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La trasformazione di Jennifer – Cap.21

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Sono Jennifer, ho 23 anni, ho i capelli nero corvino, gli occhi color turchese, un bel seno prosperoso e gambe affusolate e lunghe, sono alta 1,70. Fino a poco tempo fa avevo un fidanzato, una ragazza normale e carina, forse bella. Poi un errore e sono diventata schiava di un uomo, che mi ha usato per il suo divertimento. Pensavo comunque di aver trovato con lui un equilibrio. Ma mi ha venduto a un altro uomo. Per soldi. Ora sono di proprietà di questo uomo. Devo trovare il modo di riuscire ad avere un nuovo equilibrio.

Jennifer era legata a quella maledetta tavola fredda, il terrore si era impossessato della sua anima e del suo corpo. Il Medico si avvicinò al suo orecchio e le sussurrò parole con suono mellifluo, ma agghiaccianti per la sua mente. Le disse con dolcezza: io e i miei ragazzi ci divertiamo e traiamo piacere da tuo dolore, più tu soffri più noi godiamo. Faremo di tutto per procurarti dolore, sia fisico che mentale. I miei due ragazzi sono insaziabili. Non smetterebbero mai di fare male. Adesso ti racconto cosa fecero alla loro baby sitter. In effetti era la mia prima schiava in casa, ma loro non lo sapevano. Un giorno tornai a casa e li vidi giocare con lei, che era legata. Aveva segni di bruciature di sigaretta, l’avevano scopata, frustata e presa a schiaffi. Ma quando entrai lei era carponi e loro prendevano a calci il suo seno, uno da una parte e l’altro dall’altra. Li fermai. Come ti ho detto sono insaziabili. Ora tu sarai la loro baby sitter e la mia serva.

Jennifer era impietrita, non riusciva a immaginarsi nelle mani di quei tre. I due ragazzi dissero all’unisono al padre: dai papà, falle male! Facci divertire.

Il padre li guardò benevolmente, poi guardò la schiava e disse: cominciamo. Prese dalla borsa i ferri del mestiere, tornò sul tavolo, prese un capezzolo tra l’indice e il pollice e cominciò a stringere. Intanto le due bestie si erano spogliate e avevano cominciato a masturbarsi. Avevano il membro davanti al viso di Jennifer. Ogni tanto lo toccavano. Lei vedeva i due glandi sopra di lei. Intanto il padre stringeva sempre più forte, il dolore cominciava a farsi sentire, ma decise di resistere. Il Medico stringeva con tutta la sua forza di medico ortopedico il capezzolo destro. Poi all’improvviso il dolore cambio di forza e intensità. Divenne acuto, come quando ti fanno una puntura. Solo che non finiva mai. Le riempiva la testa, il cervello le diceva di scappare, ma non poteva muoversi. Poi sentì che il dolore si affievoliva ma subito un’altra stilettata. Il Medico non era entrato con un colpo secco. Entrava passo passo, di millimetro in millimetro in modo tale da far assuefare quel pezzo al dolore e quindi entrare un altro po’. Il dolore si sarebbe protratto nel tempo e nello spazio, aumentando a ogni piccolo movimento. Non resistette più e cominciò a urlare tutto il suo dolore e la sua rabbia. I ragazzi ridevano felici perché finalmente il suo viso si era tramutato in una maschera di dolore e terrore. Ma il Medico con freddezza continuò di poco in poco. Ma dopo un tempo lunghissimo e un dolore grandissimo uscì dall’altra parte e con velocità e mestiere, disinfettò e inserì l’anello che richiuse. Jennifer sentiva il suo capezzolo pulsare e ogni pulsazione arrivava direttamente al cervello e le dava dolore. Intanto i due ragazzi incitavano il padre a infliggere più dolore mentre davanti a quel viso contorto dal male si masturbavano e ridevano. Il padre era già sull’altro capezzolo che stringeva con forza, per fare il medesimo trattamento. Se nel precedente era stato lento e inesorabile qui fu peggio. Il tempo durò all’infinito, ogni minimo movimento era un dolore ancor più lancinante che si sommava al dolore precedente e non lo elideva. Urlava ma non aveva più voce e fiato. Le uscì un flebile basta vi prego, ma il Medico diede l’ultimo colpetto e uscì e i ragazzi in quel preciso momento le riempirono la faccia con il loro seme. L’altro anello era inserito. Chissà se li avrebbe mai più tolti.

