Leggi qui tutti i racconti erotici di: Giulisa

Buio.
Buio totale.
E’ la sensazione di isolamento che mi aggroviglia lo stomaco.
Sono nel buio senza sapere dove.
Senza sapere con chi, ammesso che ci sia qualcuno.
Lui no.
Ne percepirei l’odore… il suo, unico, che me lo fa sentire ancora prima di averlo accanto.
No. Qui solo odori pungenti che mi arrivano dentro, nauseanti.
Odore di muffa. Credo di essere in una soffitta.
Allontano con forza l’idea di essere in compagnia di qualche ragno. No. Devo evitare di pensarci o tutto il mio autocontrollo impazzisce e scompare.
Mi concentro su altro, si! Sul dolore che mi sta aumentando alle braccia, tese e legate in alto sopra la mia testa. Alla schiena, che provo a muovere ma con difficoltà. Ai piedi nudi e freddi a contatto con un pavimento ruvido, forse assi di legno. Alle sferzate che ancora bruciano sulla pelle.
Quanto tempo è passato?
Provo a tirare ancora i polsi. E’ chiaro che non riesco a liberarmi! Ho provato a lungo appena lui se ne è andato, sento ancora addosso il brivido del suo sguardo, del  tono della sua voce.
Da quanto sono qui? E quanto mi ci vorrà ancora tenere?
Appoggio la testa alle braccia. Rivivo ogni momento del nostro incontro come un film a rallentatore.
Sembrava tutto normale. Sembrava.
Che  ci fosse qualcosa che non andava per il verso giusto, me ne sono accorta subito dopo aver messo la cintura in macchina.
Avrei giurato che l’aria crepitasse di elettricità statica.
Mi sono voltata verso di lui deglutendo, conscia che qualcosa stava succedendo senza però riuscire  a capire cosa.
Lui era imperturbabile come sempre, ma gelido. Freddo e glaciale come mai l’avevo visto o sentito. Mi si sono rizzati i capelli sulla nuca e ho provato un irresistibile voglia di aprire la portiera.
Non l’ho fatto. Non lo avrei mai fatto.
E d’un tratto ho capito. Ineluttabile ovvietà! Stupida a non pensarlo subito.
C’era un conto in sospeso, da  due settimane, ma di certo per  lui il tempo non ha la stessa misura che ha per il resto del mondo.
Un giorno o due settimane non cambiano niente.
Mi sono fatta piccola sul comodo sedile. Ho sentito come se tutte le energie mi fossero state risucchiate e finite dentro l’imbottitura sotto di me.
Non c’era possibilità di discussione, di mediazione: avevo sbagliato e lo sapevo. Le immediate scuse non sarebbero state sufficienti: un colpo di testa, scappato chissà come, al controllo. Ma la gravità più che altro era stata venir meno al senso del mio vivere.
Eppure, era successo: gli avevo chiuso in faccia il cellulare.
Uno scatto di rabbia, impensabile, improponibile. La situazione era tesa, lui stava forzando un passo, e ho reagito nel modo più assurdo e infantile.
“Idiota! Idiota! Idiota!“ me lo sono ripetuto all’infinito, tremante, col cellulare in mano che pareva d’un tratto scottare.
Stavo per richiamare, ma non ho il permesso di farlo, e quindi ho inviato un sms che mi è apparso stupido, quanto vuoto. Come si può chiedere scusa con un sms?
Ho iniziato a sentirmi male, ma non ho trovato il modo di comunicarglielo.
Così è passata la prima ora, poi la seconda. La prima notte in bianco, la seconda. Nessuna risposta. Nessun commento. Lui ha risposto per giorni solo con sms. Sempre presente, ma con un muro antiproiettile tra di noi. Invalicabile.
La settimana successiva è parso rilassarsi. Mi ha chiamato come sempre. Nessun commento, nessun riferimento e io, ingenuamente, ho creduto che mi avesse perdonata. Che me la facesse passar liscia.
Per la verità mi ha pure sorpreso questo ritorno ai saluti e alle chiacchierate.
Finché non ci siamo visti per il fine settimana.
