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Come ho fatto ad arrivare a questo punto?
Una volta, l’idea stessa di farmi bendare, di farmi legare, mi avrebbe mandata in bestia.

Non riesco a capire se le luci della stanza sono accese o spente. So per certo di non essere sola, qua dentro, perch&egrave lo sento respirare.
O forse dovrei usare il plurale, non posso esserne certa.
Quando sono entrata, c’era solo Lui, ad attendermi, seduto sulla poltroncina della camera.
Dopo, dopo avermi fatta bendare da sola, ho sentito la porta aprirsi e chiudersi più volte.

Rimango qua, seduta sul letto, con indosso soltanto la benda sugli occhi e la fascetta che mi tiene stretti i polsi, dietro la schiena.
Vorrei urlare, vorrei strappar via tutto, riprendere i miei vestiti e tornare a casa, dal mio compagno.
Ma non &egrave vero, non &egrave vero e lo so benissimo, così come lo sa Lui.

Lo schiaffo mi coglie completamente impreparata, raggiumgendomi sulla guancia destra.
Il dolore si diffonde rapido, come delle vampate di caldo.
Il secondo segue il primo di pochi secondi, ma questa volta la guancia &egrave la sinistra.

z98;&egrave questo che ti meriti, non &egrave vero?z99;

Non riconosco la voce dell’uomo che mi sta di fronte, ma ha un accento completamente diverso da quello che abbiamo qua a Mantova.
Non rispondo, non a parole. Mi limito ad annuire, una volta, con il capo e questo sembra dar particolarmente fastidio quell’uomo che mi sta davanti.

z98;Devi dirlo, bottanaz99;

Bottana? Ma come parla questo?
In ogni caso, lo assecondo. Sento ancora pulsare le gote per le sberle ricevute.
La fascetta ai polsi, per i miei movimenti s’&egrave fatta ancora più stretta.

-&egrave questo, quello che –
non mi lascia finire la frase che, afferratami per i capelli, mi strattona avanti e indietro, prima di spingermi con forza in avanti.
Non posso neppure attutire la caduta con le braccia, legate dietro la schiena. Finisco a terra, rovinando sulla faccia.
Batto con forza il mento a terra e, visto anche il sapore vagamente ferroso che inizio a sentire in bocca, mi si &egrave spaccato un labbro.

z98;Fate piano ragazzi. L’accordo era chiaroz99;.
Ecco, &egrave questa la Sua voce.
La riconoscerei tra mille. Ha usato il plurale, non ci siamo solo io, Lui e l’uomo che mi ha insultata.
Mani, mani che mi toccano, mani che mi tengono ferma, schiacciata a terra, mani che rozzamente s’insinuano, prepotenti, dentro me.

z98;C’avevi ragione, &egrave proprio ‘na bottanaz99; una nuova voce, un po’ più giovane nel tono di quelle due sentite in precedenza, accompagna i movimenti di altre due mani che mi tengono aperte le cosce. Altre due, molto meno delicate, mi tengono il viso schiacciato a terra.
Faccio per divincolarmi, ma &egrave inutile, son più forti, molto più forti di me.

La penetrazione mi lascia letteralmente senza fiato, tutto quello riesco ad emettere &egrave un rantolo, prontamente strozzato dalle mani dell’uomo che mi sta davanti.
Gli mordo le dita, mentre quello che si &egrave posizionato dietro di me inizia a muoversi, incurante del fatto che l’essersi sputato sul membro prima di penetrarmi nel sedere non &egrave, di sicuro, abbastanza.
I suoi movimenti sono rozzi, quelli tipici di chi &egrave convinto che il sesso sia quello dei film porno.
Ad ogni movimento, ad ogni affondo &egrave una nuova fitta di dolore.
Quando quello che mi sta davanti mi lascia andare il viso, la bocca, posso riprendere a respirare con quella, per aiutarmi a contenere almeno un poco il dolore dell’essere presa in questo modo.

Poco alla volta, però, le resistenze vengono meno e, con esse, anche il dolore scema. O, più probabilmente, sono io che sto iniziando ad assuefarmi.

Tra uno schiaffo e l’altro, mi artiglia le natiche con forza.
Più involontariamente che per dargli piacere e far finire tutto quanto prima, inizio a muovere i fianchi, assecondando i suoi affondi.
Mi viene dentro e, senza una parola, esce da me, lasciandomi così, stesa a terra.
Lo sento fluire fuori di me, lo sento anche dai suoni osceni che non riesco a trattenere dentro, per quanto mi sforzi.
Nuove mani, quelle che prima mi tenevano il viso schiacciato a terra mi afferrano per i fianchi.

E Lui, Lui lo sento ridacchiare.
Non so come sono arrivata a questo punto, ma se Lui lo trova divertente, se Gli sta bene, &egrave vero.

Me lo merito.

Come ci sono arrivata, a questo punto?

Bella domanda.
Forse &egrave il caso di fare un piccolo salto indietro.
Non avrò a disposizione la macchina del tempo di Ritorno al Futuro o la cabina telefonica del Dottor Who, ma un piccolo salto penso di poterlo fare, almeno con la memoria.
Se vi fa piacere seguitemi pure, vi accompagno io, basta tenersi per mano e, in caso di perdita dell’orientamento, seguire a ritroso il filo.
Iniziamo?

Nei primi anni del duemila, stavo portando a termine quel percorso che alcuni chiamano Maturità.
Quelle persone non hanno mai frequentato un liceo artistico.
Le uniche cose mature che si possono trovare in quel posto, &egrave qualche docente. Ed anche in quel caso, non ci metterei la mano sul fuoco.
Dicevamo, i primi anni del duemila.

In quel periodo ero ancora nel pieno del mio momento goth.
Bauhaus in riproduzione continua nel lettore mp3 e vestiario nero. Sempre.
Tutto sommato &egrave un periodo che ricordo con il sorriso sulle labbra.
Ero sempre così arrabbiata, così contrariata da tutto che, con il senno di poi, provo quasi tenerezza per la me stessa di quel periodo.
Stavo già con quello che &egrave, ancora oggi, il mio compagno.
Forse &egrave stato questo a precludermi alcune esperienze, a causarmi alcune lacune a livello affettivo che, in seguito, ho cercato di colmare in altri modi.
A riguardarmi, non ero poi così male, anche se mi trovavo bruttina, troppo bassa e troppo poco formosa rispetto le mie coetanee. E, se per il resto posso avere dei dubbi, so per certo che &egrave stato questo a farmi rimanere con il moroso, a farmelo tenere ben stretto e a tenermi ben stretta a lui.

