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Per info impotente@proton.me

Frastornato, con la testa che girava come una trottola, non risposi al video di Livia. Posai il telefono sul tavolino e mi lasciai andare sulla poltrona, ancora completamente vestito. Il sonno arrivò pesante, come un blackout.
Verso le quattro di mattina il telefono vibrò di nuovo, strappandomi dal sonno. Era Giulia.
Aprii il messaggio con gli occhi ancora mezzi chiusi.
«Gianni… mi sono chiusa in bagno. Sto toccandomi pensando a noi… a oggi.
Come sono stata bene con te… ti voglio. Non vedo l’ora di venire in ufficio. Ti prego, domattina se puoi vieni anche tu mezz’ora prima così ci abbracciamo. Ho voglia di sentirti addosso… mi manca sentire le tue mani su di me.
Ho già detto a mia mamma che oggi passo prima a portarle la bimba.
Ora sto masturbandomi… ieri sera non mi sono lavata, ho ancora il tuo sperma dentro. La mia figa cola al solo pensiero… e se annuso le mie dita sento ancora il tuo odore, il tuo sapore.
Fammi fare la tua troia… sono gelosa di tua moglie così troia… ma io ti confesso: non vorrei altri uomini. Voglio te, Gianni!»
Oddio.
Mi passai una mano sulla faccia, il cuore che accelerava di colpo. Giulia… così giovane, così calda, così accogliente. Il suo corpo morbido, la sua figa bagnata che ancora custodiva il mio sperma di ieri. Cazzo, mi stavo eccitando di nuovo. Ero malato. Ero proprio malato.
La spunta blu era già lì: aveva visto che avevo letto. Non potevo più far finta di niente.
Risposi:
«Giulia è stata una giornata pazzesca… e tu sei così bella, così fresca. La tua voglia è così forte che si sente da ogni piccola vibrazione della tua morbida pelle. Ma sei sicura che io possa essere l’uomo per te?»
Pochi secondi e arrivò la risposta, velocissima:
«Gianni ti voglio… ti voglio dentro di me ora, adesso. Ho voglia di sentirti addosso mentre mi scopi contro il muro… ti prego, fammi essere la tua amante, la tua troia… lo sfogo del tuo cazzo. Riempimi!»
Sorrisi nonostante tutto, il cazzo che cominciava a indurirsi nei pantaloni.
Risposi:
«Tesoro dai, fra poco ci vediamo e vediamo se i nostri corpi avranno la stessa urgenza di ieri… Ti bacio tutta e ti leccherei ora subito la tua figa grondante…»
Lei:
«SIIIIIIIIIIII AMOREEEE»
E subito dopo arrivò una foto scattata con il flash: la sua figa aperta con due dita, arrossata, lucida, gonfia dalla masturbazione appena fatta. Si vedevano chiaramente i fili densi del mio sperma di ieri mescolati ai suoi umori freschi.
Risposi senza pensarci:
«Troia! Mmm sei una troia!!!»
Lei, quasi all’istante:
«Siiiiiiiiii voglio essere la tua troia! Solo tuaaaa!»
Rimasi a fissare lo schermo, il respiro più corto.
La casa era silenziosa. Livia era chissà dove, ancora piena di sborra di altri uomini. Io ero qui, alle quattro di mattina, a scambiare messaggi bollenti con la mia segretaria che voleva essere la mia amante segreta, la mia troia personale.
Mi alzai dalla poltrona, andai in bagno, mi sciacquai la faccia con l’acqua fredda.
Che cazzo stavo facendo?
Eppure… il pensiero di vederla tra poche ore in ufficio, di abbracciarla, di sentirla di nuovo contro di me, mi faceva battere forte il cuore. E il cazzo.
Mi rimisi sulla poltrona, ma il sonno non tornò più. Restai lì, al buio, con il telefono in mano e la mente che correva tra Livia distrutta e piena di sperma sul tappeto di Edo… e Giulia che si toccava nel bagno di casa sua con la mia sborra ancora dentro.
Due donne. Due mondi diversi. Due voglie opposte che mi stavano risucchiando entrambe.