La macchina ha corso un bel po’ nel silenzio più totale. Ogni mio tentativo di conversazione è fallito miseramente e alla fine ho desistito. D’un tratto si è spostato sul bordo strada e si è fermato. Ha spento il motore, si è voltato verso di me e ha tirato fuori dalla tasca una fascia nera e un paio di manette.
Senza una parola ha fatto cenno di voltarmi per mettermi la benda.
Ogni parola che mi era venuta in mente è morta sotto il suo sguardo. Vuoto e freddo. Non pareva nemmeno lo stesso uomo.
Muta e attonita mi sono lasciata bendare e ammanettare. Ero e sono consapevole che la scelta che ho fatto comporta un modo di vivere preciso e particolare. Lo so, lo sento e sono pronta alle conseguenze quando contravvengo a quelle regole.
Alle Sue regole. Giuste o sbagliate che siano, sono le Sue e quindi sono giuste. Almeno per me lo sono.
Ho sbagliato e non ho altro da dire.
La macchina è ripartita e ho perso il senso del tempo. Non potendo vedere, tutto parve  dilatarsi in altre dimensioni.
A un certo punto la macchina si è fermata, improvvisamente, al punto che mi sono sentita spinta in avanti e ho quasi gridato dalla sorpresa.
Ancora nessun commento. Ancora nessuna parola a rompere quella tensione che ha continuato a salire verticalmente.
Sono rimasta immobile. L’ho sentito venire ad aprirmi la portiera, sganciarmi la cintura e a farmi scendere.
Mi sono trovata in piedi, un po’ traballante sui tacchi. La presa sul mio gomito mi ha tolto ogni pensiero di protesta per i modi bruschi: pareva stritolarmi!
Siamo entrati in un giardino, ho supposto sentendo il cigolio di un cancello e i miei tacchi affondare miseramente nel terreno, poi, attraverso un portone che ha aperto lasciandomi giusto quella frazione di tempo, dentro una casa. Chiusa la porta mi ha spinto verso le scale. Sono  quasi inciampata. Quindi abbiamo iniziato a salire. I gradini  non finivano più.
Sudata e affannata mi ha lasciata all’improvviso, facendomi quasi perdere l’equilibrio. Mi ha detto di fare un passo avanti e sono finita contro una porta solida su cui ho appoggiato le mani ammanettate, per non cadere.
E’ venuto al mio fianco e l’ha aperta. Un leggero soffio, nessun cigolio, quasi fosse scivolata. Insolita sensazione. Poi mi ha spinto dentro.
La sua voce è arrivata da vicino facendomi sobbalzare.
“Togliti le scarpe”.
Le ho sfilate  immediatamente, sentendo un brivido per il contatto con il  pavimento gelato.
Mi ha tolto le manette.
“Spogliati”
L’ho fatto, mentre i brividi, e non di freddo, mi tormentavano.
Ho lasciato cadere i vestiti ai miei piedi, quel poco che avevo addosso. Mi ha afferrata per un braccio e  ha tirato per farsi seguire.
Ho camminato con più circospezione e la cosa lo deve aver  innervosito perché mi ha strattonato e gli sono finita addosso.
“Scusa”. Ho bofonchiato con quel poco di voce che sono riuscita a trovare. La tensione mi ha tolto pure la voce.
Non ha commentato, non mi aspettavo lo facesse.
Ha preso i miei polsi e li ha chiusi nelle polsiere di pelle. Ho sentito lo scatto del moschettone che le unisce e all’improvviso mi sono sentita tirare verso l’alto.
Mi è uscito un piccolo suono di stupore mescolato a preoccupazione. Quando sono arrivata a essere in punta di piedi si è fermato.
All’improvviso me lo sono trovato accanto, mi ha passato la mano sul collo, sulle spalle, ha accarezzato il culo e si è infilato tra le cosce. Senza mai staccare le mani dal mio corpo è risalito fino ai capezzoli e li ha strizzati forte. Ho gridato.
La sua reazione è stata immediata: la mano si è abbattuta con forza sulle mie natiche tese, ma il grido che mi è salito in gola, si è sciolto in un mormorio.
“Fai troppa confusione, farai bene a non ripetere l’errore, non sono in vena di sopportare un solo suono della tua voce“.
Ho annuito mentre cercavo di allentare la tensione sulle braccia.
