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Racconti di DominazioneTrio

9- Settembre Frantumato

By 29 Aprile 2026No Comments

E sono lì che salgo le scale col fiatone. La mano corre lungo la ringhiera.
***
“Idra, in tutte le famiglie ci sono giorni in cui sopporti bene il peso, altri in cui sei cotta. Quello era un giorno che voleva ancora uno sforzo.”
***

Liveta ha finito di fare la valigia, lo stereo in camera sua è acceso.

Bettye Swann canta “Then You Can Tell Me Goodbye”, ma non la sta proprio ascoltando.
Ce l’ha pure come suoneria del cellulare.

Dasho passa lì davanti prima di me. Non si ferma. Lo vedo mentre butta un’occhiata dentro e sparisce dietro la sua porta.

Fuori Nadia mette i panni sul filo luccicante di pioggia. Entro nella stanza di Liveta. Voglio salutarla. Ditmir mi anticipa, prende la sua valigia in mano.

“Ci lasci qualche momento?” chiedo.

Mi guarda. “Vado in cucina. Bevo qualcosa mentre vi aspetto, ma non metteteci molto.”

Esce.

Il sorriso di Liveta cade subito. Non servono maschere quando non c’è pubblico. Sa cosa voglio sapere. E in quel momento ricordo perché se ne sta andando. L’ordinazione.
Alla villa mi sono sentita ossessionata da Dasho. Qui, invece, lo odio.
Se dovessi dare un nome al diavolo, sarebbe il suo. Mi sale una nausea improvvisa, un rigetto.

Mi siedo sul letto. Liveta resta in piedi. Il pomeriggio la disegna. La luce del sole entra dalla finestra e traccia con una matita d’oro il suo profilo. Il viso è scuro, in controluce, contenuto nella cornice della finestra. Sembra una sagoma, una traccia della sé stessa reale.

Comincia a parlare.

Dice che faceva la parrucchiera a U., in Lituania. Aveva due sorelle. Non erano ricchi, ma si arrangiavano. I genitori c’erano. Dasho era entrato nella sua vita come un incidente. Un attimo. Ma non là. Qui. Una donna le aveva offerto un lavoro, le aveva detto di venire in Italia. Diceva di conoscere bene l’Italia.

Il padre di Liveta da subito non era stato contento. Le sorelle sì. Era venuta una prima volta. Aveva lavorato davvero come parrucchiera. Dasho, all’inizio, si era spacciato per un grande amico del titolare del salone che l’aveva assunta. Era durata solo un mese.
Lui l’aveva riempita di regali. Lei aveva vissuto in casa della donna che l’aveva ingannata per prima. Una gran brava coinquilina… Liveta era giovanissima, non sapeva nemmeno cucinare. Le mancava la mamma, ma questa finta amica la trattava proprio come una figlia. Le insegnava tutto lei. Quando era tornata a U. per Natale, aveva raccontato del grande amore.
Il padre era diventato ancora più ostile. Le aveva detto che era troppo giovane, che un uomo non va in cerca di una ragazza appena maggiorenne per farsi una famiglia. Dasho però le aveva promesso che l’avrebbe sposata. Lei si era illusa.

Mi accorgo che sto stringendo il copriletto tra le dita.

Suo padre aveva detto che non sarebbe venuto a nessun matrimonio.

Vedo le lacrime sulla sua guancia. Ma Liveta non mi guarda.

Suo padre aveva detto: “Vedrai, tornerai dalla tua famiglia. E ti sarai pentita.”

Ora Liveta mi osserva. “Aveva ragione, sai? Diceva che i ricchi non aiutano i poveri, e i forti non proteggono i deboli.”

Allungo una mano verso di lei, ma la mia carezza non sembra arrivarle.

Tira su col naso. “Se fosse vero,” dice, “se davvero potessi tornare…

“Liveta…” la interrompo sottovoce, non voglio essere invadente. “Ma voi… insomma, ho pensato che la dottoressa da cui siamo state può averti dato solo una spirale…”

Ma lei ora non pensa a me.

