Io e Idra siamo nel bar sotto il palazzo giallo.
Quello interminabile, un alveare di appartamenti che odorano di muffa e sigarette.
Qui ci abito io.
Qui abitano signore come Elena.
Qui si affitta facile: la gente perbene non ci mette più piede da anni.
Siamo sedute su altissimi sgabelli davanti al bancone. Ho di fronte un tumbler ricolmo di whiskey; davanti a lei c’è lo stesso bicchiere, già mezzo vuoto. Il bar è rumoroso, come tutto qui.
P.R. vive di notte, di musica alta e di locali che non chiudono mai. Qui, se vendi festa, trovi sempre clienti.
Le chiedo perché insiste a negarmi di provare a lavorare nel locale di Elena. Guardo il fondo del bicchiere, come se lì dentro potesse esserci una risposta migliore della sua.
“In fondo P.R. è festaiola,” dico. “Quei posti lavorano. Sempre.”
Idra vuole tagliare corto.
“Un lavoro ti serve, ma non lo trovi nel troiaio di Elena.” Svuota il suo bicchiere. “Siamo venute per parlare con il proprietario della pescheria. Ho saputo che cercano.”
Arriccio il naso. “La pescheria?”
Mi vedo già le mani bagnate di liquami al sapore di pesce, l’odore che non se ne va, le squame ovunque. Mi viene da vomitare.
“Sei andata in cerca di pesce,” dice, “e ora lo trovi per tutto il giorno.”
La battuta è scema, ma non la voglio deludere, perciò fingo di offendermi.
In quel momento la titolare del bar si siede accanto a noi come se mi conoscesse da tanto. È una cubana, ha mani da lavoro vero, e occhi che hanno visto passare gente messa molto peggio di me da questo bancone. Non mi disprezza. Direi che è già qualcosa.
Si chiama Luvis.
“La pescheria è di mio marito. Gli ho parlato di te.” Ha un viso buono. “Puoi iniziare la prova lunedì.”
Il whiskey resta lì, intatto.
Il palazzo giallo fuori non è sparito.
P.R. è sempre P.R.
Luvis torna dietro al bancone e il rumore di tazzine e bicchieri riprende a coprire tutto. Il whiskey davanti a me è sceso di un sorso senza che me ne accorgessi.
Idra gira il dito umido sul bordo del tumbler, alza gli occhi.
“Eri rimasta a quella mattina.”
Il soffitto scende. Il bar si allunga come l’imbocco di un tunnel.
***
La mattina si rischiarava, sentivo la sensazione di essere fuori.
Valjet disse che Dasho non se ne sarebbe accorto. Nessuno se ne sarebbe accorto.
Nadia e Liveta si torturavano, Valjet sedeva a gambe accavallate sul muretto e io percorrevo tranquilla quella strada. Così tranquilla che non sapevo più da dove ero partita né dove stavo andando.
Però non era male. A quell’ora del mattino la via era quasi deserta, svuotata; i fari delle macchine si notavano sempre meno nel chiarore dell’alba, erano occhi di una strada mezzi chiusi. Anche il vialetto delle troie era stufo di essere infilzato dai nostri tacchi e implorava di andare a dormire.
Udii un clacson alle spalle.
Mi fermai un attimo.
Comparve un grosso furgone scuro. Il furgone rallentò, ci affiancò e il conducente si sporse dal finestrino. Mise il braccio fuori.
“Hey, sorella, hai sete?”
Sbirciai dentro. C’erano quattro uomini, si passavano bottiglie di mano in mano, il vetro batteva. Gli occhi addosso a Valjet, poi a Nadia, passavano ai raggi X tutte noi.
Ci invitarono a fermarci per bere con loro.
Ci scambiammo un rapido sguardo di consulto. Eravamo quattro noi, quattro loro.
– E poi, che cosa aspettiamo a fare qui?