E io, in mezzo, completamente perso.
Alle 5:30 mi arresi. Il sonno non sarebbe più arrivato.
L’alba cominciava appena a filtrare dalla finestra del salotto, una luce grigioazzurra fredda e silenziosa. Mi alzai dalla poltrona con le ossa indolenzite, la schiena a pezzi e la testa ancora piena di immagini che si sovrapponevano: Livia impiastricciata di sborra che mandava un bacio alla telecamera, Giulia che si apriva la figa con le dita nella foto notturna, il suo corpo morbido contro il mio sotto la doccia.
Andai in cucina. I due gatti mi vennero subito incontro miagolando, strusciandosi contro le gambe. Mi occupai di loro con gesti automatici: pulii la sabbietta, versai il cibo fresco nelle ciotole, cambiai l’acqua. Poi, come sempre, mi accucciai un attimo per fare due coccole. Uno dei due mi saltò subito in braccio, facendo le fusa forte, l’altro mi diede testatine sulle mani. Per un minuto tutto sembrò normale. Quasi tranquillo.
Ma dentro di me non c’era niente di normale.
Andai in bagno e mi spogliai. Sotto la doccia calda, mentre l’acqua mi scorreva addosso, i pensieri tornarono prepotenti. Livia persa nella sua meravigliosa, incontenibile ninfomania. Giulia con quel corpo morbido, giovane, la pelle liscia, il seno abbondante che premeva così bene contro il mio petto, la voglia repressa da anni che era esplosa tutta ieri in poche ore.
Il cazzo mi venne duro quasi subito, pesante e dolorante per la giornata di ieri. Lo presi in mano per lavarlo, ma il solo tocco mi fece sussultare.
“Non si sa mai…” pensai.
Uscii dalla doccia, aprii l’armadietto dei medicinali e presi una pastiglia di Cialis. La ingoiai con un sorso d’acqua. Non ho più l’età per reggere certi ritmi senza aiuto, cazzo. Meglio essere pronti.
Mi vestii con cura: camicia bianca, pantaloni grigi, giacca. Niente cravatta oggi. Alle 6:15 ero già in macchina, il motore acceso, il caffè preso al volo al bar sotto casa ancora caldo nel bicchiere di carta.
Durante il tragitto verso l’ufficio la mente non stava ferma un secondo.
Da una parte c’era Livia: chissà in che stato l’avrebbe riportata Edo stamattina. Probabilmente ancora piena, segnata, con l’odore di altri uomini addosso. Dall’altra c’era Giulia: la mia segretaria dolce e rispettosa che adesso mi scriveva “voglio essere la tua troia, solo tua”. Il contrasto era violento. E io mi sentivo esattamente nel mezzo, eccitato e spaventato allo stesso tempo.
Parcheggiai nel posto riservato alle 6:40. L’ufficio era ancora deserto, le luci spente nei corridoi. Solo qualche lampada di emergenza accesa.
Sapevo che Giulia sarebbe arrivata presto. Mezza’ora prima, aveva detto.
Salii nel mio ufficio, accesi la luce, aprii la finestra per far entrare un po’ d’aria fresca. Mi sedetti sulla stessa poltrona presidenziale dove ieri Edo aveva scopato mia moglie sopra di me.
Il Cialis cominciava già a fare effetto: sentivo il cazzo pesante nei pantaloni, sensibile, pronto.
Guardai l’orologio.
6:47.
Il cuore batteva forte.
Da un momento all’altro la porta si sarebbe aperta e Giulia sarebbe entrata.
E io non sapevo più se volevo abbracciarla dolcemente… o sbatterla di nuovo contro il muro come ieri.
O forse entrambe le cose.
Non feci nemmeno in tempo ad accendere il pc.
Sentii il ticchettio rapido e deciso dei tacchi nel corridoio, poi la porta del mio ufficio si spalancò senza bussare.
Cazzo.
