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L’innocenza perduta di una ragazzina – Cap.6 – Sorelle nel peccato

By 6 Maggio 2026No Comments

Il viaggio in treno scivolò via senza che Alina se ne accorgesse, troppo immersa nei ricordi di quella giornata. Le mani che l’avevano afferrata, le bocche che l’avevano divorata, i corpi che l’avevano usata senza remore le bruciavano ancora addosso come un marchio indelebile. Quando scese, sentiva il peso di quelle sensazioni sotto la pelle, un calore che non voleva spegnersi.
A casa, salutò la madre con un sorriso distratto, rispondendo alle solite domande con un «Sì, tutto bene. No, niente di nuovo». Il padre, come sempre, rimase in silenzio, gli occhi che sfuggivano i suoi, ma a lei non importava. Non quella sera. Non dopo aver sentito il cazzo di Andrea affondare dentro di lei, non dopo aver obbedito a Milla come una troietta in calore. Quella sera si sentiva libera, al di sopra di tutto.
Cenò da sola, la forchetta che si muoveva nel piatto in modo automatico, la mente già altrove. Ripensava alle dita che l’avevano penetrata, alle lingue che l’avevano leccata, ai corpi che l’avevano usata senza chiedere permesso. Il padre continuava a evitare il suo sguardo, ma lei non ci badava. Quella sera era sua, e nessuno poteva toccarla.
Finito di mangiare, salutò i genitori con un «Sono stanca, vado a letto» e si chiuse in camera. Accese il portatile, lasciò scorrere un film a caso, ma le immagini e i suoni le scivolavano addosso senza raggiungerla. Non le importava della trama, non le importava di niente. Era solo un rumore di fondo mentre il suo corpo, ancora caldo e sensibile, si abbandonava sui cuscini, le dita che sfioravano la pelle, ripercorrendo i punti in cui era stata toccata, usata, posseduta.
Quando il film finì, spense il portatile con un sospiro. Il corpo pesante per la stanchezza, ma l’eccitazione ancora viva nelle vene. Si spogliò, lasciò i vestiti in un mucchio sul pavimento e si infilò a letto nuda, le lenzuola fresche che le accarezzavano la pelle ancora viva. Chiuse gli occhi, il respiro che si calmava piano piano, mentre nella mente riviveva ogni istante di quella giornata—ogni gemito, ogni tocco, ogni sapore che le era rimasto addosso.
Domani sarebbe stato un altro giorno. Sabato. E lei sapeva già che sarebbe stato altrettanto perverso. Non vedeva l’ora.

Si svegliò di scatto, il corpo madido di sudore, il respiro che le bruciava in gola. Il cuore le martellava nel petto, le lenzuola attorcigliate intorno alle gambe, la pelle ancora elettrica, come se fosse stata sfiorata da mani invisibili. Aveva sognato qualcosa di erotico—lo sentiva—e anche se i dettagli sfuggivano alla memoria, la sensazione rimaneva, viva e pulsante: il calore tra le cosce, l’umidità che le bagnava le labbra della fica, l’eco di una bocca che la leccava, la divorava senza pietà.
Si rigirò nel letto, agitata, cercando di riaddormentarsi, ma era inutile. Si sentiva troppo sveglia, il corpo carico di un’eccitazione che non voleva svanire. Le dita scivolarono piano sulla pelle tra le cosce, sentendo il calore, l’umidità, e un brivido le percorse la schiena. Prese il telefono: lo schermo illuminò il suo viso, segnalando le due meno un quarto. Nella testa, l’eco della lingua di Milla sul suo buchino, il sapore della sua fica ancora sulle labbra, la sensazione di essere stata desiderata, usata, posseduta.
Sospirò, il corpo teso per un bisogno che non voleva aspettare. Si sentiva strana, con quella voglia di fica che le rimbalzava nella testa, insistente, familiare—il desiderio di riprovare quel piacere, di sentire di nuovo un corpo di donna contro il suo, di essere sottomessa e dominante allo stesso tempo. Era stata la sua prima volta con una donna, e ora quella sensazione la tormentava. L’aveva provata, e ne voleva ancora. Ne sentiva il bisogno, come una drogata di umori, di fica, di donna.
La voglia le bruciava dentro, solida e inamovibile come una roccia. Sapeva che non avrebbe chiuso occhio finché non l’avesse sfogata, finché non avesse sentito di nuovo le mani di Clara su di sé, la sua bocca, il suo corpo che la possedeva. E sapeva anche che l’unica in grado di darle quel piacere dormiva proprio lì, nella stanza accanto, ignara di quanto Alina la desiderasse in quel momento.
Si alzò dal letto, il corpo nudo che fremette al contatto con l’aria fresca della notte. I piedi scalzi non fecero il minimo rumore sul pavimento mentre si avvicinava alla porta di Clara, la mano che girò la maniglia con una lentezza calcolata, attenta a non fare il minimo rumore.
L’aria nella stanza era calda, densa, satura del profumo di Clara – quel misto di shampoo alla vaniglia e pelle sudata che Alina conosceva fin dall’infanzia. In casa loro, soprattutto d’estate, era normale dormire nude. La madre non faceva eccezione, e le ragazze avevano ereditato quell’abitudine, quel senso di libertà che solo la pelle nuda contro le lenzuola di cotone poteva dare.