Era tornata qui. Aveva aspettato che Dasho la sposasse. Nel frattempo era rimasta incinta. Lui era sembrato dimenticarsi della promessa. Aveva detto che non c’erano soldi, che lei avrebbe dovuto guadagnare meglio, provare un altro lavoro. Lei era tornata a U. Era rimasta lì per un anno. Aveva partorito. Ma i soldi non bastavano.

Respiro piano, per non farmi sentire.

Così aveva accettato di tornare qui. Forse avrebbero trovato una soluzione insieme. Lui diceva di essere cambiato. E lei gli aveva creduto, perché aveva voluto rivederlo. E poi, che non si fa per i figli?
Lui le aveva chiesto di tornare col figlio, ma lei non si era fidata. L’aveva lasciato alle sorelle e si era rimessa a lavorare. Quando era arrivata, Dasho l’aveva spedita in strada. I documenti di Liveta erano scaduti. Non aveva più potuto lavorare. Da casa chiedevano soldi di continuo.
Le sorelle, avendo scoperto chi era la donna che avvicinava ragazze nei villaggi per lui, avevano cambiato casa col figlio. Lui non le aveva rintracciate.

Fino a oggi ha continuato a lavorare per mandare soldi a casa.

“Ma almeno,” dice alla fine, “ogni volta che mando soldi ai miei… mi sento come se avessi espiato una colpa. Mi sento meno la pessima madre che sono. Meno la stupida che sono stata.”

Le parole non mi vengono. Riesco a dire solo:

“Liv… mi dispiace.”

Lei non mi risponde nemmeno. Si vede che è già altrove.

Un rumore di vetri rotti ci richiama al presente.

Ditmir dalla cucina grida: “Mi è caduto un bicchiere! Non vi preoccupate. Vengo a prendere la valigia.”

La solleva e Liveta gli va dietro.

C’è una fila di bicchieri nella credenza: su ognuno è scritto un mese.

Per terra è caduto quello con la scritta Settembre.

Settembre frantumato.

Questo mese è caduto addosso pure a me. Sento i suoi giorni che mi graffiano come qualcosa che non ha finito di succedere.

Loro se ne vanno e io resto impalata sulla cima delle scale.

Marina mi raggiunge: “Tutto bene?”

“No, Liveta mi ha raccontato la sua vita. E io ci sto male.”

“Non fare le domande se non reggi la risposta. Nessuna è arrivata qui perché stava giocando.”

–Già, penso. Nessuna a parte me.

Mi sento un’estranea.

“Andiamocene in cucina,” dice Marina.

Si mette a sciogliere qualcosa dentro a un pentolino.

Sono ancora troppo debole per andarmene a casa. “Che fai?”

“Una crema che si usa giù da noi. Tu sei di Milano, Angela?”

“Sì.”

“Mi piace il tuo nome.”

“Grazie. Mia madre diceva che il destino di ogni persona è influenzato dal suo nome. Mi ha chiamata Angela perché diventassi buona.”

Sento Dasho che mi chiama. Quando sento la sua voce, non sono mai pronta.

Valjet sobbalza.

Mi avvicino a lui, che è sulla porta col solito bicchiere di whiskey. Mi mette in mano un telefono. Mi ci richiude le dita attorno prima che riesca a guardarlo.
Lo stringo.

“C’è già il numero di Marina dentro, se ti serve qualcosa chiami lei.”
“Grazie.”
“Useremo questo per chiamarti. Ma se serve, gli altri hanno già anche il tuo numero.”

Dovrei essere preoccupata sapendo che un sacco di prostitute e avanzi di galera ora hanno il mio numero privato, oltre che quello della SIM aziendale… per così dire. E invece sento quella leggerezza stupida di quando ricevi un regalo da uno che ti piace in primo superiore.