L’anno del diploma, &egrave stato anche l’anno in cui mi son decisa a perdere la verginità.
Probabilmente alcune/i di voi se la rideranno sotto i baffi,a come a 18 anni?
Si, a 18 anni suonati.
Anche il verbo usato, dovrebbe far sorridere.
Non &egrave stata una cosa decisa, studiata a tavolino.
F -lo chiamerò così, non mi piace l’idea d’usare un nome completamente inventato per la persona che mi sta accanto anche se conosce i miei difetti- aveva scaricato il primo film de “il signore degli anelli” e, per me che non ero potuta andare al cinema, era un’occasione a dir poco ghiotta.

Come potete ben immaginare, non si trattava del signore degli anelli.
Non c’erano nani, elfi e orchi.
Era un porno.
Non fraintendetemi, non era la prima volta che guardavo un porno, per curiosità alcuni li avevo già visti e, a dirla tutta, li avevo trovati un po’ ridicoli. Avete mai fatto caso ai dialoghi?
Alle trame, miseria ladra, avete mai fatto caso alla trama fi un porno?

Non era un porno patinato, di quelli con attori professionisti che ricordano lo stereotipo della Barbie o del Ken.
Erano persone normali, con i loro difetti fisici, l’accento della regione che non veniva celato in nessun modo.

Imbarazzo, F. che armeggia per fermare tutto.
Quando gli ho chiesto di lasciarlo andare, &egrave passato dal rossore dell’imbarazzo al cianotico.

Sebbene il vestiario dei protagonisti delle immagini che scorrevano sullo schermo fosse quello che l’immaginario associa facilmente al mondo del sadomaso, ai miei occhi non sembrava una caricatura.

La donna, posta al centro della stanza, in ginocchio, accoglieva tra le labbra gli uomini che, a turno, le si piazzavano davanti.
Non le veniva rivolta parola, se non per gli insulti, per gli epiteti che le vomitavano addosso.

Rapita dalla visione, quasi non mi son resa conto della mano di F che risaliva sulla mia coscia fino a passare sotto la gonna e raggiungere le mutandine.

Quando i protagonisti maschili del porno erano passati dall’insultare la donna con le parole a ricoprirla letteralmente di scritte volgari, io ed F eravamo ormai nudi.
Mi ha fatta stendere sul letto e, mentre mi baciava nell’intimità, non riuscivo a distogliere lo sguardo dallo schermo.
Quella donna, come faceva a trovar piacevole quelle cose disgustose che le venivano fatte?
Come poteva provar piacere dal ricevere un simile trattamento?

Non era il mio primo orgasmo, quello che ho raggiunto in quell’occasione, ma &egrave stato uno dei più intensi.
E mentre perdevo il controllo del mio corpo, scossa dal piacere, quelle parole, quella raffica d’insulti, quegli schiaffi che la donna riceveva, immaginavo fossero rivolti a me.

Spero abbiate tenuto ben stretto il filo, amiche e amici, perch&egrave, dopo esser tornata indietro fino a questo punto, avrò bisogno di persone che m’aiutino a ritrovare la strada.
Non lasciate la mia mano &egrave bello potersi spostare a proprio piacimento tra i ricordi, allontanandosi, perdendosi in questi.

Un po’ come faceva il dott. Lecter nei romanzi di Harris, con il suo Palazzo della Memoria.
Immagino lui non si sia mai trovato in questa situazione.
Di sicuro, non &egrave stato riportato alla realtà da un morso sul collo.

Riapro gli occhi ma la benda &egrave ancora li, ben salda.
L’oscurità, il nulla che mi circonda &egrave riempito soltanto dall’ansimare dell’uomo che si trova alle mie spalle, curvo su di me.
Sembra sua premura assicurarsi io senta ogni grugnito e ogni oscenità che mi rivolge, tenendo le labbra vicine al mio orecchio.
Anche se so che con ogni probabilità andrò a peggiorare la situazione, non riesco a non muovere un po’ le braccia, nella speranza di trovare almeno un poco di sollievo dalla stretta della fascetta ai polsi.
I miei timori, si rivelano essere fondati.

Passi che si avvicinano.
Si, erano di sicuro dei passi.
I Suoi passi.

Cerco di sollevare il viso ma, per la posizione innaturale delle braccia dietro la schiena e per le spinte dell’uomo alle mie spalle, non ci riesco.
Rimango così, in attesa di una Sua parola, di un Suo segno

Il rantolo dell’uomo alle mie spalle &egrave accompagnato dal moto delle mani che si chiudono, come artigli, sui miei glutei.
Sento con chiarezza le unghie che premono con forza contro le mie carni, prima di sentirlo pulsare, dentro di me.

-Scusami-
Vorrei poter aggiungere altro ma, con il filo di voce che mi ritrovo dopo il trattamento che mi hanno riservata i due uomini e soprattutto per il timore di contrariarLo, non ci riesco.
Sento la passione dell’uomo fluire, un po’ alla volta, fuori da me. Mi scivola tra le natiche, andandosi a mescolare con i miei umori.

-Scusami-
Lo ripeto ancora mentre mi lascio cadere, su un fianco.
Sento i passi dell’uomo che mi stava dietro allontanarsi, poi fruscio di stoffe.
Si stanno rivestendo, lui e l’altro?
Lo spero, lo spero con tutto il cuore.
Non li voglio vedere, quando mi toglierà la benda, quando taglierà via la fascetta.
Voglio vedere solo Lui.

Il sapore del sangue in bocca, ormai, &egrave quasi una droga.
Suggo dalle mie stesse labbra il liquido dal sapore ferroso, in attesa di una sua parola.

-ti perdono-
Non aggiunge altro, solo quelle due parole, ma sono abbastanza per farmi scoppiare a piangere.
Sono lacrime di gioia, quelle che sento sgorgare dagli occhi e andare ad impregnare le stoffe nere della benda.
Mi ha perdonata.

Come meglio posso, incurante del dolore causato dalla fascetta ai polsi, dagli schiaffi e dalle penetrazioni indesiderate, mi rimetto a sedere sulle ginocchia.
Tengo il capo chino, in attesa, cercando una postura composta, come Lui mi ha insegnata.
E la Sua mano che si posa su di me, affondando tra i miei capelli, &egrave tutto quello che voglio sentire, assaporandomi ogni sensazione, ogni brivido che quel semplicissimo contatto riesce a donarmi.

Mi ha perdonata.

Sembra sia passato un solo giorno da quel momento in cui sono entrata nel bagno dell’appartamento del mio compagno.
Gli ho detto che ho bisogno di due minuti da sola e, dal modo in cui ha annuito, credo non sospetti nulla, che non abbia sentito il suono ovattato della vibrazione del cellulare nella tasca dei jeans.

Chiudo la porta alle mie spalle e, dopo neppur mezzo passo all’interno della stanza, mi ritrovo con il telefono in mano.
Faccio scorrere il dito sul display per muovermi tra le e-mail fino a raggiungere l’ultima non letta.
&egrave Lui.