Clara respirava lentamente, il corpo abbandonato nel sonno, le curve morbide appena illuminate dalla luce fioca che filtrava dalle fessure della tapparella. Alina trattenne il respiro, gli occhi fissi su quella sagoma familiare, sul profilo del suo viso rilassato, sulle spalle scoperte, sulla schiena che si sollevava e si abbassava a ogni respiro. Si avvicinò piano, come se avesse paura di rompere quel silenzio, quel momento – ma in realtà era solo l’eccitazione a renderla cauta, a farle tremare le dita.
Non aveva un piano. Non ne aveva bisogno. Sapeva solo che voleva Clara. Che voleva essere toccata, leccata, usata. E che Clara, in fondo, non si sarebbe tirata indietro. Non quella notte. Non dopo quello che era successo solo pochi giorni prima.
Quella era stata solo una prova generale. Ora si andava in scena.
Fece un passo in avanti, il corpo teso, le dita che tremavano appena. La voglia di peccare le dava la spinta, quel desiderio bruciante che le scorreva sotto la pelle.
Arrivata al letto della sorella, si chinò leggermente, la voce bassa e flebile, quasi bambinesca. «Clara…?»
La sorella si mosse nel sonno, un mormorio confuso prima di rispondere con una voce impastata, assonnata:
«Mmm… che c’è? Che ore sono?»
«Ho fatto un incubo…», sussurrò Alina, la voce tremula, finta, ma con una nota di verità che non doveva fingere – perché in fondo era un incubo, quello che le bruciava dentro. Solo che non era fatto di paura, ma di desiderio. «Non riesco a dormire… Posso?»
«Alina, hai diciotto anni… Non puoi venire a piangere da me ogni volta che fai un sogno brutto», sbuffò Clara, girandosi a metà nel letto, un occhio socchiuso nella penombra. La voce era impastata dal sonno, ma il tono tradiva una rassegnazione che Alina conosceva bene.
«Un incubo è un incubo», rispose lei, la voce dolce ma ostinata, mentre si avvicinava ancora, il corpo nudo che fremette al contatto con l’aria fresca e l’eccitazione. «Non c’entra l’età.»
Clara sospirò, rassegnata, poi si girò di nuovo, dandole le spalle, ma scostò appena le lenzuola. «Dai, entra. Ma solo per stasera.»
Alina sorrise nell’ombra, un sorrisetto che Clara non poteva vedere – perverso, trionfante. Si infilò sotto le lenzuola con un movimento fluido, il corpo che sfiorava quello della sorella, caldo, morbido, familiare. «Grazie, Clara», sussurrò, la voce dolce, innocente, mentre dentro di sé ardeva già il fuoco del peccato.
Si avvicinò piano, fino a premere il suo corpo contro quello di Clara, sentendo il calore avvolgerla, quel profumo che le riempiva le narici e le faceva girare la testa. Non resistette. Con un gesto lento, dolce, allungò un braccio e la cinse, attirandola a sé, sentendo la morbidezza del suo corpo premersi contro il proprio. Clara mormorò qualcosa nel sonno, un suono indistinto, ma non si svegliò – si limitò ad accogliere quel contatto, a lasciarsi stringere, come aveva sempre fatto quando Alina, da piccola, correva da lei dopo un incubo.
Ma Alina non era più una bambina.
La sua mano, appena posata sul fianco di Clara, scivolò piano verso l’alto, fino a trovare il seno della sorella – grosso, pieno, pesante. Si fermò lì, le dita che si allargarono per accoglierlo, per sentirne la morbidezza, il calore. Il capezzolo era già duro sotto il suo palmo, sensibile, reattivo, e Alina lo sfiorò con la punta delle dita, leggero, appena, come se fosse un incidente, un gesto involontario.
Clara sospirò nel sonno, il corpo che si inarcava appena verso quel tocco, istintivo, naturale. Alina sentì un brivido percorrerle la schiena. Dio, quanto desiderava questo. Quanto aveva sognato di toccarla così, di sentirla sotto le sue mani, di farle provare ciò che lei stessa aveva provato con Milla.
Con un respiro tremante, avvicinò ancora di più il suo corpo a quello di Clara, premendo il seno contro la sua schiena, intrecciando piano le cosce, le labbra che sfiorarono la sua spalla, assaporando la sua pelle.
Clara, nel sonno, percepiva quel tocco subdolo – non abbastanza da svegliarsi, ma abbastanza da reagire. Il suo corpo si mosse piano, istintivo, il sedere che si spingeva indietro contro Alina, come se cercasse un contatto, come se sognasse le mani di qualcuno, o forse qualcosa di più peccaminoso, qualcosa che non avrebbe mai ammesso nemmeno a sé stessa.
Clara mormorò un nome indistinto nel sonno, ma non si svegliò. Alina sorrise nell’ombra, le dita che si muovevano con una lentezza calcolata, quasi ipnotica, sul corpo della sorella. La mano risalì lungo il ventre, accarezzando il seno di Clara con movimenti circolari, mentre il capezzolo si induriva sempre di più sotto il suo tocco. Poi scese, verso l’inguine, dove il calore della fica di Clara diventava sempre più intenso man mano che si avvicinava, il profumo dolciastro che si mescolava all’aria della stanza.
