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Galeotta fu Budapest: la passione esplode tra colleghi in gita scolastica

By 20 Maggio 2026No Comments

Cosa succede quando un uomo e una donna, quarantenni ma ancora col fuoco dentro, condividono lo stesso luogo di lavoro da insegnanti in una scuola superiore, si annusano e flirtano per tutto l’anno, e si ritrovano entrambi nello stesso albergo durante una gita scolastica a Budapest? Quello che è successo a me, Andrea, e alla mia collega di inglese Silvia.

Silvia ha 40 anni come me, un marito, due figli, un carattere dolcissimo ma anche tignoso soprattutto nella gestione degli alunni e delle dinamiche lavorative e un fisico che, nonostante gli “anta” e le due gravidanze, ancora si dimostra piacente. Non altissima, ma in forma e proporzionata, due gambe snelle, due seni tondi e della giusta misura, né grossi né piccoli, la carnagione leggermente olivastra e dei capelli ondulati neri che incorniciano un viso senza particolari punti di forza, ma nel complesso armonico e delicato. In quanto a me, beh, sono solo nella vita: ho avuto esperienze sfortunate, ma sono ancora piacente, forte della mia altezza di oltre 1.80 e un fisico costruito da anni di sport, anche se ormai non ne faccio più, I capelli e la barba ingrigiti, mio grande cruccio, in realtà non sono penalizzanti nel rapporto con l’altro sesso.

Torniamo a me e Silvia, l’attrazione reciproca l’avverto da quando l’ho conosciuta quando è arrivata a scuola, da circa tre anni, quell’attrazione fatta di piccoli gesti, di sguardi complici, di sorrisi, di tocchi fugaci su braccia e mani: se l’avessi conosciuta da single e non da sposata con due figli, le sarei morto dietro. Quest’attrazione reciproca non ha mai avuto modo di sfociare in qualcosa di più e nemmeno quando ci siamo trovati a dover accompagnare entrambi delle classi in gita a Budapest avrei mai pensato che potesse finire come effettivamente è finita.

Il primo giorno fu decisamente complicato, la partenza all’alba, le prime visite guidate, gli alunni per ovvi motivi carichi di eccitazione, ma tutto sommato andò bene. La prima notte in hotel, un elegante 4 stelle a pochi passi dalla Cattedrale di Santo Stefano, arrivò tutto sommato come una benedizione anche perché, clamorosamente e contro ogni nostra previsione, i nostri alunni, talmente stanchi per la giornata, sono crollati abbastanza presto: alle due e mezza del mattino regnava il silenzio.

Tirato un sospiro di sollievo, fatto l’ultimo giro di controllo, io e Silvia ci avviammo alle nostre stanze e non so perché mi passò per la testa di chiederle se le andava di berci una cosetta al bar dell’albergo, ancora aperto: quelle decisioni di istinto che poi cambiano il corso delle cose. Silvia accettò e ci ritrovammo lì nel bancone a bere, chiacchierare, per un’altra oretta: non so quanto bevemmo, ma eravamo entrambi abbastanza allegri nel momento in cui convenimmo che, se non volevamo essere peggiori dei nostri alunni, ci sarebbe convenuto andarcene a dormire. La sua camera era accanto alla mia, lei entrò, si fermò sulla porta, mi avvicinai per un sobrio bacio sulla guancia della buonanotte, quando l’istinto prese il sopravvento: le nostre bocche si ritrovarono a pochi millimetri l’una dall’altra coi nostri corpi che in quel momento si immobilizzarono, con la paura che nessuno facesse quel passo che alla fine facemmo simultaneamente: ci baciammo e fu un bacio di un’intensità come non ne provavo da tempo. Circondai Silvia con le mie braccia mentre passavo avidamente la mia lingua nella sua bocca, cercando l’abbraccio con la sua, godendomi il sapore leggermente alcolico della sua bocca. Lei rispondeva al mio abbraccio passandomi le mani intorno al collo e abbandonandosi a me, rapidamente ci ritrovammo dentro la sua stanza e la porta si chiuse alle nostre spalle.
Ci buttammo sul letto avvinghiati l’uno con l’altra, cominciai a passare le mie mani sui suoi fianchi e sulle sue gambe calde, ancora coperte dai pantaloni, ma mi fermò.

