rientra di corsa nel palazzo, trafelato, sudato, senza alzare lo sguardo.
Livia mi vede. Dietro la tenda, il suo viso è una maschera di confusione, paura e… qualcos’altro. Un lampo di speranza? Di sollievo? O solo terrore puro?
Io la guardo dritto negli occhi per un secondo – abbastanza perché capisca che l’ho vista – poi distolgo lo sguardo. Non è il momento di parlare. Non è il momento di abbracciarla, di rassicurarla, di dirle “sto combattendo per te”. È il momento di agire. Di colpire Marco prima che lui colpisca lei.
Metto in moto la Volvo. La chiavetta è nella mia tasca, calda come un carbone ardente. Contiene tutto: video di Livia con l’ispettore Bianchi, Matteo in ginocchio davanti a Marco, chat dove Marco organizza “incontri” con camionisti e concessionari, persino la registrazione vocale in cui ride dicendo “la Jeep l’abbiamo pagata con il culo di Livia”.
Guido verso casa, il cuore che batte forte.
Marco sta per scoprire che il padrone non è più lui.
E Livia, quando capirà che ho le prove per distruggerlo senza distruggere lei… forse capirà che non sono solo un vecchio porco guardone.
La conoscenza : Il contenuto della chiavetta
Torno a casa con il cuore che batte ancora forte per l’adrenalina. Parcheggio la Volvo nel garage sotterraneo, salgo le scale a piedi per non incrociare nessuno, chiudo la porta a tripla mandata. Solo allora tiro fuori la chiavetta USB nera dalla tasca. La guardo per un secondo come se fosse una bomba a orologeria.
La infilo nella porta USB del pc portatile. Il sistema la riconosce subito: “Drive E: – 16,2 GB liberi di 16,4 GB”. Quasi piena.
Prima cosa: sicurezza. Copio tutto sul cloud. Creo una cartella criptata su un servizio anonimo (Proton Drive, account buttato via, password generata random), avvio il trasferimento. 16 GB non sono pochi, ci mettono una ventina di minuti con la mia connessione. Mentre aspetto, apro il primo file che vedo: un video intitolato “Livia_Bianchi_15-03.mp4”.
Premi play.
La scena è ripresa da un telefono nascosto, inquadratura obliqua, forse dal comodino della camera da letto di Livia e Matteo. Livia è nuda, a quattro zampe sul letto matrimoniale. Andrea Bianchi – l’ispettore capoarea, lo riconosco dalla foto che Roberta mi ha mandato – è dietro di lei, pantaloni calati alle caviglie, la sta scopando con colpi secchi e profondi. Livia geme forte, la testa buttata all’indietro, i capelli biondi appiccicati alla schiena sudata. Non è costretta: le anche si muovono per incontrarlo, le mani stringono le lenzuola, la figa si apre e si chiude intorno al suo cazzo con avidità visibile.
Bianchi le schiaffeggia il culo, ride. “Brava puttana, prendi tutto. Pagamento in natura, eh?”
Livia ansima: “Sì… padrone… usami… riempimi…”
Poi arriva Marco, entra in campo, si slaccia i pantaloni. Le infila il cazzo in bocca mentre Bianchi continua a pompare. Livia succhia con foga, gli occhi lucidi, un misto di lacrime e piacere. Matteo è lì, in un angolo della stanza, seduto su una sedia, pantaloni aperti, si masturba piano guardando la moglie che viene usata dai due.
Il video finisce con Bianchi che le viene dentro, grugnendo, e Marco che le sborra in faccia. Livia ingoia quello che può, il resto le cola sul mento, sul seno. Poi si gira verso Matteo e gli sorride – un sorriso stanco, ma soddisfatto. “Vieni a pulirmi, amore…”
Chiudo il video. Il cazzo mi si è indurito nei pantaloni senza che me ne accorgessi.
Apro un altro file: “Matteo_Marco_oral_22-04”. Matteo in ginocchio in un magazzino del supermercato, Marco in piedi davanti a lui. Matteo gli succhia il cazzo con devozione, gli occhi chiusi, le mani sulle cosce di Marco. Marco gli tiene la testa, gli fotte la bocca lentamente. “Bravo, frocio. Pulisci il cazzo che ha appena sfondato tua moglie.” Matteo geme, si tocca, viene senza nemmeno sfiorarsi.
Altri file. Audio. Marco che parla al telefono con Matteo: “Stasera Livia va con i camionisti del rifornimento. Tre turni, tre cazzi. Tu resti a casa coi ragazzi e ti fai una sega pensando a quanto sperma le riempiranno la figa. Se non obbedisce, niente Jeep. Chiaro?”
E Livia che risponde in un altro audio: “Sì padrone…sono tua, farò la brava puttana… per te… per i soldi… per tutto…”
16 GB di perversione. Scene di Livia costretta a bere piscio da un camionista mentre Marco filma e ride. Livia che viene doppia penetrata da due capoccia della catena, urlando di dolore e piacere. Livia che lecca il culo di Marco mentre Matteo le infila le dita nel culo già dilatato. Livia che beve sperma da un bicchiere dopo che cinque uomini l’hanno usata in un parcheggio. Sempre la stessa cosa: piange, implora, ma poi gode. Gode forte. Gode come una ninfomane che ha trovato la sua droga perfetta: l’umiliazione, la sottomissione, lo sperma altrui che le riempie ogni buco.
In ogni video, in ogni audio, c’è un pattern chiaro.
Livia non è solo vittima.
È complice.
Le piace.
La sua figa si contrae più forte quando la chiamano “puttana da profitto”. Il suo corpo trema di orgasmi multipli quando la trattano come un buco da svuotare. Anche quando piange, anche quando implora “basta”, il suo clitoride è gonfio, la figa bagnata, il respiro accelerato dal piacere più che dalla paura.
Mi appoggio allo schienale della sedia, il cazzo duro che preme contro i pantaloni.
La amo.
La odio.
La voglio salvare.
La voglio possedere esattamente come loro.
La chiavetta è ancora attaccata. Il trasferimento sul cloud è finito. Ho una copia sicura, criptata, irraggiungibile.
Ora devo decidere cosa fare con tutto questo.
Mandare tutto a Marco per terrorizzarlo?
Mandarlo alla moglie Claudia per distruggergli la famiglia?
All’ispettore Bianchi per farlo crollare?
O… tenere tutto come arma finale, e usarlo per costringere Marco a sparire per sempre dalla vita di Livia, lasciandomi campo libero?
E Livia?
Quando le mostrerò questi file – se glieli mostrerò – cosa vedrà nei miei occhi?
Il salvatore?
O solo un altro porco che si eccita guardandola mentre viene usata?
Chiudo il pc.
Il silenzio della casa mi pesa addosso.
Domani decido.
Ma una cosa è certa: non mollo.
Non mollo lei.
Non mollo me stesso.
La conoscenza : Il messaggio notturno
Mi addormento in poltrona con il pc ancora acceso sul tavolino, lo schermo buio ma la chiavetta ancora attaccata come un trofeo velenoso. Il corpo è stanco, la mente un groviglio di rabbia, desiderio e dubbi. Chiudo gli occhi pensando che domani deciderò il colpo finale: una mail anonima alla moglie di Marco con un estratto audio, un’altra all’ispettore Bianchi con la foto di lui che sborra dentro Livia, e magari una chiamata anonima al direttore regionale per far saltare tutto il sistema.
Poi lo smartphone vibra sul bracciolo. Una, due volte. Lo prendo senza accendere la luce. È lei.
Livia
“Gianni, Matteo mi ha detto tutto… mi ha detto che hai tutti i filmati tu poi mi ha chiamato Marco vuole parlarti qui è successo un casino, sono tutti disperati cosa vuoi fare? Ti prego!”
Leggo il messaggio tre volte. Il cuore mi sale in gola. Matteo ha parlato. Ovvio che ha parlato. È un debole, un codardo. Appena rientrato in casa avrà trovato Livia sveglia, l’avrà guardata con gli occhi da cane bastonato e avrà confessato tutto: il vecchio alto e grosso che lo ha minacciato nel parcheggio, il telefono confiscato, la corsa a prendere la chiavetta, la consegna sotto casa.
E Marco… Marco deve averlo chiamato subito dopo. Forse Matteo ha pianto al telefono, forse ha implorato perdono. O forse Marco ha fiutato il pericolo e ha iniziato a fare domande. Comunque sia, ora sanno che ho le prove. Sanno che ho 16 GB di filmati che possono far crollare la loro vita in un clic: famiglia, lavoro, reputazione, tutto.
“Sono tutti disperati”.
Lo immagino: Marco che cammina avanti e indietro in ufficio o a casa sua, sudato, con il telefono in mano, la moglie Claudia che chiede “che c’è?”, le figlie che dormono ignare al piano di sopra. Livia in cucina o in salotto, con i ragazzi già a letto, che fissa lo schermo del telefono con le mani che tremano. Matteo rannicchiato da qualche parte, terrorizzato da entrambi i lati.
E io? Io sono l’unico con il coltello dalla parte del manico.
Ma non mi sento potente. Mi sento… confuso. Eccitato. Spaventato.
Rispondo piano, con le dita che tremano leggermente sullo schermo.
Io
“Livia, dimmi solo una cosa: sei sola? Puoi parlare liberamente?”
Passano due minuti che sembrano eterni.
Livia
“Sì… i ragazzi dormono. Matteo è chiuso in bagno da mezz’ora. Marco ha chiamato cinque minuti fa, era fuori di testa, urlava che se non gli ridai tutto ti distrugge. Dice che ha ancora copie di alcuni video, che può mandarli ovunque. Ma… Gianni… ho paura. Per i miei figli. Per tutto. Cosa vuoi fare?”
Non rispondo subito. Guardo lo schermo buio del pc. La chiavetta è lì, innocua all’apparenza, ma contiene abbastanza veleno da far crollare cinque vite.
