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Il mio percorso: in terrazza col collega straniero

By 13 Marzo 2026No Comments

Avevo conosciuto James in una delle tante riunioni di lavoro. Era un ingegnere statunitense, del Queens, un afroamericano alto quasi 2 metri e con un fisico da vero maniaco della palestra. Eravamo entrati subito in sintonia nel gruppo di lavoro e rapidamente avevamo cominciato a sentirci per messaggi, da lì alle prime effusioni nascoste sul luogo di lavoro il passo fu breve. Fino a quel momento però non c’era stata occasione di andare oltre qualche succulento pompino lampo in bagno, situazione dove comunque avevo avuto modo di apprezzare la sua notevole mazza nera pregustando il momento, se mai sarebbe arrivato, di fare le cose con più calma e non solo nella bocca.
L’occasione arrivò quando mi invitò a cena a casa sua, un attico con terrazza da cui si dominava buona parte della città e appena vidi quella terrazza immaginai subito che il luogo della maratona sessuale sarebbe stato quello.

Finita la cena, ci ritrovammo proprio nella terrazza, su delle sdraio, a bere un drink e ammirare il panorama, ma rapidamente le nostre lingue si incrociarono e cominciamo ad avvinghiarci e a toglierci i vestiti quasi strappandoceli di dosso, tanta era l’eccitazione.
Rapidamente mi trovai il pisello di James, già duro e pulsante, davanti alla bocca e gli feci il mio bel servizietto alternando affondi lenti e rapidi o sfilandomelo dalla bocca per farmelo sbattere sulla faccia o per leccarlo tutto dalla base alla cappella gonfia e violacea, senza tralasciare le leccate e le palpate ai grossi testicoli di James, il quale approvava con mugolii e sospiri soddisfatti.

Non era la prima volta che gli facevo un pompino, ma era la prima volta in cui lo vedevo completamente nudo e rimasi affascinato dai suoi muscoli scolpiti in ebano che tremavano a ogni mia passata di lingua sul suo cazzo. Andammo avanti così per qualche minuto, ma quando lui provò a inchinarsi verso il mio cazzo, già duro e umido di precum, lo bloccai: vediamo dopo, gli dissi, per ora voglio essere una troia a tua totale disposizione, quello sarebbe stato il mio godimento per quella sera. Per ribadire meglio il concetto mi girai carponi, inarcando la schiena e spalancando le mie natiche davanti al suo cazzo, anche se non lo vedevo potevo immaginare il luccichio nei suoi occhi e non perse tempo: era attrezzato con un tubetto di lubrificante, me ne spalmò un po’ nello sfintere e appoggiò la cappella cominciando a spingere piano piano. Era veramente grosso e sentivo le pareti del mio culo, per quanto “allenato”, che opponevano resistenza e facevano male. James ne era consapevole, dai miei mugolii e dai miei lamenti e non forzò la cosa, spingeva piano piano, faceva abituare l’orifizio alla presenza intrusa, per quanto gradita e attesa, e faceva entrare un altro po’ fino a quando non sentii che la barriera si era aperta e tutto il suo bastone poteva scorrere liberamente. Rapidamente il dolore si attenuò, sostituito in principio da un piccolo bruciore e poi solo da quella sensazione, dolcissima e appagante, di un tubo duro che scorre avanti e indietro nel mio retto mentre James alzava sempre più il ritmo incoraggiato dai miei lamenti che erano diventati ormai gemiti di piacere e inviti sottovoce a darmene di più, a spingere, a insistere.

Andammo avanti così per un po’, io a pecorina su una sdraio, lui che mi stantuffava da dietro, sotto un cielo notturno tardo primaverile illuminato dal riverbero della luci della città, i cui suoni provenienti dal basso si mescolavano alla musica del nostro amplesso in una melodia celestiale: non c’era alcuna possibilità che qualcuno potesse vederci, eravamo più in alto di tutti i palazzi circostanti e in ogni caso non saremmo stati visibili nemmeno se qualcuno avesse alzato lo sguardo, ma la sensazione di essere all’aperto, potenzialmente sotto gli occhi di altri, mi eccitava da morire.

