Sono al bar, aspettando Elisabetta.
E’ il classico bar per vecchi: tavoli e panchine di legno all’esterno, perfetto esempio di stile Sagra della Salamella. E’ appena iniziata la primavera e all’interno non c’é nessuno, salvo la barista, una donna asiatica sulla quarantina, che a stento parla italiano e che al momento é occupatissima col suo cellulare. Tanto meglio: avremo più riservatezza.
I posti all’esterno invece sono tutti occupati da perdigiorno e da anziani col bianchino in mano, assidui giocatori di Briscola e Scopa; nessuna tra queste persone mi conosce.
A differenza dell’esterno l’interno ha il suo perché: tutto in legno, tavoli massicci e buone sedie imbottite a circondarli. Ci sono anche dei posti contro il muro, nascosti alla vista della cameriera. Scelgo uno di questi.
Cristina ha mandato un messaggio a Elisabetta l’altro ieri, dimostrandole di avere il materiale che la riguarda e invitandola ad un incontro per oggi pomeriggio, Sabato. Peccato che Cristina non ci sarà e sarò presente soltanto io. La nostra compagna nemmeno é venuta a scuola negli ultimi due giorni: deve proprio avere un brutto mal di pancia. Ordino un’acqua tonica con ghiaccio e limone e ripasso mentalmente ciò che devo dirle.
L’ingresso é circondato da vetrate e posso tener d’occhio l’esterno. Eccola: Si aggira tra i tavoli fuori cercando con lo sguardo Cristina. Povera Sciocca.
Qualche avventore particolarmente maleducato si volta e commenta il suo culo esplosivo in dialetto stretto, mentre lei si avvia verso l’interno del locale, fingendo di non sentirli. In effetti, attira parecchia attenzione: indossa una camicia aperta sopra ad una canottiera grigia a coste, discretamente scollata, sottile e aderente, che lascia intravedere il profilo del reggiseno. Il mio basso ventre inizia a scaldarsi e sento il sangue fluire.
Non avendo trovando Cristina all’esterno, varca la soglia del bar. Butta un occhio all’interno e non mi vede. Chiede alla cameriera se c’é qualcuno all’interno. Sento il suo accento marcato: “Là dietro”. Si avvicina, ma riesce a vedermi soltanto all’ultimo, ormai a poco meno di un paio di metri di distanza. Sussulta, digrigna i denti, e una smorfia le attraversa il viso per una frazione di secondo. Sorpresa, vero?
“Toh, Elisabetta. Che ci fai qui?” é evidentemente preoccupata di aver trovato qualcuno che la conosca e che di fatto impedirà il suo incontro con Cristina.
“C-ciao Raffaello… Niente di che, passavo di qui e mi é venuta sete.”
Mi mordo la lingua, per trattenere la risatina che si stava affacciare sulle mie labbra. Non è tanto brava con le scuse, bisogna dirlo. Potrei far finta di crederle, ma decido di metterla un po’ sotto pressione.
“Davvero? Pensavo stessi cercando qualcuno. Ho sentito la domanda che hai fatto alla cameriera”.
“Beh sì, e-ecco. Avevo un appuntamento con un’amica da queste parti che però non si trova da nessuna parte e ho deciso di fare un giro e poi mi é venuta sete e ho pensato che fosse entrata anche lei qui…”. Le sue parole fluiscono ad una velocità impressionante, e la sua lingua quasi incespica tra le sillabe. Agitatina?
“… é l’unico locale che c’é da queste parti!”, si affretta ad aggiungere.
Resta un paio di secondi impalata, a osservarmi, la bocca semiaperta e muovendo il peso del corpo prima su un piede, poi sull’altro. Noto che apre e dischiude le labbra, come se stesse cercando di deglutire della saliva, ma senza alcun successo.
Finalmente, adocchia lo zaino che mi sono portato appresso: “Tu? Stai studiando?”
“Giusto qualcosina. Mi piace venire qui a studiare ogni tanto, è un posto tranquillo.”
Sfoggio il sorriso più conciliante del mondo, esibendo tutta la mia cortesia e gentilezza.