Digito.
Io
“Voglio che tu stia al sicuro. Voglio che Marco sparisca dalla tua vita. Per sempre. Non voglio distruggere te, non voglio far soffrire i tuoi figli. Ma non voglio nemmeno che lui continui a usarti come merce. Dimmi tu: vuoi che lo distrugga? O vuoi che lo minacci abbastanza da farlo scappare?”
Un’altra pausa. Lunga.
Livia
“Non lo so… Gianni… una parte di me vuole che finisca tutto. Che torni a essere una mamma normale, una moglie che non trema ogni volta che sente il telefono. Ma l’altra parte… l’altra parte ricorda come godevo quando mi usavano. Come mi sentivo viva, piena, desiderata in quel modo schifoso. Sono malata, Gianni. Sono una puttana malata. E tu… tu mi fai sentire pulita. Ma ho paura che se Marco crolla, io crollerò con lui.”
Le sue parole mi colpiscono come un pugno. È esattamente quello che ho visto nei video. Piangeva, implorava, ma poi veniva con una violenza che non si può fingere.
Io
“Allora ascolta. Non decido io da solo. Domani mattina alle 9 vengo sotto casa tua. Parcheggio nella via laterale, stesso posto di stasera. Tu scendi. Parliamo faccia a faccia. Ti mostro cosa ho. Ti dico il mio piano. Poi decidi tu. Se vuoi che lo distrugga, lo faccio. Se vuoi che lo minaccio e basta, lo faccio. Se vuoi che sparisco… sparisco. Ma non ti lascio sola con loro.”
Livia
“Ok… verrò. Ma Gianni… Marco ha detto che se non gli ridai la chiavetta entro domani sera manderà un video a Claudia e al direttore. Dice che ha ancora copie. È disperato. Potrebbe fare una cazzata.”
Io
“Che faccia pure. Io ho l’originale. E ho già mandato una mail anonima alla moglie e all’ispettore Bianchi. Con un assaggio. Se prova a muoversi, scatterà tutto. Diglielo pure, se ti chiama di nuovo. Digli che il vecchio porco ha già premuto il grilletto.”
Silenzio. Poi un ultimo messaggio.
Livia
“Grazie… ti aspetto domani. Ti prego… non farmi del male.”
Non rispondo. Spengo il telefono. Mi alzo dalla poltrona, le gambe molli.
Domani mattina.
Sotto casa sua.
Faccia a faccia con Livia.
Con le prove in tasca.
Con il mio amore malato e il mio desiderio di proteggerla.
E forse, finalmente, capirò se posso salvarla… o se sono solo un altro porco che vuole possederla.
Mi butto sul letto. Non dormirò stanotte.
La conoscenza : Il messaggio delle 2 di notte
Mi addormento in poltrona verso l’una, esausto, con il pc ancora aperto sulla cartella criptata e la chiavetta che sembra pulsare sul tavolo come un cuore nero. Il sonno è pesante, senza sogni, solo buio denso.
Alle 2:03 il telefono vibra sul bracciolo. Una volta, due. Lo prendo con gli occhi semichiusi, la luce dello schermo mi ferisce.
È lei.
Livia
“Ti amo Gianni, ho voglia di te, voglio essere tua come Donna ma non voglio solo quello non riesco, mi sono appena masturbata ho troppo bisogno di sentirmi anche una Puttana, voglio che tu mi tratti da Puttana non solo da Donna…”
Rileggo. Il cuore mi salta in gola. Le dita tremano mentre apro la chat. Non c’è altro. Solo quelle parole, crude, disperate, sincere.
La immagino lì, nel buio della camera da letto, con Matteo che russa o piange in salotto, i figli che dormono nelle stanze vicine. Le gambe aperte sul letto sfatto, le dita ancora umide tra le cosce, il respiro corto, il telefono in mano mentre scrive a me – l’unico uomo che l’ha fatta sentire pulita e protetta – confessandole che non ce la fa a essere solo “donna”. Che ha bisogno di essere usata, umiliata, riempita come la troia che Marco ha creato in lei.
Il cazzo mi si indurisce all’istante, doloroso nei boxer. Non è solo eccitazione. È rabbia, tenerezza, possesso, tutto insieme.
Scrivo, cancello, riscrivo. Alla fine mando:
Io
“Lo so, Livia. Lo so da quando ti ho vista godere mentre quel bestione ti sfondava davanti a me. Lo so da quando ti ho pulita nel parcheggio e tu hai gemuto piano.
Ti amo anch’io. Ti amo da morire.
Ma se ti tratto solo da donna, tu soffochi. Se ti tratto solo da puttana, tu ti spezzi.
Domani alle 9 vengo sotto casa. Scendi. Parliamo. Ti guardo negli occhi e ti dico esattamente come ti voglio: tutta quanta. La mamma, la donna, la troia affamata di cazzo e di sperma.
Voglio scoparti piano, sussurrandoti che sei bellissima. E voglio scoparti forte, schiaffeggiandoti il culo e dicendoti ‘prendi tutto, puttana mia’.
Voglio che tu sia libera di scegliere quando essere l’una e quando l’altra. Con me. Solo con me.
Ma prima devo far sparire Marco. Per sempre.
Tu resisti stanotte. Toccati pensando a me che ti riempio la figa e ti dico ‘sei mia, troia adorata’.
Domani ti prendo. In tutti i modi.
Dormi ora. O vieni ancora. Ma sappi che sto venendo io da te.”
Invio.
Silenzio per cinque minuti. Poi tre puntini. Sta scrivendo.
Livia
“Sto venendo di nuovo… pensando a te che mi chiami puttana mentre mi baci…
Grazie… ti aspetto domani.
Ti amo… padrone…”
L’ultima parola mi fa quasi venire nei pantaloni senza toccarmi.
Spengo il telefono. Mi alzo, vado in bagno, mi sciacquo la faccia con acqua fredda. Il riflesso nello specchio è un uomo di 60 anni con gli occhi accesi, il cazzo duro, il cuore in subbuglio.
Domani alle 9.
Sotto casa sua.
Con la chiavetta in tasca.
Con il piano pronto.
E con la certezza che non la salverò solo da Marco.
La salverò da se stessa… o la farò diventare esattamente la puttana che vuole essere.
Mia.
Torno in poltrona. Non dormirò più stanotte.
La conoscenza : L’amore libero
Alle 9 in punto sono sotto casa sua, nella via laterale buia, stesso posto di ieri sera. La Volvo spenta, finestrino abbassato, sigaretta in mano anche se non fumo da anni – solo per calmare i nervi. Ho la chiavetta in tasca, il telefono carico, il cuore che batte come a vent’anni.
La vedo scendere dal portone alle 9:03. Jeans attillati, maglione largo che nasconde le curve, capelli raccolti in una coda disordinata, occhiali da sole anche se è nuvoloso. Cammina veloce, guarda intorno come se temesse di essere seguita, poi apre la portiera del passeggero e sale senza dire una parola.
Chiudo la portiera. Accendo il motore. Partiamo piano, verso il solito parcheggio abbandonato alla periferia – quello dove tutto è iniziato.
Silenzio per i primi cinque minuti. Poi lei rompe il ghiaccio, voce bassa, rauca dal pianto notturno.
«Gianni… ho letto i tuoi messaggi. Li ho letti mille volte. E… ho pianto. Ho goduto. Ho avuto paura. Tutto insieme.»
La guardo di sfuggita. Ha tolto gli occhiali. Occhi rossi, gonfi, ma lucidi di qualcosa che non è solo terrore.
«Dimmi cosa vuoi fare con quei video» continua. «Dimmi cosa vuoi fare di me.»
Parcheggio in fondo al piazzale, spengo il motore. Mi giro verso di lei.
«Prima dimmi tu cosa vuoi, Livia. Non cosa ti ha imposto Marco. Non cosa ti ha insegnato il tuo corpo affamato. Cosa vuoi davvero.»
Lei abbassa lo sguardo sulle mani intrecciate in grembo.
«Voglio… voglio essere libera. Voglio svegliarmi la mattina senza paura che qualcuno mi chiami “puttana” per obbligarmi a spalancare le gambe. Voglio essere una mamma che bacia i figli prima di scuola senza avere il sapore di sperma sconosciuto in bocca. Voglio sentirmi pulita.»
Pausa. Respira profondo.
«Ma… voglio anche sentirmi sporca. Voglio sentirmi desiderata in quel modo animalesco, selvaggio, senza ritegno. Voglio che qualcuno mi prenda forte, mi schiaffeggi, mi riempia, mi umili… e poi mi abbracci dopo, mi baci la fronte e mi dica che sono bellissima lo stesso. Voglio entrambe le cose. Non riesco a scegliere. E ho paura che se scelgo una, l’altra mi mancherà da morire.»
La guardo negli occhi. Le prendo il viso tra le mani, piano.
«Allora non scegliere.»
Lei sbatte le palpebre.
«Sii tutto. Sii la mia compagna. La mia donna. La mia schiava quando ne hai bisogno. Il mio alter ego quando vuoi essere selvaggia. E io sarò lo stesso per te. Ti amerò teneramente quando vorrai coccole e baci lenti. Ti scoperò con dolcezza quando vorrai sentirti amata nel profondo. E ti tratterò da puttana quando la tua figa urlerà di essere usata, riempita, umiliata. Ti lascerò farti scopare da chi vuoi – camionisti, sconosciuti, amici miei, chiunque – con la mia totale complicità. Ti guarderò mentre godi sotto un altro, ti pulirò dopo con la lingua se vorrai, ti fotterò io subito dopo per ricordarti che alla fine torni sempre da me. Senza gelosia. Senza possesso malato. Solo amore libero.»
Le lacrime le rigano le guance. Ma sorride, un sorriso piccolo, tremante.
«Senza tabù? Senza filtri?»