– Non dovremmo farlo, non è giusto…mio marito, i bambini…
– Forse hai ragione…
– Con mio marito le cose non vanno bene, ma non è questo il modo…scusa, non so cosa pensare

Quasi piangeva, ma nei suoi occhi potevo vedere anche il fuoco di un desiderio che stava cercando, con immensa fatica, di sopprimere. Non volli forzare e mi alzai per andare via

– Facciamo che non è successo niente, Silvia. Buonanotte

Mi avviai verso la porta, ma sentivo alle mie spalle il suo sguardo fisso su di me, sentivo il suo desiderio che tornassi indietro. Mi fermai sulla porta, sospirai e girai lo sguardo. Lei era ancora lì, seduta sul letto, la bocca aperta, il respiro pesante e gli occhi di una donna che vuole essere desiderata, che vuole essere amata come forse non le capita da tanto, troppo tempo. Feci due passi verso il letto, lei si alzò e si gettò tra le mie braccia e riprendemmo a baciarci, ma non un bacio di pura passione come quelli precedenti, bensì di tenerezza, di sentimento.
Ci ributtammo sul letto e ripresi ad accarezzarle tutto il corpo mentre, delicatamente, le sfilavo i vestiti: a Budapest faceva freddo ed era come scartare un regalo che desideravo da tempo, ma non pensavo che l’avrei mai ricevuto. Prima il maglione, poi altri strati, gli stivaletti. Rapidamente rimase solo con i pantaloni e il reggiseno che conteneva i suoi seni tondi e morbidi mentre continuavamo a baciarci e accarezzarci senza dire niente. Anche lei aveva fatto i suoi movimenti, mi aveva lasciato a torso nudo e con la mano destra mi aveva slacciato i pantaloni e cercava di afferrare il mio cazzo che, in tutto questo, era già diventato duro e premeva dentro i boxer.

Rapidamente anche le ultime cose furono sfilate via, si sganciò il reggiseno e rimase lì, distesa davanti a me, praticamente nuda ad eccezione dello slippino. Potevo quindi ammirare il suo corpicino che tante volte avevo immaginato: non la si poteva definire una fotomodella, ma per essere una donna di 40 anni con due gravidanze la pelle del ventre era ancora tonica e i seni erano sodi e piacevoli da palpare: un bel corpicino poco sopra il metro e sessanta con tutte le sue proporzioni e curvette nei posti giusti.