“Ma senti. Mi sembri con la bocca riarsa. Siediti con me intanto che aspetti la tua amica, ti offro qualcosa. In cambio, potresti aiutarmi con una faccenda di Hegel che non capisco del tutto?” Palla colossale, sono un asso della filosofia. Non aspetto la sua risposta, e alzo il braccio, sporgendomi fuori dal tavolo per attirare l’attenzione della cameriera.
“Coca va bene?”, le chiedo. Lei non risponde, ma resta ferma in piedi, in silenzio, presa alla sprovvista dalla mia proposta. Ordino una lattina, mentre la fronte di Elisabetta si corruga leggermente: credo che stia iniziando a sospettare qualcosa. Mi sembra quasi di percepire il cricetino dentro il suo cervello correre all’impazzata, cercando di elaborare quello che sta succedendo. Resta in silenzio, non sa cosa dire, non sa cosa fare. Poi, la sua espressione cambia leggermente, mentre i suoi occhi si stringono leggermente, diventando delle piccole fessure marroni. Forse, finalmente, inizia a capire. Era ora, stupida gallina.
Quando la cameriera appoggia la lattina e il bicchiere sul tavolo, Elisabetta è ancora in piedi, come se fosse intorpidita, confusa e assorta nel filo dei suoi pensieri. Vedendo la signora fa un saltello di lato, come se non si aspettasse la sua presenza. Con la mano la invito a sedersi, mentre con il cellulare apro la pagina wikipedia di Hegel. In inglese. Inizio ad esporle il mio dubbio, dicendo cose che non hanno troppo senso, ma tant’è. Nel frattempo, lei prende posto di fronte a me, lanciando sguardi tutto attorno, come se ancora si aspettasse che Cristina possa comparire da un momento all’altro.
Le indico alcune cose dal mio cellulare, chiedendo informazioni in più sul filosofo: tempo di finire le mie due domande, lei ha già guardato il suo cellulare cinque volte. Arranca sugli argomenti e, a corto di idee, estrae anche lei wikipedia. Continuo con le domande, ma osservando attentamente e noto che dopo pochissimo ha già aperto i suoi messaggi, cercando un contatto chiamato “Crinegra”. Ovviamente è inutile scriverle, perchè Cristina non darà alcun segno di vita, ma lei, pur magari sospettandolo, non può saperlo con certezza.
Continuo ad insistere su Hegel per qualche minuto: Elisabetta continua a non saper rispondere, e d’altra parte le sue capacità sulla materia sono minime, e la situazione può solo peggiorarle. Dopo poco sbuffa.
“Senti, non lo so. Non ho idea di cosa parli e non capisco un cazzo di questa cosa.”
Riprende a guardare i suoi messaggi, e sbuffa di nuovo. Nessuna risposta da Cristina.
“Senti, io devo andare.”
Io sorrido placidamente, mentre la vedo raccogliere le sue cose. Tengo in una mano il mio cellulare, e la mia acqua tonica nell’altra.
“Sicura? Non hai ancora finito la tua coca.”
Ormai lei si è alzata e, voltandosi, fa le spallucce, compiendo il primo passo per allontanarsi da me. Sorrido.
“Peccato tu te ne vada già. Avevo ancora una domanda per te.”
Non appena finisco la frase, faccio partire il video del suo pompino al ragazzo, col volume leggermente alzato, in modo che solo lei possa sentire distintamente quello che viene detto, e riconoscere gli epiteti che le erano stati rivolti.
Si pietrifica sul posto, e si volta lentamente. Il suo sguardo angosciato vaga prima sul mio viso, poi sullo schermo del mio cellulare, ora rivolto verso di lei, su cui può osservare se stessa succhiare avidamente quella cappella, e poco dopo farsi inondare la bocca di sborra. La sua espressione è stupefatta, ma non tanto quanto mi sarei aspettato. Evidentemente, i suoi dubbi hanno trovato una conferma.
“Stai capendo?”