«Senza tabù. Senza filtri. L’amore deve essere libertà, Livia. Deve dare libertà, non toglierla. Deve lasciarti essere la mamma dolce la mattina, la donna innamorata la sera, la troia ninfomane a notte fonda. E io sarò lì per ogni versione di te. Ti amerò porco quando vorrai essere porca. Ti amerò dolce quando vorrai essere fragile. L’importante è che sia amore. Vero. Libero.»
Lei si china verso di me. Mi bacia. Un bacio lento, profondo, bagnato di lacrime. Poi si stacca, mi guarda negli occhi.
«Allora… distruggi Marco. Distruggi tutto quello che ci tiene incatenati. Ma fallo in modo che non ci sia ritorno per lui… e che noi possiamo ricominciare puliti.»
Annuisco.
«Ho già mandato messaggi anonimi alla moglie e all’ispettore. Ho la chiavetta originale. Ho Matteo terrorizzato. Oggi pomeriggio chiamo Marco. Gli dico che ho tutto. Gli do 24 ore per sparire: dimettersi, lasciare la città, mollare ogni contatto con te e con la catena. Se non lo fa, mando tutto: alla moglie, al direttore, alla polizia se serve. E se prova a vendicarsi mandando copie… beh, io ho l’originale. E tu hai me.»
Lei appoggia la fronte contro la mia.
«Ti amo, Gianni. Porco e dolce insieme.»
Rido piano, le bacio il naso.
«Ti amo anch’io, puttana adorata. Donna mia.»
Accendo il motore. Torniamo verso casa sua. Ma stavolta non è più la sua prigione. È solo un punto di partenza.
Da oggi in poi, saremo liberi.
Di amarci teneramente.
Di scoparci selvaggiamente.
Di lasciarci essere tutto quello che vogliamo, istante per istante.
Senza catene.
Senza padrone.
Solo noi due.
E l’amore libero che abbiamo sempre entrambi desiderato, che ci siamo meritati.
La conoscenza : L’equilibrio
Torniamo verso casa sua in silenzio, ma è un silenzio diverso. Non più di paura. È carico di elettricità, di promesse, di un futuro che stiamo costruendo insieme, mattone dopo mattone, perversione dopo tenerezza.
Parcheggio di nuovo nella via laterale. Livia non scende subito. Si gira verso di me, mi prende la mano e la stringe forte.
«Gianni… dobbiamo trovare un equilibrio. Non voglio un altro padrone. Non voglio catene, nemmeno dorate.»
Annuisco. «Dimmi come lo vedi tu.»
Lei respira profondo, gli occhi azzurri che brillano di una luce nuova.
«Matteo resta mio marito di facciata. Per i figli, per la scuola, per i vicini. Nessuno deve sapere. Ma da oggi in poi deve rispettarmi. Niente più umiliazioni gratuite, niente più ordini, niente più “prestami tua moglie”. Se prova a toccarmi senza il mio consenso, o se solo alza la voce… tu intervieni. E lui sa già cosa rischia. La chiavetta è nelle tue mani.»
«Va bene» dico piano. «Matteo sarà solo un nome sul campanello. Niente di più.»
Livia continua, la voce che si scalda.
«E io… io sarò libera. Potrò frequentare tutti gli uomini che voglio. Camionisti, sconosciuti, amici… chiunque mi faccia bagnare la figa. Ma non più per obbligo, non più per ricatto. Solo perché mi va. E tu… tu sarai sempre lì. Il mio complice. Il mio porco preferito. Sceglieremo insieme i maschi, li guarderemo, li porteremo in macchina, in motel, a casa tua. Tu mi vedrai mentre mi fanno godere, mentre mi riempiono, mentre mi trattano da troia… e poi mi riprenderai tu, mi bacerai, mi dirai che sono bellissima anche quando ho il viso sporco di sperma.»
Mi sorride, un sorriso malizioso e tenero insieme.
«Quando vorrò essere mamma e la tua donna, sarò solo tua. Ti preparerò la cena, ti abbraccerò sul divano, ti farò l’amore dolcemente, lentamente, guardandoti negli occhi. Ti darò tutta me stessa, il cuore e il corpo. Ma quando la mia figa urlerà di essere usata… sarai tu a portarmi dove voglio, a guardarmi mentre mi apro, a partecipare se ti va. Sarai il mio alter ego porco. Sarai tutto.»
Le accarezzo il viso, le passo il pollice sulle labbra.
«Esatto. Amore libero. Amore sincero. Senza tabù, senza filtri. L’amore deve dare libertà, non toglierla. Sarà porco quando vorrai essere porca. Sarà dolce quando vorrai essere fragile. E sarà sempre nostro.»
Lei mi bacia, piano, poi più forte. Un bacio che sa di lacrime passate e di futuro bagnato.
«C’è solo una cosa» aggiungo, sorridendo. «Roberta. La donna che mi ha aiutato. Quella che ha trovato i nomi, gli indirizzi, che ha fatto le telefonate. Ha un debole per me da quindici anni. E ora vuole incontrarti. Vuole vedere in faccia la “troia ninfomane” che mi ha fatto perdere la testa. E… vuole giocare. A casa mia. Noi tre.»
Livia alza un sopracciglio, un lampo di curiosità misto a gelosia e eccitazione.
«Roberta… la tua ex amante esibizionista? Quella dei pescatori?»
«Esatto. È bella, 55 anni, ancora una bomba. E ha detto che vuole vederti. Che magari… diventiamo un trio. O qualcosa di più forte.»
Livia resta in silenzio un secondo, poi ride piano, un riso basso e caldo.
«Portami da lei. Voglio conoscerla. Voglio vedere se la sua figa è affamata come la mia. Voglio vedere se riusciamo a farla impazzire insieme. E se… mi piace… magari la facciamo diventare la nostra terza. O la nostra complice porca quando vogliamo qualcosa di diverso.»
Le stringo la mano.
«Allora stasera. A casa mia. Ore 21. Solo noi tre. Niente fretta. Niente regole. Vediamo cosa succede. Magari vi guarderò mentre vi esplorate. Magari vi scoperò entrambe. Magari vi farò venire mentre vi baciate. O magari diventerà qualcosa di ancora più forte… qualcosa che non abbiamo mai provato.»
Livia mi bacia di nuovo, più famelica.
«Vado a casa adesso. Devo preparare i ragazzi e dire a Matteo che da oggi le cose cambiano. Poi stasera… vengo da te. Con Roberta. E vediamo quanto possiamo essere liberi.»
Scende dalla macchina. Prima di chiudere la portiera si gira.
«Ti amo, Gianni. Come donna. Come puttana. Come tutto.»
«Ti amo anch’io, Livia. Libera. Mia. Nostra.»
La guardo rientrare. Poi accendo il motore e mando un messaggio a Roberta.
Io
“Stasera ore 21 da me. Porta vino e voglia di giocare. Livia viene. E vuole conoscerti… molto da vicino. Preparati. Sarà forte.”
Roberta risponde in trenta secondi.
Roberta
“Finalmente. Non vedo l’ora di vedere se la tua nuova troia regge il confronto con me. Porta anche tu qualcosa di duro. Ci vediamo stasera, porco.”
Sorrido. Il cerchio si chiude.
Matteo resta il marito di facciata.
Livia sarà libera di essere tutto ciò che vuole.
Io sarò il suo uomo, il suo complice, il suo porco, il suo rifugio.
E stasera… stasera a casa mia, con Roberta, scopriremo quanto può essere bello, sporco, dolce e selvaggio un amore veramente libero.
La conoscenza : L’arrivo anticipato di Roberta
Ore 20:00 in punto. Il campanello suona con insistenza. Guardo l’orologio: Livia arriverà solo tra un’ora. Chi può essere?
Apro la porta e resto senza fiato.
Roberta è lì, in anticipo di un’ora intera, e mi spiazza completamente.
È bellissima. Terribilmente, pericolosamente bellissima. Si è fatta i capelli castani chiaro, tagliati con quel caschetto scalato che le incornicia il viso in modo perfetto. Sembra Sharon Stone ai tempi di Basic Instinct: stessi occhi grigio-verdi enigmatici e penetranti, stesso sorriso appena storto che promette guai, stesso portamento da donna che sa esattamente quanto vale. Indossa una camicetta di seta bianca semi-trasparente, sbottonata quel tanto che basta per lasciar intravedere il pizzo nero del reggiseno, e una gonna stretta nera che le fascia i fianchi generosi e il culo ancora sodo. Tacchi alti. Profumo caldo, speziato, che mi entra subito nel sangue.
Appena entro, mi colpisce il suo profumo e la sua presenza fisica. Il cazzo – già un po’ gonfio per il Cialis che ho preso preventivamente – guizza violentemente nei pantaloni, diventa duro in un secondo, teso contro la stoffa.
«Stronzo… mille volte stronzo!» esclama lei con voce bassa e roca, un sorriso cattivo e affamato sulle labbra.
Non mi dà il tempo di rispondere. Entra, chiude la porta con un calcio e mi si butta addosso. Mi bacia con una fame feroce, la lingua che cerca la mia senza preliminari, le mani che mi afferrano la nuca. Il suo seno pieno preme contro il mio petto; sento i capezzoli duri come chiodi che spingono attraverso la seta sottile.
Oddio, che voglia.
La abbraccio forte, le mani che scivolano subito sulla sua schiena, poi sul culo, stringendolo con possesso. La bacio con quella passione profonda, viscerale, che esiste solo tra amanti che hanno un vissuto insieme: un misto di nostalgia, complicità, desiderio represso per anni e adesso finalmente libero. È come tornare a casa dopo tanto tempo. Sapevo che era bello stare con lei, ma non ricordavo che fosse così intenso, così totale, così voluto.
Ci stacchiamo solo per respirare. Lei ha le labbra gonfie, gli occhi lucidi di eccitazione.
