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I patti erano stati chiari fin dall’inizio. Tutto quando scoprimmo le nostre naturali inclinazioni.
E in fondo quel patto era anche semplice: dentro casa era lui ad avere il controllo, qualsiasi scelta mi venisse in mente di farla dovevo cancellarla, dato che l’unica volontà davvero importante in casa era la sua sua.
Poi le cose fuori erano diverse, certo non potevo –  e neanche volevo –  avere libero potere di scelta, ma almeno le restrizioni erano meno evidenti che non dentro casa.
Una volta rientrata in casa le direttive da seguire erano semplici. Dovevo immediatamente cambiare i miei indumenti in quelli che lui ogni mattiva si curava di lasciarmi sul letto. Niente biancheria, quella mai, ma ancor prima, ancor prima dei vestiti dovevo prendere il collare ed indossarlo, era quello il passo fondamentale.
Decidemmo insieme che forse era meglio non indossarlo all’esterno, in fondo non era niente di paragonabile a qualche sorta di collana era solo un semplice anello di metallo, duro e fatto su misura che si chiudeva con un lucchetto di cui non possedevo le chiavi.
Era lui ogni mattina a togliermelo e lasciare il lucchetto aperto per quando avrei dovuto rindossarlo il pomeriggio.
Di solito ero io a tornare per prima a casa, ma in quelle volte in cui lui era già a casa non cambiava nulla di quelle direttive primarie, le eseguivo nello stesso ordine in cui le avrei eseguite se lui non ci fosse e poi mi mettevo in ginocchio accanto alla poltrona che occupava per vedere la poltrona, di solito, in attesa.

Quella era un’altra delle regole principali che accettai all’inizio. In casa avrei sempre dovuto stare in ginocchio a meno che non ci fosse chiaro e diretto di lui che volesse il contrario.
Mi accorsi dopo poco che non era semplice eseguire quell’ordine. Le ginocchia dopo un po’ iniziano a bruciare e mi diventava difficile mantenere una stessa posizione anche per poco tempo. Mi abbassavo, poi drizzavo di nuovo la schiena, ma in tutto questo lui sembrava divertirsi dal sorriso compiaciuto che aveva sul volto e quindi nonostante quel bruciore e quel fastidio, vedere quel compiacimento, compiaceva di riflesso anche me, oltre che ad eccitarmi ovviamente.
Un’altra regola, mi vietava assolutamente di venire. In fondo avevo affidato il mio controllo a lui per questo mi disse:
“E’ normale che se devo controllare tutto di te, dovrò controllare anche i tuoi orgasmi.”
Io annui e confermai che non poteva essere altrimenti.
Avevo però un compito ben preciso che era legato un suo desiderio. Dovevo sempre essere bagnata.
“Questo sarà un modo per ricordarti sempre della tua condizione.”
Ed in effetti era vero. Ed era come un circolo vizioso in realtà, dato che ogni volta che mi toccavo per bagnarmi come lui voleva non facevo altro che ricordarmi delle sue parola, della mia condizione e mi bagnavo ancora di più.
Avevo l’ordine di toccarmi la mattina appena sveglia, una volta durante il lavoro, il pomeriggio di ritorno a casa ed un’ultima volta la sera, qualsiasi tipo di attività avessimo fatto durante il pomeriggio.
Dovevo toccarmi e poi ogni volta fermarmi prima di venire ed ovviamente nel caso non fossi riuscita a trattenermi avrei dovuto riferirglielo aspettando, poi, la punizione che meritavo.

Un giorno mi disse che c’era altro che desiderava controllare di me. Mi disse che era troppo per me che io controllassi da sola i momenti in cui andare a bagno per urinare e che da quel giorno in poi mi avrebbe addestrato per urinare solo a suo comando.
“Probabilmente riuscirai meglio in questo che nell’orgasmo.” In effetti potevo certo non venire, ma ancora non ero riuscita a compiacerlo nel donargli il controllo del mio orgasmo perchè lui lo chiedesse quando e come volesse.