Leggo il testo mentre mi poggio, con la schiena, contro le fredde piastrelle che ricoprono la parete del bagno.
Sollevo lo sguardo e, per un istante, incrocio lo sguardo della me stessa riflessa nello specchio posto sopra il lavandino.
Il viso, illuminato dal basso dal display del telefono, sembra quasi lo stereotipo della figura spettrale nei b-movies che piacciono tanto ad F, il mio compagno.
Le rivolgo un sorriso colmo d’imbarazzo e lei fa altrettanto, prima di abbassare lo sguardo sul telefono.

Rileggo il contenuto, le parole che una dietro l’altra vanno a comporre, audaci, il testo della mail.
Mi lascio scivolare seduta per terra, la schiena ancora premuta contro la parete.
Un po’ alla volta, il sorriso che prima era solo accennato, si fa più ampio.
Parole che mi riempiono di gioia, che arrivo a leggere con un filo di voce lasciandole morire appena fuoriescono dalla bocca.
Ma la sensazione di poterlo sentire, anche con l’udito e non solo con l’anima, mi fa sentire come se stessi scivolando, cadendo in un pozzo senza appigli.
Ed &egrave una sensazione meravigliosa.

Prendo coraggio e, posato il telefono a terra, sfilo la t-shirt, lasciandola a terra, poco distante dai miei piedi.
Attendo un attimo, prima di fare come suggerito, anzi ordinato, nella e-mail.
Assaporo il freddo della parete, ora a contatto con la nuda pelle e, come fatto in precedenza, affondo con forza gli incisivi nel labbro inferiore.
Ha detto che ogni volta che lo farò, saranno i Suoi denti a mordermi, sarà Lui ad affondare nelle mie carni.

Con la mano sinistra sgancio il reggiseno e lo poso su quel fagotto che &egrave la maglietta, appallotolata a terra.
Recuperato il telefono, mi rimetto in piedi.
Vedo, sullo specchio, il mio doppio che ricompare, dal basso, rimettendosi in postura eretta.
I seni, piccoli, sono scoperti.
Tiene ancora in mano il telefono che con luce fredda, asettica, la illumina.
Eppure, il rossore sulle gote &egrave ben visibile, anche se l’illuminazione non &egrave delle migliori.
Probabilmente anche lei ha letto delle parole che le hanno toccato l’anima, che l’hanno afferrata e stretta con forza, arrivando a causarle un forte e piacevolissimo senso di smarrimento.
Distoglie lo sguardo dal mio volto per riportarlo sul telefono e, con lei, leggo per l’ennesima volta le Sue parole.

Mi osservo anzi, la osservo sollevare la mano libera e portare le dita all’altezza del capezzolo sinistro.

-… e saranno le Mie dita, a pizzicarti-
&egrave con queste parole che riecheggiano nella mia mente che stringo, tra indice e pollice, la pelle rosa del capezzolo, reso turgido anche dal freddo della parete su cui mi ero poggiata in precedenza.
La mia copia non trattiene una piccola smorfia che, presto, lascia spazio ad un nuovo sorriso.
Strizza con un po’ più di forza mentre la mano che regge il telefono si abbassa.

Posso intuire cosa stia facendo quando, posato lo smartphone sul ripiano sopra il lavabo, sollevo un poco la manopola dell’acqua.
Con quel suono che fa da accompagnamento musicale, lascio che la mano sinistra sbottoni i jeans e faccia scorrere verso il basso la zip.
La destra continua ad accentuare ed allentare la stretta dei polpastrelli che, di tanto in tanto, torcono il capezzolo.

Quando le dita della sinistra scivolano sotto i jeans, passando sotto l’elastico delle mutandine, osservo il viso di quella che &egrave, sotto tanti aspetti, la mia doppelganger.
Ricambia lo sguardo, complice, prima di schiudere le labbra e reclinare il capo all’indietro.
Come lei, guardo in direzione del soffitto, ma non lo vedo.

Come Alice, di fronte allo specchio, mi son persa.
E cado.
O sto salendo, guidata da Lui?

Quando il piacere misto al dolore che mi sto, anzi che mi Sta procurando al capezzolo mi raggiunge, mi lascia senza fiato, costringendomi a posarmi di nuovo contro la parete.

La ragazza che mi guarda dallo specchio, mi sorride, mentre porta alle labbra la mano che fino a pochi istanti fa era celata, nella parte non visibile dallo specchio.

Sono caduta, son saltata a pie’ pari nella tana del bianconiglio.
Ventidue, ventitre, ventiquattro, venticinque.
Mi ha sempre aiutata a rilassarmi, in auto, contare i lampioni.
Mi ha sempre aiutata ad ignorare i sintomi del mal d’auto, quando non mi trovo alla guida.
Di solito, prima di azzerare il conteggio, aspetto d’essere arrivata a cinquanta.

Ventisei, ventisette, ventotto e ventinove.
Anche se il sedile della Sua auto &egrave comodo, non riesco a trovare una posizione.
Non credevo che una singola cinghiata, ben assestata, potesse essere così dolorosa.
Abbasso lo sguardo per guardarmi le mani, adagiate sul grembo.
Temo mi rimarrà il segno della fascetta, sui polsi, per qualche giorno.
Risollevo lo sguardo giusto in tempo per veder scorrere, alla nostra destra, il trentesimo lampione.

Trentuno, trentadue, trentatre.
Anche se non ho osato sedermi al Suo fianco, sul sedile del passeggero, &egrave comunque un onore, per me, poter essere accompagnata a casa da Lui.
Evito, evito con tutte le mie forze di osservarLo riflesso nello specchietto retrovisore. &egrave stato chiaro, quando mi ha levata la benda.
Non devo osare guardarLo negli occhi fino a quando non sarà lui a dirmelo.

Trentaquattro. Trentacinque e trentasei.
La distanza tra i lampioni sembra quasi aumentare.
Il ritmo con cui ci scorrono accanto rallenta.
Osservo le luci dello stabilimento chimico che si fanno via via più vicine e, con quel punto di riferimento, realizzo che stiamo rallentando sul serio. Non si tratta soltanto di una mia impressione.

Trentasette.

Il silenzio all’interno dell’abitacolo, ormai diventato opprimente, viene spezzato dal suono ritmato della freccia.
In lontananza, due fari in avvicinamento.
Chissà chi c’&egrave, dentro quell’auto.
Chissà dove vanno, così tardi.
Svoltiamo a destra, prima d’incrociare quell’auto che si avvicina sempre più.
So benissimo che non &egrave questa la via più breve per rientrare a Mantova, ma se questo comporta il poter stare un po’ più di tempo con Lui, ben venga questa deviazione.

