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Fortunatamente, il giocoliere non morì’ La Mercantessa si morse un labbro a sangue, perché non era riuscita nel suo intento.
Ricordo che il gabelliere cercava la Rossa, in quanto desiderava confidarle tutti i suoi presentimenti. Conosceva le trame e le abitudini della ricca signora del bosco’ La vedeva uscire di casa presto, al mattino; avvolta nei suoi abiti color della pece, camminava su e giù per il sentiero. Con un bastone, cercava sotto i sassi. Si sarebbe detto che andasse a caccia di vipere, benché si fosse in inverno.
La bella violinista andava a spasso tutta sola, per le strade del villaggio, quando vide un’ombra lunga, disegnarsi sulla neve, e si accorse di una mano, che stringeva la sua.
La ragazza si era allontanata molto dall’Accademia degli Orfanelli e si stava dirigendo verso la stazione’ Quasi all’improvviso, passarono due ragazzi in velocipede, lasciando il segno delle loro enormi ruote sulla neve fresca. Le loro voci, allegre e tristi insieme, parvero smarrirsi nel silenzio.
– Sei tu? ‘ gli chiese la Rossa, socchiudendo gli occhi.
Vide la sagoma di un cappello a cilindro disegnarsi davanti a sé. Si sentì baciare forte, sulla guancia. Dalla vicina stazione, un treno partiva per Parigi’ Il fischio lontano giunse fino a loro. La bella credette che un’improvvisa nuvola di vapore li avvolgesse.
– Sì, sono io’ – le rispose il gabelliere, sospirando. ‘ Sono venuto per raccomandarti il tuo amato’ Corre dei gravi pericoli, sai?
– Ho tanta paura per lui. Ma chi &egrave che lo odia? Cosa posso fare per salvarlo?
– C’&egrave una donna bionda che vi insegue’ Amica mia, ricordatelo! Io non posso fare altro, le mie ultime lacrime, ormai, si tuffano nelle acque del torrente, da cui salgono le nebbie’
– Mi dispiace, caro!
– Vienimi a trovare, qualche volta, lassù, vicino al confine, se vuoi’
Lei gli concesse uno dei suoi sguardi più affettuosi. Si accorse che il suo amico aveva la giacca strappata e camminava appoggiandosi al bastone.
La stazione era imbandierata. Avevano portato delle grandi ghirlande di fiori bianchi e scarlatti. Passò una donna, con l’ombrellino, guardò la Rossa ed il gabelliere, come se fossero stati due amanti.
No, non lo erano.
Ben presto, venne il gran giorno, quello della parata. Il reggimento era in pompa magna. Gli ufficiali, dalle grandi divise rosse e blu, decorate con medaglie d’oro e d’argento, passavano in rassegna le loro truppe, nella piazza antistante il palazzo municipale.
I soldati stavano sull’attenti. Portavano dei copricapo simili a colbacchi; le uniformi, le decorazioni, le else delle lunghe sciabole brillavano, sotto i raggi del sole d’inverno.
Sul podio, accanto ai luogotenenti, stava il Sindaco, che fece un interminabile discorso e parlò a lungo di patria, guerra e martirio.
Poi, quasi all’improvviso, uno stormo di tortore si alzò in volo e parve avvolgere il municipio, come una nube magica. Si levò un gran saluto affettuoso; i militari sguainavano le sciabole e giuravano ardentemente fedeltà alla nazione e alle sue leggi.
La truppa montò a cavallo e fece il giro del villaggio al gran trotto. Le giovani donne uscivano dalle case dai tetti bianchi di neve e rivolgevano dei saluti appassionati a quegli eroi, nati per andare a morire al fronte, che rispondevano con il saluto militare.
Una ragazza portava in mano una ghirlanda adorna di fiori variopinti e volle regalarla al più bello dei soldati del reggimento. Era la Rossa, la Rossa! Il suo sorriso parve smagliante. I suoi occhi scintillavano.
Si innamorò di quelle divise, di quegli stivaloni di cuoio neri, di quei cavalli, delle lunghe sciabole, fatte per la guerra, dei volti virili degli ufficiali.
Alcune donne svennero, per il fascino che suscitò in loro la visione di quei giovani, votati alla morte ed all’eroismo. Avevano intonato dei canti militari, le fanfare squillavano, i tamburi rullavano’ Pareva una marcia trionfale.
– Portatemi con voi! ‘ gridò qualche ragazza, follemente innamorata.
Oh, desideri impossibili!
In una piazza, avevano radunato numerosi pezzi d’artiglieria. Uno sconosciuto diede fuoco ad una miccia e partì una cannonata. Era un segno di festa!
Ad ogni modo, anche quel giorno svanì, nelle nebbie, che avvolgevano il borgo e tutti i suoi ricordi.
La Rossa desiderava partire, partire, partire’ Se lo ripeteva appassionatamente, mentre stava davanti all’Accademia degli Orfanelli, tra i suoi fanciulli, con il violino in mano. Oh, ma dove, dove voleva andare? Io non lo so’
Sussurrava parole affettuose e proibite, nel silenzio. Le sembrava di rivedere volti di persone senza nome. Un innocente inciampò lungo la scalinata, si mise a piangere’ Camminava con le stampelle, perché era nato storpio. La Rossa si affrettò a soccorrerlo, ma le carezze sue non bastavano, no, non bastavano, per consolarlo.
Vi furono degli altri rapporti bollenti, tra la bella violinista ed il suo giocoliere. Lei si era messa delle graziose calze di seta, che donavano molto alle sue gambe. Il burlone volle possederla in piedi, senza pietà. Gli piaceva farle un po’ male. Ricordo che, una notte, a letto, entrambi soffrirono assai, di piacere e di tormento.
La Mercantessa, intanto, tutta sola nella sua casa, smarrita in mezzo al bosco, si dedicava ad un lavoro manuale’ Le fiamme ardevano nel camino e la illuminavano mentre teneva un gran martello arrugginito in mano. Stava piantando dei chiodi in alcune tavole di legno’ Costruiva una botte, molto grande e solida. Ah, io non so chi desiderava rinchiudervi, non chiedetemelo! Ma vi assicuro che quel recipiente avrebbe potuto contenere un uomo.
Un fuoco sinistro, cupo e un po’ sadico, pareva divorare la bionda. S’udiva sempre il rumore del suo mazzuolo, che picchiava’
Quali erano le sue intenzioni? Che cosa le riservava il destino?
– Sì, ti chiuderò qui dentro, mio bel giocoliere! Vedrai, vedrai che risate! Sarà il più bel gioco di prestigio della tua vita’
Nel bosco erano giunti stormi di uccelli neri. L’ultimo brigante sogghignava nella nebbia, in attesa di compiere il suo agguato. Di recente, c’era stata una sparatoria lungo il confine’ I malfattori avevano dato l’assalto ad una carrozza, ma poi si era aperto il fuoco dei gendarmi. Alcuni uomini erano fuggiti urlando e i fucili avevano fatto sentire la loro voce minacciosa.
Un uomo giaceva ancora sulla neve, il volto insanguinato, la giubba strappata’ Non era il gabelliere.

Autore Pubblicato il: 28 Maggio 2006Categorie: Racconti Erotici0 Commenti

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