“Sai perché sei qui, in questo modo vero?” Ho annuito. Mi è arrivato un ceffone.
“Rispondi”
“Si lo so”
“Si lo so cosa?”
“Si lo so, Padrone!”
Odio quando mi chiede le cose come a una bambina. Lo sa e lo fa ogni volta che qualcosa mi turba o che vuole una risposta netta. E’ come se mi piegasse ogni volta e per quanto mi impunti, ogni volta mi trovo ai suoi piedi, felice di esserci. Chiedendomi che mi ha preso poco prima, mentre tutto mi si rimescola dentro, piacere e tensione, paura e rispetto, e infine, la pace più completa di essere dove devo e desidero.
“Bene, e pensi che sia educato, rispettoso verso chi chiami Signore, chi dici  essere il tuo Padrone, chiudergli la comunicazione in faccia?”
Il tono era leggero, sottile come una lama di rasoio. Ho iniziato a tremare come una foglia. Per quanto leggero è suonato sinistro, o forse ho iniziato a temere la punizione, la prima da lui.
“No Padrone “
“Sai quindi che sarai punita come e per quanto mi piacerà, vero?”
Ho annuito, non riuscivo a trovare la voce per rispondergli.
L’altra natica è esplosa sotto il suo colpo.
“Vero?”
“Si Padrone” Ho balbettato
“Bene. Penso che la ricorderai a lungo “
Detto questo ho sentito distintamente che si è slacciato la cintura. E’ stato come se lo vedessi. Conosco quei movimenti, ma quando la prima cinghiata mi ha colpito sulle natiche già calde il grido mi è uscito di forza, quasi di vita propria.
Sono seguiti altri colpi, forti brucianti, ovunque. Mi sono contorta, ho provato a allontanarmi ma sono arrivati da ogni lato. Non potendo vedere la traiettoria, mi hanno sempre preso alla sprovvista.
Il dolore è cresciuto lento e inesorabile.
Troppo forti e ravvicinati i colpi per dargli un senso. Mi ha colpito i seni, tra le cosce, tra le gambe. Ho creduto di impazzire.
La paura, la posizione, l’isolamento della benda hanno fatto il resto. Ho perso il senso del tempo: c’erano solo lui la sua cinghia e i colpi che mi attraversavano il corpo, esplodendomi sulla pelle, bruciandomi l’anima e passandomi da una parte all’altra.
Stavo crollando. Non volevo. Non volevo! Ma non riuscivo più a controllare le mille sensazioni che mi investivano. Avevo bisogno di lui anche in quel momento. Anche nel momento di distacco ho sentito il bisogno di sentirlo. Stavo diventando pazza . Ero completamente persa e lo cercavo disperatamente.
All’improvviso il silenzio. Ho sentito per la prima volta il suono dei miei singhiozzi. Lui si è avvicinato e mi ha passato una mano sulla guancia bagnata di lacrime. Sentire il calore della sua pelle mi ha calmata. Ho trovato di nuovo il contatto e qualcosa dentro di me è scattato.
Ha allentato la corda e ho potuto appoggiare finalmente i piedi a terra. Il tremito era forte, non riuscivo a respirare regolarmente e nel buio mi sentivo persa. Ho sentito la porta chiudersi e ho capito di essere rimasta sola.
Ho provato un dolore lacerante al pensiero che se ne fosse andato. Mi aveva lasciato sola e io senza di lui? Ho fermato la mente. Io senza di lui cosa? Mi sono chiesta. Stavo per dire mi sento persa? Incompleta? Possibile che in così poco tempo sia riuscito a entrarmi così dentro da farmi sentire in cielo e all’inferno nel giro di un minuto?
Ho avuto paura, una paura scura. È sentirsi togliere il controllo, è sentire che io sto cedendo. E’ accettare che lo sto facendo perché provo la fiducia che mi rende sicura del passo scelto. Della voglia di seguirlo dove mi vorrà portare.
Ma fa paura.
Si vive una vita di controllo, su ogni cosa. E poi si sceglie di rompere gli schemi. Si sceglie perché è qualcosa che ci rende vivi e unici. Perché accettarsi è viversi fino in fondo. Ma per farlo ci occorre che un’altra persona accetti e prenda il dono che gli offriamo.
