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La lunga notte Cap. 6.6.

By 1 Marzo 2026No Comments

Cammino accanto a Idra, il respiro si condensa nell’aria fresca di dicembre. Le luci legate ai balconi fuori sono filo spinato, mi separano dal mondo della gente normale, da chi ha famiglia, chi ride davanti a un albero, chi aspetta il Natale comprando un pandoro.
Elena entra in casa, scintillante come sempre, il vestito riflette la luce dei lampadari e sa quasi di irreale. Figura di donna eterea e sexy. Idra ride, divertita da ciò che ho raccontato ieri sera.
“Ho trovato lavoro in pescheria per Angela,” dice, sporgendosi verso Elena.
Elena si avvicina, si toglie un guanto di velluto nero, tessuto con filo d’argento, e si versa da bere un don Papa. Idra ha una vetrina di liquori ben fornita. Elena sorride, un sorriso che le invade il viso. Il suo seno enorme e la sua sicurezza riempiono la stanza:
“Ebbene, tu ti occuperai del pesce, e noi invece dei polli.”
“Polli?” chiede Idra, allungandosi e allacciandosi le mani dietro la nuca.
“Ieri sera c’era una fila incredibile al locale, abbiamo fatto un sacco di soldi,” conferma Elena. Si asciuga le avide labbra col dorso della mano nuda. L’altra mano, inguantata, la batte sulla schiena di Idra.
“E tu?” chiede alla mia falsa zingara.
“Anche io ho spennato parecchi polli,” risponde Idra con un riso sommesso. “Ultimamente viene una donna cicciotta, sulla quarantina, madre di figli, fissata sull’idea che io l’aiuti a conquistare un ragazzo di ventitré anni. Ogni venerdì le appioppo un sale colorato che vendo come filtro d’amore, e quella ci crede. Ci crede sai? Me lo paga un sacco di quattrini e se ne va baciandomi le mani.”
Io le osservo, ammirata. Elena ed Idra festeggiano i loro successi professionali ballando, passi di danza leggeri, danno alla stanza un ritmo intimo, segreto. Vorrei muovermi con loro, ma resto ferma, guardando, assorbendo tutto.
Alla fine faccio un passo avanti e chiedo: “Idra, e tu… raccontami di te, almeno una volta.”
Sì, mi ha detto molto della sua solitudine da quando vive a P.R. Ma mai della sua vita di prima.
Idra sorride, lo sguardo che si perde in un ricordo lontano. “Vengo da una città colorata e rumorosa. Ma ho una casa in campagna, grande, luminosa. Poco prima di Natale, mio marito mi si avvicinava dolce, quando non era in galera, chiedeva quanti parenti avessi invitato per il pranzo della natividad e quanti polli avessi spennato.”
“Quanti?” chiedo io, curiosa.
“Parecchi…” risponde lei, e la luce le attraversa il viso mentre ripensa a quei giorni.
“Ed erano polli veri. Mia suocera allevava decine di pulcini. Li spennavamo insieme e…”
Io ascolto, sento il cuore stringersi tra invidia e ammirazione. E dolore al pensiero di una suocera che ho amato e non ho più. Non voglio diventare una pescivendola. Voglio essere anche io scintillante come Elena, vorrei che qualcuno mi chiedesse quante cose ho preparato, quanti uomini ho amato, quanti polli ho cucinato.
E senza giudicarmi.
Ma ho già tutto questo! Qui, accanto a Idra, guardando le luci fredde fuori dalla finestra, luci intrappolate nelle inferriate dei balconi simili a gabbie.
Le mie amiche siedono.
Parlo del sabato in cui mi sentii davvero in gabbia…
Dormii appena due ore quel mattino. Mi svegliò il suono dolce di una sveglia che mio padre mi aveva regalato da bambina: la musica de La Bella e la Bestia. La melodia mi avvolse come un abbraccio lontano, sequenza di note sempre uguale.
Mi infilai nel box doccia, l’acqua calda che scivolava sulle spalle, immaginando Dasho dietro il vetro sfumato, a osservare ogni mio movimento. Il corpo, solo mio eppure così vulnerabile, lo toccai adagio, richiamando nella mente le ultime parole che mi aveva detto, quelle che avevano lasciato sospesa la mia certezza.