Giulia entrò come una visione. Si era messa tutta in tiro, in modo sfacciato e provocante. Un vestito rosa shocking, aderente, con una scollatura profonda che lasciava intravedere un reggiseno di pizzo rosa chiaro che a malapena conteneva il suo seno abbondante. Le calze a rete rosa le fasciavano le gambe tornite, finendo in un paio di sandaletti con tacco medio che le facevano ancheggiare in modo osceno. Sopra aveva un giacchino striminzito, nero, che le stringeva la vita e faceva esplodere ancora di più le sue forme curvy. Era pettinata con cura, truccata forte (labbra rosse, occhi marcati) e profumata in modo esagerato, un profumo dolce e caldo che invase subito l’ufficio.
«Che figa che sei, Giulia!» esclamai senza riuscire a trattenermi.
Lei non disse una parola. Aveva uno sguardo rapace, gli occhi vivaci e affamati come non li avevo mai visti. Chiuse la porta con un colpo secco della mano e mi saltò letteralmente in braccio sulla poltrona presidenziale.
Mi baciò con foga, la lingua che entrò subito nella mia bocca, le mani che mi stringevano il viso. Il suo corpo morbido e caldo mi schiacciò contro lo schienale, il seno pesante premuto contro il mio petto.
«Wow… che impeto! Sei indemoniata!» riuscii a dire tra un bacio e l’altro, ridendo stupito.
«Ma tuo marito vedendoti cosi in tiro non ti ha chiesto niente?»
Lei mi morse piano il labbro inferiore, poi rispose con voce bassa e roca:
«Gli ho detto che oggi c’era una visita di clienti importanti in ditta e volevo fare buona figura…»
«Sei una strafiga da sballo!» mormorai, le mani che già le stringevano il culo attraverso il vestito.
Giulia si strofinò contro di me, sentendo chiaramente il mio cazzo già duro sotto di lei grazie al Cialis.
«Voglio essere la tua troia da montare» sussurrò contro la mia bocca, gli occhi che brillavano di pura lussuria. «Voglio svuotarti così tanto che tua moglie non troverà più niente quando torna! Ti voglio, Gianni… scopami… scopami subito!»
Le sue parole furono come benzina sul fuoco.
Le infilai una mano sotto il vestito, risalendo lungo la coscia coperta dalla calza a rete fino a trovare le mutandine già bagnate. Lei gemette forte e allargò le gambe sopra di me, cavalcandomi sulla poltrona.
«Allora prendimi… fammi diventare la tua troia» ansimò, mentre mi slacciava freneticamente la cintura. «Montami qui, adesso… voglio sentire il tuo cazzo dentro di me prima che arrivi qualcuno.»
Il suo profumo mi riempiva le narici, il suo corpo curvy tremava di voglia repressa, e io sentivo il Cialis fare il suo effetto: ero duro come il marmo, pronto a prenderla con tutta la foga che mi chiedeva.
La guardai negli occhi, le mani che le stringevano forte i fianchi.
«Allora preparati, troia… perché oggi non ti risparmio.»
Giulia non perse tempo. In un secondo mi slacciò i pantaloni, infilò la mano dentro e tirò fuori il mio cazzo già duro e gonfio grazie al Cialis. Lo strinse con forza nella mano calda, poi si alzò appena, scostò le mutandine di lato e si calò su di me con un movimento deciso.
Si mise seduta direttamente sul mio cazzo, guardandomi dritto negli occhi mentre la cappella le apriva le labbra bagnate.
«Scopami, porco…» ansimò con voce roca. «Oggi voglio essere la tua vacca e tu il mio toro.»
Non le diedi il tempo di finire la frase.
La afferrai per i fianchi, scostai con un gesto brusco la tastiera che cadde rumorosamente sul pavimento e la sdraiai di schiena sulla mia scrivania. Il vestito rosa shocking le si alzò fino alla vita, scoprendo le calze a rete rosa e le mutandine spostate di lato.
Le aprii le gambe con forza e, senza nemmeno sfilargliele, le infilai il cazzo dentro con un’unica spinta affamata e urgente.
La sua figa era fradicia, calda, stretta. Entrai fino in fondo con un colpo secco.
Giulia emise un gemito forte, quasi un urlo soffocato, di chi non aspettava altro da ore.
