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Quella sera il tempo era davvero di merda. Inutile cercare sinonimi più eleganti per definire la pioggia torrenziale abbattutasi sul quartierino di periferia nel quale abito. E pensare che, fino al tardo pomeriggio di quel torrido giorno d’estate, il sole era alto nel cielo e il caldo a dir poco asfissiante.
Poco dopo le otto io e gli altri ragazzi della comitiva ci ritrovammo, come sempre, davanti all’ingresso del parco, intenti ad organizzare la serata. Eravamo ancora impegnati a proporre le nostre idee quando, in un attimo, il cielo si riempì di nubi e venne giù un’infinita cascata d’acqua. Ci rifugiammo nel più vicino riparo disponibile, sotto la tettoia del bar a quell’ora già chiuso. Dopo quasi venti minuti l’acquazzone non accennava a placarsi, e la temperatura era calata a picco. Insomma, sognavamo una notte da leoni e ci ritrovavamo, invece, a vivere una serata da autentici coglioni: una manciata di diciottenni in un parco pubblico deserto e a stento illuminato da qualche lampione, a parlare dei colpacci di calciomercato e di fighe che, probabilmente, non ce l’avrebbero data neppure insistendo per un milione di anni.
Ma, si sa, la vita è imprevedibile. E, di certo, non potevamo immaginare che quella disavventura avrebbe rappresentato il preludio di un qualcosa di memorabile.
Il corso della serata cambiò radicalmente quando scorgemmo un’ombra correre veloce verso di noi. L’inquietudine iniziale ci abbandonò non appena ci rendemmo conto delle dimensioni ridotte dell’essere che si dirigeva dalla nostra parte, sostituita da un’euforia generale quando riscontrammo come quella sagoma potesse appartenere solo ad una donna, e da una punta d’eccitazione allorché riconoscemmo in quella donna Lucia, una ragazza del quartiere.
Lei è sempre stata una sorta di sogno erotico per tutto il gruppo. Di un po’ di anni più grande, dovrebbe aggirarsi sui venticinque o poco meno, le seghe e le fantasie che ognuno di noi le aveva dedicato nel corso del tempo erano state, e continuavano ad essere, innumerevoli. A sua insaputa naturalmente, dato che lei non ha mai filato di striscio nessuno dei miei amici né, tantomeno, me. Anzi, devo ammettere che è sempre stata piuttosto brusca, ignorandoci o, al più, trattandoci con irritante supponenza. Esteticamente, pur non essendo una bomba, è abbastanza attraente: alta poco più di un metro e sessanta, lunghi capelli biondo cenere, occhi cerulei e fisico asciutto, poche tette ma un gran bel culetto a mandolino. Quest’ultimo rappresenta, certamente, il punto di forza del suo fisico altrimenti alquanto anonimo. La tipica ragazza carina, insomma, come ce ne sono tante in giro. Tuttavia, il suo essere sempre in tiro, il fatto di vederla spesso scambiarsi effusioni con svariati uomini e, in generale, il suo atteggiamento da troia con quelli più grandi e da maestrina con noi più piccoli, ci ha sempre creato un certo scompiglio ormonale, rendendola l’obiettivo irraggiungibile delle nostre pulsioni adolescenziali.
Correndo a gran velocità, arrivò nei pressi del chiosco nel giro di pochi secondi. Era bagnata fradicia e non mancò di sottolineare il suo disappunto, senza neppure degnarci di un saluto né di uno sguardo.
‘Ma vaffanculo a ‘sta pioggia, sono tutta zuppa’, impreco tra sé e sé, strizzandosi gli abiti gocciolanti.
Io tentai di farmi avanti accennando un saluto. ‘Ehi, ciao’.
Lei alzò gli occhi, come se non si fosse accorta prima della presenza di altre persone. ‘Ciao’, rispose bruscamente. ‘Non è che avete un ombrello da prestarmi?’, aggiunse.
‘No, altrimenti non ci saremmo riparati qui sotto’, risposi, infastidito dal suo consueto tono aggressivo. A seguito del breve scambio di parole, lei riprese a pensare ai fatti suoi e io non potei far altro che tornare a parlare coi miei amici.
Passò solo qualche minuto, che il più grande di noi, sia per qualche mese d’età che per le consistenti dimensioni fisiche, ci informò, con la sua immancabile classe, circa un suo imminente bisogno: ‘Minchia raga’, devo pisciare’. ‘Valla a fare dietro qualche albero’, gli rispose un altro. ‘Ma che sei scemo? Poi mi bagno tutto’. ‘E allora tienila’, gli rispondemmo quasi all’unisono. ‘E chi ce la fa, ci si mette pure il rumore dell’acqua. Io la faccio qui’, disse, indicando la parete adiacente la porta del bar.