Questo silenzio mi sta uccidendo.
Stringo tra le dita un lembo di stoffa dell’abitino di cotone, per cercare di scaricare almeno un poco la tensione.

-Mi consideri uno stupido?-
Rompe il silenzio, finalmente.
Il tono con cu.i mi rivolge la parola &egrave duro, austero e, malgrado sia una domanda, &egrave palese io non abbia diritto di replica.
Muovo il capo una volta verso sinistra per poi muoverlo verso destra, in segno di diniego.
Sento tutto il peso del Suo sguardo riflesso sullo specchietto ma mi guardo bene dall’incrociarlo, tenendo il mio basso, fisso sulle mani prima di spostarlo sulle ginocchia, scoperte.

L’auto si ferma.
Sollevo lo sguardo per lanciare una rapida occhiata all’esterno.
Non ci sono lampioni in zona se non quelli che delineano il lungolago, distante.

-Scendi-
Guardo fuori, per sincerarmi non ci sia nessuno prima di schiudere la portiera.
Come ordinatomi da Lui, scendo e, la prima cosa che avverto, &egrave il freddo della notte. Lascio che la portiera si chiuda alle mie spalle.
Titubante mi giro, per osservare l’auto scura dalla quale son appena scesa.
Anche Lui apre la portiera, ma non scende.
Rimane li, seduto al posto di guida.
Posso vederlo, illuminato dalla luce dell’abitacolo, ma evito di osservarLo in viso per non incrociarne lo sguardo.
La Sua gamba sinistra scivola fuori, facendo posare la scarpa a terra.
Non aggiunge nulla e non serve lo faccia.
Sollevo un po’ l’abitino e, incurante di come mi si ridurranno le ginocchia, mi metto carponi.
Tengo il capo e lo sguardo bassi mentre gattono in Sua direzione.
E Lui, come a guidarmi in quel silenzio, muove il piede, strisciandolo a terra.

Solo quando la scarpa entra nel mio campo visivo, abbasso ulteriormente il viso, per accostare le labbra alla tomaia.
Vi poso le labbra, chiudendo gli occhi, nel gesto che, più di tutti, rappresenta la sottomissione.
Lo sento e in parte lo vedo muoversi, sul sedile, voltandosi completamente in mia direzione.
Il suo piede destro mi viene posato sulla nuca, premendomi prima contro il suo piede sinistro, poi contro il suolo.
L’asfalto &egrave stranamente caldo, a dispetto del freddo della notte.

-Non provare a muoverti. Non osare rialzarti o questa volta ti allontanerò per sempre-
Più delle umiliazioni, più delle punizioni subite, quelle parole mi fanno male.
Mi fanno male all’anima.
Come schiacciata dalla Sua superiorità, quando solleva il piede destro dalla mia nuca e si mette in piedi tra me e l’auto, non cambio postura.
Rimango immobile, paralizzata dalla paura di perderLo.

Il suono di una zip.
Il fruscio della stoffa dei pantaloni che vengono abbassati.
La Sua mano che si porta sul mio capo e, afferratami per i capelli, mi costringe a sollevarmi, a mettermi seduta sulle ginocchia, di fronte a Lui.
Sollevo il capo ma tengo gli occhi saldamente chiusi.
Il primo sputo mi raggiunge in pieno volto.
Lo sento, caldo, sulla mia pelle.
Il tepore delle Sue mani mi avvolge, quando le porta dal mio capo ai lati del mio viso.
Non ha bisogno d’aggiunger nulla.
Schiudo le labbra e Lo accolgo, dentro di me, nella mia bocca.
Non L’ho mai visto, nudo e questa &egrave la prima volta che posso sentire il Suo sapore.
Che posso sentirLo.
Mi usa, come &egrave giusto sia, per il Suo piacere.
Il Suo sapore.
Il Suo piacere che esplode, riversandosi dentro me, senza che lui pronunci una sola parola.
Lo faccio mio, beandomi dell’esser Sua.

Risale in auto e, senza un saluto, chiude la portiera.
Accende il motore e si allontana, lasciandomi li.

Mi rimetto in piedi.
Ai vecchi dolori, s’aggiunge quello alle ginocchia.
Un passo alla volta, m’incammino verso la silouette della città che si specchia sul lago.
Ho dimenticato quanti lampioni avevo contato.
Uno.

Due.

Tre.

Non &egrave la prima volta che percorro il ponte di San Giorgio a piedi.
Certo, l’altra volta non avevo questo bruciore alle ginocchia, non mi faceva male il sedere, il labbro non lo sentivo così gonfio ed era pieno giorno, ma non &egrave la prima volta che lo percorro.
&egrave sempre una bella vista la città dormiente per eccellenza che si riflette sulle acque dei laghi che la circondano.
Molti miei concittadini sembrano non farci caso, ma a me piace.

Una volta, quando mio padre era ancora tra noi, mi ha portata a fare un giro in barca.
Quella volta ho pianto di terrore, avevo il timore di finire in acqua e affondare. Una volta annegata mi avrebbero messa in un sacco da coroner, proprio come facevano con Laura Palmer in Twin Peaks.
Però, tra un pianto e l’altro, ho potuto bearmi di un punto di vista differente, quasi al livello dell’acqua.

La volta precedente che ho percorso il ponte &egrave stato due anni fa, nel 2012, in pieno periodo terremoti.
Qua in città non hanno fatto poi così tanti disastri per fortuna, se si escludono lievi danni strutturali ad alcuni edifici e il crollo di parte della cupola di Santa Barbara.
Nel buio della notte, riesco a vederne la sagoma, ancora ingabbiata dalle impalcature e dai ponteggi che usano per il restauro.

Nella primavera e nell’estate di due anni fa avevamo preso l’abitudine, con i miei amici e le mie amiche, d’utilizzare come punto d’incontro un chiosco che si trova proprio qua, sul lungolago.
Il posto era ed &egrave carino, ma in quel periodo era possibile stare tranquilli, bere quache cosa in santa pace e ascoltare della musica decente.
Mi fermo e, dopo essermi appoggiata al parapetto del ponte, lo cerco con lo sguardo, sull’altra sponda del lago.

&egrave stato in quel posto, quel pomeriggio, che L’ho visto per la prima volta.
Stonava, era completamente fuoriluogo in quel contesto.
Non so se quelli che sedevano al tavolo con Lui fossero Suoi colleghi o Suoi amici.
Non mi ha raccontata quasi nulla della Sua vita privata e non ho mai chiesto.
Rideva e scherzava con loro, ma il Suo sguardo rimaneva, anche in quei momenti, vigile, attento.
Ascoltavo distrattamente quello che dicevano i miei, di amici.
Tizio che &egrave uscita con Tizia, Caio che ha provato il nuovo ristorante, Sempronio che &egrave stato trovato con un pezzetto di fumo nel cruscotto durante un posto di blocco.
E per fortuna che quella sera non aveva bevuto!
Risate.