Le labbra di Alina si posarono sul collo di Clara, ogni minimo movimento della sorella la eccitava ulteriormente, ogni gemito involontario la spingeva a osare di più. Le dita scivolarono ancora più giù, sfiorando l’interno delle cosce di Clara, avvicinandosi alla sua fica umida senza però toccarla davvero. Solo accarezzando, stuzzicando, facendola desiderare senza che Clara se ne rendesse conto.
Clara mormorò qualcosa di incomprensibile, un suono confuso, e i suoi fianchi iniziarono a muoversi impercettibilmente, come se inseguissero qualcosa nel sonno. Alina sentì il respiro farsi più corto, il desiderio che le bruciava tra le gambe. Non riuscì più a resistere. Con un movimento lento e sensuale, premette l’indice proprio all’ingresso della fica di Clara, senza penetrarla, ma sfiorandola appena, sentendo quanto fosse calda, umida, pronta.
Clara gemette di nuovo, i fianchi che si sollevarono incontro a quel tocco, il corpo che chiedeva di più senza che la mente consapevole lo sapesse. Alina sorrise nell’ombra, le labbra che sfiorarono il collo di Clara, la lingua che uscì appena per leccare la sua pelle sudata.
«Sssh…», sussurrò, anche se Clara non poteva sentirla. Era come se parlasse direttamente al suo corpo, a quella parte di lei che già sapeva, che già voleva, che non avrebbe resistito ancora a lungo.
Clara si mosse nel sonno con un lamento soffocato, girandosi sulla schiena con un gesto lento e naturale, come se il caldo della notte le opprimesse il petto o come se un sogno la spingesse a offrirsi senza consapevolezza. Il lenzuolo, leggero e sudato, le aderiva alla pelle, e con un mormorio di fastidio, la sua mano si allungò per scostarlo, lasciando il corpo completamente esposto: i seni pieni che si sollevavano a ogni respiro, le cosce appena divaricate, la fica umida e gonfia che brillava nella penombra, invitante.
Alina trattenne il respiro, gli occhi fissi su quel corpo nudo e indifeso, le labbra socchiuse per l’eccitazione. Non perse tempo. Con un movimento fluido e silenzioso, si spostò, posizionandosi carponi accanto a Clara, le mani che riprendevano ad accarezzarla con una lentezza che sembrava quasi un sogno.
Le dita di Alina scivolarono lungo l’interno delle cosce di Clara, tracciando cerchi sempre più vicini a quel calore umido che la attirava come una promessa. Clara gemette nel sonno, i fianchi che si sollevavano appena, come se inseguissero quel tocco proibito, come se il suo corpo lo volesse senza che la mente ne fosse consapevole. Un nome le sfuggì dalle labbra, forse quello del suo ragazzo, forse solo un suono di piacere, mentre le gambe si divaricavano ulteriormente, avide di qualcosa che non osava nemmeno immaginare da sveglia.
Alina non esitò. Le sue dita si insinuarono tra le labbra della fica di Clara, aprendole appena quel tanto che bastava per sfiorare il clitoride già gonfio e pulsante. Clara sussultò, il corpo che reagiva istintivamente a quel contatto. Alina si spostò, posizionandosi carponi accanto a lei, abbassando la testa fino a sfiorare con le labbra l’interno della coscia di Clara, inspirando a pieni polmoni il profumo della sua pelle sudata, salata, mentre le dita continuavano a giocare con la sua fica.
Clara gemette di nuovo, le gambe che si aprirono ulteriormente, il corpo che si muoveva, si inarcava alla ricerca di più contatto. Alina non resistette oltre. Con un gesto lento ma deciso, abbassò la bocca sulla fica di Clara, la lingua che uscì per leccare il solco tra le sue labbra, assaporando finalmente ciò che desiderava da troppo tempo.
«Mmmh…», gemette Clara nel sonno, la voce roca, mentre Alina continuava a leccarla, succhiarla, le dita che si insinuavano dentro di lei, lente e profonde, strappandole gemiti sempre più intensi.
Clara non si svegliò del tutto, ma il suo corpo sapeva. Il suo corpo voleva. E Alina lo stava portando al limite, senza che potesse fermarla, senza che potesse fare altro che abbandonarsi a quel piacere proibito, a quella lingua che la divorava mentre lei dormiva, sognando chissà cosa—forse lui, forse lei, forse solo il piacere puro che Alina le stava dando.
I fianchi di Clara si sollevavano incontro alla bocca di Alina, le dita che si aggrappavano alle lenzuola sudate, il corpo scosso da brividi incontrollabili. Non era più addormentata, o almeno non del tutto. Era sveglia solo a metà, persa in quel limbo tra sonno e realtà, dove il piacere era troppo intenso per essere un sogno, ma troppo confuso per essere reale.
«No…», mormorò, mentre le gambe si divaricavano ancora di più, offrendosi a quella lingua che la leccava senza pietà, portandola sempre più vicino all’orgasmo.