Restare sul ciglio della strada a fare la moglie prudente mentre loro salivano mi avrebbe fatto sentire più ridicola di quello che sarei stata correndo il rischio. Anche se era una cazzata, stare sul marciapiede come merce in pausa mi irritava più di quanto doveva.
Quando Valjet si mosse, la seguii.
Salimmo perché lei disse che era una buona idea. Bere ci avrebbe aiutato a calmare i nervi che spuntavano a fior di pelle. E poi una scusa si trova empre.
Non la verità — quella non serve quasi mai — ma qualcosa che reggesse abbastanza da arrivare a fine mattina. Potevamo dire di esserci allontanate per ammazzare il tempo, per sopportare la pena del lavoro. Per uccidere la noia. Cose normali.
Cose che fanno spesso le puttane.
Dasho ci avrebbe fatto la ramanzina, ci avrebbe detto che si lasciava la postazione solo per lavorare, ma non se la sarebbe presa così tanto.
Così credeva Valjet. Valjet credeva quasi sempre male, ma siccome ero arrivata da poco non lo sapevo.
Era ancora troppo giovane. Avventuriera, avrebbe detto mia madre.
Sostammo in uno slargo della strada. Due di loro scesero e, senza nemmeno parlarne, ognuna di noi finì un po’ in disparte con uno di loro. Erano tarchiati, sembravano nati per ingombrare.
Quello che mi era a fianco mi afferrò il bacino.
Carne espropriata.
L’alcol bruciava e la mia faccia nel vetro diceva:
– Scendi subito.
Dopo il secondo sorso, disse:
– Ormai tanto vale.
Finimmo la bottiglia insieme.
Questo mio nuovo amico indicò Valjet e mi disse che adorava quei culi grossi, ma anche quelli stretti come il mio. Certi buchi erano adorabili tutti. E le puttane? Donne benedette, tutte. Senza di loro il mondo alle cinque del mattino sarebbe stato perduto. Sarebbe stato pieno di dannati.
“Noi, per esempio, se non vi avessimo incontrate ora saremmo stati perduti, ci saremmo schiantati o saremmo finiti a incularci tra di noi, per quanto ce l’avevamo duro.”
Risi. Avevamo trovato l’incastro.
Più passava il tempo, più sentivo Dasho come se ci stesse già guardando da lontano, eppure non chiedevo di tornare.
Il mio cliente andava in affanno. Per un riflesso involontario mi attaccai a lui con tutto il corpo, godevo a sentirgli montare la pressione del sangue nel basso ventre. Una parte di me godeva più del ritardo che di tutto il resto.
“Hai un accento vagamente familiare,” disse lui.
Ci dovetti pensare per capire, poi ci arrivai: “Forse, italiano?”
“La cosa mi preoccupa, perché le poche prostitute italiane che ho incontrato sui marciapiedi si bucavano, erano alcolizzate, o portavano il distintivo sotto la giacca. Chi sei, sorella?”
“Esistono tante puttane italiane,” dissi io.
“Sì, ma se ne stanno al sicuro negli appartamenti, nei locali… non qua.”
Mi staccai anch’io di pochi centimetri e poi gli diedi un bacio intriso di alcol.
Adesso si era convinto: nessuno col distintivo sotto la giacca avrebbe fatto un’idiozia del genere, o almeno non avrebbe dovuto.
Si sollevò, mi guardò dall’alto con un’espressione indecisa. Gli occhi correvano sulle mie braccia.
Dissi: “Rilassati, non ho né la giacca né l’AIDS.”
Gli allungai la bustina quadrata, il lasciapassare standard per toccarmi senza rischiare niente, ma lui disse: “Se non c’hai l’AIDS, non lo voglio quello.”
Ecco.
Le sue dita si chiusero sul bottone argentato dei jeans e io mi abbassai. Tagliammo corto. E comunque aveva abbastanza lungo, la pelle rosea si tendeva come una corona. Dovevo spremerglielo veloce, così se ne sarebbero andati in fretta o avrebbero pagato un’altra volta. L’avevo imparato da Marina.