«Lo sai che ti odio?» mormora contro la mia bocca, mordendomi il labbro inferiore. «Ti odio perché mi hai chiamata per aiutarti a conquistare un’altra troia… e adesso sono qui, bagnata fradicia, gelosa marcia, e con una voglia pazzesca di fartela pagare.»
Le stringo il culo più forte, la tiro contro di me così sente quanto sono duro.
«Gelosa?» le sussurro all’orecchio, la voce rauca. «O eccitata all’idea di conoscerla? Di vederla mentre ti guardo mentre la scopo? Di farla impazzire insieme a me?»
Roberta ride, un riso basso e sporco. Mi infila una mano tra le gambe, stringe il mio cazzo attraverso i pantaloni.
«Tutte e due le cose, stronzo. Voglio vederla in faccia, questa Livia. Voglio capire se la sua figa è davvero così affamata come dici. E poi… voglio che ci guardi mentre ti scopo io per prima. Voglio ricordarti chi è stata la tua troia per anni prima che arrivasse lei.»
Mi bacia di nuovo, più lento stavolta, ma più profondo. Le sue dita mi slacciano la cintura con gesti esperti.
«Abbiamo un’ora tutta per noi prima che arrivi la bionda» mormora, mordendomi il collo. «Voglio che mi scopi forte, Gianni. Qui, contro il muro. Voglio che mi ricordi quanto ti piace quando una donna ti si arrende completamente… prima di dividerla con un’altra.»
Il suo seno preme contro di me, i capezzoli durissimi. Sento il suo calore, il suo odore, la sua voglia antica e nuova insieme.
La spingo contro il muro dell’ingresso, le alzo la gonna con una mano mentre con l’altra le stringo un seno.
«Allora cominciamo, Sharon» le dico con un sorriso malizioso, chiamandola con il soprannome che le davo quindici anni fa.
Lei ride, mi morde il labbro.
«Fammi vedere se questo vecchio porco sa ancora come far urlare una vera troia… prima che arrivi la nuova.»
E in quell’istante, mentre le infilo due dita dentro e la sento già fradicia, capisco che la serata sarà molto, molto più forte di quanto avessi immaginato.
Livia sta per arrivare.
Ma prima… Roberta reclama il suo posto.
E io non ho nessuna intenzione di negarglielo.
La spingo contro il muro dell’ingresso con forza controllata. Roberta emette un gemito basso, di gola, e subito aggrappata a me mi avvolge la vita con una gamba, aprendo completamente le cosce. Non porta mutandine. La sua figa è lì, nuda, gonfia, lucida di umori, già aperta e invitante. L’odore caldo e dolce della sua eccitazione mi arriva dritto al cervello.
La sollevo senza sforzo – le mani sotto le sue chiappe sode – e lei mi circonda anche con l’altra gamba, incrociando le caviglie dietro la mia schiena. Il mio cazzo, duro come marmo grazie al Cialis e soprattutto grazie a lei, trova subito la strada.
La guardo negli occhi mentre la cappella preme tra le sue grandi labbra bagnate. Lei socchiude le palpebre, manda leggermente indietro la testa e dischiude la bocca in un sospiro tremante.
«Prendimi…» sussurra.
Entro in lei con un colpo solo, profondo, deciso. Scivolo letteralmente dentro la sua vagina calda, bagnata, stretta e al tempo stesso accogliente, fino in fondo. Le sue grandi labbra mi avvolgono come un invito osceno, bagnate e vogliose. Roberta inarca la schiena contro il muro, un gemito lungo e rauco le esce dalle labbra.
«Cazzo… sì…»
Le bacio il collo, lo lecco, lo mordo piano mentre il mio corpo risponde con fame. Inizio a scoparla ritmicamente, premendola contro la parete. Ogni colpo la solleva leggermente da terra, poi la sbatte di nuovo contro il muro con violenza famelica. Il suono della carne che sbatte, il rumore bagnato del mio cazzo che entra e esce dalla sua figa fradicia, i suoi gemiti che diventano sempre più forti riempiono l’ingresso.
«Più forte… scopami più forte, stronzo…» ansima lei, le unghie che mi graffiano la schiena attraverso la camicia.
Accelero. La sbatto contro il muro con colpi profondi, quasi brutali, il bacino che sbatte contro il suo, il cazzo che le arriva fino in fondo ogni volta. I suoi seni pesanti rimbalzano tra noi, i capezzoli durissimi che sfregano contro il mio petto. La tengo sollevata, le mani piantate nelle sue chiappe, aprendole ancora di più mentre la penetro senza pietà.
Roberta getta la testa indietro, la bocca spalancata in un grido silenzioso, gli occhi semi-chiusi dal piacere. La sua figa si contrae ritmicamente intorno al mio cazzo, stringendomi come se non volesse più lasciarmi uscire.
«Oddio… Gianni… così…. così… si… mi stai sfondando…»
Le mordo il collo più forte, le sussurro all’orecchio con voce roca:
«Sei ancora la mia troia… senti come ti prendo? Come ti riempio? Tra poco arriverà Livia… e io ti avrò già riempita prima di lei…»
Roberta geme più forte, la gamba che mi stringe ancora di più, la figa che pulsa intorno al mio cazzo. Sento che sta per venire, il suo corpo che si tende come una corda.
«Vieni… vieni per me, Sharon… fammi sentire quanto mi sei mancata…»
Lei trema violentemente, un urlo strozzato le esce dalla gola mentre l’orgasmo la travolge. La sua figa si contrae a spasmi intorno al mio cazzo, bagnandomi ancora di più, spremendomi dentro di lei. La tengo premuta contro il muro, continuando a pompare mentre viene, prolungando il suo piacere fino a farla tremare tutta.
Quando si calma, ancora ansimante, mi guarda con gli occhi lucidi e un sorriso malizioso.
«Adesso tocca a te… riempimi, Gianni. Sborrami dentro prima che arrivi la tua nuova puttana… così quando lei entrerà sentirà il mio odore su di te… e saprà chi è stata qui per prima.»
Le sue parole mi fanno perdere il controllo.
Accelero di nuovo, colpi secchi, profondi, animaleschi. Pochi secondi dopo vengo dentro di lei con un grugnito rauco, fiotti caldi e densi che la riempiono fino in fondo. Continuo a spingere mentre sborro, svuotandomi completamente nella sua figa calda e pulsante.
Restiamo così, contro il muro, ansimanti, sudati, il mio cazzo ancora dentro di lei, il mio sperma che inizia già a colarle lungo le cosce.
Roberta mi bacia piano, mordicchiandomi il labbro.
«Ben tornato a casa, amore…»
Sorrido, ancora dentro di lei.
«Ben tornata anche tu…»
Guardo l’orologio. Mancano venti minuti all’arrivo di Livia.
E la serata è appena cominciata.
Il cellulare vibra sul mobile dell’ingresso.
Lo prendo con una mano, senza uscire da lei. Leggo il messaggio di Livia.
Livia
“Amore perdonami ma qui c’è una situazione pazzesca. Matteo non riesce a smettere di piangere e devo guardare i ragazzi, non capiscono perché il padre è così disperato, chiuso in bagno che singhiozza. Il suo mondo gli è crollato. Questo pirla è veramente innamorato di Marco, era la sua guida, il suo mentore, lui dipendeva da lui. Gli ha mandato un messaggio di fuoco, lo vuole distruggere, lo vuole eliminare… Ti prego perdonami ma non riesco a venire, prima di tutto devo cercare di contenere la situazione. Ti amo, ti prego non fare venire la tua amica, sono gelosa se non ci sono anch’io. Appena posso ti chiamo.”
Resto immobile per qualche secondo, il cazzo ancora mezzo duro dentro Roberta.
Lei se ne accorge subito dal mio corpo che si irrigidisce.
«Che succede?» chiede, la voce ancora arrochita dal piacere.
Le passo il telefono senza dire niente. Legge. Quando arriva alla fine, un lampo di soddisfazione le attraversa gli occhi.
«Ah… la principessa puttana non viene» mormora con un sorrisetto cattivo. «Il marito frocio sta avendo una crisi esistenziale perché gli hanno tolto il suo padrone. Che tenero.»
Mi esce un sospiro pesante. Esco lentamente da lei, il mio seme che le cola abbondante lungo la coscia. Roberta non fa niente per fermarlo; anzi, allarga un po’ le gambe come per farmi vedere meglio.
«Gianni…» dice piano, passandomi le dita tra i capelli. «Questa è la realtà. Non è una favola. Livia ha una famiglia incasinata, un marito innamorato del suo carnefice, due figli che non capiscono niente. E tu… tu vuoi salvarla, scoparla, amarla, condividerla… tutto insieme.»
Mi guarda negli occhi, seria per un momento.
«Ma stasera lei non viene. E io sono qui. Bagnata del tuo sperma, eccitata da morire, gelosa da impazzire… ma anche felice che sia successo. Perché significa che per stasera sei solo mio.»
Si avvicina, mi bacia piano sul collo, poi più giù, sul petto.
«Lascia che si occupi della sua crisi familiare. Tu hai fatto abbastanza per oggi. Hai preso la chiavetta, hai messo paura a tutti. Adesso… lascia che sia io a prendermi cura di te.»
Mi prende per mano e mi porta verso il divano. Si siede, apre le gambe senza vergogna, mostrandomi la sua figa ancora gonfia e lucida del mio sperma.
«Vieni qui. Leccami. Puliscimi mentre aspettiamo che ti richiami. E dopo… scopami di nuovo. Piano questa volta. Come facevamo una volta, quando avevamo tutta la notte.»
Si morde il labbro, gli occhi che brillano.
«E domani… quando Livia sarà libera, quando avrà sistemato quel casino… allora sì, la faremo venire qui. E vedremo se è davvero gelosa come dice. Perché io non ho nessuna intenzione di sparire, Gianni. Voglio far parte di questo vostro “amore libero”. Voglio essere la terza quando vi va. Voglio guardarti mentre la scopi. Voglio che lei mi guardi mentre ti scopo io. Voglio tutto.»