Solo allora, Lucia si intromise nel discorso, acida come sempre: ‘Non ci provare neanche. Che schifo. O te la tieni o vai a farla sotto la pioggia, ragazzino’. A quell’appellativo, notai il mio amico innervosirsi parecchio. La fulminò con lo sguardo, tenendo a lungo i suoi occhi fissi in quelli di Lucia. Poi esplose, reagendo duramente all’affronto appena subito: ‘Senti tu, hai rotto le palle. Ma si può sapere chi cazzo credi di essere?’. Lucia non replicò nei pochi secondi di pausa, perciò il mio amico si sentì autorizzato a proseguire nel suo sfogo: ‘Sono anni che te la tiri. Io piscio qua, se ti dà fastidio muovi il culo e ci vai tu sotto la pioggia, stronza’. Dicendo ciò, si sbottonò i jeans e tirò fuori un membro di discrete dimensioni, sotto gli sguardi attoniti nostri e della stessa Lucia. Qualche secondo, e lo scroscio della sua urina sul terreno si mischiò a quello, ben più consistente, dell’acqua che veniva giù dal cielo.
Ne ebbe per un po’, evidentemente doveva avere la vescica davvero colma. Quando distolsi lo sguardo da lui, notai che Lucia non riusciva a fare altrettanto. Teneva gli occhi fissi sulla mazza del mio amico e mi parve di scorgere in essi un lampo d’eccitazione. Non appena si accorse che la stavo guardando arrossì visibilmente e spostò la sua attenzione altrove. Non passarono, però, più di tre o quattro secondi prima che, con la coda dell’occhio, tornasse a sbirciare quell’appendice di carne che sembrava attrarla in maniera irresistibile. Il suo atteggiamento fu talmente evidente che tutti i miei amici si resero conto di quanto stava avvenendo. Lo stesso autore di quella colossale pisciata, ringalluzzito dalle palesi attenzioni nei suoi confronti, una volta finito di urinare scrollò il suo pene ben più delle due o tre volte di rito, quasi mimando una lenta sega e non mancando di riprendere a fissare in viso una Lucia che appariva in trance.
Uno dei ragazzi, il latin lover del gruppo, approfittando di quella surreale situazione, le si avvicinò di soppiatto fino a portarsi alle sue spalle. ‘Sei tutta bagnata, vero?’, le sussurrò all’orecchio. Lucia voltò la testa vero di lui, con sguardo assente. Al che, il mio amico, continuò: ‘Per via di questa pioggia, intendo’. Le portò una mano sulle spalle, facendola scorrere lungo il braccio. ‘Coi vestiti così zuppi, rischi di beccarti come minimo un raffreddore, meglio che li tolga’. Non attese neppure una risposta, iniziando a sfilare il top di Lucia e scoprendole il pancino piatto. Conoscendo il tipo, mi aspettavo che gli arrivasse uno schiaffo talmente forte da staccargli la testa dal collo. Invece, restai di sasso quando vidi la ragazza assecondarne i movimenti e portare in alto le braccia, mentre il suo sguardo tornava a posarsi sull’uccello davanti a lei. Il mio amico, intanto, continuava la sua sega, fino a raggiungere una maestosa erezione. Ben presto, anche noi cominciammo a toccarci, alcuni attraverso i pantaloni, i più audaci estraendo i loro membri tesi.
Nel giro di qualche secondo, prima il top e poi il reggiseno di Lucia vennero sfilati e gettati per terra, mentre il ragazzo alle sue spalle si impadroniva delle sue piccole tette, iniziando a palparle, a strizzarne i capezzoli già turgidi e ad inumidirle il collo con la lingua. Lucia non muoveva un muscolo, si limitava a sospirare e far scorrere lo sguardo dall’uno all’altro dei nostri membri esposti. Un secondo ragazzo si avvicinò presto a lei, togliendole jeans e mutandine in una mossa sola, e gettando anch’esse nel mucchio di vestiti che si era venuto a formare. Il pube completamente depilato di Lucia si mostrò ai nostri occhi, assieme ad una generosa porzione delle sue labbra, apparentemente gonfie. Senza riguardo, nel silenzio surreale che regnava in quel momento, il ragazzo che aveva finito di denudarla forzò le cosce di Lucia, inducendola ad aprirle, dopodiché prese a massaggiare, a mano aperta, la sua intimità. ‘Ragazzi, ‘sta puttana è fradicia, non potete capire’, sottolineò, appena prima di penetrarla con un dito. Lucia, a quel gesto, lanciò un grido di piacere e prese a muovere il bacino per assecondare i movimenti del ragazzo.