Qualunque cosa non sarebbe stata insopportabile come l’incertezza.
Solo se non mi avesse guardata…
Se non avesse voluto vedermi per un mese… quella sì, sarebbe stata una vera punizione.
Ogni carezza sulla pelle era una voglia, eppure non potevo smettere di sentire, di godere di quella tremula anticipazione, la contraddizione dolce-amara tra la mia curiosità e il senso di colpa che mi assaliva.
E mentre l’acqua continuava a scivolarmi addosso, pensai che in fondo tutto ciò che accadeva tra noi era un gioco crudele, e che, per quanto avessi cercato di resistere, mi sarebbe sempre piaciuto, con un brivido, lasciarmi travolgere dalla sua onda azzurra.
Mi chiesi quando avevo preso l’abitudine di farmi l’amore sotto la doccia da sola.
Era un vizio antico… da quando da ragazzina volevo evitare di lasciare tracce sulle lenzuola perché non le vedesse mia madre.
La mia statuaria, freddissima madre. Aveva gli occhi azzurri!
Socchiusi gli occhi.
Perché altro avevo preso il vizio di godere sotto la doccia?
Ma certo, per il riflesso. Le piastrelle bianche e levigate e il vetro del box che mi restituivano la mia immagine profilata. Una silhouette anonima e perfetta che poteva eccitare ed eccitarsi senza commettere peccati.
Continuai a pensare alla mattina precedente, l’eccitazione ormai mi opprimeva.ma avrei resistito perché se mi fossi toccata sarei venuta in un secondo.
E poi lui non era lì per guadarmi.
E poi adoravo sentire il mio clitoride gonfiarsi dalla voglia.
E sentirmi i capezzoli duri mentre vi passavo sopra le dita.
E gettare la testa indietro appesantita dai capelli bagnati e aprire la bocca e ingoiare gocce d’acqua tiepida, mentre l’acqua… l’acqua della doccia mi scorreva sul collo e mi riempiva l’ombelico.
E impazzivo ricordando i miei orgasmi, quelli avuti in tutta la mia vita non solo quelli della vita da puttana delle ultime settimane.
E adoravo l’odore della mia fica eccitata, sempre più pungente, mescolato all’odore di cocco sintetico dello shampoo.
Sarebbe stato troppo facile venire.
Non amavo le cose facili.
Mi feci scivolare sotto la doccia prima che Matteo tornasse. L’acqua calda mi avvolgeva come un velo, e io mi sentii sospesa tra due mondi: quello che desiderava il mio corpo e quello che rigettava il mio cuore.
Mentre il vapore mi stringeva, i pensieri corsero a Dasho. L’idea dei “conti” che lunedì avrebbe voluto fare con me mi eccitò per l’ultima volta.
Era tardi. Chiusi l’acqua calda: nello stesso istante provai disprezzo per lui, per la sua crudeltà, per il potere che esercitava senza fatica.
La mia mente si sforzava di respingere l’attrazione, ma il corpo era implacabile, curioso, perfino felice di anticipare la sofferenza.
Mi stavo guardando allo specchio, chiedendomi che donna fosse quella che vedevo.
Non era la stessa di qualche tempo prima, o forse sì?
Questa coi capelli più corti e scompigliati, con le ciocche corvine che si attaccavano bagnate alle spalle come artigli di corvo, era la stessa donna?
Forse sì, era saltata fuori perché quella di prima aveva bisogno di sentirselo dire che era una puttana.
E ridevo per la mia stessa follia, ma in fin dei conti non si muore dentro a restar sempre razionali?
Alla fine, spensi il pensiero. Dovevo restare presente, almeno fino a quando la porta di casa non si sarebbe aperta. Ma dentro di me, il desiderio e l’orrore danzavano ancora, intrecciati come un nodo impossibile da sciogliere.
Mi resi conto allora del conflitto in cui ero invischiata. Un orrore sottile mi attraversò, una consapevolezza che bruciava: ero lì, catturata da qualcosa che non poteva darmi nulla di vero, nulla che durasse o che nutrisse il piacere autentico. Eppure, il desiderio continuava a farsi strada, insinuandosi tra ragione e cuore, costringendomi a pensare, a interrogarmi, a cercare di capire come funzionasse lui, cosa lo muovesse davvero. Sognavo di svelarne il mistero, di anticipare le mosse della sua mente come si studia un enigma impossibile, pur sapendo che la risposta, se mai ci fosse, non mi avrebbe dato sollievo, solo la cruda verità della mia attrazione e della mia paura.