«Aaaahhh… sììì!»
Cominciai a sbatterla con foga, tenendo le sue gambe aperte, il corpo che sbatteva contro la scrivania a ogni affondo. Il rumore umido della sua figa riempiva l’ufficio ancora deserto.
Lei mi guardava con gli occhi spalancati, pieni di lussuria, il seno che ballava dentro il vestito ad ogni colpo.
«Dimmi che sono la tua troia…» supplicò ansimando, la voce spezzata. «Dimmi che mi scoperai ogni giorno così… dimmelo! Voglio essere tua… tua… tua!»
Le afferrai i polsi e glieli bloccai sopra la testa sulla scrivania, continuando a fotterla con colpi profondi e potenti.
«Sei la mia troia, Giulia» ringhiai guardandola negli occhi. «La mia troia personale. Ti scoperò ogni volta che ne avrò voglia… ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni volta che questa figa mi chiama. Sei mia adesso.»
Lei gemette più forte, inarcando la schiena, spingendo il bacino contro di me per prendermi ancora più a fondo.
«Sì… sììì! Sono la tua troia… la tua vacca… scopami più forte… riempimi… usami!»
Accelerai il ritmo, sbattendola senza pietà sulla scrivania. Il suo vestito rosa era tutto stropicciato, le calze a rete tese sulle cosce, il seno che quasi usciva dalla scollatura. Ogni spinta le faceva tremare tutto il corpo.
Le lasciai i polsi e le strinsi forte le tette da sopra il vestito, pizzicandole i capezzoli attraverso il pizzo.
«Brava troia… prendi il cazzo del tuo uomo… questa figa è mia ora.»
Giulia aveva gli occhi rovesciati dal piacere, la bocca aperta, i gemiti che diventavano sempre più alti e disperati.
«Ancora… ancora… non fermarti… voglio essere solo tua…»
Non era solo sesso.
Era qualcosa di più profondo, di più urgente. Era voglia di unirsi forte, anima e cuore. Io, il suo vecchio datore di lavoro, e lei, questa bellissima ragazza tutta curve, morbida, calda, che avevo scoperto affamata dopo anni di astinenza. I nostri corpi si muovevano insieme sulla scrivania come se si fossero cercati da sempre.
La stavo prendendo con ritmo profondo, intenso, senza fretta brutale. Ogni spinta era lunga, piena, come se volessi entrarle dentro fino all’anima. Lei aveva le gambe aperte e strette intorno ai miei fianchi, le calze a rete rosa che mi sfregavano la pelle, il vestito rosa shocking tutto stropicciato sotto la schiena.
«Giulia… mi fai impazzire così… sei meravigliosa» le sussurrai guardandola negli occhi, la voce roca di emozione e desiderio.
Lei mi guardò con uno sguardo che mi sciolse. Gli occhi lucidi, le labbra socchiuse, il viso arrossato dal piacere. Godeva senza vergogna, si lasciava andare completamente. Ogni affondo le strappava un gemito più profondo, più vero.
«Gianni…» ansimò, stringendomi le spalle con le mani. «Sborrami dentro… riempimi… riempimi la tua figa… ti prego… voglio la tua sborra dentro di me… voglio che ogni giorno tu mi riempia…»
La sua voce tremava di emozione mentre continuava:
«Ti voglio svuotare io… tua moglie che si fa sbattere dagli altri uomini mi fa schifo… ci penso io a te… amoreeeee…»
Quelle ultime parole le uscirono dal cuore, cariche di gelosia, di desiderio e di una dolcezza possessiva che mi colpì dritto al petto.
Accelerai appena, spingendo più a fondo, sentendo la sua figa morbida e calda che mi stringeva con amore. Lei inarcò la schiena, il seno abbondante che premeva contro di me, e venne urlando.
«Amoreeeeee!!!»
Fu un urlo lungo, liberatorio, bellissimo. Per fortuna eravamo ancora soli in ufficio: quel grido di piacere puro risuonò tra le pareti dell’ufficio e probabilmente si sarebbe sentito fino al capannone se ci fosse stato qualcuno. Le sue gambe mi strinsero forte i fianchi, la figa che pulsava e si contraeva intorno al mio cazzo in onde violente di piacere.