E io, in tutto questo, non riuscivo a distogliere lo sguardo da quello sconosciuto.
Ho sempre avuto un debole per i contrasti, per tutto quello che, al cervello, appare sbagliato o un problema da risolvere.
E Lui, in quel momento, era fuori luogo.
Mi sbagliavo.
Per fortuna mi sbagliavo.

Ho cercato la scusa più banale, la più scontata per avvicinarmi al tavolo che occupava con i Suoi conoscenti.
Ho preso il portasigarette e, sfoggiando quella che ero convinta essere la mia migliore faccia tosta, ho chiesto se qualche anima pia potesse prestarmi un accendino.

Riprendo a camminare ma, di tanto in tanto, lo sguardo ricade, calamitato, sul punto in cui so che si trova il locale all’aperto.

-non fumiamo. E non dovresti farlo neppure te-
&egrave Lui, l’unico a rivolgermi la parola.
La voce, la Sua voce, era come il suo sguardo.
Entrambi stonavano con il sorriso che manteneva stampato sulle labbra, entrambi troppo poco gioviali, troppo poco accoglienti.

Li ho sentiti parlottare tra di loro mentre tornavo, coda tra le gambe, al tavolo dei miei amici. E, dentro di me, sapevo che una volta seduta mi sarebbe toccata una sana razione di prese per i fondelli.
Li ho lasciati fare, mi sono limitata a prendere il mio accendino dalla borsa e ad accendermi una sigaretta.
Saranno stati stronzi, ma sono anzi, erano, i miei amici.
Aspiro la prima boccata di fumo tenendo gli occhi chiusi.
La sento sul palato, sulla lingua, prima di farmela scivolare nei polmoni.
Quando ho lasciato fuoriuscire il fumo, ho riaperto gli occhi e mi son resa conto che mi stava fissando.
Un espressione contrariata aveva preso il posto del sorriso, sul Suo viso.

Doveva aver detto qualche cosa ai Suoi conoscenti perch&egrave questi Gli hanno rivolto distratti cenni di saluto mentre si muoveva tra i tavoli, avvicinandosi al nostro.

I primi, timidi raggi di sole devono aver iniziato a far capolino alle mie spalle, preannunciando l’arrivo di una nuova giornata, perch&egrave il cielo non sembra più completamente nero.
Attraverso quasi completamente il ponte ma non proseguo lungo la via principale, quella che mi condurrà in centro.
Svolto a destra e, scesa sul prato del lungolago, mi incammino in direzione del locale.
Solo due anni fa mi sembrava un posto bellissimo.
Solo due anni fa.

Soltanto quando ha raggiunto il tavolo che occupavo con i miei amici, si &egrave fermato.
Proprio di fronte a me.
Ha disteso il braccio destro e mi ha presa la sigaretta, dalla mano.
Ed io non ho opposto alcuna resistenza, persa nel Suo sguardo.

Mi siedo su quella panchetta, quella che occupava Lui con i Suoi conoscenti.
Chissà quante altre persone si son sedute qua, in questi due anni.
Ripenso a quanto accaduto questa notte.
Ripenso a cosa mi ha fatta fare, cosa mi ha fatta subire per una mia piccolissima disobbedienza.
Eppure, eppure sorrido.
Lancio una rapida occhiata all’altra sponda del lago e ho conferma del fatto che il sole stia per sorgere.
Saranno quasi le cinque, non posso dirlo con certezza ma credo siano quasi le cinque.
Tra qualche ora, questo posto, sarà pieno di persone.

Continuo a sorridere, il viso rivolto verso i primi raggi di sole, mentre ripenso a quello che &egrave accaduto poco fa e al tempo stesso a quando L’ho incontrato per la prima volta.

So, sento che la mia mano sinistra si &egrave portata sulla coscia, sollevando un po’ l’abitino di cotone ma il mio pensiero &egrave rivolto a Lui.
Porto la mano destra al collo, alla gola, come a ripercorrere il percorso fatto dal Suo piacere, dentro me.
Il Suo sapore.

Non distolgo lo sguardo, lo tengo fisso in direzione dell’alba, anche quando la mano sinistra si fa audace, raggiungendomi nell’intimità.
Piango e sorrido, ripensando a quanta gioia mi ha donata questa notte con quel Suo gesto che potrebbe apparire come egoistico.
Spalle alla strada, lascio che le dita mi sfiorino, che affondino in me, che si facciano impertinenti come le Sue.

Sospiro prima di affondarmi con forza i denti nel labbro dolorante per strozzare sul nascere l’urlo liberatorio che vorrei lanciare, quando il piacere mi raggiunge.
&egrave un’esplosione violenta, alla quale seguono scosse minori, numerose, d’assestamento.
Proprio come i terremoti di due anni fa.
Tremo, mi accascio sul ripiano del tavolo e rimango così, ansimante.
Su questa panca ci si &egrave seduto Lui.
Questa notte mi ha concessa di farlo mio.
Non riesco a smettere di sorridere.

Mi sfilo le scarpe per bearmi della sensazione dell’erba fresca sotto i piedi mentre, con il sole che ormai inizia a far bella mostra di se, riprendo a camminare verso casa.

In due anni son cambiate tante cose.

Mi son sempre ritenuta una persona a dir poco orgogliosa.
Non son mai riuscita a tacere, a far buon viso a cattivo gioco. A torto subito, ho sempre reagito.
&egrave uno dei principi della fisica, no?
Azione, reazione.
Ora, al buio della mia stanza, non so se tutto questo &egrave ancora valido, vero.
A dirla tutta, non so neppure se fuori &egrave giorno.
Certo, mi basterebbe aprire gli scuri delle finestre, guardare l’orologio digitale per ricordarmi a che punto della giornata siam giunti.

A che punto sono giunta?
Fino a che punto mi sono spinta?

Forse dovrei chiedermi fino a che punto mi sono lasciata spingere.

Dall’altro lato della porta giungono le risa del mio compagno e dei suoi amici.
Ieri l’ho accompagnato al centro commerciale perch&egrave doveva prendersi la nuova playstation e, ora, son tutti li a ridere e scherzare sul divano.
Non una parola sui segni che ho ai polsi, non un solo accenno allo stato del mio labbro.
Sembra quasi non se ne sia accorto, che non abbia fatto caso alle condizioni in cui mi trovavo il giorno dopo quella che gli ho detto essere stata un’uscita tra amiche.

Accendo il lume sul comodino e mi metto a sedere sul letto, a guardare ancora una volta la me stessa riflessa sullo specchio.
Non fosse per il viso e le mani, con la luce spenta difficilmente mi sarei potuta vedere, al buio.
Un po’ come nelle orrende battute a sfondo razzista che fa, di solito, il mio compagno.