Sorrido placidamente e, con lo stesso gesto che avevo fatto qualche minuto prima, la invito a sedersi di nuovo. Tremando, prende posto di fronte a me per la seconda volta.
“Certo che ti dai un gran da fare con la lingua.”
Piego il capo, contemplando le sue capacità di bocchinara.
“Pompino da manuale, devo ammettere. Sembri proprio brava.”
Le gambe di Elisabetta tremano convulsamente, e le sue mani si muovono prima sul tavolo, poi sfregano le sue gambe, poi vanno ad incrociarsi sul petto, e poi ritornano sul tavolo.
“Cosa vuoi?”
Inspiro profondamente. Cerco di sembrare sicuro di me, ma non lo sono affatto: ho il cuore che rimbomba nel petto per l’eccitazione. Mica è cosa di tutti i giorni ricattare qualcuno.
“Quasi un po’ invidio questo ragazzo.”
Cerco il video successivo, quello in cui si fa inculare selvaggiamente dall’uomo.
“Ma quasi invidio di più lui, sai? Il tuo sedere sembra particolarmente accogliente.”
Riporto il mio sguardo sulla mia compagna di classe. Sta arrossendo visibilmente, il suo volto è una maschera indurita dalla paura, forse anche dall’umiliazione. Una goccia di sudore le scende dalla fronte verso il mento. Digrigna i denti, mentre un’espressione rabbiosa e stizzita le attraversa il viso.
“Cosa volete?”, esclama di nuovo, perentoriamente.
Poso il telefono, e mi appoggio allo schienale della sedia, distendendomi un poco. Non rispondo immediatamente, e faccio passare qualche secondo, guardandola e inclinando il capo prima da un lato, poi dall’altro.
“Sai, riflettevo. Io credo che chiunque veda queste cose che fai sarebbe davvero entusiasta di farsi fare un pompino da te, o di scoparti. Non hai mai pensato di avere una carriera nel porno?”
Schiocca la lingua: “Non sono una troia.”
“Credo che chiunque vedrebbe le tue performance la penserebbe diversamente. Non saresti felice di essere sommersa dalle proposte di tanti ragazzi e uomini che si eccitano nel vederti? Saresti famosa. O almeno, lo saresti nella provincia.”
Digrigna i denti, scandendo le parole: “Cosa volete?”
Faccio le spallucce: “Ancora non l’hai capito?”
“Volete fottermi.”
Non riesco a trattenere una risatina: “Certo, in un certo senso, sì. Ma non vogliamo soltanto fermarci a quello. Non credi che una scopata sarebbe un po’ poco?”
Il suo sguardo si abbassa, e le mani, ancora strette attorno al petto, si stringono ancora di più.
“… Soldi.”
Rido di gusto. Certo che ai soldi io e Cristina non ci avevamo poi pensato. Non è una cosa che ci interessa granchè e poi Elisabetta non è che avrà tutta questa libertà nel disporre dei soldi dei suoi genitori. Pur essendo di famiglia abbastanza ricca, non credo passerebbe inosservato la sottrazione di denaro dal conto di suo padre. No, ci scoprirebbero in un attimo. E poi, i nostri desideri sono davvero molto più terra terra.
Alzo un sopracciglio, senza lasciar intendere una risposta diretta: “Togliti una scarpa.”
Corruga la fronte, e i suoi occhi si posano sotto il tavolo, a guardare le sue scarpe. Ripeto la stessa frase. Trattengo il respiro, per vedere come reagisce. Sto già chiedendo troppo? Il dubbio di rovinare tutto, e che se ne vada sbattendo la porta, mi attanaglia. Poi, la vedo chinarsi lentamente, slegarsi i lacci e se togliersela. Sorrido, e una sensazione di compiacimento e soddisfazione si fa strada dentro di me. Tamburello l’indice sul tavolo. Lei, incredibilmente, capisce, e la appoggia lì, a quache centimetro dalla mia mano: una scarpa bianca, praticamente nuova, di tela. Solo i bordi della suola sono leggermente sporchi.
“Solleva il piede da sotto il tavolo, dammelo in mano.”