Sentirla venire così, sentirla urlare “amore” mentre mi stringeva dentro di sé, mi portò al limite.
Non resistetti più.
Con un gemito profondo affondai fino in fondo e venni dentro di lei. Getti caldi, abbondanti, potenti le inondarono la figa, riempiendola fino all’utero. Continuai a spingere piano mentre svuotavo tutto, marchiandola di nuovo, donandole ogni goccia che avevo.
Giulia tremava sotto di me, gli occhi chiusi, il respiro affannato, un sorriso di pura beatitudine sul viso. Mi abbracciò forte, tirandomi contro il suo corpo morbido, e mi baciò con passione mentre ancora pulsavo dentro di lei.
Restammo così per lunghi secondi: io sopra di lei sulla scrivania, il cazzo ancora seppellito nella sua figa piena del mio sperma, lei che mi accarezzava la schiena e mi baciava il collo.
«Ti voglio… ti voglio davvero…» sussurrò contro la mia pelle, la voce ancora tremante. «Non voglio solo scopare… voglio essere tua.»
La baciai dolcemente sulle labbra, ancora unito a lei, sentendo il nostro amore malato e bellissimo che si mescolava al piacere.
Fuori l’ufficio cominciava lentamente a svegliarsi, ma in quel momento esistevamo solo noi due.
Ormai si sentivano chiaramente le prime auto dei dipendenti che arrivavano nel cortile sotto la finestra. Le portiere che sbattevano, le risate, il vociare dei colleghi e delle colleghe che iniziavano la giornata.
Noi due eravamo ancora abbracciati, io seduto sulla poltrona presidenziale, lei sopra di me con il vestito rosa tutto stropicciato e il mio cazzo che lentamente usciva dalla sua figa. Il tempo era scaduto.
Giulia si alzò lentamente, con un piccolo gemito di rimpianto. Si sistemò le mutandine rosa, spingendole bene contro la figa ancora piena della mia sborra. Poi mi guardò con un sorriso dolce e malizioso insieme.
«Questa sborra la tengo dentro di me tutto il giorno…» disse piano, la voce ancora un po’ roca. «Sei con me… dentro di me… Gianni.»
Le sorrisi, il cuore che batteva forte. La tirai verso di me e la baciai con tenerezza, stringendola forte tra le braccia.
«Sei meravigliosa, Giulia» mormorai contro le sue labbra.
Cercai di darmi un contegno, sistemandomi i pantaloni e la camicia. Poi, con un tono più basso e complice, le dissi:
«Però dopo voglio leccarti la figa… voglio sentire il mio odore ancora dentro di te… voglio goderti. Oggi, quando troviamo un momento, andiamo da qualche parte e facciamo un bel 69…»
Lei s’illuminò, gli occhi che brillavano di gioia e di voglia.
«Siiiiiiiiii Amore! Non vedo l’ora…»
Poi fece un passo verso il bagno privato del mio ufficio, ma si fermò sulla soglia e si voltò con un sorrisetto birichino.
«Posso andare un attimo nel tuo bagno? Mi hai così scombussolata lì a basso che devo fare la pipì… ma la figa non la pulisco, eh! Mi leccherai tu dopo!»
Rise piano, maliziosa, poi scomparve nel bagno chiudendo la porta dietro di sé.
Rimasi seduto sulla poltrona, il respiro ancora accelerato, il profumo di lei e del sesso che aleggiava nell’aria. Sentivo i colleghi che camminavano nel corridoio, qualcuno che salutava, le macchinette del caffè che si accendevano.
Pochi minuti dopo Giulia uscì dal bagno, perfettamente ricomposta: il vestito sistemato, i capelli a posto, solo un leggero rossore sulle guance e quello sguardo vivace che ora aveva un significato completamente diverso per me.
Si avvicinò alla scrivania, mi diede un bacio rapido e leggero sulle labbra e sussurrò:
«Buona giornata, Ingegnere…» con quel tono professionale che usava sempre, ma con un luccichio negli occhi che diceva tutt’altro.