Si sdraia meglio sul divano, le gambe spalancate, un dito che scivola tra le grandi labbra bagnate.
«Allora? Vieni a leccare la tua troia storica… o preferisci startene lì a pensare a lei mentre piange per il marito frocio?»
La guardo. Il cazzo mi si sta indurendo di nuovo.
Livia ha bisogno di tempo.
Matteo sta crollando.
Marco probabilmente sta già preparando la sua mossa disperata.
Ma stasera… stasera Roberta è qui, calda, disponibile, gelosa, golosa e complice allo stesso tempo.
Mi inginocchio tra le sue cosce. Le bacio l’interno della gamba, salendo piano verso la sua figa stillante.
«Stasera sei solo mia» mormoro contro la sua pelle.
Lei ride piano, mi afferra i capelli.
«Bravo, stronzo. E domani… vedremo chi di noi due sarà più puttana.»
La mia lingua trova il suo clitoride gonfio mentre il telefono resta silenzioso sul tavolino.
Per stanotte, il mondo fuori può aspettare.
Sono ancora in ginocchio tra le sue cosce aperte, la lingua che le lecca lentamente la figa gonfia e piena del mio sperma, quando Roberta mi afferra i capelli con più forza e mi tira su il viso.
Ha gli occhi lucidi, le guance arrossate, il respiro ancora corto. Ma c’è qualcosa di nuovo nella sua voce: una determinazione selvaggia, quasi feroce.
«Gianni… ascoltami bene» dice, la voce bassa e calda. «D’ora in poi devi portare anche me a scopare con gli altri uomini. Voglio essere anch’io una puttana affamata di cazzi e sborra. Voglio umiliarti e farti leccare litri di sperma che riempiranno la mia figa. Voglio anch’io essere tua… e guardarti fisso negli occhi mentre altri mi monteranno e godrò come una cagna con loro!»
Resto immobile, il mento bagnato del mio stesso seme misto ai suoi umori. Lei continua, senza lasciarmi il tempo di rispondere.
«Una sera, con un collega di mio marito, siamo stati in un club privé di Milano. Ho goduto come una vacca a farmi scopare da tre ragazzi infoiati mentre lui, poverino, pensava di avermi tutta sua… e invece si è dovuto accontentare di un pompino alla fine, seduto in un angolo a guardare. Sono anch’io una vera troia in calore!»
Fa una pausa, mi accarezza la guancia con il pollice, quasi tenera.
«Non te l’ho mai detto perché ti saresti ingelosito. Ma ora… ora che hai deciso di vivere questo amore libero con Livia… voglio che sia lo stesso anche per me. Voglio essere la tua troia storica. Voglio che ci porti entrambi a caccia di cazzi. Voglio che ci guardi mentre ci fanno godere. E voglio guardarti mentre lecchi via tutto quello che mi lasciano dentro.»
Le sue parole mi colpiscono come una scarica elettrica. Il cazzo, che si stava calmando, torna a gonfiarsi dolorosamente.
Roberta se ne accorge e sorride, maliziosa.
«Vedi? Ti eccita. Ti eccita da morire l’idea di avere due puttane vere al tuo fianco. Due troie che ti amano, che ti vogliono, ma che hanno bisogno di essere sfondate, riempite, umiliate… e poi tornare da te a farsi coccolare.»
Si siede meglio sul divano, mi tira su fino a farmi sedere accanto a lei. Mi prende il viso tra le mani e mi bacia piano, assaporando il gusto di sé stessa sulle mie labbra.
«Io non voglio rubarti a Livia. Voglio far parte di questo. Voglio che noi tre troviamo un equilibrio sporco e bellissimo. Tu sarai il nostro uomo, il nostro complice, il nostro rifugio. E noi due… saremo le tue puttane. Libere. Affamate. Tua.»
Mi guarda dritto negli occhi, seria per un momento.
«Ma devi essere pronto, Gianni. Perché io non sono come Livia. Io non ho figli, non ho un marito da gestire, lui fa la sua vita. Io posso essere molto più estrema. Voglio club, parcheggi, motel, gang bang se mi va. Voglio che tu mi porti e mi guardi mentre vengo usata. E poi voglio che mi scopi tu dopo, sporca e piena, dicendomi che sono la tua troia preferita.»
Si morde il labbro, la voce che diventa un sussurro roco.
«E quando Livia sarà pronta… voglio che ci guardiamo mentre ci scopiamo a vicenda. Voglio leccarle la figa mentre tu la prendi da dietro. Voglio che lei mi lecchi mentre tu mi riempi. Voglio tutto. Senza gelosia. Senza limiti. Solo desiderio e amore libero.»
Mi bacia di nuovo, più profondo, più possessivo.
«Allora? Accetti anche me in questo vostro gioco? Vuoi due troie invece di una?»
Il telefono resta silenzioso sul tavolino. Livia è lontana, occupata con il suo casino familiare.
Ma qui, sul mio divano, Roberta è nuda, bagnata, sincera e pericolosamente eccitata.
E io… io sento che il cerchio si sta allargando.
Due donne.
Due puttane.
Due amori diversi.
E un solo uomo che le vuole entrambe, esattamente così come sono.
Le accarezzo il viso, le bacio la fronte sudata.
«Accetto, Roberta. Ti voglio anch’io. Tutta. Porca, libera, estrema.
Stasera sei mia. Domani… vedremo come far entrare anche Livia in questo nostro piccolo inferno paradisiaco.»
Lei sorride, vittoriosa, e mi spinge di nuovo giù tra le sue cosce.
«Bene. Allora continua a leccare, amore. Puliscimi per bene… perché voglio venire ancora prima che Livia ti richiami.»
E mentre la mia lingua affonda di nuovo nella sua figa calda e piena del mio sperma, capisco che la serata non è finita.
È solo diventata molto, molto più grande.
Ho il cazzo che mi scoppia ancora.
Il pensiero di essere il porco di Roberta, di portarla anche lei a farsi montare selvaggiamente da altri maschi, di guardarla mentre gode come una cagna in calore… mi eccita da impazzire. Sapendo che Livia non verrà stasera, sento un bisogno primitivo, quasi animalesco: voglio sborrare dentro questa meravigliosa puttana, voglio sentirla mia, solo mia, almeno per queste ore.
«Alzati» le ordino con voce rauca.
Roberta obbedisce con un sorriso obliquo, gli occhi che brillano di sfida e desiderio. Si mette alla pecorina sul divano, in ginocchio, il culo alto e offerto, la schiena inarcata. Le sue grandi labbra sono ancora gonfie e lucide del mio sperma misto ai suoi umori.
Mi inginocchio dietro di lei. Le apro le chiappe con entrambe le mani e ci affondo la faccia. Le lecco il culo con avidità, la lingua che gira intorno al buchetto rosa e stretto, lo bacio, lo succhio. Roberta geme forte, spinge indietro il sedere contro la mia bocca.
«Cazzo… sì… leccami il culo…»
Non mi basta. Le infilo due dita nella figa ancora piena, le giro dentro raccogliendo il mio sperma, poi le tiro fuori e gliele spingo piano nel buchetto. Roberta ansima, il corpo che trema.
«Stai ferma» le ordino.
Vado in cucina, prendo il burro dal frigo, scarto tutto il panetto e me ne spalmo sulle dita fino a farle diventare lucide e scivolose. Torno da lei. Il cazzo mi pulsa dolorosamente, la cappella viola e gonfia.
Le massaggio il buchetto con le dita imburrate, lo apro piano, ci infilo prima un dito, poi due, poi tre, lubrificandola bene dentro. Roberta geme più forte, il culo che si contrae intorno alle mie dita.
«Oddio… Gianni… sì… preparami…»
Con l’altra mano mi spalmo il burro anche sulla cappella e sull’asta, rendendola lucida e scivolosa. Mi posiziono dietro di lei, il cazzo premuto contro il suo buchetto stretto.
«Voglio incularti» le dico con voce bassa e possessiva. «Voglio possederti. Voglio sentirti mia.»
Spingo piano ma deciso. La cappella forza l’anello stretto, entra con un piccolo “pop”. Roberta emette un gemito lungo, rauco, la testa che si abbassa sul cuscino del divano.
«Cazzo… è grosso… vai piano…»
Ma io non voglio andare piano. Voglio possederla. Spingo più forte, scivolando dentro di lei centimetro dopo centimetro, fino a seppellirmi completamente nel suo culo caldo e stretto. Quando sono tutto dentro, resto fermo un attimo, godendomi la sensazione di averla completamente mia.
Poi inizio a muovermi. Prima piano, poi sempre più forte. La scopo con colpi profondi, decisi, il bacino che sbatte contro le sue chiappe. Ogni spinta la fa sobbalzare, i suoi seni pesanti che oscillano sotto di lei. Roberta urla di piacere, il culo che si contrae ritmicamente intorno al mio cazzo.
«Più forte… sfondami il culo… fammi sentire che sono tua puttana!»
Le afferro i fianchi con forza, la tiro verso di me mentre spingo. La sbatto senza pietà, il suono della carne che sbatte riempie la stanza insieme ai suoi gemiti sempre più acuti. Le infilo una mano sotto, le trovo il clitoride gonfio e lo massaggio con le dita ancora unte di burro.
Roberta viene violentemente, il culo che pulsa e stringe il mio cazzo come una morsa, un urlo selvaggio che le esce dalla gola. Il suo orgasmo è così intenso che le cedono le braccia e si accascia sul divano, il culo ancora alto, offerto.
Non resisto più.
Accelero, colpi brutali, profondi. Grugnisco come un animale mentre vengo dentro di lei, fiotti caldi e densi che le inondano il culo. Continuo a spingere mentre sborro, svuotandomi completamente dentro il suo intestino, marchiandola come mia.
Quando finisco resto dentro di lei, ansimante, sudato, il cuore che martella.