Alina non si fermò. Anzi, aumentò il ritmo, la lingua che tracciava cerchi veloci intorno al clitoride di Clara, succhiando, mordicchiando appena, mentre le dita si insinuavano dentro di lei, penetrandola con una lentezza che la faceva tremare.
«Sssh, va tutto bene…», sussurrò Alina, la voce dolce ma carica di malizia, mentre le accarezzava le cosce, rassicurandola. «Lasciati andare… È solo un sogno, Clara.»
Clara si destò del tutto, il corpo teso come una corda, i fianchi che si muovevano sempre più veloci mentre gli occhi si aprivano a fatica, confusi tra sonno e realtà. «A-Alina… c-che…?», balbettò, ma le parole si persero nel gemito che le sfuggì dalle labbra. Non poteva fermarsi. Non voleva fermarsi. Le dita di Alina affondavano dentro di lei, curvandosi per strofinare quel punto segreto che la faceva impazzire, mentre la lingua continuava a leccarla, portandola sempre più vicino al limite.
Poi, senza preavviso, Alina si spostò. Con un movimento fluido e sensuale, si posizionò sopra Clara, la sua fica bagnata e gonfia che si posizionava proprio sopra la bocca della sorella, ansimante. «Lecca, Clara», sussurrò con voce roca, dominante, mentre si abbassava appena, sfiorando le labbra di Clara con le proprie. «Fallo… So che lo vuoi.»
Clara sgranò gli occhi, il corpo scosso da un brivido di eccitazione e confusione. Non sapeva cosa fare, se resistere o abbandonarsi. Ma la voglia la divorava. «N-no… non posso…», gemette, ma le sue mani si allungarono, salendo sulle gambe di Alina, poi tirandola giù, la bocca che si apriva per accogliere quella fica calda, un frutto maturo che aspettava solo di essere gustato.
Alina sorrise, trionfante, mentre si abbassava del tutto, premendo la sua fica contro le labbra di Clara, sentendo la sua lingua uscire, timida all’inizio, poi sempre più avida, sempre più affamata. «Brava sorellona», ansimò, mentre si muoveva contro la bocca di Clara, le dita che tornavano a penetrarla, strofinando il clitoride gonfio, portandola sempre più vicino all’orgasmo. Clara, sottomessa ed eccitata, leccava la sua fica come se non ci fosse nulla di più naturale al mondo.
«Mmmh… sì, così…», ansimò Alina, la voce soffocata contro la pelle di Clara, mentre i loro corpi si muovevano all’unisono, i fianchi che si inarcavano e si abbassavano in un ritmo sempre più frenetico. «Non fermarti…»
Clara gemette in risposta, la lingua che affondava ancora più a fondo nella fica di Alina, assaporando ogni goccia, ogni brivido che le faceva percorrere la schiena. Le loro dita si intrecciavano tra le cosce dell’altra, penetrando, strofinando, portandole sempre più vicino al limite. «Dio, Alina…», sussurrò Clara, la voce rotta dal piacere, «non posso… non posso trattenermi…»
«Allora non farlo», rispose Alina, la bocca ancora premuta contro di lei, la lingua che continuava a leccarla senza sosta. «Vieni per me.»
I loro gemiti erano soffocati, controllati. Sapevano che i genitori dormivano proprio nella stanza accanto, e il rischio di essere scoperte rendeva tutto ancora più eccitante, più proibito. Non potevano fermarsi. Non volevano fermarsi.
In quel momento, non erano solo sorelle. Erano amanti.
«Sto per… sto per…», ansimò Clara, le dita che si stringevano intorno al lenzuolo, il corpo teso come una corda.
«Anch’io…», gemette Alina, la voce spezzata dal piacere, mentre sentiva l’orgasmo montare dentro di sé, inesorabile, travolgente.
I loro corpi tremarono all’unisono, travolti dalle onde del piacere, le bocche ancora saldate, le lingue che si muovevano pigre ora, sazie, mentre i gemiti soffocati si dissolvevano nel silenzio della notte e i loro sapori si mescolavano. Le ultime scosse dell’orgasmo si attenuarono lentamente, lasciando le pelli umide che si sfioravano, i respiri affannati che si fondevano nell’aria calda della stanza.
Alina si sollevò con lentezza, il corpo che scivolava contro quello di Clara. Non riusciva a vederla bene nel buio, ma sentiva il calore del suo respiro. Seguendolo, si avvicinò, le labbra che sfiorarono quelle di Clara una prima volta, poi una seconda, fino a che, alla terza, Clara aprì finalmente la bocca, rispondendo al bacio con una fame che non aveva più paura di mostrare.
Le loro lingue si intrecciarono, prima lente, poi sempre più profonde, mentre le gambe si incrociavano e le fiche umide si strusciavano l’una contro l’altra. Alina scivolò giù con i baci, le labbra che tracciavano una scia bollente lungo il collo di Clara, mordicchiando la pelle sensibile, leccando la curva delle spalle. Le mani affondarono nei seni pieni della sorella, le dita che strizzarono i capezzoli duri, torcendoli appena prima di catturarli tra le labbra.
