Io e Idra siamo nel bar sotto il palazzo giallo.
Quello enorme, interminabile, un alveare di appartamenti che odorano di muffa, sigarette spente male e speranze scadute. Qui ci abito io.
Qui abita gente come Elena.
Qui si affitta facile e a poco, perché è pieno di disperati e la gente per bene non ci mette più piede da anni.
Siamo sedute su altissimi sgabelli davanti al bancone. Ho di fronte un tumbler ricolmo di whiskey tutto da inghiottire, davanti a lei lo stesso bicchiere già mezzo vuoto. Il bar è rumoroso ma stanco, come tutto in P.R., una cittadina che vive di notte, di musica alta e di locali che non chiudono mai. Se c’è una cosa buona di questo posto è che chi vende festa trova sempre clienti.
Le chiedo perché insiste a negarmi di provare a lavorare nel locale dove sta Elena. Glielo domando guardando il fondo del bicchiere, come se lì dentro potesse esserci una risposta migliore della sua.
“In fondo P.R. è festaiola,” dico. “Quei posti lavorano. Sempre.”
Idra sbuffa, mi guarda di lato, lo fa quando sta per tagliare corto.
“Angela, un lavoro ti serve, sì. Ma non lo trovi nel troiaio di Elena.”
La parola resta sospesa tra noi, pesante come fumo.
“Non siamo venute qui per quello,” continua. “Siamo venute per parlare con il proprietario della pescheria. Ho saputo che cercano.”
Arriccio il naso.
“La pescheria? Io?”
Mi vedo già le mani bagnate di liquami al sapore di pesce, l’odore che non se ne va, le squame ovunque. Mi viene da vomitare.
Idra scoppia a ridere, sguaiata, libera.
“Sei andata in cerca di pesce,” dice, “e ora lo trovi per tutto il giorno.”
Fingo di offendermi. Alzo il mento, stringo le labbra.
“Spiritosa,” le rispondo, ma mi scappa un mezzo sorriso. Qui nessuna di noi recita davvero, è tutto troppo vicino alla pelle per far finta sul serio.
In quel momento la titolare del bar si avvicina. Si siede accanto a noi come se mi conoscesse da tanto. È una cubana, ha mani forti, da lavoro vero, e occhi che hanno visto passare gente messa molto peggio di me per questo bancone. Non mi disprezza così tanto.
Luvis è il suo nome.
“La pescheria è di mio marito,” dice, semplice, senza giri. “Gli ho parlato di te.”
Mi guarda dritta.
“Puoi iniziare la prova lunedì.”
Il whiskey resta lì, intatto.
Il palazzo giallo fuori non è sparito.
P.R. è sempre P.R.
Ma per un attimo l’aria sembra meno piena di feste che toccano solo agli altri.
Ho un motivo per stare allegra.
Luvis si rialza, torna dietro al bancone, e il rumore dei bicchieri riprende a coprire tutto. Il whiskey davanti a me è sceso di un sorso senza che me ne accorgessi.
Idra gioca col dito umido sul bordo del tumbler, lo fa girare, misura le parole. Poi alza gli occhi.
“Eri rimasta a quella mattina,” dice.
Si ferma.
“La mattina dopo.”
Capisco subito. Il corpo lo capisce prima della testa. Il bar si restringe, come se il soffitto scendesse di qualche centimetro. L’aria diventa più densa, più corta. È l’imbocco di un tunnel, una porta su passato.
“La mattina dopo la lunga notte in cui avete invaso la piazza che non era vostra.”
Annuisco, piano. “Ho capito.”
Guardo il riflesso del neon nel vetro del bancone. Le immagini tornano senza ordine, come mobili spinti in una stanza troppo piccola.
***
La mattina rischiarata, la sensazione di essere fuori posto già prima di scendere dall’auto.
“Valjet diceva che Dasho non se ne sarebbe accorto. Nessuno se ne sarebbe accorto. Ma quando dici così a te stessa, è perché hai già capito che stai sbagliando.”