Ci misi la bocca sopra. Addosso aveva il sale del sudore e il mio cervello diceva: mare.
Diceva estate.
Mi fermò e il ritmo si spezzò. Ogni volta che riprendeva fiato mi tirava fuori dal movimento. Allora, come se fosse un momento di intimità con una vecchia fiamma, lo presi per i fianchi e gli infilai tutte le unghie nella pelle. Sembrava contento, come se gli stessi dando io cinquanta euro.
Sentivo le sue mani sulle spalle. I pollici affondavano nella carne e stringevano a ritmo, sempre più in profondità, fino a diventare una pressione continua. Sotto le dita i muscoli cedevano, la pelle si scaldava e si apriva. Mi restò addosso un’aderenza umida, come se il corpo fosse stato scassinato e non riuscisse più a richiudersi.
L’abitacolo era appena illuminato, mi liberai della gonna e lasciai che mi si stendesse addosso con tutto il suo peso.
Una mano restava tra la coscia e l’inguine. Lui si fermò. Mi squadrava la pelle, gli occhi che andavano avanti e indietro sulla coscia come se cercasse buchi.
Sentii la sua carne incunearsi nella mia. Di solito non mi capitava di sudare in quel modo: in poco tempo mi parve di stare dentro una piscina. Anche se ormai, per questa fica, non erano più un problema le persone aggressive; riusciva a prendere qualsiasi cosa.
E poi Marina diceva che, lavata e asciugata, è come mai usata.
Alzai la testa per guardare fuori. Valjet era piegata a novanta; da quello che capivo stava facendo un pompino a qualcuno.
Mi lasciai cadere sul sedile, i capelli sparsi. Perdemmo altro tempo. Fumammo la loro erba. Ma non se ne andarono.
Che volevano ancora? Chiaro, continuare a scopare. Non c’era altro da fare lì. Ma io avevo finito le salviette e mi toccò prenderle da Valjet.
Lui stava fissando il suo cazzo che entrava ed usciva un’altra volta, e si stava godendo la vista dei succhi che gli rimanevano appiccicati addosso.
Questa fica era diventata qualcosa di gonfio che rigettava roba bianca, aveva sempre le labbra rosse e ormai zero odore suo. Per quanto la lavassi, avvertivo sempre odore di pelle estranea oppure di gomma, quella aromatizzata dei preservativi.
Questo tizio con cui avevo scopato fino a due minuti fa mi chiese perché me la guardavo così attenta.
Dissi: “Dal giorno della sua scarcerazione cambia sempre odore… adesso, per esempio, c’è rimasto attaccato il tuo, e non andrà via nemmeno dopo che mi sarò fatta la doccia.”
“Dal giorno della sua scarcerazione?”
“Sì, intendo da quando l’ho messa in vendita.”
Gli scappò da ridere.
“L’importante è che non sia secca. Io a casa non posso scopare perché mia moglie è incinta e ce l’ha sempre secca. Per fortuna mancano solo due mesi.”
“A che?”
“Al parto. Sono tornato in tempo almeno. Senti, ti racconto del giorno della mia scarcerazione.”
Uno da fuori disse a voce alta: “Ma che gliela racconti dalla fine?”
Allora cominciò dall’inizio, dal giorno della carcerazione.
In un troiaio avvengono queste strane magie: non sempre, ma tante volte si creano in fretta amicizie che nel mondo normale richiederebbero molto più tempo. Si finisce a dirsi cose che nel mondo normale non diresti alla tua vera sorella. Almeno, questa è l’idea che mi sono fatta.
Rimasi sdraiata lì, nella luce debole del mattino, ed ero davvero interessata al suo racconto. Era un’odissea.
Dasho stava aspettando al posto nostro, si stava innervosendo al posto nostro. Sarebbe dovuto bastarmi per dire no, invece rendeva tutto più difficile.
E infatti erano lì e ci aspettavano in macchina. Il motore si accese, ma Dasho scese, mi guardò dalla testa ai piedi. Valjet lo evitò.