Roberta gira la testa di lato, mi guarda con un sorriso stanco e soddisfatto.
«Ecco… questa è la tua puttana storica» mormora. «E da oggi… voglio che mi tratti esattamente così. Ogni volta che ne avrai voglia.»
Le do un ultimo bacio sulla schiena sudata, ancora sepolto dentro il suo culo.
«Sarai trattata esattamente così… e anche peggio, troia mia.»
Il telefono resta silenzioso.
Livia è lontana, occupata con il suo dramma familiare.
Ma qui, sul mio divano, Roberta è piena del mio sperma, il culo rosso per le mie spinte, e sorride come una regina che ha appena reclamato il suo trono.
E io… io mi sento vivo come non mi sentivo da anni.
Ci buttiamo sul divano ancora ansimanti, sudati, i corpi caldi e appiccicosi. Roberta si accoccola contro di me, la testa sul mio petto, una gamba gettata sopra la mia. Il suo culo ancora rosso e leggermente aperto lascia colare piano il mio sperma che le scivola lungo la coscia interna.
Le mie dita scendono piano lungo il suo corpo, accarezzano la curva del seno, il ventre morbido, poi arrivano alla vulva gonfia e arrossata. È bellissima: grandi labbra tumide, ancora lucide, aperte come un fiore dopo la tempesta. Gliele sfioro delicatamente, poi infilo due dita dentro di lei con dolcezza. Subito vengo avvolto da un lago caldo di umori femminili e del mio stesso sperma. È denso, cremoso, scivoloso.
Raccolgo quella miscela calda con le dita e me la porto lentamente alla bocca. Assaggio il sapore salato-acido del suo piacere mescolato al mio.
Roberta mi guarda con occhi famelici.
«Non solo tu…» sussurra con voce roca.
Mi prende il polso, guida le mie dita bagnate alle sue labbra e le lecca con avidità, succhiandole una dopo l’altra, pulendole con la lingua. Geme piano mentre lo fa, come se quel sapore fosse il nettare più buono del mondo.
Poi ci baciamo.
È un bacio diverso da tutti gli altri di stasera: non più feroce, non più animale. È un bacio profondo, lento, goloso. Limoniamo come due ragazzini che si sono appena scoperti, le lingue che si intrecciano, che giocano, che si cercano. Ci assaporiamo a vicenda, il gusto del nostro sesso, del nostro sperma, del nostro sudore che si mescola nelle bocche. Le mie dita ancora bagnate le accarezzano il viso, le sue mi stringono la nuca.
Roberta sorride contro le mie labbra, un sorriso tenero e sporco allo stesso tempo.
«Cazzo, Gianni… mi fai sentire di nuovo una ragazzina» mormora tra un bacio e l’altro. «Una ragazzina troia, ma pur sempre una ragazzina.»
La stringo più forte contro di me, una mano che le accarezza piano la schiena, l’altra che resta tra le sue cosce, le dita che entrano ed escono dolcemente dalla sua figa ancora pulsante.
«Sei la mia troia» le sussurro sulla bocca. «La mia troia storica. E da oggi sarai libera di essere esattamente quello che vuoi… con me.»
Lei mi bacia di nuovo, più morbida, più profonda. Le nostre lingue danzano lente, pigre, assaporando ogni secondo.
Restiamo così per un tempo lunghissimo: abbracciati sul divano, nudi, sporchi, sudati, a limonare come due adolescenti innamorati e porci allo stesso tempo. Ogni tanto una mia dito scivola dentro di lei, raccoglie altro sperma e umori, e ce lo passiamo tra le bocche con piccoli gemiti complici.
Fuori è notte fonda.
Livia è lontana, alle prese con il suo dramma familiare.
Marco probabilmente sta impazzendo.
Matteo sta piangendo in bagno.
Ma qui, sul mio divano, ci siamo solo io e Roberta.
Due corpi caldi.
Due cuori che battono forte.
Due troie… no, una troia storica e il suo porco di sempre.
E per stasera va benissimo così.
Ci addormentiamo così, abbracciati sul divano, nudi e ancora appiccicosi, i corpi intrecciati in un groviglio caldo e soddisfatto. Roberta ha la testa sul mio petto, una gamba gettata sopra di me, il respiro lento e regolare contro la mia pelle. Il suo profumo, il suo calore, il leggero odore di sesso che ancora aleggia nell’aria… è stranamente confortante.
Poi, verso le tre di notte, il telefono squilla.
Il suono è insistente, tagliente nel silenzio della casa. Lo prendo dal tavolino, il display illumina la stanza buia. È Livia.
Rispondo subito, la voce ancora impastata di sonno.
«Amore…»
«Gianni…» La sua voce è esausta, rotta, quasi un sussurro. Sento che sta piangendo. «Scusami… scusami tanto. Questa sera sono distrutta. Mio marito… Matteo non smette di piangere. È chiuso in bagno da ore, singhiozza come un bambino. I ragazzi si sono svegliati, non capiscono cosa stia succedendo, mi chiedono perché papà sta così male. E poi… i messaggi e le telefonate continue di Marco. È disperato, perso. Mi ha scritto che vaga in auto da ore, che non sa più dove andare. Dice che vuole farla finita, che senza di noi non gli resta niente… Ho paura che tenti qualcosa di brutto, Gianni. Ho davvero paura.»
Resto in silenzio per un secondo. Roberta si sveglia accanto a me, solleva la testa e mi guarda con occhi interrogativi, ancora mezza addormentata.
Le accarezzo i capelli con una mano mentre parlo piano a Livia.
«Amore, respira. Calmati. Hai fatto bene a chiamarmi. Non sei sola.»
Lei tira su col naso, la voce tremante.
«Mi sento in colpa… per tutto. Per Matteo che sta crollando, per i ragazzi che vedono il padre a pezzi, per Marco che… che forse sta davvero male. E poi… stasera dovevo essere lì con te e Roberta… e invece sono qui a gestire questo casino. Mi dispiace tanto.»
«Livia, ascoltami» dico con voce ferma ma dolce. «Tu non hai colpa di niente. Matteo ha scelto la sua strada, Marco ha scelto la sua. Tu stai solo cercando di tenere insieme i pezzi per i tuoi figli. È giusto così. Resta lì, occupati di loro. Se Marco ti richiama e minaccia di fare cazzate, digli di fermarsi da qualche parte e chiamarti. Poi passamelo, gli parlo io. Non lascerò che si faccia del male, ma non lascerò nemmeno che continui a rovinarti la vita.»
Roberta mi appoggia una mano sul petto, mi guarda con un misto di comprensione e leggera gelosia. Non dice niente, ma resta vicina, il corpo caldo contro il mio.
Livia tira su col naso di nuovo.
«Ti amo, Gianni. Ti amo da morire. Anche se stasera non sono venuta… anche se sono un casino… ti amo lo stesso. E sono gelosa da impazzire al pensiero che Roberta sia lì con te… ma allo stesso tempo… sono contenta che tu non sia solo.»
Sorrido nel buio, anche se lei non può vedermi.
«Anch’io ti amo, puttana mia. Ti amo come donna, come mamma, come troia… ti amo tutta quanta. Roberta è qui, sì. Abbiamo parlato tanto. E quando le cose si calmeranno… la conoscerai. Insieme troveremo il nostro equilibrio. Ma stanotte tu pensa ai tuoi figli e a contenere questa bomba. Io resto sveglio. Se hai bisogno, chiamami a qualsiasi ora. Domani mattina riprendiamo il discorso. Ok?»
«Ok…» risponde lei, la voce un po’ più calma. «Ti amo. Buonanotte… o buongiorno, non lo so più.»
«Buonanotte, amore. Riposati un po’ se puoi.»
Chiudo la chiamata. Resto un attimo con il telefono in mano, lo sguardo perso nel buio.
Roberta mi bacia piano sul petto.
«Brutta serata per lei» mormora. «E brutta anche per te, immagino.»
La stringo più forte, le bacio la fronte.
«Già. Ma è la vita reale. Non possiamo fingere che non esista.»
Lei si accoccola di nuovo contro di me, la mano che scende piano sul mio ventre.
«Vuoi che ti faccia compagnia fino a domattina? O preferisci stare solo con i tuoi pensieri?»
Le accarezzo la schiena, scendo fino al culo ancora caldo.
«Resta. Non voglio stare solo.»
Roberta sorride contro la mia pelle.
«Bene. Allora dormi un po’. Io resto qui… a fare la guardia.»
Chiudo gli occhi, il suo corpo caldo contro il mio, il telefono silenzioso sul tavolino.
La notte è ancora lunga.
Domani sarà un altro giorno di tempesta.
Ma per ora… ho lei accanto.
E Livia, anche se lontana, è nel mio cuore.
Il telefono squilla di nuovo alle 5:57. Stavolta mi sveglio di colpo, il cuore che salta in gola. Roberta dorme ancora accanto a me, il corpo caldo e nudo contro il mio. Rispondo subito, la voce impastata.
«Livia…»
La sua voce è bassa, esausta, quasi spezzata.
«Amore… scusami, ti ho svegliato di nuovo. Ho parlato con Marco fino a poco fa. È stato… terribile. Ha detto che voleva farla finita, che ha sbagliato tutto con me, che mi ama davvero, che vuole cambiare. Dice che non vuole perdermi, che vuole vivere con me e Matteo, che vuole lasciare la moglie e ricominciare da capo con noi due. Piangeva, Gianni. Piangeva come un bambino. Dice che senza di noi non ha più niente…»
Silenzio. Sento solo il suo respiro affannato.
Io resto muto. Il cervello va a mille. So esattamente cosa sta succedendo. È il classico lupo che perde il pelo ma non il vizio. Marco sta usando la disperazione, il ricatto emotivo, la promessa di redenzione per rientrare dalla porta di servizio. Se Livia cede, tra un mese, due al massimo, tornerà tutto come prima: lei di nuovo puttana da profitto, Matteo di nuovo schiavo, i ricatti, le umiliazioni, gli “incontri” organizzati. Solo che questa volta sarà più attento, più subdolo, più pericoloso.