Poi ricordo la realtà.

“Tienilo sempre acceso. Non farmi cercare.”

Annuisco prima di pensarci.

Lo guardo bere.

“E quando ti chiamo rispondi subito. Anche se hai la bocca piena.”

Sento una fitta nel petto.

“Da domani ti aspetto a mezzogiorno.”

“Va bene.”

Mi guarda un attimo.

“Bene.”

E con questo se ne va.

Valjet guarda il cellulare nelle mie mani come se fosse un mostro.

“Che hai?” le chiedo.

“Temo Dasho. Soprattutto quando porta regali,” dice.

“In effetti…” noto che è identico a quelli che hanno loro.

Marina ride. “È il primo premio quando ti prendono… e benvenuta a casa del diavolo.”

Penso: – È una battuta?
Comunque mi fa quasi piacere sentire quel modo di dire.
Lei scruta la mia faccia. “È così che gli diciamo noi.”
Mi viene da sorridere senza motivo.

Lo metto nella borsa senza rispondere.
Fisso le sue unghie viola. Quando qualcosa mi disturba troppo, mi distraggo coi dettagli.

“Sono d’accordo con tua madre,” dice lei, che non fa caso al mio sguardo. “Non so se chi gli ha messo quel nome conoscesse bene la nostra lingua… ma dash- è amore e anche ariete. È quasi troppo perfetto per essere un caso.”

Ricordo quella notte in cui Valjet diceva a Georgi parole d’amore. E io ero invidiosa.

“Non potrei mai chiamarlo così.”

“Lo fai ogni volta che lo chiami per nome. Così si dice da noi.”

Penso che non riuscirò più a dirlo.

***

Parlare di Liveta ieri mi ha lasciato un groviglio di cattive emozioni. Idra se ne accorge subito.

I suoi occhi mi scavano dentro.
Mi scavano dentro.
Mi scavano dentro.

“Cosa senti davvero rispetto a Liveta? Dimmi la verità.”

Scrivo sul mio taccuino.

La verità è che penso che tutte loro soffrissero più di me.
Liveta e le altre mi hanno trattata molto meglio di quanto meritassi. Quando ci penso… che sono finita là per gioco, mi sento una stronza. E una troia.

Idra legge, poi dice:
“Ma lei non ti ha considerata così.”

Cambia argomento.

“Com’è andato il primo giorno di lavoro?”

Ah, la pescheria! Non ho fatto in tempo a uscire che già me la devo ricordare. L’odore di pesci viscidi si mescola a vischiosi ricordi.

“È stato pessimo. Sono un’incapace.”

Idra non commenta.

“Ma almeno i miei colleghi sono stati gentili. Una signora e un ragazzo: Silvia e Riccardo. Mi hanno spiegato come preparare il banco. Tutto il giorno a ripetermi le stesse cose. Io ho la testa dura.”

Idra mi passa il pane.
“Pazienza. Ricordi la prima volta che sei andata a vivere da sola?”

“Certo,” rispondo masticando, “non sapevo nemmeno farmi il letto.”

“E adesso è uguale. Si impara.”

“E se non dovessi imparare?”

“Cercheremo un altro posto. Non tutte le cose che si iniziano vanno a finire bene.”

Mi trasmette il suo calore.

“Idra… stanotte… ho fatto un sogno strano.”

“Che sogno?”

“Era Versailles,” dico, e mi sorprendo a sorridere. “Io… l’unica stracciona in mezzo a nobili, principi, regine. Tutti perfetti. E a un tratto… arriva un tizio. Un cavaliere? Chissà. Mi dice che ha un impegno, e si toglie una collana enorme, d’oro… grossa come una corda. Mi chiede di tenerla un attimo, finché va e torna.”

“Ah. E tu?”

“La tengo. In alto. Tesa. Poi sparisce. Puff. Tutti urlano che l’ho rubata. Io non capisco. Non so cosa dire.”