Insomma, mentre Nadia e Liveta si torturavano, Valjet sedeva a gambe accavallate sul muretto e io percorrevo tranquilla quella strada del cazzo. Così tranquilla… forse avevo perso la ragione: non sapevo più da dove fossi partita né dove stessi andando. Chi si era smarrita, io o la strada? Non lo sapevo.
Però non era male. A quell’ora del mattino era quasi deserta, svuotata, i fari delle macchine si notavano sempre meno nel chiarore dell’alba come occhi di una strada mezzi chiusi. Come se anche il vialetto delle troie fosse stufo di essere infilzato dai nostri tacchi e implorasse di poter andare a dormire.
Poi udii un clacson alle spalle.
Mi voltai. Comparve un grosso furgone. Massiccio, scuro. Il conducente si sporse dal finestrino. Mise il braccio fuori.
“Hey sorella, hai sete?»
Sbirciai dentro l’abitacolo. C’erano quattro uomini. Grossi. Bottiglie che passavano di mano in mano, il vetro che batteva, l’odore di alcol che arrivava già da lontano. Gli occhi addosso a Valjet, poi a Nadia, passavano ai raggi X tutte noi.
Il furgone rallentò, ci affiancò. Ci invitarono a fermarci per bere con loro.
Ci scambiammo un rapido guardo di consulto. Eravamo in quattro noi, quattro loro. E poi, che cosa aspettavamo a fare lì?
Salimmo.
Salimmo perché Valjet disse che era una buona idea. Bere ci avrebbe aiutato a calmare i nervi che balzavano a fior di pelle durante l’attesa di Dasho che venisse a prenderci. E poi, volendo, sarebbe stata anche una scusa.
Potevamo dire di esserci allontanate per bere, per sopportare la pena e la fatica del lavoro. Per uccidere la noia.
Cose normali.
Cose che fanno spesso le puttane.
Dasho ci avrebbe fatto la ramanzina, ci avrebbe detto che si lascia la postazione solo e solo per lavorare, ma non se la sarebbe presa così tanto.
Così credeva Valjet.
E Valjet credeva male.
Era furba ma ingenua.
Era una ragazza ancora troppo giovane.
Avventuriera avrebbe detto mia madre.
Sostammo in uno slargo della strada. I ragazzi del furgone scesero e, senza nemmeno parlarne, ognuna di noi finì un po’ in disparte con uno di loro. Erano bassi ma larghi, fatti di corpi che occupavano un sacco di spazio.
Il mio mi afferrò il bacino come se gli appartenesse da sempre. Era tozzo, un fisico da grande scopatore. Bevvi con lui. Finimmo la bottiglia insieme.
Indicò Valjet e mi disse che adorava quei culi grossi ma anche quelli stretti come il mio. Certi buchi sono adorabili tutti. E le puttane? Donne benedette, tutte. Senza di loro il mondo alle cinque del mattino sarebbe perduto. Pieno di dannati.
“Noi per esempio” mi disse “se non vi avessimo incontrate ora saremmo stati perduti, sorella. Davvero dico, o ci saremmo schiantati o saremmo finiti a incularci tra di noi per quanto ce l’avevamo duro!”
Risi. Mi sembrò di aver fatto amicizia.
Mi baciò profondamente.
Il suo respiro si faceva pesante e intanto io mi muovevo, godevo nell’attirarlo a me, nel sentire il suo cazzo irrigidirsi contro il mio ventre.
Lo aveva lungo, la pelle rosea come una corona intorno al glande.
Un cazzo da re.
Vi posai sopra la bocca per succhiarlo, sapeva di sale, di mare, d’estate…
L’estate lontana.
Lo sentii massaggiarmi le spalle.
La sua carezza mi scese fino al ventre, poi sul culo, tra le natiche a massaggiare il buco più piccolo e ogni sua pieghetta.
Mi disse che gli era venuta voglia di vedere la mia fica.
Nell’abitacolo appena illuminato mi liberai della gonna e lasciai che mi si stendesse addosso con tutto il suo peso.
Il suo uccello scorreva liberamente tra i miei umori fino a fargli emettere un grido di piacere.
Alzai il capo per guardare fuori dal finestrino.
Il culo di Valjet era visibile mentre piegata a novanta succhiava uno dei suoi amici.