Il display che s’illumina, seguito dalla vibrazione resa ovattata dal tessuto del lenzuolo, mi costringe a distogliere lo sguardo dallo specchio per posarlo sul cellulare.
Osservo il numero che &egrave ancora impresso sul display.
Non &egrave il Suo.
Non &egrave il Suo.
Non &egrave di sicuro un numero presente nella rubrica, ma non &egrave il Suo.
Ormai lo conosco a memoria.
Butto nuovamente il cellulare sul letto e, riportato lo sguardo sullo specchio, sbuffo.
Mi guardo, la guardo e ricambia l’occhiata annoiata che le rivolgo.
Mentre le risa si fanno ancora più forti, dall’altro lato della porta, metto in piedi e osservo l’altra me fare altrettanto.
Vestita completamente di nero, sembra di rivedere la me stessa di alcuni anni fa, quando ero ancora inconcsciamente convinta che ogni persona, sotto sotto, dovesse appartenere ad un gruppo.
Nel mio caso, avevo scelto il movimento goth, i famigerati darkettoni, per dirla come i miei cittadini.
Certo però che le NewRock non le ricordavo così pesanti, abituata come sono ad indossare scarpe tutto sommato “normali”.
Che poi, a pensarci bene, utilizzare la parola “normali”, in questo periodo, &egrave parecchio fuoriluogo, discutibile.

Ancora una volta, la superficie mi mostra il display del cellulare posato sul letto alle mie spalle che, accompagnato da quello che sembra un ronzio, s’illumina.
Mi giro e, ancora prima di portarlo all’orecchio, accetto la chiamata.
Non rispondo, non saluto, aspetto sia il proprietario del numero sconosciuto a rispondere.
Risa dall’altro lato della porta, nessun suono dal telefono.
-pronto?-
&egrave tutto quello che azzardo, mentre distrattamente osservo l’espressione che ha la ragazza riflessa sullo specchio.
Ancora nessuna risposta, nessun suono dall’altro capo se si esclude quello che sembra essere un respirare affannoso.

Scosto il telefono dal viso per osservare il numero sul display.
Non sembra lo stesso numero che mi ha chiamata poco fa.
Riprendo ad ascoltare, prima di chiedere, questa volta con tono più basso, titubante, chi chiama.

Vista l’assenza di rispoata, sto quasi per chiudere la chiamata quando mi sembra di sentire la Sua voce, distante, dall’altro capo del telefono.
Rimango in ascolto, in silenzio.

-sei senza mutandine, come ti ho chiesto?-
La stessa voce.
&egrave la stessa voce di uno dei due uomini che si trovavano nella stanza, con noi.
Quella cadenza, quell’accento.
&egrave senza ombra di dubbio il primo che mi ha presa, che mi ha apostrofata nel peggiore dei modi.
Attendo un attimo, prima di rispondere, soppesando con cura le parole da utilizzare.

Si.

Quella sillaba &egrave tutto quello che riesco a pronunciare.
Quella sillaba segna la caduta di un altro mattone, di un’altra certezza.

Risa, sia dall’altro lato della porta, sia dal telefono.
Sembrano ridere tutti quanti di me.
Anche Lui.

Cerco supporto nell’immagine riflessa ma tutto quello che ha da offrirmi &egrave uno sguardo smarrito, colmo d’insicurezza.
Merda, qua sta andando tutto a rotoli.
Eppure, per quanto la mia mente stia cercando ogni forma d’appiglio, il mio corpo si ricorda ancora benissimo cosa &egrave accaduto.
E reagisce di conseguenza.

Cerco d’ignorare la sensazione di calore che m’avvolge, attanaglia la parte bassa del ventre mentre chiedo, con un sussurro, di poterGli parlare.
Vengo zittita ancora prima di poter concludere la frase dal bussare sulla porta.

-tutto ok Ca’?-

La voce del mio compagno mi riporta, per pochi attimi, a vedere uno spiraglio di luce.

-si, mi sto finendo di preparare-

E, altrettanto rapidamente, quella luce l’allontano, buttandomi per l’ennesima volta di mia spontanea volontà in quel pozzo in cui mi sono lasciata spingere dalle Sue mani.
Riporto il telefono all’orecchio e rimango in attesa, in ascolto.

-allora, tra quanto sei pronta?-

Deglutisco.
Perch&egrave ci sono anche loro, anche questa volta?
Ricordo, ricordo benissimo come mi hanno trattata, quando ero bendata, con i polsi bloccati dalla fascetta di plastica.
Ricordo la sensazione sgradevole del ventre dell’uomo al telefono che si posava su di me, quando mi usava violenza, con l’altro uomo.
Eppure, tutto quello, ha preceduto, ha portato al poterLo sentire sulle mie labbra, mi ha permessa di poter sentire il Suo sapore, di donargLi piacere.
Per aspera ad astra, dicevano gli antichi.

–sto scendendo. Tra due minuti son sotto casa-

Mi chiedevo se &egrave ancora vero se sono una persona orgogliosa.
Ho sbagliato.
Dovrei chiedermi se sono ancora una persona.

Due piani.
Mancano soltanto due piani, poche rampe di scale e sarò in strada.

Avete mai pensato alla quantità incredibile di scalini che saliamo o dai quali scendiamo, nel corso della vita?
Nel mio caso, credo sia un numero piuttosto elevato, avendo sempre avuto il terrore degli ascensori.
Ma il numero tende ad aumentare drasticamente se parliamo di scalini in senso metaforico, figurato.
Alcune persone tendono a salire, altre a voler salire a tutti i costi -e quel desiderio, spesso e volentieri, li consuma- e altre, semplicemente, per curiosità o per natura, scendono.
Alcuni diranno che &egrave una cavolata, quella che ho appena detto, che &egrave nella natura dell’essere umano voler salire, voler migliorare la propria condizione.
Persobalmente, son sempre stata incuriosita da quel che viene nascosto e, di solito, &egrave più probabile trovare dei tesori, qualcosa di prezioso, scendendo. Scavando.
Ci si sporca, ci si sporca tanto, si rischia anche di perdere di vista quel lumicino che diventa il sole quando si scende troppo e, soprattutto, si perde la cognizione del tempo.
Insomma, per quanto la vita mi abbia sempre concessa possibilità di avanzare, ogni volta mi sono lasciata scivolare all’indietro, scendendo qualche scalino.
A dirla tutta non so quanto questo dipenda dalla mia indole, dalla curiosità o sia, molto più semplicemente, una ripicca, un capriccio.