Il Medico con sguardo feroce chiese ai figli di liberarla e di metterla in ginocchio davanti a lui. I due sgherri non se lo fecero ripetere. La liberarono dalle corde, la sollevarono per i capelli e la depositarono in ginocchio davanti a lui.

          Guardami puttana

Jennifer alzò lo sguardo. Ma in quel momento le arrivò una sberla in faccia forte, secca, feroce e dolorosa. La colpì con le nocche. Le piegò la testa ma rimise subito lo sguardo verso il padrone.

          Ora tu mi fai un pompino, il più bel pompino che mi abbiano mai fatto, con tutta la passione e l’amore di cui sei capace. Dovrò vedere e sentire passione, se no alla fine sarai punita. Dovrai tenere il mio cazzo dentro la tua bocca fino alla radice. Userai solo la lingua per farmi godere. Io ti tapperò il naso per darti un senso di soffocamento. Quando ti darò una sberla in faccia potrai toglierti dalla gola il cazzo e respirare. Più tempo ci metterai a farmi godere più sberle prenderai.

          Dai papà, noi possiamo frustarla un po’? dare dei calci alle sue tette?

          No, voi due fate divertire prima me. Questo è un giocattolo, ma è costoso e di valore e non dovete rovinarlo. Adesso tocca a me. Apri la bocca

Jennifer aprì la bocca e il Medico fu dentro di lei fino alla gola. Sentiva quel glande che si riempiva di sangue e le riempiva la gola. Non respirava, in naso era tappato. Cominciò a muovere la lingua. Il seno le faceva male. Cercò di usare tutta la voluttà di cui era capace, di guardare il suo aguzzino come se fosse il suo grande amore, ma non ci riusciva. Non respirava. Le arrivò la prima sberla, dolorosa e umiliante che le incendiava la guancia. Uscì e finalmente respirò. Aveva appena inspirato che già la gola le fu riempita. Continuò ad armeggiare con la lingua e sentiva il glande del Medico pulsare e ingrossarsi. Le chiudeva la gola. Si sentiva soffocare ma continuò. Intanto pensava a come sopravvivere. I tre sarebbero stati aguzzini duri e cattivi. Loro amavano il dolore. Lei glielo avrebbe dato tutto. Alla fine per loro sarebbe diventata indispensabile, come sempre, come per tutti gli altri. Fu ridestata dalla sberla. Pianse forte, inspirò. Sono viva. Sentì nuovamente il glande in gola, pulsava e lei usava la lingua. Soffocava e piangeva. Non riusciva a urlare ma il Medico vedeva il suo dolore, la sua disperazione e ne godeva pienamente. I due ragazzi lo incitavano a farle male. Arrivò un’altra sberla e di nuovo urlò e respirò. Il piacere era sempre più tangibile nei tre aguzzini. Il Medico non avrebbe resistito ancora per molto. Infatti appena dentro esplose di piacere. Ingoiò tutto.

Il Medico la guardò con sufficienza e le disse: Non è stato un gran pompino. Ti meriti la giusta punizione.

Si dai papà, facciamole male. La picchiamo col bastone?

No. Legatele i polsi a quel gancio in alto. Poi ci penso io.

La legarono al gancio, poi il Medico le mise sotto i piedi una lastra di metallo, le legò i due alluci a un anello che era sulla lastra. Fece con molta calma. Poi prese una batteria con dei cavi e delle pinzette che collegò alla lastra di metallo, alle sue grandi labbra e alle tette. E arrivò la prima scarica. Il dolore la fece urlare, pregò di smettere, ma il vecchio continuò ad accendere e spegnere. Andò avanti per un bel po’ di tempo quella tortura. Intanto i due ragazzi su ordine del padre, appena la corrente terminava, dovevano schiaffeggiare le tette uno e la faccia l’altro. Il dolore non finiva mai. Finalmente dopo un paio d’ore di torture, si stancarono e uscirono, lasciandola li appesa.

Sono viva, vivrò e Marco me la pagherà.

 

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