Ricominciai a respirare e sentivo il cuore serrato per qualcosa che non avevo mai immaginato di provare. Matteo non sapeva, mi sentivo sporca, colpevole fino al midollo. Mi bruciava il pensiero che avrei tradito la sua fiducia, che il mio desiderio mi aveva già ingannata. Eppure non riuscivo a distogliere la mente da Dasho.
Ogni impulso che attraversava il mio corpo mi lasciava una scia di colpa, e la mia anima oscillava tra disgusto e attrazione.
Mio marito stava tornando, ma un messaggio mi avvisò che sarebbe arrivato solo la sera. Così decisi di andare di andare a trovare la ginecologa da cui avevo portato Liveta.
La dottoressa Canai aveva una criniera raccolta. Biondo platino. Occhi blu penetranti che leggevano dentro di me. Mi sedetti di fronte a lei, cercando di non tradirmi. Poi, un po’ più audace, le chiesi:
“Che metodo contraccettivo invisibile ha dato a Liveta?”
Lei sollevò un sopracciglio, calma, professionale. “Stai tranquilla, sei pulita.” Non rispondeva alla mia domanda, eludeva con maestria.
Insistetti, percependo la barriera ma volendo scavare.
“Insomma… davvero nulla che mi dia indicazioni, neanche per curiosità?”
Si appoggiò allo schienale della sedia, occhi fissi nei miei, sereni e severi. “Non tradirò il segreto professionale, anche se Liveta è una povera clandestina.”
Capii subito tutto. La spirale. L’unico metodo invisibile.
Diedi un piccolo cenno, come per confermare senza parlare. “La spirale… può applicarsi a donne che non hanno mai partorito?”
La Canai scosse la testa. “Di solito no, non lo facciamo. È rischiosa, c’è pericolo di infezioni nelle donne che non hanno mai partorito.”
Il cuore mi fece un tuffo. Povera Liveta… aveva già avuto figli.
Da Dasho? Chissà.
Ripensai a quella notte in cui l’aveva costretta a tagliarmi i capelli, le frecciate crudeli di lui… mi avevano rivelato che un tempo si erano amati, o almeno che lei lo aveva amato.
Rimasi in silenzio, pensando a quanto il passato di Liveta fosse intrecciato con lui, quanto fosse fragile e coraggiosa al tempo stesso.
Pagai la visita e mi alzai per riavviarmi a casa sollevata. Ma… una sensazione così fugace che non potei né afferrarla né definirla mi trattenne mentre salutavo la dottoressa Canai, e lei ricambiava con uno sguardo sereno, che mi dava il permesso di andare.
Il senso di colpa mi aveva portata fino allo studio della dottoressa.
Lì avevo avuto una storta di illuminazione mentre la guardavo.
Lo studio era spoglio e gli arredi costosi erano stati scelti senza gusto.
Né fiori, né foto.
Dalla finestra si vedeva solo l’orrendo panorama cittadino: piccioni che sembravano topi del cielo e automezzi gracchianti. Odori di smog e rumori sgradevoli mi riempivano le narici.
La dottoressa? Autorevole, bionda, occhi blu. Occhi come vetri rotti.
Mi ricordava Dasho? Sì, e no. Non bastava l’autorità, non bastavano i tratti somatici. C’era qualcos’altro: lo squallore che li circondava.
Mi chiesi allora: la dottoressa avrà mai desiderato un capo? Forse sì, il primario.
E Loredana, la moglie di Francesco, quand’era impiegata di banca, avrà mai voluto un capo bello? Sì, certo, e me lo aveva confidato: il dirigente.
Via via compresi che la mia attrazione per Dasho non era che la normale attrazione per i capi provata da troppe donne. Eppure lui, come la dottoressa, spiccava nello squallore.
Era un capo dello squallore. Un capo del degrado. E per questo molto più attraente.
Ma come mai le altre volevano i capi circondati da yacht e ristoranti stellati, e io quelli attorniati da prostitute, ladri, banditi e altri orrori?