&egrave stato un mio capriccio, mascherato da curiosità nei confronti di quella persona così strana, nei Suoi confronti, a farmi arrivare a questo punto.
A questa ennesima discesa.
Dopo il primo incontro, avvenuto ormai due anni fa, dopo quello che io m’ero illusa essere stato un punto messo a segno dalla sottoscritta, non Gli ho rivolto parola per giorni.
In fondo, oltre ad essere già impegnata ufficialmente, si era trattato di una semplicissima chiacchierata.
Nulla di vincolante e, cosa non da poco, nulla di importante.
Un semplicissimo scambio di battute tra due sconosciuti.

Però, se devo essere onesta fino in fondo, ad una parte di me non andava giù il fatto non m’avesse chiamata.
Mi ero convinta d’aver fatto una buona impressione ai Suoi occhi, me ne aveva data conferma più volte, con le Sue parole.
Ma non arrivava nessuna chiamata.
Nessun incontro casuale in giro per la città e, chi ha avuto modo di visitarla può confernare, non &egrave che Mantova sia poi così grande.

&egrave stato così che sono finita, che mi son lanciata capofitto in quella tela così ben costruita da poter essere scambiata per un arazzo.
L’ho chiamato io e Lui, ovviamente, non ha risposto.
In seguito ha giustificato il tutto con il fatto che sarebbe stato troppo facile.
Con il tempo ho imparato che per Lui “troppo facile” si traduce con “non interessante” o con “non divertente”.
E, almeno un po’, ho fatto mie queste definizioni.

Ultima rampa di scale.
&egrave proprio vero che più si scende e più si perde la cognizione del tempo.

La prima volta che son uscita con Lui ho detto al mio compagno che sarei uscita con delle amiche.
Ero praticamente certa che l’avrei tradito.
Di sicuro, per colpa dell’orgoglio e dell’incapacità d’accettare quel Suo trattarmi con sufficienza, con il pensiero l’avevo già tradito.
L’ostinazione &egrave sempre stata una brutta bestia.

Eppure, in quell’occasione non c’&egrave stato, da parte Sua, il minimo accenno alla sfera sessuale.
Non c’&egrave stato, lo aspettavo e non &egrave arrivato.
Sono stata io a cercarlo, ad entrare nell’argomento e l’ho fatto nel peggiore dei modi.

L’ho baciato, mentre mi riaccompagnava a casa.

Oggi credo di poter dire il motivo, ma due anni fa ero convinta fosse per sfida, per provocarLo convinta d’avere io il coltello dalla parte del manico.
Quanto mi sbagliavo.
E la morsa con cui mi ha stretta al collo mentre lo baciavo, avrebbe dovuto farmelo capire.
Probabilmente per i passanti eravamo soltanto una coppia che si scambiava un bacio appassionato.
Ha stretto forte e, nel farlo, mi fissava.
Son sempre stata consapevole del fatto che non sono quella che si può definire una donna giunonica, ma quella &egrave stata la prima occasione in cui mi sono sentita veramente piccola.

Scesa anche l’ultima rampa di scale, rimane soltanto il portoncino del condominio a separarmi dalla strada.

Dopo quel bacio, dopo aver sentito quanto potessero essere forti le sue mani, ho potuto assaporare la dolcezza di cui &egrave capace.
Mi ha carezzata sulla guancia, sfiorandomi con i polpastrelli.
E mentre chiudevo gli occhi per assaporare la sensazione, mentre la pelle d’oca sugli avambracci tradiva i brividi che mi percorrevano la schiena, l’altra guancia veniva raggiunta da uno schiaffo.
Uno schiaffo leggero, sia chiaro, ma abbastanza forte e inaspettato da costringermi a riaprire gli occhi.

Double bind, &egrave così che chiamano, alcuni psicologi, questa situazione.
Due condizioni, due situazioni contrastanti che rendono impossibile la scelta, con conseguente confusione.

E la confusione, c’&egrave stata. E c’&egrave ancora.
&egrave stata sapientemente alimentata dalle sue mani, accudita come una piccola pianta.
All’interno dell’abitacolo della Sua auto, proprio sotto casa, &egrave riuscito a rendermi incapace di scegliere, mi ha portata ad annullarmi, sotto le sue carezze, sotto i suoi schiaffi.
Ai miei tentativi di baciarlo, rispondeva con morsi.

La Sua mano, quando ha raggiunto il seno, si &egrave ritratta.
La mia schiena si &egrave inarcata, per cercare d’allungare quanto più possibile quel contatto.
Mi ha fatta scendere, mi ha augurata una buona notte ed &egrave andato via, lasciandomi sola, di fronte casa.

Quelle scale che ho appena sceso, in quell’occasione le ho salite con gambe malferme.
Ho cercato il mio compagno nel letto e, quando si &egrave svegliato, l’ho accolto.
Ma non era lui, quello che vedevo sopra di me.
Non erano le sue mani, quelle che sentivo sui miei fianchi e, soprattutto, non era suo il piacere che provavo.
Era Suo.
Ero Sua. Sarei dovuta andare direttamente al punto dove &egrave solito farmi attendere.
Invece, accompagnata dalla musica che dagli auricolari si riversa nelle orecchie, ho iniziato a girare per le vie, per i vicoli del centro storico della città.

Fa caldo.
Ovvio, penserete voi. In piena Pianura, o c’&egrave un caldo afoso in grado di rendere fastidioso quasi tutto, o c’&egrave la nebbia.
Fa caldo, ma dentro sento freddo.
&egrave così che l’ho avvertita, ogni volta, la paura.
Posso atteggiarmi a snob, posso risultare altezzosa a volte, altre ancora distaccata eppure, ve lo posso giurare sul nome di quanto ho di più caro, ho paura.
Non so di preciso quanto mi costerà, quello che sto facendo, ma mi son fatta una mezza idea.
Però, prima d’incontrarLo, devo mostrarvi un posto.
Spero sorvolerete sul fatto mi stia rivolgendo direttamente a voi, lettori, distruggendo di fatto la quarta parete.
So che questo &egrave solo un racconto, ma devo a tutti i costi recarmi in un posto e, almeno per un po’ di tempo, la vostra compagnia mi sarà gradita.
E spero sia un piacere reciproco.
Probabilmente ci sarà da procurarsi qualche graffio, ma nulla di preoccupante e in ogni caso vi posso assicurare che ne varrà la pena.

Fin dalla prima visita, l’ho sentito mio.
Per molti &egrave solo un vecchio parco, per giunta non curato.
Per alcuni &egrave soltanto un modo per tagliare per il centro, evitandosi dei giri inutili.
Per me, &egrave il mio giardino segreto.

La musica s’interrompe bruscemente, quando il telefono inizia a vibrare.
Lo sfilo dalla borsa e osservo il display.
Il Suo numero.
Lo riposo all’interno della borsa e aspetto che la musica riprenda da sola, quando il telefono avrà finito di squillare.

&egrave stato chiaro.
Un comportamento del genere verrà visto come un affronto, un grave affronto.
Credo, spero d’essere pronta ad affrontare le conseguenze di questa mia mancanza nei Suoi confronti.