Non passò molto, che lui decise di allontanarsi, per lasciare ad un altro l’opportunità di verificare quanto fosse eccitata la nostra ‘vittima’. Appena il ragazzo tirò fuori il dito dalla sua passera, Lucia gli si fiondò addosso, afferrandogli il braccio per indurlo a penetrarla nuovamente. Muovendosi in modo goffo e scoordinato, però, inciampò, e per poco non cadde per terra. A quello spettacolo, scoppiammo tutti in una fragorosa risata. Eccetto la stessa Lucia, che, trovata la mano del nostro amico, cominciò a strofinarsela vigorosamente sulle labbra della vagina. Lui si liberò dalla presa fingendosi schifato da quell’atteggiamento, cosicché alla ragazza non restò che cominciare a masturbarsi da sola.
Quello fu il segnale in virtù del quale la situazione degenerò definitivamente. In pochi istanti ci accalcammo tutti attorno a Lucia, alcuni filmandola o fotografandola col cellulare, altri segandosi fino a raggiungere una completa erezione. Uno dei nostri, l’afferrò per la nuca leccandole la faccia, poi, rivolto verso di noi, affermò: ‘Prima se la tira, la cagna. E poi le basta vedere un cazzo per perdere il controllo’. Si voltò verso di lei e continuò: ‘Vediamo se oltre a guardare sai anche succhiare, puttana’, le disse, prima di costringerla in ginocchio, tirandole i capelli verso il basso. Lucia, docile, si accovacciò, avventandosi famelica sul pene del ragazzo e imboccandolo quasi per intero. Intanto, tutti noi avevamo iniziato ad usarla a piacimento. C’era chi aveva stretto le manine della ragazza attorno al proprio membro, chi le palpava le tette, chi le masturbava ora la figa, ora il culo, e chi le porgeva il proprio cazzo da succhiare, mentre Lucia passava in rassegna con le labbra e la lingua tutti i piselli che le si presentavano a tiro.
La pioggia, intanto, aveva cessato di cadere, e gli unici rumori che si odevano erano i gemiti di Lucia e lo sciacquettio della sua vagina bagnata, sgrillettata furiosamente dai ragazzi che le si alternavano intorno. Lei, intanto, continuava ad imboccare furiosamente ognuno dei nostri membri e a segarne altri. Bastarono pochi minuti di quel trattamento prima che alcuni di noi arrivassero al limite e ricoprissero, a piacimento, la sua faccia e il suo seno di seme bollente che, presto, prese a colarle lungo il resto del corpo. Uno di noi le afferrò la testa iniziando, letteralmente, a scoparla in bocca, prima di piantarle il suo cazzo fino in gola e venire tanto abbondantemente da farla quasi soffocare. Mentre Lucia tossiva, ansimando per riprendere fiato, uno dei ragazzi recuperò i suoi vestiti e anche questi, in breve, vennero inondati di sperma. Stessa sorte toccò ai lunghi capelli della ragazza, allorché l’ultimo di noi pensò bene di masturbarsi con essi, finendo per impiastricciarli completamente della sua crema biancastra.
‘Scopatemi’ fatemi venire”, implorò Lucia con un filo di voce, mentre, dopo esserci rivestiti, le gettavamo addosso i suoi abiti zuppi di pioggia e sperma.
Il ragazzo che aveva dato inizio a tutto, quello della pisciata, non mancò di infierire su di lei che, nelle condizioni in cui versava, faceva quasi pena. ‘Stai scherzando, troia? Sei tutta sporca e puzzolente, ci farebbe schifo scoparti. Datti una ripulita e, magari, se fai la brava, un giorno di questi veniamo tutti quanti a trovarti a casa’. ‘Si, così ti riempiamo per bene!’, aggiunse un altro. Ci allontanammo deridendola e continuando a filmarla, mentre Lucia, sdraiata a gambe larghe sul sudicio pavimento cementato del chiosco, si masturbava in maniera quasi brutale, implorandoci di tornare indietro a soddisfare le sue voglie inappagate.

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Autore Pubblicato il: 9 Gennaio 2014Categorie: Racconti Erotici Etero0 Commenti

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