I pensieri si ammassavano nella mia mente provata dalla sua cinghia e dal mio senso di colpa.
Ero sconquassata dai singhiozzi, non riuscivo a fermarmi, finché non sono caduta in uno stato di attesa. Sospesa nel buio. E ancora sono qui. Indolenzita.
La pelle si è calmata ma non la tempesta che ho dentro. Sento un bisogno di  lui che mi strazia l’anima. So di aver sbagliato, so di meritarmi tutto quello che vorrà, ma non posso pensare di sentirmi rifiutata.
É un dolore che non so vivere. Non lo si può vivere. Fa SOLO male. Piango mentre le braccia mi fanno sempre più male per la forzata posizione. Sono così concentrata che non ho sentito la porta aprirsi. La sua voce mi fa sobbalzare di spavento.
Un sollievo dolcissimo mi pervade. E’ qui! Cerco di capire dov’è. Annuso l’aria ma lui si defila, anche se mi è appena passato vicino.
Ha capito che avrei cercato di toccarlo? Fosse anche un istante di contatto?
Non lo so. So che adesso è qui. Tremo per quello che vorrà ancora da me, è duro nei suoi modi, a volte brusco, altre si ammorbidisce, ma mi tiene sempre sul “chi vive”, ma  allo stesso tempo, il fatto che voglia qualcosa da me mi dà gioia.
Ora mi è vicino. Le sue mani mi toccano e un brivido mi scuote, per cosa? Non lo so più, le emozioni sono così fuse che non le distinguo. Di certo so che se lui è tornato,  tutto cambia.
“Bene. Magari inizi a capire cosa intendevo prima quando ti ho detto che lo ricorderai a lungo”. Il tono è soddisfatto, ancora un po’ teso, ma molto meno di prima. Odio questo isolamento che mi impone.
Sento che mi sta osservando. Percepisco il suo sguardo che mi scivola addosso, lento e minuzioso, osservando tutto.
Si allontana ma torna quasi subito. Sento che traffica sopra la mia testa e qualcosa pare mi sia sceso vicino. Rumori metallici che non riconosco mi suonano ai lati del capo.
D’un tratto mi toglie la benda. Quel poco di luce che vedo mi acceca. Mi è di fronte e mi dà il tempo per riprendermi. Quando metto a fuoco mi guardo intorno incuriosita.
È una mansarda. Un po’ dismessa, ma non una soffitta come avevo creduto.
Ci sono mille oggetti ma pure una certa oscurità e la sola fonte di luce sono una decina e più di candele, ceri più che altro, che sono su un tavolo basso davanti a me. Lo cerco. Ho bisogno di vederlo. Sincerarmi che è qui, che è tutto vero.
Ora che lo posso guardare mi sento qualcosa che si dilata sotto lo sterno, una sensazione bellissima. Lui non sorride ma gli occhi sono più limpidi e meno cupi.
Volto appena la testa e resto basita davanti a una specie di impalcatura di ferro nero che ho ai lati della testa, qualcosa mi dice che non è una cosa piacevole. Risalgo fino alla trave dove sono appesa e dove è appesa anche quella cosa di ferro. Lui sorride della mia preoccupazione.
Si avvicina. Si ferma a un passo e si toglie la cintura.
“Oddio ancora?” Penso un attimo prima che mi sferzi il primo colpo sul seno. Mi sfugge un grido. Seguono una serie di colpi di cui perdo il conto. Il dolore delle braccia scompare davanti alle sferzate che mi avvolgono.
Qualcosa mi monta dentro. Lento si fa strada dentro di me , si srotola si allunga, si stira e infine mi esplode come un fuoco d’artificio! Un piacere fortissimo mi fa tremare, se solo mi desse un attimo per godermelo!
I colpi invece si intensificano, il mio piacere è risucchiato dentro, frustrata snervata sento i colpi peggio di prima, mentre mi sale dentro la voglia di urlare.
Un ceffone mi colpisce in pieno viso. Mi sento afferrare per il mento e alzare il viso verso il suo a pochi centimetri  dal mio.
“Prova a godere senza permesso, cagna, e stasera ti tolgo la pelle dalla schiena!”