Le baciavo il collo, poi cominciai a scendere piano piano, prima qualche leccatina ai capezzoli già dritti, poi sempre più giù verso l’ombelico e infine verso l’obiettivo finale del suo pube. Le sfilai le mutandine e finalmente vidi il suo sesso, era quasi completamente rasato a parte un po’ di rifinitura nel monte di Venere.
Dai suoi sguardi e dal suo ansimare capii subito cosa desiderava e non me lo feci ripetere due volte, anche perché leccare è una delle cose che preferisco, è una delle mie specialità. Infilai la mia faccia in mezzo alle sue gambe e mi inebriai del suo odore, avevamo camminato parecchio, ma non c’era odore cattivo, era pulita e piacevole. Cominciai a leccarla lì in mezzo, passando sapientemente la lingua nelle sue labbra, dentro e fuori, leccandola tutta dal basso all’alto, cercando di stimolare il clitoride già gonfio con colpetti della punta della lingua alternati a leccate più profonde, il tutto stimolandola, a momenti, con le dita della mano; Silvia gradiva, eccome se gradiva. Sentivo la sua figa diventare sempre più bagnata e il suo respiro diventare sempre più affannoso, i suoi gemiti e i suoi mugolii sempre più profondi, la vedevo che strizzava gli occhi e si mordeva una mano tra un gemito e l’altro, mentre con l’altra mi afferrava sulla nuca e spingeva la mia faccia ancora di più sulla sua figa. La sentii esplodere, sentii quella sensazione tipica della donna che è percorsa da un orgasmo come se fosse una scossa elettrica. Aumentò il respiro, cominciò a tremare in tutto il corpo, mi strinse le gambe intorno alla testa quasi fino a farmi male ed esplose con un gridolino acuto, palesemente represso il più possibile per non farsi sentire da tutto l’albergo e soprattutto dai nostri alunni, mentre la sua figa diventava un vero e proprio lago bollente. Durò qualche secondo, poi si rilassò e riprese a respirare regolarmente, mi afferrò il viso tra le mani e si avvicinò per baciarmi sulle labbra con gli occhi colmi di riconoscenza. Ricambiai il suo bacio e dopo di che mi ritrovai coricato sulla schiena, era diventato il suo turno di farmi godere con la bocca. Si accostò accanto alle mie gambe e prese in bocca il mio cazzo. Sentii rapidamente le sue labbra calde avvolgersi sulla mia cappella per poi scendere delicatamente lungo tutta l’asta e cominciare un lento su e giù dentro la sua bocca. Ho una discreta mazza sui 18 centimetri, dritta e grossa, ma Silvia la fece sparire rapidamente dentro la sua gola fino alla base e senza soffocarsi. Cominciò a ingoiare il mio cazzo con una voracità che raramente avevo visto in vita mia, smetteva di succhiarlo solo per dedicarsi a dare una leccatina alle palle, prima una poi l’altra, con metodo, per riprendere poi a leccare tutta l’asta prima di farsela di nuovo sparire dentro la gola: era un pompino spaziale, chi avrebbe mai detto che la professoressa di inglese, tanto dolce e delicatina, fosse una così gran bocchinara? La dovetti fermare prima che mi portasse al limite e lei ne fu consapevole, tanto che accolse il mio stop con una risatina e uno sguardo malizioso: ora nei suoi occhi non c’era più la donna in crisi coniugale che elemosina un po’ di affetto dal collega di lavoro, ma una tigre assetata di sesso.

Continuò il suo magistrale lavoro di bocca ancora per un pochino, poi decise di passare all’azione; si mise cavalcioni su di me, afferrò il mio cazzo con la mano e se lo infilò dentro la sua figa bollente, lasciandoselo scivolare dentro fino alla base. Fui avvolto da un calore inebriante, il mio cazzo era tutto dentro la sua figa fradicia e Silvia cominciò a muoversi col bacino per sentirselo tutto dentro mentre si teneva appoggiata con le palme delle mani sulle mie spalle, con le mie mani che invece le afferrarono le natiche piccole e sode e cominciarono a muovere delicatamente il suo bacino assecondando i suoi movimenti. Il mio cazzo scivolava alla perfezione dentro la sua figa caldissima e fradicia e dovetti più volte mordermi un labbro per cercare di non venire subito, ma era difficile resistere alla danza così sensuale che stava facendo Silvia impalata sul mio membro; alzando gli occhi potevo vedere il suo ventre piatto e morbido che saliva e scendeva, i suoi seni che ondeggiavano seguendo il ritmo, potevo sentire il suo respiro affannato, ma non riuscivo a vedere bene i suoi occhi perché teneva lo sguardo verso il soffitto con la testa leggermente reclinata all’indietro. Abbassò lo testa e incrociammo i nostri sguardi, entrambi stravolti dal piacere, e si abbassò per cercare la mia bocca da baciare mentre da sotto continuavo a darle colpi profondi e costanti, affondando sempre di più dentro la sua figa e cercando sempre di non cedere a quel piacere immenso.
Si scostò da me e si mise coricata di schiena spalancando le gambe e tirandomi per il braccio, non me lo feci ripetere due volte e mi accostai immediatamente affondando di nuovo il mio cazzo dentro la sua figa e ricominciando a martellarla, questa volte cercando di tenere un ritmo più sostenuto negli affondi in quanto alla missionaria riesco sempre a gestirmi meglio. Lei apprezzò il cambio di ritmo e mi strinse le braccia intorno al collo e cominciò a baciarmi sulla guancia, sull’orecchio, ansimando e invitandomi a darle di più, a dargliene ancora fino al punto in cui mi accorsi che stava per essere scossa da un altro orgasmo; il suo respiro si fece affannoso, la sua stretta sul mio collo più forte, allungò una mano a spingermi una natica come per farmi spingere ancora più forte e alla fine il suo orgasmo arrivò, il suo corpo tremò come se fosse scosso dalla corrente elettrica, la sua stretta sul mio corpo si fece ancora più forte e, irrigidendosi di colpo, esplose con un grido ancora più acuto del precedente che provò a stoppare subito mordendosi una mano: era troppo per me, quest’ultima manifestazione del godimento che le avevo provocato fece crollare le mie ultime barriere e, cercando di metterci le ultime energie negli ultimi affondi, anche io esplosi tutto il mio orgasmo dentro il suo corpo mentre il mio era scosso da una incredibile vampata di piacere dalla testa ai piedi. Non riuscii nemmeno a gridare, ma ad emettere solo un lungo e profondo sospiro, per poi crollare, spossato, sopra di lei.