Io mi sentivo come quel ladro incapace che ha provato a fregare una penna in un negozio e ovviamente aveva ha nel momento esatto in cui il commerciante l’ha guardato, e ha dato lo spettacolo del suo furto al rallentatore.
Salimmo in macchina. Valjet e Nadia ai lati, io al centro.
Liveta stava per salire, ma lui disse: “Aspetta, torniamo.”
E lei rimase lì, a incurvarsi per via dell’aria fresca.
Provai a far finta di niente. Dasho mi fissava e i suoi occhi quella mattina sembravano argento lucido. Un raggio di sole passò sullo specchietto e mi sembrò un fulmine uscito da quegli occhi. Non capivo come facesse a non battere le ciglia, ma le sue palpebre si avvicinavano sempre di più. Sentivo il suo respiro uscire dal naso, l’unico segno che era ancora umano.
Da quello che stavo osservando, anche se avesse avuto voglia di uccidere, negli occhi non passava niente. Sguardi carichi di intenzioni o di sentimenti da decifrare non ce n’erano. Forse era perché uccidere per lui non sarebbe stata una novità, ma quegli occhi erano solo vetri di bottiglia, non avevano niente di umano. Non c’erano emozioni dentro e restavano così per tutto il tempo.
Niente sguardi da copione, solo un uomo troppo scocciato anche solo per insultare.
A volte sembrava che con gli occhi ridesse, ma era solo perché si muoveva la pelle intorno; in realtà non c’era mai la luce che nelle persone normali ti faceva capire: “Sono arrabbiato, sono triste, felice…”
Comunque ora il soffitto della macchina ondeggiava. I raggi del sole lo foravano e gocce di luce e oro traballavano appese sopra le nostre teste. Vedevo lampadari inesistenti.
Ci avevano offerto un’erba magnifica. Allora era vero: avevamo fatto amicizia.
– Dove siete, amici del furgone? Li chiamerò gli amici della notte.
Mentre rimuginavo queste stronzate, avevo i palmi delle mani sudati che scivolavano sul sedile. Nadia si era lasciata cadere e quasi dormiva accanto a me. Nel frattempo Valjet gli stava passando la borsa, come tutte le altre mattine.
Con quella sua voce bassa le disse: “Cos’è questa puzza? Sono venuto due volte stanotte e tu e Angela non c’eravate.”
La mia bocca era secca come la polvere, ma lei rispose frizzante come un truffatore che ha fatto un bel colpo. “Coi clienti. Siccome ci annoiavamo, abbiamo preso da bere…”
Lui non rispose, lei sollevò il suo favoloso culo dal sedile e aggiunse: “Per favore, non preoccuparti.”
Nel mio cervello l’oro del sole si intrecciava coi fumi dell’alcol e il mondo mi girava attorno. Ero disancorata, come se il sedile non fosse più sotto di me. Capivo, senza bisogno di guardarla, che anche Valjet non era del tutto presente: la sua mente aveva perso il peso giusto delle parole.
Superammo il punto dove di solito scendevo. Alzai gli occhi verso di lui e il silenzio era carico di paura.
La macchina si infilò nella traversa del solito condominio e lui disse: “Stamattina vieni a casa con noi.”
Guardai il portone. Lui stava ancora sibilando aria dal naso come una pentola a pressione.
Scendemmo tutti insieme.
L’androne era freddo, l’eco dei passi rimbalzava sui muri.
Credevo che volesse darmi le stesse due lire che dava a loro, come aveva detto Nadia la sera prima, e infatti era quello che stava facendo.
Quando arrivò a Valjet restò immobile, e lei pure. Si muovevano soltanto gli occhi nocciola di lei, mentre quelli congelati di lui restavano puntati addosso a noi.
Dasho non staccò le dita dal mazzo di soldi contati ma, in qualche modo, uscì dalla trance e le chiese ancora: “Dove stavate stanotte?”