Poi aggiunse, a voce bassissima:
«La tua troia è pronta per te… quando vuoi.»
Uscì dal mio ufficio con il suo passo ancheggiante, lasciando dietro di sé solo il suo profumo e la promessa di quel 69 che avevamo appena programmato.
Io rimasi lì, seduto, con il cuore che batteva forte e il cazzo che, nonostante tutto, ricominciava già a pulsare al pensiero di leccarla più tardi con la mia sborra ancora dentro di lei.
La giornata era appena iniziata… e già prometteva di essere complicatissima.
Appena Giulia uscì dal mio ufficio e si incamminò lungo il corridoio, le voci dei dipendenti arrivarono chiare fino a me attraverso la porta socchiusa.
Prima i maschi, con quel tono tra lo stupito e il voglioso:
«Cazzo, Giulia… ma che strafiga sei oggi!»
«Porca troia, guarda che culo che hai con quel vestito!»
«Non ti avevo mai vista così… sei uno spettacolo!»
Poi la voce della sua collega dell’amministrazione, acida e invidiosa:
«Giulia ma come mai così? Sembri pronta per una serata in discoteca, non per venire in ufficio!»
Giulia rispose con voce tranquilla, ma con una punta di orgoglio che mi fece sorridere:
«Poi stasera devo andare a una festa e voglio essere figa. Tutto qui.»
L’altra insistette, chiaramente infastidita:
«Ma dai… sei esagerata! Sembri una di quelle che vanno in tv!»
E di nuovo i ragazzi, più sfacciati:
«Cazzo che figa che sei! Non ti avevamo mai vista così!»
«Oggi fai girare la testa a tutti, eh?»
Giulia rise, una risata leggera ma sicura, e rispose con tono provocante:
«C’è sempre una prima volta… ma non sarà nemmeno l’ultima, vedrete!»
Sentii i ragazzi fischiare e commentare tra loro mentre lei si allontanava verso la sua postazione. Le voci si fecero più lontane, ma il tono di apprezzamento rimase chiaro.
Io rimasi seduto alla scrivania, con il cuore che batteva ancora forte e un sorriso mezzo eccitato mezzo preoccupato sulle labbra.
“Porca puttana…” pensai.
Giulia aveva appena acceso un fuoco in ufficio. Tutti l’avevano notata. Tutti l’avevano desiderata. E lei, la mia dolce segretaria di ieri, aveva risposto con quella sicurezza nuova, quasi arrogante, da donna che sa di essere guardata e che ci gode.
Sapevo che da oggi niente sarebbe stato più come prima. I colleghi avrebbero spettegolato, avrebbero fatto commenti, qualcuno avrebbe provato ad avvicinarsi. E lei… lei adesso aveva dentro di sé la mia sborra, ancora calda, e camminava per l’ufficio con quel vestito rosa shocking e le calze a rete, sapendo perfettamente cosa stava facendo.
Pochi minuti dopo arrivò un messaggio sul mio telefono.
Giulia:
«Hanno notato tutti… mi stanno guardando come se fossi una troia.
Mi piace da morire.
La tua sborra mi cola un po’ nelle mutandine…
Pensa che tra poco dovrò alzarmi per portare delle pratiche…
e tutti vedranno che camminata ho oggi
La tua troia ti saluta, amore.»
Rimasi a fissare lo schermo, il cazzo che pulsava di nuovo nei pantaloni.
La giornata prometteva di essere lunghissima… e pericolosissima.
La mattinata passò in un turbine di riunioni veloci, consegne di lavoro e commenti di routine. Uno dopo l’altro i dipendenti entrarono nel mio ufficio per ricevere istruzioni, firmare documenti, chiedere chiarimenti. Io facevo del mio meglio per sembrare il solito capo calmo e professionale, ma dentro ero un casino: il Cialis ancora in circolo, il ricordo del corpo di Giulia sulla scrivania, il suo profumo che mi era rimasto addosso.

Per info impotente@proton.me

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