“Poi?”

“Mi sveglio, perché sento un rumore di vetri rotti. Corro alla finestra… e vedo lo spazzino che svuota i bidoni del vetro accanto alle case.”

Idra sorride e scuote la testa.
“Ti senti sola in mezzo a un mondo di nobili che hanno molti più titoli e dignità di te? Anche in mezzo alle prostitute ti sentivi così, vero? Il rumore dei vetri è sempre Settembre. Il trauma è come il ciclo. Va e torna, tutti i mesi.”

Vedo il tramonto. L’oro è sparito e il cielo è un vetro rotto, riflette mille luci.
***
Sento il dolore per l’assenza di Liveta la prima volta che torno a quel portone. Un picco nello stomaco.
Da quando Liveta non c’è, il silenzio mi lavora dentro. È spazio vuoto che chiede di essere riempito. Ho imparato come si riempie qui: senza pensare.

Anche Valjet oggi non è in macchina mentre andiamo all’autoporto.

Chiedo a Nadia quando arriviamo al guardrail. Non voglio farmi sentire da Irina, non ho confidenza con lei.

“Dov’è Valjet?”

Ma Irina ha sentito lo stesso.

“Valjet è a casa e starà lì, finché non torna in condizioni decenti per lavorare.”

Non rispondo.
Irina mi punge:
“Non hai orecchie?”

“Grazie.”

“Di nulla. Un’altra volta non portarla in giro, così non succede niente.”

Marina mi dice con il labiale:
“Gli va a raccontare tutto… tutto… stai attenta anche a come respiri.”

Dopo poco se la portano via due camionisti, e restiamo sole. Sempre la stessa strada. Ogni pomeriggio.

Passano le macchine e passa il nostro tempo.
Diminuiscono i preservativi nelle nostre borse. Aumentano i soldi.

Per ammazzare il tempo parliamo di dove vorremmo essere.

“Tu Angela,” dice Nadia, “proprio non dovresti essere qui, puoi ancora andare dove vuoi.”

Non è vero, ma lei non lo sa. Vorrei ancora potermi salvare con una frase così semplice.

“A un bel ricevimento, ecco dove dovresti essere con quelle scarpe,” dice Nadia. “Adoro le tue scarpe.”

Sorrido.

“In realtà mi piacerebbe andare a Tenerife. Quando ero all’università la mia facoltà organizzava Erasmus proprio in quell’isola africana. Ma Matteo non ha mai voluto lasciarmi andare: era giovane, innamorato, geloso. Mia madre gli ha dato manforte. Mi chiese se avessi bisogno di andare fino a laggiù a cercarmi un cazzo nero.”

“E ora se sapesse quanti cazzi neri prendi qui senza andare a Tenerife?” dice lei.

“Già, dovrei farglielo sapere. Credo che il mio rimpianto più grande sia la versione di me che avrei potuto diventare là… e poi…”

Si avvicina una carretta scassata, piena di adesivi ridicoli. Il guidatore è nero, si guarda intorno e chiede se stiamo lavorando.

“Non si vede?” risponde Marina. È acida.

Non la sento così dalla prima lunga notte in cui Dasho mi ha portato da loro. La guardo strano. Poi capisco: a fianco a lui c’è una donna. Le donne della strada non si vendono alle donne. L’ho imparato da loro, ma il motivo non l’ho capito.

È una sud-americana, a me piace.
Mi evoca tutto quello che non vedrò mai con gli occhi dei miei vent’anni. Spiagge di platino, tende bianche di onirici hotel, il cristallo dell’acqua che bacia i piedi delle palme.

“Può essere pericolosa,” suggerisce Nadia.

In effetti la bella donna è strafatta di erba, l’odore mi colpisce le narici.

“La mia ragazza vuole farlo in tre,” ci dice il guidatore, “ma non so proprio a chi chiederlo tra le nostre conoscenze. Se una di voi è d’accordo, la pago il doppio o il triplo anche…”

Nadia e Marina non vogliono. Salgo io, lo faccio prima di pensarci. Se ci penso, mi fermo.