Restai con quella domanda, dicendomi che il motivo doveva essere lo stesso per cui ero venuta dalla dottoressa.
Molti altri professionisti avevano studi più raffinati, ubicati in zone migliori della città. Non che quella fosse male come zona, e aveva anche bella clientela, però…
Ora lo sapevo.
Al tempo in cui avevo scelto la dottoressa, mi avevano attratta quegli occhi chiari e sereni infilzati in quel brutto luogo.
Zaffiri incastonati nel buio.
***
Fisso Idra, cercando di capire come io abbia potuto costringere la donna che legge il futuro a leggere il passato.
È una contraddizione, penso.
Glielo chiedo.
La risposta per lei è scontata.
“Leggo il futuro”, dice, “ma mi baso sul passato per capire chi ho davanti. Con te faccio il contrario. Leggo il tuo passato guardando chi sei adesso.”
La associo subito alla Canai.
Perché ho scelto Idra?
Perché una truffatrice mascherata da gitana, con la sua aria da donna che ha vissuto inganni e menzogne, le sembra molto più vicina a me.
Più vera.
Più affidabile.
I dottori in camice bianco, anche quelli più preparati, vendono parole a peso d’oro. Ma non capiscono. Non capiscono davvero.
Fanno parte di un altro mondo.
Mostrano solo la loro “parte per bene”.
Non la vera essenza.
Idra invece…
Idra è reale.
Anche nel suo inganno, nella sua maschera, è più reale di chiunque abbia studiato con libri e diplomi.
Idra sa come si abita il male, con la finzione e senza finzione.
E io mi fido del male reale molto più che del bene tessitore d’inganni.
“E allora dimmi,” le chiedo “perché volevo stare lì allora e oggi voglio stare qui?”
“Perché hai una ferita che vibra” risponde “e quello è il tuo male interno. E per quanto brutto sia, pensi che il male esterno non potrà mai davvero farti una brutta sorpresa. Non più brutta di quella che troveresti se ti guardassi dentro sul serio.”
Elena ha finito di addobbare l’albero di Natale “ma io” ci interrompe, “voglio un’altra bottiglia dalla cantina di O. e voglio sapere che fine ha fatto Francesco.”
Sento le mie spalle tremare. Davvero è venuto il momento di parlare di questo, davvero per anni ho pensato che avrei potuto dimenticare per sempre la fine di Francesco?
La fine di Francesco non era lontana.
Ma la fine di Francesco non avvenne quel giorno.
Quel giorno tornò a casa Matteo.
Io rientrai a piedi, a pomeriggio inoltrato. La città mi scivolava accanto, lenta, sorda. Mi mancò non dover andare dalle altre. Mi mancò non vedere Dasho. Non sentire i suoi occhi azzurri ficcati dentro la mia vita.
Pensai a Liveta. Mi chiesi se avesse figli altrove. Se la vita le avesse dato frammenti di felicità che a me erano ancora ignoti.
Aprii la porta. Matteo era già in soggiorno. Immobile. Sul tavolo c’era un piccolo pacco. Ordinato. Silenzioso.
Gettai le scape lontano, ero stanca.
Lui era stanco.
“Ho pensato di portarti qualcosa da Roma”, disse.
La voce svuotata.
Sì, era colpa mia… quanto poco l’avevo chiamato quella settimana?
E non ci aveva forse fatto caso?
Lo presi tra le mani. Il cuore mi batteva forte. Aprii.
Un profumo a forma di tacco a spillo.
Carolina Herrera. Sapevo quanto costasse.
Lo presi tra le mani. Il cuore mi batteva forte… ma era un battito di paura, non di gioia. Ogni sorriso, ogni bacio, era un promemoria del segreto che mi bruciava dentro.
Era nero come le notti che Matteo non avrebbe mai dovuto conoscere.
Mi venne voglia di piangere. Non avrei mai voluto ferire Matteo. Eppure dentro di me c’era Dasho.
Il mare di sporcizia che aveva portato nella nostra vita. Tutto nascosto. Tutto sotto l’onda del tappeto che sentivo sotto le dita dei piedi.
Matteo si avvicinò. Le sue mani mi presero il viso.
Fu un bacio lungo, affamato.