Restammo così per qualche minuto, senza dirci niente, io col mio cazzo che lentamente perdeva consistenza dentro la sua figa fino a quando non si sfilò da solo, portandosi dietro un fiotto di liquido dove il mio sperma si mescolava ai suoi umori. Lei mi carezzava la testa e mi dava teneri bacini sul viso, che io cercavo di ricambiare per quanto possibile, da quanto ero ormai stremato.
Passato un po’ di tempo così e vista l’ora, decisi che fosse il caso di tornare nella mia stanza per dormire qualche ora; mi sarebbe piaciuto passare la notte con lei, svegliarmi qualche ora dopo con la sua presenza accanto a me, ma convenimmo entrambi che fosse meglio così, non sarebbe stato opportuno se qualcuno degli alunni o degli altri colleghi mi avesse visto uscire dalla sua stanza l’indomani mattina. Mentre mi rivestivo notò, ridendo, di avermi fatto dei graffi su collo e schiena durante il suo orgasmo; meno male che dobbiamo restare coperti e non li può vedere nessuno.

Dopo un ultimo bacio tornai silenziosamente nella mia camera, per fortuna senza incontrare nessuno, mi feci con rammarico una doccia pensando che mi avrebbe lavato via l’odore inebriante del suo sesso e mi buttai sul letto. Non chiusi occhio, pensai a lei per tutto il resto della notte, la desideravo ardentemente e soffrivo per la consapevolezza che fosse un amore impossibile fino a quando non vibrò il telefono sul comodino: era un suo messaggio whatsapp con due sole parole seguite da un cuoricino

– Grazie, buonanotte <3

Ogni speranza di dormire era spenta, avrei dato tutto per tornare in quella stanza, baciarla in tutto il suo corpo, amarla come mai ho amato una donna in vita mia, ma ero consapevole che non fosse possibile.
Lo facemmo per tutte le successive notti della gita, ma sapevo che la magia sarebbe finita al ritorno in Italia; quando in aeroporto, appena tornati, incontrò il marito venuto a prenderla, lo abbracciò e gli diede un bacio sulle labbra, ma quando si girò a salutarmi, dietro quel formale “ci vediamo nei prossimi giorni a scuola” potevo leggere la tristezza nei suoi occhi e lei poteva leggere sicuramente la mia.

Da quel giorno i nostri rapporti sul posto di lavoro cambiarono, non c’era più la complicità di prima, sostituita da una freddezza professionale, da parole limitate al minimo indispensabile e con una formalità persino eccessiva. Era una farsa, nei suoi occhi in tutte le occasioni potevo vedere il desiderio che le saltassi addosso e lei poteva vedere la malinconia che mi provocava il non poterlo fare. La fine dell’anno scolastico arrivò come una benedizione, non saremmo stati più costretti a torturare i nostri cuori vedendoci tutti i giorni, ma già pochi giorni dopo, intorno alla mezzanotte, mentre bevevo una birra sul divano cercando di non pensare a lei, mi vibrò il telefono sulla mano.
Whatsapp. Silvia.
Ma questa è un’altra storia…

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