CAZZO! Sto impazzendo. L’urlo di piacere che mi stava salendo è ancora in giro, che spinge, che graffia. Lo sguardo che gli punto addosso non è esattamente umile e consapevole, il ceffone che mi arriva lo fa intuire, e quando mi afferra i capezzoli tirandoli a sé, il grido che mi esce è sincero e di dolore vero.
Lacrime leggere salgono agli occhi, lentamente le gambe cedono, abbasso la testa, sconfitta.
C’è uno strano sapore in questa sconfitta, c’è il sapore di sentirsi ancora più legata a lui e lui lo sa. Mi alza di nuovo il mento.
“Bene, penso che ci siamo capiti davvero questa volta”
le sue parole si fanno breccia nella mia mente otturata dal dolore e dal senso di colpa. Lo guardo, e tra le lacrime mi nasce un sorriso. Incontro il suo sorriso e mi sento rinascere.
Ma quasi a leggermi nei pensieri, lui sorride in modo più palese e alza le sopracciglia.
“Non avrai mica creduto che sia finito qui , vero?”
Sbatto gli occhi, immobile, mentre i muscoli gridano e il sudore mi cola sulla schiena. Mi viene alle spalle e mi caccia in bocca un’odiosa pallina di gomma che allaccia sulla mia nuca.
I miei occhi sono tornati a lanciare strali, ma questa volta ne ride di gusto.
Si avvicina e per istinto faccio un passo indietro. Mi fulmina con lo sguardo e mestamente torno al mio posto di prima. Ho un groppo in gola per la tensione. 
Mi fissa per qualche secondo fino a quando abbasso lo sguardo e senza troppa delicatezza mi afferra un capezzolo e lo tira. La pelle già irritata dalla cinghia pare che si laceri. Il dolore mi esplode in testa ma il grido è smorzato dalla pallina.
Lui è immobile. Mi osserva e non dice niente. Ma non si sposta. Aspetta. Quando decide che sono calma vedo apparirgli in mano una clamps. Torno ad agitarmi, a muovermi, a gemere. Questione di secondi, si chiude sulla pelle sensibile e mi piego quando la lascia appesa. Lacrime mi scendono sul viso. Il dolore non scema mentre vedo che ha già in mano la prossima. Sto impazzendo. È perversa la mia mente, mi incita a sottrarmi e si eccita al sapere che non è possibile.
Mi afferra l’altro capezzolo, il solo tirarlo mi irrita quello con la clamps e il dolore mi acceca. Sto sudando, il dolore è fortissimo. È una delle zone che più soffro. La clamps si chiude e io lancio un grido dove metto tutta la forza che ho, senza che si senta. Maledetta pallina di gomma! Lui è ancora a un palmo da me che mi osserva. Pare godersi ogni attimo, ogni singolo passaggio.
Senza una parola aggancia una catenella alle clamps e la fa passare da un gancio in alto fissato alla trave, lo fa scendere e la fissa a una barra di  ferro poco sopra la mia testa che si collega a quelle ai mie lati.
Non riesco a capire la cosa, ma non mi piace. Una sensazione di pericolo mi serpeggia sulla schiena.
Afferra la corda che mi tiene su e la tira un po’, non molto ma ho i piedi appena che sfiorano il pavimento con questa tensione.
Prende poi la catena e la tira. Il dolore ai capezzoli mi esplode come mille schegge di vetro. Urlo e mi alzo sulla punta dei piedi immediatamente.
Lui è così concentrato e pare che nemmeno mi consideri.
Ora sono in punta di piedi il dolore sta scemando, respiro forte, come se avessi corso.
Lo vedo prendere due ceri. Grandi, accesi da tempo, visto la posizione della fiamma dentro il cero. Me li porta vicino e mi fa vedere la quantità di cera fusa che contengono.
Sbatto gli occhi senza capire.
Lo vedo alzarsi e metterli sulle barre di ferro ai lati del mio capo. Uno a destra e uno a sinistra.
Ancora non capisco.
Tira fuori dalla tasca della giacca dei piccoli pesi. Mi fissa cercando di capire quando intuirò che sta per fare. Inizio a capire e tremo.
Vedo le sue mani che si avvicinano inesorabili alle clamps e ci appendono i pesi.