«Dio, Clara…», ansimò contro la sua pelle, «non sai quanto ti ho desiderata. Quante notti ho sognato di toccarti così, di leccarti…» La voce le uscì roca e disperata mentre la lingua tracciava cerchi intorno ai capezzoli, mordicchiandoli appena, facendola sussultare. «Ti spiavo. Ti guardavo mentre ti spogliavi. E immaginavo questa notte…»
Clara gemette, il corpo scosso da un brivido di piacere e colpa. Le mani si strinsero intorno alle natiche di Alina, spingendo la sua fica umida contro la propria, cercando più contatto, più attrito, più piacere. «A-Alina… non dovremmo…», balbettò, ma le parole si persero in un gemito quando la bocca di Alina tornò ad avventarsi su un capezzolo, succhiandolo con una forza che la fece inarcare la schiena. Non voleva fermarla. Non poteva. Il piacere era troppo intenso, la voglia di peccare con lei troppo forte. E poi, quanto le piaceva sentire Alina confessare tutto quel desiderio represso, quanto la eccitava sapere che la sorellina l’aveva spiata, voluta così a lungo.
Alina non si fermò. Anzi, aumentò il ritmo, i fianchi che si muovevano in cerchi sempre più veloci, la bocca che tornava ad avventarsi sui seni di Clara. Sentiva la fica in fiamme mentre la strusciava, l’orgasmo che montava rapido.
Clara tremò per pochi istanti, poi un grido muto squarciò il silenzio della notte. Le unghie graffiarono le spalle di Alina, i fianchi si spinsero contro di lei mentre l’orgasmo la colpiva come un’onda, fortissimo, inesorabile. Alina la seguì un istante dopo, la bocca ancora premuta contro il seno di Clara, il corpo scosso dalle scosse del piacere, la fica che pulsava contro quella della sorella.
Rimasero così per un istante, avvinghiate, sudate, i respiri affannosi che si mescolavano. «Dio, Alina…», ansimò Clara, la voce rotta dall’eccitazione, mentre le mani continuavano a stringere le natiche di Alina, come se avesse paura che si allontanasse. «Che cazzo siamo diventate?»
Alina sollevò la testa, le labbra umide e gonfie per i baci, gli occhi che brillavano di lussuria e trionfo. «Siamo sorelle», sussurrò, la voce dolce ma carica di perversione, mentre si spostava appena per leccarle il collo, mordicchiandolo con lentezza. «Ma ora… siamo anche di più…»
Si spostò di lato e con le mani prese il viso di Clara. Le loro labbra si cercarono ancora una volta nel buio, in un bacio lento e profondo, carico di tutto il peccato e la passione che avevano appena condiviso.
«Buonanotte, sorellona…», disse Alina, la voce dolce, quasi innocente, anche se entrambi sapevano che non lo era affatto.
Clara ricambiò il bacio, le mani che si posarono sulla schiena di Alina, stringendola a sé come se avesse paura che svanisse nel sonno. «Buonanotte, piccola…», mormorò, le labbra che sfioravano ancora quelle di Alina, assaporando l’ultimo gusto di quella notte proibita.
Alina si addormentò di colpo e dormì profondamente, come non faceva da tempo. Quando aprì gli occhi, si sentiva piena di energia, come se quella notte avesse finalmente trovato ciò che le mancava.

La luce del mattino si insinuava attraverso le fessure delle tapparelle, disegnando strisce dorate sui corpi ancora nudi delle due sorelle. Alina si svegliò con un sorrisetto malizioso sulle labbra, gli occhi che si posarono su Clara con una fame che la notte precedente non aveva saziato. La sorella maggiore si destò di scatto, come se solo in quel momento realizzasse appieno ciò che era successo. I loro sguardi si incrociarono, rimasero incatenati l’uno all’altro in un silenzio denso di complicità e peccato, di un desiderio che ancora bruciava sotto la pelle.
Clara fu la prima a distogliere lo sguardo, il viso che si tingeva di rosso. «Alina… io…», cominciò, la voce tremula mentre cercava parole che in realtà non voleva trovare, «quello che è successo ieri notte… è stato… sbagliato. Non avrebbe mai dovuto accadere.» Le mani si mossero nervose, come se volessero coprirsi, ma non osavano – perché, in fondo, non voleva davvero nascondersi da Alina. «Siamo sorelle, Dio… È folle, è… Non possiamo—»
Ma Alina non la lasciò finire. Con un gesto lento e sensuale, le sfiorò il braccio, le dita che scivolarono lungo la pelle ancora calda, tracciando un percorso dolce e insidioso fino alla spalla. «Sssh…», sussurrò, la voce dolce ma carica di una malizia che Clara conosceva troppo bene. «Non è sbagliato se ci fa sentire così bene, no?» Le dita continuarono a muoversi, accarezzando il collo di Clara, sfiorando la curva del seno, stuzzicando il capezzolo già duro sotto il suo tocco.
Clara deglutì, il corpo che rispondeva già a quel contatto proibito, nonostante la mente urlasse che era tutto sbagliato. «No, Alina, ascoltami…», provò a dire, la voce che tremava mentre le labbra di Alina si avvicinavano al suo orecchio, il respiro caldo che le solleticava la pelle. «È immorale… È contro natura…»
Ma le parole le morirono in gola quando Alina la baciò – prima sulla guancia, poi sul collo, infine sulle labbra, un bacio lento e profondo che le rubò il fiato. «E allora perché il tuo corpo trema così, sorellona?», sussurrò Alina contro le sue labbra, mentre la mano scendeva lungo il ventre di Clara, le dita che sfioravano la sua fica già di nuovo umida. «Perché il tuo cuore batte così forte? Perché non mi spingi via?»