“Sì, Padrone.” Risposi.
Così cominciammo.
La mattina mi aveva già avvertito che sarei potuta andare in bagno durante la mattinata a lavoro, ma che non appena arrivata a casa se ne avessi avuto la necessità avrei dovuto necessariamente chiedere il permesso a lui.
Così feci e quando tornai a casa, dopo aver indossato il collare e la corta gonna a pieghe e il top che mi aveva fatto trovare mi misi in ginocchio accanto a lui.
“Bentornata.”
“Buonaserata a lei, Padrone.” Era ovvio che avesse preteso da subito che mi rivolgessi a lui dandogli del lei e che anche per quello mi ci volle parecchio tempo per imparare.
Non rimase per molto seduto, si alzò e si incammino verso la cucina, tornandone dopo qualche istante con una bottiglina d’acqua da mezzo litro nella mano. La poggiò sul pavimento davanti a me e poi ritornò a sedersi.
“Bevila tutta. Non ti do limiti di tempo, ma ti raccomando di non essere così lenta da costringermi a farlo.”
“Sì, Padrone, la berrò tutta.”
Incomincia a berla, avevo già capito a dove volesse arrivare e proprio per quello senza che io potessi fare nulla per controllare sentì una vampata di eccitazione risalirmi su per le gambe e accendermi il pube, bagnandomi.
I primi sorsi incominciarono a scendere senza alcuna difficoltà facendomi pensare erroneamente che non sarebbe stato poi così difficile finire la bottiglia in breve tempo.
In realtà quando ancora la bottiglia mostrava intatto metà del suo contenuto inizia a sentire lo stomaco troppo gonfio per continuare a buttare giù acqua con la stessa facilità.
Le sorsate si fecero più breve ed intervallate da frazioni di tempo più lunghe.
Alla fine riuscì a terminare la bottiglia.
“Pensavo ci avresti impiegato molto di meno.”
“Mi dispiace, Padrone, le chiedo scusa.”
“Prova a mettere le tue scuse nell’impegno che usi per eseguire i miei ordini.”
“Lo farò, Padrone.”
Passarono una ventina di minuti a chiacchierare liberamente, non voleva che parlassi senza permesso, ma non per questo non apprezzava passare del tempo semplicemente a chiacchierare con me. Dopo quel tempo passato, in quel modo sentì qualcosa premere tra le labbra della vagina.
“Padrone posso chiederle un permesso?”
“Fai pure.” Lui già sapeva, solo in questo modo posso spiegare il sorriso che gli piegava appena le labbra.
“Potrei andare in bagno, Padrone.”
“No.” La tranquillità con cui lo disse fu un colpo che mi colpì al basso ventro, ma non resto però molto tempo ancora fermo sulla poltra, si fece seguire in camera da letto e mi ordino di spogliarmi e di stendermi sul materanno, mani intrecciate dietro il capo e gambe divaricate completamente.
Poggiò una mano sul mio bacino esercitando una leggera pressione con il palmo della mano. L’urgenza di voler urinare si fece in quel modo più pressante, ma decisi di provare ad ignorarla. Mi osservò per qualche istante in quella difficoltà e poi con due dita dell’altro mano scivolo dentro la mia vagina. Non c’era bisogno di alcun preliminare o di lubrificanti ero sempre sufficientemente bagnata, forse anche per questo teneva sospese le sorti del mio orgasmo, per rendermi sempre così facilmente accessibile.
Entrò per tutta la lunghezza delle sue dita e poi spinse con la punta di quelle verso il basso, mentre la mano sopra il mio bacino premeva verso il basso. Fu una stranissma sensazione, come se stesse premendo su un palloncino pieno d’acqua, palloncino che altro non era che la mia vescica.
“Padrone posso chiederle un permesso?” Avevo stretto gli occhi e chiuso le mani in due pugni stretti, dato che sentivo l’urina premere per uscire da un momento all’altro.
“Certo.” Non potevo vederlo, ma ero certo stesse sorridendo.