Urlo e sobbalzo. Nel farlo abbasso i piedi e la catena si tira, il dolore è altissimo e d’un tratto qualcosa di bollente mi fa urlare e scatenare come una folle: i due ceri si sono rovesciati sui miei seni ma per quanto mi possa muovere la cera continua a colare. La catena che ne regola la posizione appena abbasso i piedi li piega su di me, rovesciandomi addosso la cera fusa.
Torno in punta di piedi ma il tremito è sempre più difficile da controllare!
Stringo la pallina tra i denti mentre inesorabile sento la saliva che fuoriesce dai lati.
Nemmeno lo schifo che provo sentendomi scendere gocce sulla pelle mi frena dalla tensione di tenere su quel cavolo di catena. I piedi mi dolgono, le gambe mi tremano, le braccia mi fanno sempre più male. Sento lentamente che sto cedendo.
Lo vedo, davanti a me, che mi osserva, serio. Lo supplico con gli occhi, ma scuote la testa e guarda la catena con un certo gusto.
Il tremito si sta facendo incontrollabile. I piedi inesorabilmente scendono.
Urlo con quanto fiato ho in gola mentre una nuova colata di cera copre le clamps e i capezzoli facendomi esplodere in mille pezzi di fuoco.
È qualcosa che non ho mai provato, mai così diverso, così forte, incontenibile. Urlo. E mentre urlo mi sento andare alla deriva, galleggio in un dolore sconosciuto eppure da qualche parte risuona come un’eco. Qualcosa che si muove.
Il suo “basta” mi arriva ovattato mentre la cera continua a colarmi addosso.
Mi è davanti adesso, stacca con lentezza la catena dal gancio. Mi toglie con delicatezza le clamps ma il dolore dello stacco è troppo violento e mi piego in avanti verso di lui, che  mi afferra e mi sostiene. Stacca la corda e mi lascia abbassare le braccia. Tremo ancora tanto. Le gambe mi cedono ma mi prende ancora al volo evitandomi la caduta. Mi solleva tra le braccia e mi porta verso un divano. Si siede con me in collo senza apparente sforzo. Mi appoggio al suo petto sfinita, provata, svuotata.
Mi fa voltare verso di sé annuendo.
In quel preciso istante qualcosa si rompe dentro di me e le lacrime rompono gli argini. Mi sciolgo in un pianto dirotto. Mi sento stupida ma non riesco a fermarmi.
Mi lascia sfogare carezzandomi con una mano. Finché la crisi passa e mi riprendo un poco. La sua mano continua la sua strada sul fianco, scende, lentissima sulla mia pelle tremula,si insinua tra le gambe e risale finché si ferma. Vedo lo sguardo che mi punta addosso.
So che è successo.
Odio questa cosa, e odio che  l’abbia scoperto così. Mi giro verso il suo petto e affondo il viso nella sua camicia. Mi afferra per i capelli e mi tira indietro. I nostri occhi si incontrano.
“Sei fradicia!“ Mi passa ancora una mano tra le gambe e la tira fuori madida dei miei umori.
Vorrei nascondermi da qualche parte ma mi tiene per i capelli e non mi posso muovere.
“E così la mia cagna si è pure goduta la punizione, ma senti senti“.
Spalanco gli occhi, terrorizzata che riprenda la punizione. Mi toglie la ball gag e mi dà il permesso di parlare.
“Per favore non ce la faccio oltre” Lo supplico.
Mentalmente penso che non ho mai supplicato in vita mia, ma non ho scelta.
Lo guardo negli occhi. E’ immobile, freddo. Il tremito mi scuote.
Quando si muove per alzarsi, quasi urlo. Si ferma, sorride serafico e mi porge una mano: “Andiamo a farci una doccia, che dopo dobbiamo parlare di molte cose.”
Passa le nocche sulla mia guancia e mi mette in piedi.
Il sollievo e il piacere mi fanno sentire leggera, mentre i dolori ai muscoli si risvegliano e iniziano a farsi sentire, lo seguo docilmente mentre capisco che una parte di me è già inesorabilmente nelle sue mani.

Autore Pubblicato il: 9 Aprile 2013Categorie: Racconti di Dominazione0 Commenti

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