Mi lasciai cadere sul sedile, i capelli sparsi.
Perdemmo altro tempo. Fumammo la loro erba. Ma non se ne andavano.
Che volevano ancora? Chiaro, Chiarissimo.
Scopare, scopare tanto. Ancora e ancora.
E intanto Dasho ci aspettava.
Pensai a lui.
Stava aspettando al posto nostro, si stava innervosendo al posto nostro.
E quella sola idea mi fece frizzare tutta, un piacere colpevole.
Sapevo che poi ci avrebbe fatto pagare tutto. La sbronza. Il fumo. Il ritardo.
Dasho e Ditmir ci attendevano in macchina. Il motore si accese al nostro arrivo. Dasho scese, mi scrutò dalla testa ai piedi. Valjet tenne gli occhi bassi, Nadia sfilò davanti a noi silenziosa. Io… io mi sentivo come se tradissi già tutto senza muovermi.
Salimmo in macchina. Valjet e Nadia ai lati, io al centro.
Dasho afferrò Liveta che stava per salire: “Tu aspetta il secondo passaggio.”
Liveta restò fuori, in piedi, congelata.
Io cercavo di comportarmi come nulla fosse, ma il suo sguardo mi catturava. Dasho mi fissava dallo specchietto retrovisore coi suoi occhi azzurri, insostenibili. Abbassai i miei. Ogni battito di cuore era un colpo contro le costole, ogni stilla di sudore goccia di ghiaccio.
Era dai tempi del liceo che non mi facevo una canna e ora il soffitto della macchina ondeggiava.
I raggi del sole lo foravano. Gocce di luce e oro traballavano appese sulle nostre teste.
Vedevo lampadari inesistenti!
Cazzo, ci avevano offerto un’erba magnifica! Allora era vero, avevamo fatto amicizia.
-Dove siete, amici del furgone? Amici dell’erba, amici della notte? Tornate a prenderci. Portatemi all’altro mondo, un mondo pieno di erba verde dove il cielo è azzurro e l’azzurro non è malato.
Io rimuginavo queste stronzate, nel frattempo Valjet raccolse i soldi come tutte le mattine e li consegnò. Dasho le trattenne le dita questasta volta:
“Cos’è quest’odore? Dove eravate tu e Angela quando non vi ho trovate?”
Gli rispose con la vocina da gatta, appena incrinata: “con i clienti… per ingannare la noia… abbiamo preso qualcosa da bere…”
Dasho non rispose alle giustificazioni di Valjet. L’alcol iniziò a farsi sentire, s’intercciò col fumo e il mondo mi girò attorno, un capogiro sottile ma ero disancorata, come se il sedile non fosse più sotto di me. Capivo, senza bisogno di guardarla, che anche Valjet non era del tutto presente: la sua mente aveva perso il peso giusto delle parole.
Superammo il punto dove di solito scendevo.
Alzai gli occhi, interrogativa, verso Dasho.
“Stamattina vieni a casa con noi” disse “è giorno di paga. Ho deciso di includerti perché tu non ti senta diversa dalle altre. Devi sapere che non lo sei.”
Quelle parole mi fecero più male di un colpo in faccia. Sentii il sangue salirmi al viso, un calore improvviso, rabbioso. Non risposi, ma Dasho se ne accorse. Lo vedevo: il minimo cambiamento nei miei lineamenti non gli sfuggiva mai. Lo vedevo bene: ne era contento.
Per forza, era un sadico.
Scendemmo tutti insieme.
L’androne ci accolse come sempre, freddo, con l’eco dei passi che rimbalzava sui muri. Dasho davanti, Ditmir dietro con le chiavi. Io chiudevo la fila.
Nella stanza del capo le buste preparate la notte avanti riposavano lievi sul tavolo.
Una per una vennero consegnate alle ragazze. Le guardavo passare di mano, leggere, quasi vuote. Dentro c’erano le due lire che Dasho lasciava loro, il minimo indispensabile.
Quando toccò a Valjet, Dasho si fermò.
La guardò a lungo, poi chiese di nuovo dove erano state lei e io.