“Potrei andare in bagno, Padrone?”
“Non ancora.” Credo che mugolai di insoddisfazione e in tutta risposta la pressio della mano dall’alto si fece più insistente, così come le dita che cercarono di premere più affondo all’interno della mia vagina.
Non ce l’avrei fatta a resistere ancora.
“La prego Padrone, la supplico di concedermi il permesso di andare in bagno. La prego.”
La pressione non cessò.
“La supplico, lei è l’unico che ha diritto di scegliere delle mie necessità. La prego.
La mano smisse di premere sul bacino e le dita uscirono lentamente da me.
“Dimentichi sempre quanto tu debba essere sottomessa e pregare per avere la concessione di qualche permesso da parte mia. Andiamo in bagno.” Ed io come al solito non riuscì a fare a meno di eccitarmi per quello che mi disse.
Fu difficile anche solo alzarmi e mettermi in ginocchio per arrivare al bagno a quattro zampe, ma il pensiero che di lì a poco mi sarei liberata mi aiutava a camminare. Mi misi a sedere sul water  mentre lui si fermò sulla porta.
“Potrai urinare per tre secondi, io ti darò il tempo. Al tre ti fermerai ed aspetterai pazientemente che io riprenda a contare, chiaro?”
“E’ chiarò Padrone, urinerò per tre secondi e riprenderò solo quando lei riprenderà a contare.”
“Bene. Uno, due, tre.”
Fu straziante, quella liberazione che avevo desiderato arrivò in maniera totalmente inappagante. Senza contare tutte le volte che non ero riuscita a fermarmi in tempo o riprendere in tempo.
Lui non sembrava per nulla soddisfatto di come stavo andando, in effetti non mi stavo per nulla per apprendere, seppur lui avesse chiarito il modo con cui voleva che io eseguissi l’ordine.
Tornammo in salotto. Una nuova bottiglina d’acqua mi attendeva sul pavimento. Io sgranai gli occhi non sapevo se ce l’avrei rifatta.
“Bevi. Questa volta non ho intenzione di aspettare tutto quel tempo. Ti concedo mezz’ora. Dopo di che per ogni minuto in più che ci impiegherai, aggiungerò un’altro bicchiere.”
Fu più difficile questa volta bere, forse perchè sapevo cosa mi attendeva e alla fine oltre al mezzo litro di acqua, avevo anche due bicchieri in più da contenere.
Il rito fu lo stesso di prima, andammo in camera da letto, e questa volta anche se iniziai a pregarlo praticamente da subito non mi concesse di andare in bagno, prima che qualche prima goccia si affacciasse fuori verso l’esterno.
Arrivati in bagno, restò a fissarmi per qualche secondo prima di parlare.
“Questa volta urinerai un bicchierino per volta.” Mi diede un bicchierino di carta ed io lo afferrai guardandolo stupita. Già era abbastanza difficile trattenrsi a questo ora avrei dovuto aggiungere la concentrazione necessaria per mirare a quel bicchierino.
“Dopo di che ti fermerai per cinque minuti, qui in ginocchio davanti al water e poi potrai ricominciare. Sempre un bicchierino per volta fino a che non ti sarai svuotata.
“Sì Padrone, un bicchierino per volta.” In realtà non riuscivo a pensare ad altro che all’eccitazione che mi stava salendo, quel controllo che stava esercitando su di me non faceva altro che farmi bagnare e bagnare ancora, tanto che al momento non vidi realmente la difficoltà di quello che mi stava chiedendo.
Inutile dire che per questo motivo non riuscì al primo tentativo. Ci provammo ancora due volte quella sera, e ancora per molte altre sere, finchè non mi fu facile e naturale, istintivo, seguire le sue indicazioni.
Nel suo controllo ora c’era anche la mia possibilità di urinare. Sempre e solo un bicchierino per volta.

Autore Pubblicato il: 7 Gennaio 2012Categorie: Racconti di Dominazione0 Commenti

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