Livia continua, la voce incrinata:
«Io… non so cosa fare. Una parte di me vorrebbe credergli. Dice che mi ama, che ha capito i suoi errori… Ma l’altra parte sa che è una bugia. Sa che è solo paura di perdere il controllo. E io… io sono stanca, Gianni. Stanca di essere tirata da tutte le parti.»
Roberta si sveglia accanto a me. Mi guarda, capisce subito. Mi appoggia una mano sul petto, resta in silenzio, ma il suo sguardo è chiaro: “Non mollare”.
Faccio un respiro profondo e parlo con voce calma, ma ferma:
«Livia, ascoltami bene.
Marco non vuole cambiare. Vuole solo riprendersi il suo giocattolo. Ti sta usando la disperazione, il senso di colpa, la paura che lui si faccia del male. È il suo ultimo trucco da padrone. Se gli dai retta, tra poco tornerà tutto come prima… solo peggio, perché sarà più cauto e più arrabbiato.
Tu non sei obbligata a salvarlo. Non sei la sua terapeuta, non sei la sua mamma, non sei la sua redenzione. Tu devi salvare te stessa e i tuoi figli.
Io non voglio impormi su di te. Non voglio diventare il nuovo padrone, il nuovo maiale che ti dice cosa fare. Se lo facessi, sostituirei solo un bastardo con un altro.
Quindi ti dico solo questo:
Se vuoi provare a credergli, fallo. Ma fallo con gli occhi aperti. Con le prove in mano. Con me che resto qui, pronto a intervenire se le cose tornano come prima.
Oppure… puoi scegliere di chiudere definitivamente. Di dire a Marco che è finita, che non tornerai mai più nel suo gioco. Che lui deve sparire dalla tua vita.
Io sono qui. Non vado da nessuna parte.
Non ti lascio sola con questa decisione.
Ma devi essere tu a scegliere. Non per paura, non per senso di colpa, non per salvare lui. Solo per te.»
Livia resta in silenzio per qualche secondo. Poi la sento singhiozzare piano.
«Ho paura, Gianni… ho paura di sbagliare. Ho paura di essere debole. Ho paura di volere ancora… quella vita schifosa.»
«Lo so» rispondo dolcemente. «Ed è normale. Ma io sono qui. Roberta è qui. Non sei sola.
Prenditi qualche ora. Parla con Matteo se riesci. Poi dimmi cosa vuoi fare.
Se vuoi che io parli con Marco, lo faccio. Se vuoi che mandi tutto alla moglie e all’ispettore, lo faccio. Se vuoi che sparisca io per un po’ per lasciarti pensare… lo faccio.
Ma non decidere adesso, alle sei di mattina, distrutta e con i sensi di colpa.
Respira. Bevi un bicchiere d’acqua. Abbraccia i tuoi figli quando si svegliano. Poi mi richiami.»
«Ti amo…» sussurra lei.
«Ti amo anch’io. Tutta quanta. La donna, la mamma e anche la puttana che è dentro di te. Non ti giudico. Ti aspetto.»
Chiudo la chiamata.
Roberta mi guarda in silenzio per un lungo momento, poi mi bacia piano sul petto.
«Sei un brav’uomo, Gianni. Un porco… ma un brav’uomo.»
Mi accoccolo di nuovo contro di lei, la stringo forte.
Fuori sta albeggiando.
Marco sta giocando la sua ultima carta disperata.
Livia è al bivio.
Io… io ho scelto di non diventare il nuovo padrone.
Ora tocca a lei decidere.
E io sarò lì, qualunque cosa scelga.
Roberta è lì, accanto a me, calda e nuda. Le sue dita mi accarezzano piano il petto, scendono lungo il ventre e arrivano al cazzo. Lo stringono con dolcezza possessiva. Il mio sesso risponde subito, si gonfia tra le sue dita, torna turgido e pesante in pochi secondi.
Lei alza lo sguardo su di me. Un sorriso lento, sornione, da gatta che ha appena trovato il topo. Gli occhi grigio-verdi brillano di malizia e desiderio.
Senza dire una parola scivola giù lungo il mio corpo. Le sue labbra morbide sfiorano la cappella già lucida. Mi guarda un’ultima volta, poi dischiude la bocca e mi avvolge.
Il calore umido della sua lingua mi fa gemere. Roberta inizia a succhiare piano, con quella tecnica lenta e profonda che conosce solo lei: la lingua che gira intorno alla cappella, le labbra che stringono l’asta, la gola che si apre per prendermi più a fondo.
Le accarezzo la nuca con una mano, passo le dita tra i suoi capelli castani chiari, assecondando il suo ritmo. Non la spingo, non la forzo. La lascio fare. Lascia che sia lei a decidere quanto profondo, quanto veloce, quanto golosa.
Roberta geme intorno al mio cazzo, il suono vibrante che mi arriva dritto alle palle. Succhia con più passione, la testa che sale e scende, le guance che si incavano. Ogni tanto si ferma, mi lecca tutta la lunghezza dalla base alla cappella, mi guarda negli occhi con quello sguardo da troia adorante, poi mi riprende in bocca fino in gola.
«Voglio il tuo sperma…» mormora tra un colpo e l’altro, la voce roca e bagnata. «Voglio che mi sborri in bocca… voglio sentirti venire sulla mia lingua…»
Le sue parole mi fanno contrarre le palle. Le stringo i capelli con più forza, ma senza farle male. Il suo succhiare diventa più avido, più veloce. La mano libera mi massaggia i testicoli, li stringe piano, li accarezza mentre la bocca lavora senza sosta.
Non resisto a lungo. Il Cialis, la notte di sesso, l’eccitazione continua… tutto converge.
«Roberta… sto per venire…» grugnisco.
Lei non si ferma. Anzi, accelera, mi prende più a fondo, la gola che si contrae intorno alla cappella. Mi guarda fisso negli occhi, un lampo di sfida e di pura fame.
Vengo con un gemito lungo, rauco. Fiotti caldi e densi le esplodono in bocca. Roberta non perde una goccia: succhia, ingoia, continua a muovere la testa mentre io mi svuoto completamente sulla sua lingua. Solo quando sono finito, quando l’ultimo spasmo mi attraversa, si stacca piano, le labbra lucide e gonfie.
Mi mostra la lingua ancora piena del mio sperma, poi la ritira e ingoia tutto con un piccolo gemito di soddisfazione.
Si lecca le labbra, mi sorride.
«Buongiorno, amore mio…»
Si arrampica di nuovo su di me, mi bacia profondamente, facendomi sentire il sapore residuo del mio stesso orgasmo.
«Questo era solo l’antipasto» sussurra contro la mia bocca. «Quando Livia avrà risolto il suo casino… voglio che ci porti entrambi a giocare. Voglio che ci guardi mentre ci facciamo usare. Voglio che lecchi via lo sperma di altri dalle nostre fighe. Voglio tutto, Gianni.»
Mi accarezza il cazzo ancora mezzo duro.
«E tu… tu sarai il nostro porco preferito. Il nostro complice. Il nostro uomo.»
Fuori sta sorgendo il sole.
Dentro casa, Roberta è nuda sul mio petto, io ho ancora il sapore del suo bacio sporco sulle labbra.
E Livia… Livia è lontana, ma il suo messaggio di poco fa continua a ronzarmi nella testa.
Il gioco sta diventando sempre più grande.
E io non so più se voglio fermarlo… o lasciarlo esplodere.
Adoro sentirmi il suo porco.
Adoro questa sensazione viscerale, primitiva, di essere esattamente quello che lei vuole in questo momento.
Mi alzo dal divano, il cazzo ancora mezzo duro che dondola pesante tra le gambe. Prendo Roberta per mano, le dita intrecciate alle sue, e la tiro su con dolce fermezza.
«Vieni, troia…» le dico con voce bassa e roca, carica di desiderio.
Lei sorride, quel sorriso da gatta sazia e affamata allo stesso tempo, e mi segue senza una parola.
La porto in bagno. La luce fredda dell’alba filtra dalla finestra piccola. La faccio entrare nella doccia, il box ancora freddo. Mi inginocchio davanti a lei sul piatto della doccia, le mani che le stringono i fianchi morbidi.
Le bacio la folta peluria scura della sua figa, ci affondo il viso, spingo la fronte contro il suo ventre caldo. Inspiro il suo odore: sesso, sudore, sperma, donna. Lecco avidamente le sue grandi labbra gonfie, ancora tumide per la notte, assaporando il sapore salato del mio sperma misto ai suoi umori.
Roberta geme piano, mi accarezza i capelli.
Poi alzo lo sguardo su di lei, gli occhi fissi nei suoi.
«Pisciami in faccia» le ordino, la voce bassa e ferma. «Pisciami in bocca. Voglio tutto di te.»
Lei resta un secondo immobile, gli occhi che si spalancano per la sorpresa e l’eccitazione. Poi un sorriso lento, osceno, le curva le labbra.
«Sei un porco davvero…» mormora, ma la voce è già arrochita dal desiderio.
Apre leggermente le gambe, una mano che mi tiene la testa ferma contro la sua figa. Io apro la bocca, la lingua fuori, gli occhi piantati nei suoi.
Roberta si rilassa. Un attimo dopo sento il getto caldo, forte, dorato che le esce dalla figa e mi colpisce direttamente in faccia. Le prime gocce mi bagnano le labbra, poi il getto diventa più deciso. Apro di più la bocca, lo prendo sulla lingua, lo lascio scorrere dentro, lo ingoio mentre lei mi piscia in bocca con abbandono.
Il sapore è forte, caldo, intimo. Non è solo umiliazione: è possesso totale. È lei che mi dà tutto, senza filtri, senza vergogna.