Valjet ripeté la storia, la stessa di prima:
“A bere con i clienti. Per ingannare il freddo.”
Dasho le allungò un manrovescio. Lo sentii vibrare nell’aria prima che le arrossasse la guancia, inevitabile.
“Hai dimenticato le regole? Vuoi che te le ricordi a suon di sberle?”
Nadia rifletté un attimo poi intervenne: “era solo un po’ di whiskey. Abbiamo bevuto tutte. In fondo comincia a fare freddo…”
Lo schiaffo arrivò anche per lei. Io trattenni il fiato.
Dasho si avvicinò a Valjet di mezzo passo: “Ti rifaccio la domanda e stavolta vedi di dirmi la verità. Dove siete state?”
Valjet ripeté come un automa: “a bere con dei clienti perché avevamo freddo.”
“Mi prendi per scemo?”
Valjet alzò il mento, l’espressione da adolescente imbronciata con papà che la sgrida perché l’ha trovata ubriaca dopo essere andato a prenderla a un compleanno. L’alcol le aveva sciolto la prudenza.
“No. Ti prendo per un uomo”.
Nadia sgranò gli occhi e io per la prima volta lì dentro trovai qualcosa divertente.
Dasho sorrise appena. Forse perché non se l’aspettava, e quando accade il contrario di ciò che ci si aspetta l’involontario sorriso sgorga naturale come i fiumi. O forse perché era il giorno in cui vedeva crescere la sua ricchezza, concreta e palpabile, mentre gli altri, per alimentarla, si svuotavano giorno per giorno, ignari del prezzo che si paga in questi casi, perché il pagamento avviene a rate, e ogni giorno si muore di più.
“Un uomo. Quindi… sono un uomo… e tu cara, credi che gli uomini siano stupidi?”
Valjet lo fissò. Io, da dietro, mi chiesi cosa stesse vedendo con quegli occhi annebbiati dall’alcol. Forse lo vedeva come un pollo che tenta di darsi l’aria di un gallo da combattimento. Forse lo immaginava come uno di quei bulldog paffuti che abbaiono disperatamente ai postini senza spaventare mai nessuno.
“No,” rispose lei. “Assolutamente no. Diaciamo solo che agli uomini certe cose passano sotto il naso e non le vedono nemmeno.”
Agghiacciai. Aveva ragione. Pensai a Matteo, mio marito, e a tutto ciò che da settimane combinavo senza che nemmeno lo sfiorasse il pensiero…
Il volto di Dasho si stese ma era una maschera di cera.
“Va bene, oggi è una bella giornata e non me la farò rovinare da voi. Fuori di qui,” disse a Valjet. “Con te faccio i conti dopo.”
Poi spostò lo sguardo su di me.
“E con te lunedì.”
Mi mossi per guadagnare l’uscita, malferma sulle gambe. Lampadari fantastici seguitavano ad apparire e svanire. Le scale cambiavano posto. Sperai di raggiungere l’atrio senza scapicollarmi per i gradini, ma la sua voce mi fermò.
“Anzi no,” disse, correggendosi. “Con tutte e due lunedì.”
Ditmir lo scrutò. Non capiva perché Dasho lasciasse che Valjet gli parlasse in quel modo, né perché ora lasciasse andare me come se nulla fosse.
Ma il capo anticipò ogni richiesta di spiegazioni:
“Così avrete tempo voi due… per mettervi bene in testa che presentandovi ubriache avete esaurito tutta la mia indulgenza.”
Pausa.
“E mentre penso al modo migliore di farvela pagare… io mi calmerò e voi soffrirete il doppio. Adesso sparisci” concluse guardandomi “e lunedì sta qui a mezzogiorno. La prossima settimana te ne torni all’autoporto.”
Mi precipitai giù per le scale pensando che tra non molto sarebbe tornato Matteo.
Era sabato mattina.



Buongiorno mi piace come si sta evolvendo il percorso è possibile avere la tua mail Buon pomeriggio
C'è un seguito?
Beh, la mia esperienza mi dice che è così, anche personalmente.
bello! eccitante
A quando il seguito? Si fa interessante