Con le note di 21th Century Schizoid Man a far da accompagnamento musicale, entro finalmente nel giardino.
Nel Mio giardino.
Qua ho un posto che mi rappresenta alla perfezione, sapete?
&egrave un semplicissimo prato, abbastanza modesto ad una prima occhiata.
Le siepi che lo circondano sono basse e, di tanto in tanto, si può notare qualche animale far capolino tra le fronde delle piante.

&egrave già li, seduto sul prato.
Per colpa dell’illuminazione non proprio idilliaca non ne posso esser certa ma, in qualche modo, so che si tratta di lui.
Le spalle dritte, la figura imponente eppure, al tempo stesso, in grado di trasmettere tranquillità.

Lo saluto mentre, sfilando gli auricolari, mi avvicino.
Solleva il capo per osservarmi.
Seduto per terra, a gambe incrociate, non &egrave tanto più basso di me.
Mi fermo, poco distante da lui e stiamo così, in silenzio. Non abbiamo bisogno di dirci nulla.
Non quando stiamo qua, nel mio giardino.
Nel nostro angolo di giardino.

-si &egrave presentato qualcuno?
Quando decido di rompere il silenzio, lo faccio con poche parole mentre poso la borsa ai miei piedi, ben nascosti sotto le New Rock.
Come tutta risposta si limita a distogliere lo sguardo per lanciare una rapida occhiata ai paraggi.
Lo imito, cercando qualcosa con lo sguardo, tra le ombre della sera.

Non lo conosco da tanto. Sotto tanti punti di vista, non lo conosco affatto.
Non so neppure se ne ho paura.
A volte &egrave duro, tremendamente duro.
Ma riesce ad essere anche di una dolcezza disarmante.
Ed &egrave dolce, ai miei occhi, quando senza guardarmi si picchietta sulle ginocchia delle gambe incrociate, in un muto invito.
Mi stedo a terra, posando delicatamente il capo sulle sue gambe. Il contrasto tra la consistenza del manto erboso e la sua gamba &egrave reso ancora più marcato dall’irrigidirsi dei suoi muscoli.

Il silenzio della sera &egrave rotto, di tanto in tanto, soltanto dal suono distante di qualche automobile.
&egrave proprio in quel silenzio che lo osservo, dal basso, tenendo il capo posato sulle sue gambe.
Quando schiude le labbra per parlare sono ormai persa ad osservare i lineamenti del suo viso.
Voglio imprimerli nella mente, non voglio scordarli.

-allora ti fidi di me?

Non gli rispondo, non subito almeno.
Mi prendo qualche secondo, anche se so benissimo quale &egrave la risposta a quella domanda.
E la conosce anche lui.
Fa strano vedere una persona che sorride, quando la si guarda dal basso, quando ai nostri occhi risulta tutto sottosopra.
Sollevo il braccio destro e, con la punta delle dita, gli sfioro una guancia.
Forse ho osato troppo perch&egrave il sorriso, sulle sue labbra, scompare rapidamente, lasciando spazio ad un’assenza d’espressione che mi ricorda tanto, troppo la Sua.
Ma, quando faccio per ritrarre la mano, mi blocca il braccio con la sua, di mano.
La presa &egrave forte, decisa, sicuramente adatta ad un uomo della sua stazza.
Non mi divincolo, non strattono cercando di liberarmi da quella morsa.
So che sarebbe inutile, nel migliore dei casi.
E, ad essere onesta, non vorrei liberarmi.

-al punto che son pronta a levare un altro pezzo d’armatura.
Quando gli rispondo, solo allora allenta la presa, lasciando il mio braccio libero di ricadere verso il basso.
Porto le dita che gli hanno sfiorato la guancia alle labbra e, mentre riprendo a fissarlo, accenno un bacio sui polpastrelli.

-quando ho deciso di venire qua, e non di andare da Lui, sappi che ho preso una decisione che mi costerà cara. Sono Sua, e ribadirà il concetto con le modalità che puoi immaginare.

Gli parlo cercando di mantenere un tono basso, pacato ma, dentro di me, vorrei poter urlare.
Vorrei anche poter aggiungere qualche altra parola, ma sentire la sua mano che si posa sulla camicia nera, all’altezza del seno, mi zittisce.
Stringe con forza, come in una morsa, il capezzolo sinistro.
Fosse stato il destro, quello con il piercing, avrei urlato.
Avrei urlato sul serio, per il dolore.
Lo osservo, con gli occhi sgranati, incapace di reagire.
Senza la volontà di reagire.
Per quanto possa sembrare un gesto rozzo, quello che sta compiendo, la carezza che mi concede con l’altra mano, sulla guancia, mi porta a chiudere gli occhi, catapultata in un mondo dove il contrasto tra dolce e amaro si fa sempre più marcato.
Tengo le labbra schiuse mentre nuove fitte di dolore si levano dal seno.
Torce forte, prima di allentare la morsa delle dita per alcuni istanti.
Ne dovrei approffittare per riprendere fiato ma, la mia mano, si va a posare sulla sua.
La guida sull’altro seno, quello il cui capezzolo &egrave forato dal piercing.
Sembra rendersene conto perch&egrave la stretta delle dita, forti, questa volta sembra un po’ più delicata.
Riapro gli occhi e, come riflesso incondizionato per il dolore ed il piacere, inarco la schiena.
Porto la mano libera alla cintola dei pantaloni con il chiaro intento di slacciarli ma, con tono brusco, mi ferma e, al tempo stesso, inizia a torcere, con lentezza esasperante, il capezzolo attraverso la stoffa della camicia.
Sento chiaramente il piercing che tira, una sensazione simile ad uno strappo.
So che non mi farà male sul serio, non se non sarò io a chiederlo, ma il dolore &egrave veramente forte, questa volta.
Mi piego, sotto le sue mani, ma cerco nei limiti del possibile di osservare il suo viso.
Le prime lacrime sgorgano per il dolore ma, vedendo la sua espressione vagamente sorniona, soddisfatta, non riesco a trattenere un accenno di sorriso.
Sorrido e piango.
Probabilmente, ai suoi occhi, sono soltanto una poveretta viziata, una schizofrenica.
E non mi importa, non più.
Non ora che il dolore, per i miei sensi, sta mutando in piacere, sotto le sue mani.

&egrave questo, il nostro giardino segreto.
&egrave questo, il posto che voglio condividere con lui.
&egrave questo, il mio essere che voglio mostrargli.

A costo di mandare in bestia colui che considero il mio Padrone.
A costo di subire la Sua ira.

Non mi interessa, questo posto &egrave solo nostro.

Autore Pubblicato il: 23 Maggio 2014Categorie: Racconti di Dominazione0 Commenti

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