Clara gemette contro la sua bocca, le mani che si aggrapparono alle spalle di Alina – non per allontanarla, ma per tenersi in equilibrio, come se avesse le vertigini. «Non… non è giusto…», balbettò, ma la sua voce era debole, perché in fondo sapeva che Alina aveva ragione. Sapeva che, nonostante tutto, desiderava ancora quel tocco, quella bocca.
«Allora dimmi di no», la sfidò Alina, la voce roca di desiderio, «dimmi che non lo vuoi… e mi fermerò.»
Ma Clara non lo fece.
Alina si chinò verso di lei, le labbra che sfiorarono l’orecchio di Clara mentre sussurrava con una voce calda e roca: «Ho ancora sete di te, sorellona…» Poi, lentamente, iniziò ad abbassarsi verso il ventre di Clara, le mani che scivolavano lungo le sue cosce, aprendole appena quel tanto che bastava per accedere a ciò che desiderava di più.
Clara sentì un brivido percorrerle la schiena e provò a fermarla, sia con le parole che con le mani che si posarono sui capelli di Alina: «A-Alina, no… dobbiamo fermarci! Potrebbero sentirci… o potrebbe… Dio, Alina! E se entrasse la mamma? E poi… fermati! Devo anche fare pipì!»
Alina si fermò solo per un istante, sollevando lo sguardo verso Clara con un sorrisetto che era pura lussuria. Le tornò in mente quella sera in palestra, quando Milla l’aveva costretta a fare pipì in bocca ad Andrea. Era stato eccitante, ma quando Milla l’aveva sottomessa, lei aveva desiderato che la russa si spingesse oltre, che la trattasse come una schiava senza remore, che la facesse sentire usata fino in fondo. Ora, con Clara, sentiva che quella possibilità era finalmente a portata di mano.
«Non hai mai sognato, Clara, di avere una schiava tutta per te?» La voce di Alina era bassa, vellutata, mentre la lingua tracciava un solco umido sulla fica di Clara, già gonfia e pronta. «Una schiava che si inginocchia ai tuoi piedi ogni volta che glielo ordini, che ti lecca la fica fino a farti urlare, che si riempie la bocca del tuo sapore e ti supplica di usarla come vuoi… anche per le cose più perverse che ti passano per la testa.»
Le dita di Alina scivolarono lungo le cosce di Clara, aprendole con lentezza, mentre il respiro caldo le solleticava la pelle sensibile. Clara arrossì violentemente, il viso in fiamme per l’imbarazzo e l’eccitazione. Girò gli occhi, come se volesse nascondere quanto quella idea la turbasse.
«Cosa c’entra ora? Fermati, Alina!»
Ma Alina non aveva alcuna intenzione di fermarsi.
«Dai, dimmi la verità», insisté, la voce roca mentre inspirava a pieni polmoni il profumo della fica di Clara. «Non hai mai fantasticato di avere qualcuno che si inginocchi per te? Qualcuno che tu possa usare come vuoi, senza limiti, senza regole?» Le labbra di Alina si chiusero intorno al clitoride di Clara, succhiandolo con lentezza, mentre le dita continuavano a sfiorarle l’interno delle cosce, avvicinandosi sempre di più a quel calore umido.
Clara gemette, il corpo che si inarcava verso quella bocca, le mani che si aggrappavano alle lenzuola. «Forse… una volta…», ammise, la voce tremante, mentre Alina sorrideva contro la sua pelle, soddisfatta.
«Allora è giunto il momento, padrona», sussurrò Alina, e la parola risuonò come una promessa oscena. Si abbassò di nuovo, le labbra che sfiorarono la fica di Clara in un bacio umido e caldo. «Sono la tua schiava. E farò tutto ciò che vuoi.»
Le mani di Alina si posarono sulle cosce di Clara, aprendole del tutto, mentre la lingua tracciava cerchi lenti intorno al clitoride, facendola tremare. Clara trattenne il respiro, il corpo scosso da un brivido di piacere e colpa. Alina si sdraiò di fianco a lei, gli occhi lucidi di desiderio e sottomissione, le braccia sopra la testa, i polsi uniti come se fosse legata.
«La prego, padrona», sussurrò, la voce roca e avida, «si sieda sulla mia bocca… e mi usi come merito.»
Clara la guardò, sentendo la follia di quella scena avvolgerla come una fantasia proibita che prendeva vita. Immaginò sé stessa come una regina, Alina come una schiava pronta a soddisfare ogni suo desiderio, anche il più perverso. Le immagini le scorrevano nella mente: Alina in ginocchio, la bocca aperta, pronta a ricevere qualsiasi ordine, qualsiasi umiliazione.
Poi, travolta da quella visione, non resistette. Si tirò su, le cosce che tremavano mentre si posizionava sopra la testa di Alina, aprendo le gambe e abbassandosi fino a sentire il respiro caldo della sorellina contro la sua fica.
