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Dono da salvaguardare

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Io m’aspettavo in verità che tu mi scrivessi, malgrado ciò non l’hai fatto, poiché spetta a me, sì, a me, che da sempre preferisco questa forma di comunicazione, di contatto e di vicinanza principalmente con te. Quante volte, difatti, ti ho scritto per la gioia e per il piacere d’immaginarti seduto alla scrivania del tuo studio, incantato, sedotto e trasognato da parole che nere su bianco t’hanno sorpreso e strabiliato, a volte commosso e impietosito, altre volte ancora incuriosito e stuzzicato, più spesso eccitato, proprio in qualità e in virtù di queste ultime reazioni che i miei scritti hanno suscitato in te, ora mi chiedo:

“Fin dove ho calcato spingendo la mia fantasia? Fin dove t’ho esposto raccontandoti cose e faccende nascoste, racchiuse da anni nella mia mente? Sai, io ho un fuoco che non rivelo coprendolo sotto una coltre di cenere”.

Tu hai soffiato questa cenere e hai incorniciato un profilo deciso e netto, costruito negli anni su basi solide, perché il mio non è soltanto un fuoco di passione, è piuttosto un’appassionata voglia d’amore che si traduce quasi in preghiera. Ebbene sì, un bisogno di confidare, di contare e di credere nell’amore, nella sua bellezza, nella sua grandiosa, sublime e totale magnificenza, nella sua desolata, indocile e selvaggia tenerezza, giacché esso è aspro, rugoso e stridente e finanche soave, angelico e dolce insieme, come alcuni frutti di bosco profumati al di là dei sensi.

La cenere in verità è quella che attualmente mi soffoca, che m’assilla, poiché è grigia, giacché mi dà inquietudine e preoccupazione, perché il vento la sta soffiando in una direzione dove io non voglio categoricamente andare, tenuto conto che non m’appartiene né mi spetta, in quanto talvolta m’offende umiliandomi e mancandomi di rispetto, poiché quello che mi proponi di fare mi compromette e mi lede, mi sporca nel corpo e più fortemente nell’anima. Io non sono un oggetto, non sono un corpo da usare né una foto da mostrare, tanto meno l’amante da mettere in mostra o in rassegna. Io t’appartengo come un dono da custodire e da salvaguardare, da proteggere e da difendere in un piccolo forziere nel tuo cuore. Perché allora insisti? Per quale motivo incalzi e mi stai alle costole?

In realtà non serve una serata senza luna, entrare in un portone d’un vicolo scuro per disorientare imbrogliando gl’imbarazzi, gli scandali e i timori che di giorno m’accendono il viso, così come non serve scappare, darsela a gambe, però talvolta è utile, conveniente e pratico, tenuto conto che adesso serve fare un passo indietro.

Sì, proprio così, stanne certo, un passo all’indietro su queste foglie d’autunno che fanno rumore sotto le suole, in quanto è un rimbombo che riempie e in ultimo sazia il cervello, perché in certi attimi si colora d’arancione, di giallo, di rosso e di tutte le altre calde sfumature, che silenziose s’amalgamano fondendosi nel diletto e nel piacere, unendosi e mescolandosi, percorrendo alla fine laconiche e taciturne insieme un pezzo di questo viale.

Dimmi però adesso con tutta franchezza una cosa: due paia di suole, solamente due, non sono forse all’altezza dei tuoi sogni e delle tue speranze?

{Idraulico anno 1999}  

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