Mentre sento sollevarsi la sua gamba, contemplo le sue espressione, che sembra mutare da un secondo all’altro, come se il suo viso non sapesse decidersi, tra mostrare sconcerto, paura, fastidio, o rabbia. Ha proprio un faccino innocente, incorniciato da capelli castani lunghi, la carnagione leggermente abbronzata. Le labbra, rosse e un poco carnose, tremano appena dischiuse. Afferro il tallone e le tolgo il fantasmino. La tiro per la gamba e lei si irrigidisce, sospetta. Attendo che intuisca il prossimo passo, ed effettivamente, dopo qualche secondo capisce, e gli occhi le si inumidiscono.
Appoggio la pianta del piede contro il mio pacco: “Massaggia.”
Inizialmente, resta immobile, ma, lentamente, sento le dita del piede muoversi, e il mio cazzo, già duro, irrigidirsi ancora di più. Appena sente la mia erezione si blocca, e cerca di sottrarsi.
“Q-quanto vuoi. Posso pagarti.”
Sbuffo, e strattono il suo piede con più forza tra le mie gambe: “Fa’ la brava. Impegnati.”
Stringe i denti, ma ciononostante riporta docilmente il piede in posizione e con la mano la guido. Sento le sue dita percorrerlo in tutta la lunghezza: preme contro ogni irregolarità, e arriva a sfiorarmi l’orlo della cappella, causandomi un brivido. Osservo il suo viso: ormai é contratto in una smorfia, le labbra incurvate all’ingiù. E’ sull’orlo del pianto, ma voglio insitere ancora.
“Non fermarti.”
Infine, faccio un cenno verso la scarpa sul tavolo: “Leccala”
Il viso completamente rosso, il respiro affannato. Ha gli occhi sbarrati, non vuole credere alle sue orecchie. Guarda la calzatura sul tavolo, poi guarda me, e poi di nuovo la scarpa. Tremando, la prende in mano e apre la bocca. Internamente, gioisco: l’umiliazione, il sale della vita.
Disgustata, strizza gli occhi con forza, e appoggia la punta della lingua contro la suola, sfiorandola appena. Una singola lacrima scende lungo la guancia destra. Che meraviglia. Non voglio, non posso dimenticare questo momento, e voglio mostrare quanto sta accadendo a Cristina. Estraggo il telefono per immortalare il momento: questa fotografia sarà il nostro primo trofeo.
Elisabetta sussulta vedendo il cellulare, e si blocca. Improvvisamente, la rabbia prevale sulle altre emozioni. Evidentemente, un briciolo di dignità le è rimasto, e si sta facendo sentire. Sorrido: so che non si tirerà indietro, la posta in gioco è troppo alta per lei. E invece: mi lancia la scarpa addosso.
Ok, questo non l’avevamo calcolato.
Per fortuna mi manca. Accecata dalla furia, mi urla addosso:
“Sfigati di merda, figli di puttana, non riuscirete mai a fare con me quello che volete!”
Singhiozza: “Provateci! Provateci a mandare in giro quella roba! Avrete paura ad uscire di casa, le vostre vite saranno finite! CAPITO? FINITE!”
Si alza e corre via dal locale, così, senza una scarpa. Uscendo, sbatte la porta, facendo cadere da una mensola vicino all’ingresso un Maneki Neko, il famoso gatto porta fortuna, che, cadendo, si frantuma in mille pezzi. Che dire: abbiamo toppato alla grande.
Rimango fermo qualche minuto, senza riuscire a pensare a nulla: il mio sguardo resta fisso sul calzino e sulla scarpa lasciati indietro da Elisabetta. Sento la proprietaria del locale sbuffare, e spazzare con la scopa i resti del gatto infranto. Cosa ho sbagliato? Era troppo?
Afferro le calzature, e le infilo nello zaino. Sospiro: magari saranno un ricordo, o un monito per il futuro. Mi alzo e vado a pagare.
La proprietaria è dietro la cassa, e mi guarda arrivere con un’espressione lievemente corrucciata, ma non sembra troppo turbata da quanto è successo. Penso che forse, per qualche ragione, sembra mostrare un velo di empatia e, infatti, la conferma non tarda ad arrivare:
“Litigare innamorati, vero?”