«Vuoi essere la mia schiava… Allora lo sarai. Apri la bocca, sgualdrina», ordinò, la voce incerta ma carica di un’autorità nuova, eccitante.
Alina obbedì all’istante, le labbra che si spalancarono, la lingua che si protese in fuori, pronta a ricevere. Clara, con gli occhi lucidi di lussuria, si lasciò andare. Un rivolo caldo colpì la bocca di Alina, riempiendola di un sapore intenso, pungente—più forte di quanto avesse mai provato. Il colore era un giallo scuro, l’odore acido, quasi sgradevole, e proprio per questo ancora più eccitante. Alina ingoiò avidamente, gli occhi semichiusi per il piacere perverso di essere usata così, la mano che scivolava tra le sue gambe per masturbarsi mentre Clara si trasformava in qualcosa di più oscuro, di più dominante.
«Brava troia», ansimò Clara, le dita che si intrecciarono nei capelli di Alina, spingendo il suo viso più contro di sé. Le parole le uscivano sempre più volgari, sempre più cariche di potere. «Bevi tutto, lurida puttanella. Saziati con il mio piscio. Ti piace, eh? Essere la mia latrina personale?» ghignò, sentendo Alina gemere in risposta, la bocca ancora piena.
Senza preavviso, Clara strappò la mano di Alina dalla sua fica e vi infilò due dita, curvandole subito per colpire quel punto che sapeva farla impazzire. Con l’altra mano continuò a tenere la testa di Alina premuta contro di sé, le dita che si muovevano dentro di lei senza pietà, senza tregua.
«Puliscimi», ordinò con tono imperioso, la voce roca e carica di autorità. «Lecca tutto fino all’ultima goccia. Devi farmi splendere la fica.»
Alina non esitò neppure per un istante. Con un gemito di pura sottomissione, iniziò a leccare con avidità la fica di Clara, la lingua che si muoveva in cerchi sempre più veloci, mentre le dita della sorella continuavano a penetrarla senza sosta. Il sapore di Clara—un misto di sudore, eccitazione e il retrogusto salato della sua piscia—la faceva impazzire, spingendola sempre più vicino al limite.
Clara ansimava, i fianchi che si muovevano contro la bocca di Alina, le dita che stringevano i suoi capelli, spingendola sempre più a fondo. «Sì… proprio così, puttana… Fammi venire», ringhiò, la voce rotta dal piacere.
Alina obbedì, muovendo la lingua sempre più forte sul clitoride di Clara, mentre sentiva il proprio corpo tremare sotto le dita della sorella, l’orgasmo che montava inesorabile. Clara gemette, il corpo che si inarcava contro la bocca di Alina, e poi venne—un flusso caldo e denso che colmò la bocca di Alina, il sapore dolce e intenso del suo piacere.
Clara si spostò leggermente e, oltre alle tre dita già affondate nella fica di Alina, aggiunse il pollice sul clitoride. Quel tocco finale fu troppo. Alina urlò nel silenzio della stanza, contro la fica della sorella, il corpo scosso da un orgasmo violento, le cosce che tremavano, la fica che si stringeva intorno alle dita di Clara.
Rimasero avvinghiate, i corpi ancora scossi dalle ultime scosse dell’orgasmo, la pelle umida che si incollava l’una all’altra. Clara si lasciò ricadere sul letto con un sospiro, il petto che si sollevava affannoso, il corpo ancora tremante per l’intensità di ciò che avevano appena fatto.
Alina non perse tempo. Si avvicinò, strusciando il suo corpo contro quello di Clara, e senza esitare la baciò con voracità, la lingua che si insinuava tra le labbra della sorella, ancora impregnate del sapore del suo stesso piacere. Era un bacio lungo, profondo, carico di promesse oscure e di un desiderio che non si era ancora saziato.
«Brava ragazza… Sei proprio una brava schiavetta», sussurrò Clara contro le labbra di Alina, la voce dolce ma carica di una malizia che faceva vibrare l’aria tra loro.
«Sarò sempre tua, padrona… Potrai pisciarmi in bocca, farmi leccare la tua fica fino a stordirmi, aprirmi la fica e il culo con le dita o con quello che vuoi… io sono tua.» Le dita di Alina scivolarono lungo il ventre di Clara, sfiorando la fica ancora umida, facendola sussultare.
Clara ricambiò il bacio con fame, le mani che si perdevano tra i capelli di Alina, il cuore che batteva all’impazzata. Non solo per il piacere appena provato, ma per la consapevolezza di ciò che stavano diventando: due sorelle pronte a superare ogni limite, a esplorare ogni perversione, a trasformare ogni fantasia proibita in realtà.

Un colpo secco alla porta le fece trasalire.
«Clara? Sei sveglia?» La voce della madre risuonò dall’altro lato, improvvisa e intrusiva.
Clara trattenne il fiato, gli occhi sgranati per il panico. Con un movimento fulmineo, afferrò il lenzuolo e tentò di coprirsi, ma era troppo tardi: il corpo era ancora mezzo scoperto, la pelle arrossata e lucida di sudore, le cosce leggermente divaricate. La porta si aprì di scatto e Diana fece il suo ingresso, fermandosi sulla soglia. I suoi occhi passarono da Clara ad Alina, rimanendo incatenati ai loro corpi avvinghiati sotto il lenzuolo mal posizionato. Un silenzio teso calò nella stanza, rotto solo dal respiro affannoso delle due ragazze.
