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Il telefono suonò, era un messaggio di Sara: scommetto che hai sborrato piccolo porcellino, domani, domani dovrai rendermene conto.

Ero distrutto e schiacciato in tutti i modi in cui una persona potesse esserlo,“vorrei morire”.

Camminavo per la città in direzione del dungeon di Sara, mi avrebbe punito, sapeva che avevo trasgredito agli ordini, ma alla fine non mi importava più di nulla, per un fottuto attimo una scintilla di speranza si era accesa nella mia vita, un istante troppo lungo che al suo svanire mi aveva lasciato inevitabilmente distrutto, camminavo per le vie della città come ipnotizzato, ero una triste figura che avanzava, alla fine dei conti la punizione che stavo per subire mi sembrava impossibilitata a superare il dolore che sentivo dentro…aprii la porta, non sapevo nemmeno come ero arrivato lì, Sara mi aspettava, era seduta sul trono, fasciata in un lungo vestito nero, gli spacchi lungo la gonna lasciavano le cosce completamente scoperte, dal ginocchio in giù dei lunghi stivali in velluto nero le cingevano le gambe, i tacchi vertiginosi la slanciavano, la parte superiore del vestito le strizzava i seni, le spalle, le spalle erano nude, solo i suoi lunghi capelli neri provavano a coprirle, le braccia infilate dentro dei guanti lunghissimi, le dita della mano sinistra sorreggevano un lunghissimo bocchino, i suoi occhi neri mi inchiodavano.

“Spogliati”, eseguii l’ordine, il suo sguardo mi pugnalava e mi faceva sentire un verme, “fammi accendere”, un accendino era ai suoi piedi , era una trappola, ero spaventato, mi inginocchiai per prenderlo, ero inerme e mi aspettavo di essere colpito, attesi il colpo per un lungo istante,non lo fece, il terrore che provavo le era sufficiente, le accesi la sigaretta, aspirò rumorosamente, amava giocare con il fumo, lo soffiava dalla bocca aperta e prontamente lo ingoiava con un colpo secco, le piaceva avere controllo anche su quello, il cuore pompò un fiotto di sangue nel mio pene, aprì il palmo della mano, “dammelo”, le passai lo zippo, accese la fiamma, la faceva ondeggiare ipnotica, “chi sa se le tue palle sono ignifughe?” disse ridendo, la paura e l’umiliazione fecero completamente sparire il principio d’erezione, “torna al tuo posto verme”, “raccontami come il tuo cazzetto ha sborrato”, “bada, non mentire, non vorrai aumentare la tua punizione?”, vuotai il sacco, le raccontai di Maria, di come l’avevamo fatto, voleva tutti i particolari, ogni omissione non le sfuggiva e generava delle domande, domande precise, ficcanti, le raccontai della telefonata, dell’umiliazione e di come mi masturbai, rivivere quei momenti mi spezzò nuovamente, ero preda della disperazione, non avevo più difese, “la troietta ti ha usato e poi gettato”, “vedi cosa succede a non obbedire alla tua padrona”, “di che è una troia”, mi bloccai, non riuscivo a dirlo, avevo l’impressione che se avessi pronunciato quella frase avrei spezzato l’ultima parte di me, avevo trovato qualche cosa di ancora integro, e lei lo voleva distruggere, “di’ che è una troia”, “non ci riesci?”, “ti ha fottuto, ti ha fottuto e tu sei il suo zerbino”, piantò il gomito sul bracciolo sollevando la mano all’altezza del seno, come se tenesse un bicchiere di vino in mano, ma la mano era vuota, “metti le palle nella mia mano”, tremavo “METTI LE PALLE NELLA MIA MANO!”, mi avvicinai lentamente, quasi claudicante, tremavo ed avevo il respiro affannoso, eseguii, cominciò a stringere, delicatamente, la sua presa era decisa ma si fermava un attimo prima del dolore, “ti piace?”, “lo so che ti piace”, sorrideva, e mi piaceva, mi piaceva essere posseduto da una donna, il mio cazzo rispose, non avevo più paura, la mia verga svettava sopra la sua morsa, “di’ che è una troia”, la sua stretta diventò violenta, un dolore lancinante mi colpì, il panico si impossessò di me, la lucidità era persa esattamente come lo era l’erezione, il cazzo si afflosciò lungo il suo avambraccio, “di’ che è una troia!” il cuore era impazzito nel petto, la respirazione era schizofrenica, non un pensiero lucido percorreva la mia mente, “DI’” “CHE” ”E’ ”UNA” ”TROIA!” urlò, non riuscivo a reagire, ero paralizzato, il mio cazzo schizzo un fiotto lattiginoso, “PORCO!” urlò strattonandomi le palle in basso, caddi a terra in posizione fetale, le mie mani schizzarono tra le gambe per difendermi, lei si alzò, e mentre caricava un calcio mi urlava di dare a Maria della troia, “DILLO”, era fuori di se’, avevo paura, mi colpì sulle costole, il colpo successivo si schiantò sulla testa, mi fischiavano le orecchie “DILLO!”, “DILLO!!” , “èunatroia” sussurrai, “è una troia”, oramai il tabù era spezzato, “e una troia” ripetei tra le lacrime, mi afferrò per i capelli, “bene”, “ora ti sei liberato di quella puttanella”, “ora ci sono solo io nella tua testa” , “vestiti e sparisci verme, ti chiamerò quando avrò voglia”, mi sputò in viso, l’umiliazione finale, strisciai fino ai vestiti e cominciai a vestirmi, il dolore rendeva la procedura lenta, fortunatamente era sparita, ero solo, era meno umiliante.

Camminavo verso casa, il telefono suonò, era Maria, “vieni che ho voglia di succhiarti il cazzo”, in che cazzo incubo ero finito?

Autore Pubblicato il: 21 Agosto 2022Categorie: Erotici Racconti, Racconti di Dominazione0 Commenti

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