Un attimo dopo la carretta si infila in una curva ed entra in una zona di sosta deserta. L’asfalto grigio e il sole mi provocano spasmi.

Nostalgia? Angoscia?

Non so cos’è.
Ma non scendo.

La donna si precipita a baciarmi, sembra aver atteso tutta la vita per baciarmi. La sua lingua mi entra in bocca senza chiedere permesso. Mi prende subito, come se sapesse già cosa voglio.
Non mi lascia spazio, mi prende tutta.
Non la voglio. Ma il corpo va lo stesso, sempre prima di me.
A un certo punto smetto di capire cosa sto facendo. Vado avanti e basta.

Il suo fidanzato è rimasto aggrappato al volante. Lei lo invita ad aggiungersi a noi.

Chiudo gli occhi e vedo il mare azzurro di Tenerife. Ma l’azzurro di Dasho mi riempie la testa e riassorbe ogni sogno.
– Ma perché non riesco a volere niente che non passi da te?

Ovviamente nessuno risponde.
La mia faccia nel riflesso del lunotto dice: che fai, hai le allucinazioni adesso?

Dopo quel bacio sono senza fiato. Si avvicina il ragazzo e riprendo a baciare.

Guardo il cazzo che ha tirato fuori. È largo.

La sua donna mi invita ad alternarci per succhiarlo.

Mi ricordo dei preservativi prima che sia troppo tardi. La pelle di lui è piena di riflessi di sole, e lei sembra che abbia la febbre.

Mi inginocchio davanti a loro, non mi era mai capitato. Passo dall’uno all’altra senza fermarmi, senza pulirmi, senza capire più dove finisco io.

Mi cola tra le labbra, sulle mani, ovunque.

Non so se lo faccio bene. Non ho mai leccato una donna. Ma continuo lo stesso. Accarezzo le sue grandi labbra e le affondo la faccia tra le cosce.
L’odore mi entra in gola.

Fuori passa una macchina.
La sento appena, torno da lui. Mi mette una mano sulla nuca, affonda nella mia gola. Proprio come fa Dasho. Stesso gesto. Stessa presa. E io non reagisco.

Certo, sono due estranei, me lo ricordo e questo fatto mi brucia nel petto ma non è niente in confronto al bruciore che sento al culo quando lui me lo tocca. Sobbalzo e il corpo si chiude da solo. Poi si riapre.

Sento un odio che mi trasforma, per un attimo vorrei fermare tutto. Poi passa. Passa sempre.

“Ti brucia il culo?” mi chiede la donna che ride.

“Sì.”

“Allora lavori parecchio, devo farci un pensiero. Io lavoro in pizzeria ma mi pagano due lire. Mi prendereste con voi?”

Mi viene da ridere.
“Dobbiamo chiedere al tuo uomo se è d’accordo,” dico.

“E il tuo è d’accordo?”

Mi alzo. Inarco le sopracciglia. Vorrei che mi spiegasse come le è venuta un’uscita del genere.

“Tuo marito è d’accordo?” ripete lei, tranquilla.

“Come fai a sapere che ne ho uno?”

“Porti la fede…”

Cado dalle nuvole. È la prima cosa che mi riporta fuori, ma non dura.

Guardo la mia mano come se fosse di un’altra. L’anello è lì da anni, non ha mai fatto male a nessuno, eppure in questo momento pesa più di tutto il mio corpo.

Sento il telefono aziendale suonare. È Marina.
“Tutto bene?” chiede.
“Tutto bene,” rispondo.

Andiamo avanti per un’ora. Lui ha un cazzo in erezione continua su cui risaltano grosse vene. Penso che lei forse è sfortunata coi soldi ma per il cazzo le è andata bene.