«M-mamma! Alina ha avuto un incubo stanotte…», balbettò Clara, la voce tremula mentre cercava di coprirsi meglio, le guance in fiamme. «Io l’ho fatta dormire qui con me, tutto qui… Non è successo niente…»
Diana rimase immobile per un istante, lo sguardo che correva tra le due figlie, i corpi sudati, le lenzuola disordinate, l’aria pesante che aleggiava nella stanza. «Ah… beh… Va bene…» La sua voce uscì titubante, turbata, come se sentisse che qualcosa non tornava, ma non riuscisse a metterlo a fuoco. «Sembrate… molto agitate», osservò, notando i dettagli: la pelle arrossata, i respiri ancora affannosi, l’odore denso che permeava l’aria. «Comunque…», aggiunse dopo una pausa, «apri la finestra, Clara. C’è un odore strano qui… come se aveste… sudato troppo.» Poi si voltò e uscì, chiudendo la porta alle spalle, ma non senza un’ultima occhiata sospettosa.
Clara e Alina rimasero immobili per un lungo momento, i cuori che battevano all’impazzata, i corpi ancora eccitati dal peccato appena consumato. Poi, lentamente, si guardarono—e scoppiarono a ridere, un riso nervoso e complice, carico di eccitazione e di una perversione che ormai non avevano più voglia di nascondere.
«Beh…», sussurrò Clara, avvicinandosi di nuovo ad Alina, le labbra che sfioravano il suo orecchio, «direi che dobbiamo fare più attenzione, la prossima volta… Ma non troppo, eh?» Le mani le scivolarono lungo la schiena di Alina, fermandosi sul sedere, che strizzò con possessività.
Alina scoppiò in una risata maliziosa e la baciò di nuovo, la lingua che si insinuava tra le sue labbra con audacia. «Ci sono così tante altre possibilità per farlo di nascosto, padrona…», sussurrò, la voce roca di desiderio. «La doccia… La lavanderia… La camera dei genitori quando non ci sono…»
Clara sorrise, alzandosi dal letto con un movimento sensuale, gli occhi che brillavano di complicità e di una lussuria che ormai non aveva più confini. «Magari anche quando loro sono in casa…», disse, la voce bassa e carica di promessa, mentre cercava una maglia da indossare. «Anzi, da oggi…», proseguì, girandosi verso Alina con uno sguardo che non lasciava spazio a discussioni, «non dovrai più mettere l’intimo in casa. Voglio che tu sia sempre pronta per me. Sempre accessibile.»
Alina sentì un brivido percorrerle la schiena, le gambe che si serravano istintivamente. L’idea di essere sempre a disposizione di Clara, di poter essere usata in qualsiasi momento, la fece eccitare all’istante. «Sì, padrona…», ansimò, le dita che già sfioravano il proprio corpo, immaginando tutte le possibilità che quell’ordine apriva. «Farò qualsiasi cosa tu voglia. Anche farmi scopare da te mentre la mamma è nella stanza accanto…»
Poi, con un tono malizioso e sfacciato, aggiunse: «E chissà… magari un giorno… anche lei potrebbe unirsi a noi…» Le labbra le si curvarono in un sorrisetto perverso. «Potremmo farle vedere quanto siamo brave a godere… Potremmo farle leccare la mia fica mentre tu mi scopi con le dita…»
Clara sgranò gli occhi, lo sguardo scioccato ma anche eccitato, perché in fondo sapevano entrambe che erano troppo pervertite per fermarsi. «A-Alina, sei una troia malata…», sussurrò, ma le parole erano più un complimento che un rimprovero. «Non lo farebbe mai… O forse sì?» Un sorrisetto le curvò le labbra mentre si infilava la maglia, gli occhi che brillavano di una malizia nuova. «Dio, siamo davvero due puttane senza limiti… Ma in fondo, perché no? Se lei volesse…»
Si avvicinò di nuovo ad Alina, le mani che le afferrarono i fianchi, tirandola a sé con forza. «Ma tu… Tu sei la mia troietta preferita…», sussurrò, baciandola con passione, la lingua che si insinuava tra le labbra di Alina. Poi la lasciò andare, lasciandola lì, nuda e tremante, pronta per il prossimo peccato. «E ora vestiti, sgualdrina. Abbiamo una giornata intera per pensare a come divertirci.»

Fine Capitolo 6!

Ciao a tutti! Mi chiamo Mathilda, e ho iniziato a scrivere per gioco, per sfogo delle mie fantasie ed esperienze.

Cosa ne pensate del racconto? Vi è piaciuto? I miei racconti sono tutte esperienze di vita vissuta in prima persona e non, ovviamente romanzati. Se questo vi è piaciuto fatemelo sapere, così saprò se continuare. Se non vi è piaciuto, fatemelo sapere lo stesso! ;)

Suggerimenti e idee mi piacciono sempre e scusate se mi dilungo troppo, ma quando inizio a scrivere poi, mi perdo un po’. Un bacio! Cherry!

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