Valjet ripeté la storia, la stessa di prima: “A bere con i clienti perché ci annoiavamo.”
Le dita di Dasho si chiusero. Si mise il pollice davanti alla bocca. Poi la sua mano si aprì e si richiuse in un lampo. Lo schiaffo a rovescio le girò la testa, ma Valjet continuò a sorridere. In faccia non le restò niente.
“Ti rifaccio la domanda. Dove siete state?”
Valjet ripeté, come sotto ipnosi: “A bere con dei clienti perché ci annoiavamo.”
La sua mano scattò nervosa e le arrivò di nuovo in faccia. Valjet continuò a sorridere.
“Mi prendi per scemo?”
Nadia era ferma nella penombra vicino alla porta, stava facendo “no, no” con la testa.
Sicuramente Valjet lo stava guardando da dietro il velo tremolante dell’erba che vedevo anch’io, e infatti disse: “No. Ti prendo per un uomo.”
Nadia diventò tutta rossa e io, per la prima volta lì dentro, trovai qualcosa di divertente.
Anche a lui si sollevarono gli angoli della bocca, forse non se l’aspettava.
La afferrò per la nuca e se la avvicinò, premendo il petto contro il suo. “E gli uomini, secondo te, portano il paraocchi?”
“No, diciamo solo che agli uomini certe cose passano sotto il naso e non le vedono.”
Le mie dita si strinsero attorno alla cinghia della borsa. Pensai a Matteo, a me che varcavo la porta di casa ogni mattina. Matteo che quel giorno sarebbe tornato e di certo mi avrebbe dato un bacio sulla bocca senza annusare l’odore di pelle altrui.
Il volto di Dasho si stese, la pelle si tirò fino a sembrare finta. “Puttana, sono immune alle stronzate. Datti una svegliata. Oggi avete perso tempo, cioè avete fregato i miei soldi.”
I capelli viola di Valjet si agitarono nell’aria mentre cercava di svincolarsi.
“Bastardo avido, ho visto più cazzi io qui con te in questi due anni, di quanti ne vedrà mai ogni persona normale in tutta la sua vita. Ti do migliaia di euro ogni mese, io e Angela non abbiamo fatto niente per sentirci tutta questa manfrina.”
La mia faccia nella vetrata pregò Maria, madre di Dio, e sibilò:
– Non l’ha detto per davvero.
Lui la mollò di colpo e lei barcollò. Adesso parlava con la voce morbida di uno psichiatra che tenta di calmare un maniaco suicida: “Va bene, ti crederò fino a lunedì. Non mi farò rovinare questa fantastica giornata.”
Prima di quella scena, Dasho stava per darmi dei soldi. Ora li stava schiacciando tutti storti nella mano, si voltò verso di me e il suo sguardo era completamente vuoto.
“Esci di qui, maledetta.”
Provai ad arrivare all’uscita, ma lampadari fantastici seguitavano ad apparire e svanire. Le scale cambiavano posto. Speravo di raggiungere l’atrio senza scapicollarmi per i gradini.
Pausa.
Stavo fissando quelle strane luci sopra la mia testa. La sua voce faceva eco nel corridoio.
“Lunedì sta’ qui a mezzogiorno.”
Credevo di dover vomitare.
“La prossima settimana te ne torni all’autoporto, maledetta.”
La porta sbatté.
Mi appoggiai alla ringhiera e scesi più veloce possibile. Matteo stava per tornare.
Era sabato mattina.



Ti ringrazio, Agavebet: sapere che ti è piaciuto lo considero un vanto 😄
Ti lascio un commento, visto che il tasto cuore è rotto. Mi è piaciuto perché il “cliché del corriere” viene…
Hai ragione, ma la storia è stata presentata così perché è stato soprattutto lui a confidarmi le loro esperienze, con…
È così, alla fine si capisce quanto hanno influito i rapporti incestuosi della famiglia in come è diventata Laura, la…
E mano male che la signora la volta precedente diceva che era il marito che aveva voluto… Che famiglia…