Roberta geme forte mentre mi piscia addosso, il getto che mi bagna il viso, il petto, scivola sul cazzo che si è di nuovo indurito. Mi tiene la testa premuta contro di lei, le dita tra i miei capelli.
«Bevi… bevi tutto, porco… bevi la tua troia…» ansima.
Ingoio quello che posso, il resto mi cola sul mento, sul collo, sul petto. Quando il getto si attenua, le lecco avidamente le labbra, pulendola con la lingua, succhiando le ultime gocce.
Roberta trema, un piccolo orgasmo di puro piacere mentale la attraversa mentre mi guarda bere da lei.
Quando finisce, mi tira su per i capelli. Mi bacia con violenza, assaporando sulla mia lingua il gusto del suo stesso piscio.
«Sei proprio il mio porco preferito…» mormora contro le mie labbra, mordendole. «E da oggi voglio che mi tratti sempre così. Senza limiti. Senza vergogna.»
L’acqua della doccia non è ancora aperta. Siamo lì, nudi, bagnati del suo piscio, del nostro sudore, del nostro sperma, a baciarci come due animali innamorati.
Fuori il sole sta salendo.
Dentro, il nostro gioco diventa ogni minuto più sporco, più libero, più vero.
Roberta mi guarda con gli occhi che brillano di una luce nuova, quasi febbrile.
«Porco… ti amo» mormora con voce roca. «Ora anche la tua puttana vuole bere il tuo piscio. Voglio che mi irrori, che mi fai tua anche così…»
Si inginocchia lentamente davanti a me, sul piatto della doccia ancora bagnato del suo stesso piscio. Prende tra le labbra la mia cappella ancora mezza dura, la succhia piano per un secondo, poi la tiene ferma con la bocca aperta. Con una mano mi soppesa i testicoli, li accarezza con delicatezza, come a incoraggiarmi.
Io mi lascio andare.
Il getto esce caldo, potente, dorato. Le piscio direttamente in bocca. Roberta geme forte intorno alla mia cappella, gli occhi socchiusi dal piacere, e inizia a deglutire. Beve con avidità, la gola che si muove mentre ingoia il mio piscio caldo. Riesce a prenderne parecchio, ma il getto è troppo forte, troppo abbondante. Alla fine è costretta ad allontanare le labbra, tossendo un po’, con rivoli che le colano dal mento.
Prende il mio cazzo con entrambe le mani e lo dirige su di sé. Il getto le colpisce i capelli, le scivola sul viso, sul seno pesante, sul ventre, fino alla figa. Mentre io continuo a pisciare su di lei, Roberta si tocca il clitoride con furia, le dita che si muovono veloci e violente.
«Sono la tua puttana… la tua schiava… il tuo cesso!» urla tra un gemito e l’altro. «Voglio svegliarmi così ogni mattina! Usami! Porco!»
Esplode in un orgasmo brutale, totale. Il corpo le si contrae violentemente, le ginocchia tremano, un urlo rauco e liberatorio le esce dalla gola mentre continua a dirigere il mio getto su di sé, bagnandosi tutta, i capelli fradici, il seno lucido, la figa che pulsa sotto le sue dita.
Oddio… che bello.
Sono stravolto. Dalle sensazioni, dalle emozioni, dalla bellezza oscena e tenera di questo momento. Mi piace da morire. Mi piace lei. Mi piace questa intimità sporca, senza filtri, senza vergogna.
Quando il getto si esaurisce, la prendo per le braccia e la faccio alzare. Ci baciamo subito, con fame, con passione, con amore. Le nostre bocche si assaporano, sporche di piscio, di saliva, di tutto. Ci lecchiamo il viso, ci mordiamo le labbra, ci stringiamo forte, i corpi bagnati e caldi che si strusciano uno contro l’altro.
Allungo la mano e apro la doccia. L’acqua calda scende su di noi come una benedizione. Ci laviamo a vicenda, lentamente, con cura. Le mie mani insaponate scorrono sul suo seno, sul suo ventre, tra le sue cosce. Le sue mani mi insaponano il petto, il cazzo, il culo. Ci sorridiamo, felici, complici, innamorati e porci allo stesso tempo.
È un momento dolcissimo, intimo, quasi sacro nella sua oscenità.
Poi, mentre l’acqua ci scorre addosso, il mio telefono squilla di nuovo dal soggiorno.
Roberta mi guarda, un sopracciglio alzato, l’acqua che le cola dal viso.
«Livia?» chiede piano.
Annuisco.
Lei mi bacia un’ultima volta, piano, sulle labbra.
«Vai a rispondere, amore. Io finisco di lavarmi… e ti aspetto.»
Esco dalla doccia, prendo un asciugamano, mi asciugo alla meglio mentre vado verso il telefono che continua a suonare.
È lei.
Livia.
Il mondo reale che bussa di nuovo.
Corro nudo e ancora bagnato verso il soggiorno, l’asciugamano in mano. Rispondo al terzo squillo.
«Livia…»
La sua voce è titubante, imbarazzata, quasi infantile.
«Amore… ho parlato di nuovo con Marco.»
Silenzio. Sento che sta cercando le parole.
«Mi ha giurato che cambierà. Che ha capito tutto, che è stato un mostro, che mi ama davvero. Vuole vedermi, vuole parlarmi, vuole guardarmi negli occhi… mi ha pregato, mi ha supplicato. Dice che senza di me non ce la fa.»
Un altro silenzio, più lungo.
«E io… stupida… ho accettato.»
Il cuore mi si stringe. Delusione, rabbia, preoccupazione… tutto insieme.
«Vuole incontrarmi nel parcheggio… quello dove mi portava a sbattere dai camionisti. Vuole vedermi da sola. Mi ha chiesto di lasciare Matteo a casa con i figli.»
La voce le trema.
«E io… ho detto di sì.»
Resto in silenzio qualche secondo. Sento l’acqua della doccia che scorre ancora in bagno, Roberta che si sta lavando. Il contrasto è brutale.
«Livia…» dico piano, cercando di controllare la voce. «Capisco che sei confusa. Capisco che una parte di te vuole credergli. Ma lo sai anche tu che è una trappola. Marco non cambia. Sta solo giocando l’ultima carta che gli resta: il senso di colpa e la disperazione.»
Lei sospira, quasi un singhiozzo.
«Lo so… lo so che sono debole. Ma… e se fosse vero? E se avesse davvero capito? Non posso ignorarlo, Gianni. Devo almeno ascoltarlo.»
Sono titubante. Deluso dalla sua arrendevolezza. Deluso che dopo tutto quello che è successo, dopo le umiliazioni, i ricatti, i video… lei sia ancora disposta a dargli un’altra possibilità.
Ma capisco anche che è una scelta sua. Non posso impormi. Non voglio diventare il nuovo padrone.
Quindi assecondo, anche se mi costa.
«Va bene» dico con voce calma. «Se hai deciso di andare, vai. Ma non mi fido di quel viscido individuo. Ho paura che possa farti del male, che possa diventare violento, che possa provare a riprenderti con la forza.»
Livia inizia a protestare.
«Gianni, ti prego…»
«No» la interrompo, irremovibile. «Non ti lascio andare da sola. Ti accompagno io. Starò in disparte, non mi farò vedere, ma sarò lì. Vigile. Attento. Se qualcosa va storto, intervengo.»
Lei supplica, la voce che si alza.
«No, ti prego… se mi vede con te peggiora tutto! Lasciami gestire da sola…»
«Livia» taglio corto, deciso ma dolce. «Non è negoziabile. O vado con te, nascosto, pronto a intervenire se serve… oppure non vai. Scegli tu.»
Un lungo silenzio.
Poi, con un filo di voce:
«…Va bene. Ma ti prego… resta lontano. Non farti vedere.»
«Ok. A che ora?»
«Stasera alle 22:30. Nel solito parcheggio.»
«Ci sarò. Sarò lì prima di te. Mi terrò a distanza, ma sarò lì.»
«Ti amo, Gianni… anche se sono una stupida.»
«Ti amo anch’io. Stupida, debole, porca… ti amo lo stesso. Ma non voglio perderti per colpa sua.»
Chiudo la chiamata.
Resto lì, nudo, il telefono in mano, l’acqua della doccia che continua a scorrere in sottofondo.
Roberta esce dal bagno avvolta in un asciugamano, i capelli bagnati, e mi guarda.
«Allora?» chiede semplicemente.
Le racconto tutto in poche parole.
Lei scuote la testa, un mezzo sorriso amaro.
«Povera Livia… non riesce a staccarsi dal veleno. E tu… tu sei troppo buono. Ma fai bene a non fidarti. Quel bastardo è capace di tutto.»
Mi si avvicina, mi abbraccia.
«Vai stasera. Proteggila. E se succede qualcosa… intervieni. Io resto qui ad aspettarti.»
Mi bacia piano sulle labbra.
«Però dopo… quando torni… voglio sapere tutto. E magari… voglio che mi usi per scaricare la tensione.»
Sorrido debolmente.
La serata si preannuncia pericolosa.
Marco sta giocando la carta del pentimento disperato.
Livia sta per cascarci di nuovo.
E io… io sarò lì, nascosto nel buio, pronto a tutto.
Per proteggerla.
Anche da se stessa.
Per eventuali note ed informazioni Impotente@proton.me



Ciao Serafinooo, ti conviene andare sul mio profilo e seguire l'ordine da li. Comunque come ti sembrano?
Mi dispiacerà molto quando avrò finito di leggere tutti i tuoi racconti. Hai una scrittura che tira subito dentro, e…
Scusa se mi intrometto ma forse è un errore del sito. Anche a me è successo, gli mandi i capitoli…
Mi piacerebbe leggerli, a che nome? Qui non si trova nulla nemmeno inserendo l'autore.
Gran racconto! Spero vorrai pubblicarne ancora.