Abbozzo un sorriso: “All’incirca, signora… All’incirca…”
Mi guarda, impietosita: “Non preoccupare, se amore vero, lei fare pace con te.”
Ringrazio il cielo per le sue carenze linguistiche: se solo fossero state migliori, avrebbe capito meglio la situazione. Esco dal locale e mi avvio verso casa di Cristina, ho bisogno di raccontarle faccia a faccia quello che é successo. Percorro la strada con la mente assorta e obnubilata, e quando Cristina mi vede suonare il suo campanello appoggiato al cancellino, segno di tutto il mio sconforto, mi accoglie in casa senza dire una parola.
“Cazzo. Questo non me l’aspettavo.”
La mia amica è appoggiata alla sua scrivania, mentre io sono sdraiato sul letto, in stato quasi catatonico. Dove abbiamo sbagliato? Volevamo sorprenderla e non lasciarle occasione di reagire, sfruttando proprio il fatto che mi sarei presentato io invece che Cristina. Sarebbe dovuto andare tutto liscio, avevamo il coltello dalla parte del manico. Con tutto il materiale che avevamo a disposizione, potremmo compromettere la sua vita non poco: il suo giro di amicizie, al di fuori di Anna, è composto da persone ricche, sciocche e moraliste. Amici dei tempi dell’oratorio, del grest. Per non parlare poi delle voci che si sarebbero diffuse in paese; qui, almeno di vista, tutti conoscono un po’ tutti e tutti, chi più chi meno, spettegolano volentieri, e le voci si diffondono velocemente. E i suoi genitori? Gente borghese per bene, arricchitisi grazie alla loro piccola azienda, fieri della loro villa, delle loro belle macchine, superbi, altezzosi. Nonché orgogliosi della loro figlia “ben educata, e volenterosa”, e proprio per questo motivo “non le si vorrebbe mai far mancare nulla”. Con queste parole ho sentito il padre difenderla durante i colloqui scolastici. I suoi genitori l’avrebbero considerata allo stesso modo, dopo aver saputo quanto la loro bambina diventasse zoccola appena metteva il piede fuori casa? Chissà cos’avrebbero fatto, vedendo così infangata la loro cosiddetta buona reputazione. Pensavamo che Elisabetta sarebbe stata magari non più docile, ma almeno più remissiva. Come mai aveva reagito in questo modo?
Discorrevamo così, io mesto, Cristina innervosita: “Sei proprio drammatico.”
In ogni caso, non riuscivamo a trovare una risposta soddisfacente ai nostri dubbi: avrebbe dovuto accettare, e non riuscivamo a comprendere perchè volesse rischiare di essere esposta pubblicamente così. Forse, non ci credeva capaci di condividere quei video. Cristina si avvicina a me, e mi da un paio di pacche decise sul petto.
“Su dai. Non è la fine del mondo. Così è andata, ci ripenseremo domani.”
Piega la testa di lato, come se stesse soppesando un’idea: “Stasera birretta?”
Annuisco, e ci diamo appuntamento per dopo cena. Esco da casa sua, inforco la bici e faccio il tragitto del ritorno prosciugato di ogni energia. Appena entro nel mio appartamento, saluto i miei rapidamente e mi butto sul divano: meglio dormirci sopra e non pensarci più. Mi sveglio un po’ più fresco, ceno e mi butto sotto la doccia.
Ripenso a tutto quello che é successo nei giorni scorsi, frustrato e amareggiato, mentre l’acqua mi scorre sul capo e sulle spalle. E pensare che avremmo potuto divertirci così tanto con quella troia.
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Per commenti e chiacchere varie mi trovate su:
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Anche a me piacciono molto i piedini, bel racconto, continua!
Una saga che spero non finisca mai
Sempre più eccitante. In crescendo, complimenti
Minima immoralia è di Daniele Scribonia.
Il racconto l'ho scritto io, Daniele Scribonia. Niente anonimato.