La saliva di lui mi cola tra le natiche, liquido lenitivo, lei viene a strofinarsi il viso tra le mie cosce. Lui si spinge dentro di me e ricominciamo. Poi è la sua donna a farsi montare.

Per un attimo sembra di poter arrivare fino a Tenerife. Viene il momento di separarsi.

Mi ricordo dell’anello. Non lo sopporto più. Lo metto nella borsa ed è come abbassare il volume della coscienza. Mi aspetto di sentirmi peggio. Invece respiro meglio.

Il mio corpo va da una parte. L’anello dall’altra.

È quasi il tramonto quando vengono a prenderci. Ditmir e Dasho accanto, una scena ripetuta che inizia a essermi familiare. So già cosa succederà domani. E lo voglio. Anche se ogni volta mi costa qualcosa.

Dietro ci siamo noi, io, Nadia e Jasmin in braccio a Marina, contro le regole della strada. Ma qui non valgono le regole del mondo di fuori. Irina è rimasta ad aspettare laggiù.

Jasmin parla per prima e questa normalità è ancora inquietante:
“Oggi mi sono capitati tutti clienti chiacchieroni.”

Dasho risponde senza guardarla mentre si aggiusta il polsino.
“Hanno pagato?”

“Sì.”

“Chi ti paga è sempre amico tuo.”

Nadia dice:
“A me invece tutti musoni che volevano silenzio.”

Dasho la guarda dallo specchietto.
“E tu hai parlato lo stesso?”
“No.”

“Brava.”

Nadia si spinge avanti sistemandosi meglio sul sedile. Mi mette a disagio la luce che si riflette nei suoi occhi scuri.

Il motore fa rumore e anche la radio, ma in sottofondo… sento il respiro di Nadia cambiare.

Voglio contraddirlo.

“A volte il silenzio è più pesante delle parole.”

Dasho mi guarda nello specchietto.

“Le mie ragazze non devono vendere le chiacchiere.”
Abbasso gli occhi.

Un poliziotto ci ferma. Ditmir accosta. L’agente guarda l’auto, poi tutti noi. Riconosce Dasho e scambia un cenno di saluto. Controlla la patente:
“Questa è scaduta dal 3 agosto.”

Ditmir fa una smorfia:
“Non me la ritiri, sono un povero straniero. La sistemerò domani stesso.”

Il poliziotto lo squadra come se indagasse, poi dice:
“Per stavolta la perdono, lei mi sembra un bravo ragazzo. E buon lavoro a tutte sorelle!”

“No,” Jasmin ride, “già fuori servizio per oggi!”

Ride anche lui:
“Allora arrivederci, buon riposo a tutti.”

La macchina scivola avanti. Dasho mi guarda mentre il poliziotto che ci ha fermati sparisce nello specchietto, piccolo e lontano.

Nadia resta in silenzio, ma scompare prima il sole che il suo sorriso.

Siamo a casa, è arrivata anche Irina, mi ha invitata in camera sua perché le ho detto che quella che condividevo con Liveta è troppo vuota adesso. Non riesco a farmi la doccia senza sentire lei che arrivava con la voce squillante, dicendomi: È libero!

Tutto procede con un ordine a cui mi sto assuefacendo con una facilità che mi fa paura.

Irina mi dà le spalle. Sta annaspando nel suo cassetto. Tira fuori: Serenase, Xanax, altre pasticche. Penso: – Si sarà già assuefatta a questa roba?
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– Avrà ancora il fegato?

Dico: “Cosa hai perso?”

“Dovrò adattarmi,” dice senza girarsi.

“A che?”

“Al fatto che tu diventi mia sorella.”

“Tua sorella?”

Ma lei non risponde più, va avanti a rovesciare tutto fuori dal cassetto.

“Cosa cerchi?” insisto.
“Te lo dirò, quando sarai diventata un po’ più mia sorella.”

Non ho capito niente. Domani torno lo stesso.
Saluto e scendo le scale.

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