James decise di cambiare posizione, mi girò sulla schiena, si sistemò davanti a me e ricominciò a spingere. Potei godermi quindi quella visione di una statua greca nera che affondava il suo cazzo dentro le mie viscere mentre io, con le braccia appoggiate dietro la testa, dovevo restare totalmente immobile e passivo: era quello che volevo, essere usato come una bambola sessuale, un buco dove infilare un uccello, un meraviglioso uccello nero di una ventina di centimetri in questo caso.

Avrei voluto che quella serata non finisse mai, il mio culo era ormai spalancato e tenero come il burro, non opponeva più alcuna resistenza al cazzo del mio bellissimo amante, ma James stava rapidamente arrivando al limite, evidentemente la situazione era veramente molto eccitante anche per lui, ma prima di concludere volle fare un’ultima cosa.

Mi fece appoggiare al parapetto della terrazza, da lì potevo vedere il resto del mondo una quindicina di piani più sotto, ma soprattutto da lì veramente qualcuno avrebbe potuto perlomeno intuire la cosa, se solo avesse guardato più in alto. Non mi importava, mentre io ero appoggiato con le braccia sul parapetto, osservando l’altitudine che mi provocava una leggera vertigine che in quel contesto aumentava solo la mia eccitazione, James si rimise alle mie spalle e mi schiaffò di nuovo il cazzo nel culo riprendendo a martellarmi da dietro e facendo la prima concessione alla tenerezza della serata afferrandomi la testa all’indietro e mettendomi la sua lingua in bocca, cosa che apprezzai mentre continuava a spingere con colpi sempre più decisi dentro il culo: ormai era al limite, si sfilò, mi fece inginocchiare davanti a lui (e questa scena perlomeno, coperti dal parapetto, sarebbe stata impossibile da vedere dall’esterno) e mi infilò il cazzo in bocca. Non mi piaceva tanto, c’era il sapore acre del culo e il lubrificante, ma nell’eccitazione del momento cominciai a succhiarlo con avidità intuendo cosa sarebbe successo di lì a pochi secondi e la mia intuizione fu ovviamente corretta: mugolando come un animale in calore, James mi scaricò 3-4 getti di sborra densa e calda dritti dentro la gola. Sentii la densità del suo sperma e il suo sapore salato inondarmi tutto il palato, del resto non era la prima volta che gli facevo un ingoio, quindi ero pronto su come gestirlo. Mi afferrò la testa e mi guardò sorridente mentre, spalancando la bocca, gli mostrai tutto il suo seme dentro la mia cavità orale: sapevo che la cosa gli piaceva. Solo a quel punto potevo assaporarlo ancora un po’ dentro la bocca per poi deglutire con soddisfazione.

Solo a quel punto c’era spazio per la parte più fisica del mio godimento, in realtà immenso per tutta la scopata: mi fece coricare sul pavimento freddo della terrazza e cominciò a farmi un pompino lento e dolcissimo, quasi in contraddizione col ruolo di toro da monta dominante e silenzioso giocato fino a pochi istanti prima. Il mio pisello era rimasto duro per tutto il tempo ed era ovviamente al limite, lo avvisai che stavo per venire, ma lui non si staccò da me e ricevette tutto il mio sperma caldo dentro la bocca nel giro di pochi secondi.

Tornammo sulla sdraio, ci baciammo mescolando i sapori delle nostre sborre e ritenemmo fosse il caso di fare una doccia. Mi chiese se volevo passare il resto della notte con lui, visto che non era nemmeno mezzanotte e il giorno dopo era domenica, gli dissi di sì con un bacio a stampo e sfiorandogli il pisello con la mano, pisello che già cominciò a dare segni di una nuova vitalità.

E fu una lunga notte di piaceri proibiti…

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