Fu un bacio lungo. Affamato. Lacrime calde spinsero contro le mie ciglia. Non capiva. Io non capivo. Eppure, tutto si stava spegnendo, mentre dentro di me… un’altra Angela urlava
Scoppiai a piangere. Lacrime calde, incomprensibili per lui.
Mi schermai prima che potesse chiedere qualsiasi cosa.
“Mi sei mancato”, dissi tesa. “Ti amo… nonostante tutto.” e lui credette fosse vero. Io recitavo.
Per una volta, non fece caso al “nonostante tutto”. Mi baciò come se volesse mangiarmi. Le lacrime scorrevano. Tirai su col naso. Non volevo fermarmi ma non volevo lasciare la mia casa.
Credo… con quel nonostante tutto di aver agito come fa il killer quando desidera essere scoperto…
Gli chiesi di parlarmi di Roma, come era andata.
Rispose che aveva piovuto sempre, più di quando eravamo stati in Irlanda.
Parlava di pioggia, di strade bagnate… parole normali, ma per me suonavano come un sottofondo irreale, un mondo da cui ero estranea.
Per fortuna se ne andò in bagno, non si era ancora fatto la doccia.
Potei abbandonarmi a un accesso di pianto. Mi mancavano mortalmente i giorni in Irlanda.
Quando lo sentii andare in camera lo raggiunsi.
Mi sdraiai accanto a lui, le nostre mani congiunte.
Mi avvicinai per mangiare letteralmente il suo cazzo, volevo che dopo quella settimana di pioggia e freddo potesse avere un orgasmo caldissimo.
E per un istante vidi nei suoi occhi qualcosa di diverso. Non paura, non rabbia, solo un’ombra che non sapevo interpretare
Ma io conoscevo tutte le attenzioni di cui aveva bisogno il suo cazzo.
Prima di essere succhiato voleva essere leccato, mordicchiato.
Stuzzicato con la lingua quando i primi liquidi iniziavano a lucidarlo.
Lui impazziva per la sensazione di essere spompato e per la voglia di scoparmi in bocca.
Di dirmi che ero la migliore mangiatrice di cazzo mai incontrata nella sua vita.
Quando risalii non riconobbi i suoi occhi.
Mentre sentivo le sue mani, vedevo gli occhi di chi quella notte mi aveva pagata. Mi chiesi se Matteo avrebbe mai potuto capire… se lo avesse scoperto, cosa sarebbe rimasto di noi.
Lo sentii tra le cosce, caldo, duro.
Si avvicinò e si ritrasse più volte, senza penetrarmi.
Uno scherzo crudele.
Lo tirai a me per i capelli sopra la nuca.
Gli succhiai la pelle del collo.
L’amore stampato sul collo.
L’amore come segno.
“Scopami.”
“Oh, no.”
Il no che tagliava più del mio “ti amo nonostante tutto”.
“E perché no?”
“Perché sei una puttana.”
Mi scostai abbastanza da guardarlo dritto negli occhi.
Era quasi l’ora di cena e la luce del tramonto invadeva la stanza.
Strano contrasto quel rosso col nostro divano e i nostri tappeti blu.
Doveva aver percepito il mio sussulto perché rise con il sorriso per il quale una volta mi ero innamorata di lui.
“Vedo… che quella lunga notte ha messo per sempre fine al nostro gioco. Eppure una volta la puttana era un bellissimo gioco per te.”
Sentii girarmi la testa vuota e ricordai che vuoto avevo anche lo stomaco.
Era vero, andavamo di notte a giocare laggiù fino a poco tempo prima e io avevo l’inferno in corpo.
Il rossore salì al viso.
“Sembri un chicco di melograno” disse Matteo.
Le lacrime mi invasero occhi e cuore di nuovo.
Mi aveva mai detto prima una cosa così bella?
E qualcuno avrebbe mai potuto dirmene mai una più bella?
Finalmente lo sentii scivolare dentro di me, la fica lo accolse calda, piena di umori.
Il nostro orgasmo si spense con la luce del sole e mentre lui già dormiva mi accorsi di non amarlo abbastanza.
Se l’avessi amato abbastanza… lo avrei lasciato.
Capii che anche quell’amore non era mai stato pulito. Mai completamente nostro.
Non era mai stato giù dal palco, fuori da una recita.
Era sempre stato così.
E ora il sipario della notte scendeva.

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