Per oltre un mese, dal quel mercoledì piovoso di ottobre fino a metà novembre, si incontrarono in silenzio, quasi di nascosto, come se il palazzo stesso potesse giudicarli. Non c’erano messaggi, non c’erano appuntamenti fissi. Solo segnali muti: un’occhiata prolungata sulle scale, un “ciao” che durava un secondo di troppo, la porta di Marco che restava socchiusa di sera quando lei passava dal pianerottolo con la spesa o tornando dall’università.
Ogni volta era diverso, eppure uguale: un’attrazione magnetica, rabbiosa, che li spingeva uno contro l’altra senza preavviso.
La prima volta dopo il bancone della cucina fu due giorni dopo, un venerdì sera tardi. Giulia bussò piano, quasi timorosa. Marco aprì in maglietta e pantaloni da ginnastica, gli occhi già carichi di conflitto. Non dissero una parola. Lei entrò, lui chiuse la porta a chiave con un gesto secco. La spinse contro il muro dell’ingresso, le mani sotto la felpa, le tolse il reggiseno senza slacciarlo, lo fece scivolare via insieme alla maglia. Le prese i seni con forza, succhiò i capezzoli fino a farla gemere forte, poi le slacciò i jeans, le infilò due dita dentro senza preavviso mentre la baciava con disperazione. Giulia gli abbassò i pantaloni, lo prese in mano, lo masturbò rapido e stretto mentre lui le strofinava il clitoride con il pollice. Vennero quasi insieme, in piedi, contro il muro: lei con le gambe che tremavano, lui che le scaricava fiotti caldi sulla pancia, ansimando il suo nome come una bestemmia.
La seconda volta fu nel suo monolocale, due sere dopo. Marco salì da lei dopo che gli aveva lasciato la porta socchiusa. La trovò già nuda sul letto, ginocchia piegate, dita tra le gambe. Lui si spogliò in silenzio, si mise sopra di lei in missione, la penetrò con un colpo solo, profondo, facendola inarcare e urlare. La scopò con ritmo brutale, le mani che le stringevano i polsi sopra la testa, il materasso che cigolava come se stesse per rompersi. Giulia gli graffiò la schiena fino a sanguinare, gli morse la spalla lasciando segni rossi. Lui le sussurrò all’orecchio cose che non avrebbe mai detto a voce alta: «Sei troppo stretta… mi fai perdere la testa… non dovrei volerti così tanto…». Vennero insieme, lei contraendosi intorno a lui in spasmi violenti, lui che si svuotava dentro con gemiti strozzati, restando sepolto fino a quando non smisero entrambi di tremare.
Poi ci furono le mattine. Una domenica alle 9:30, quando lei bussò con il pretesto di restituire una tazza. Finirono sul divano di lui, lei a cavalcioni, che lo cavalcava lenta e profonda mentre lui le succhiava il seno e le stringeva il culo con entrambe le mani. Lei accelerava, rallentava, lo torturava girando il bacino in cerchi larghi, fino a quando lui non resse più e la ribaltò, la prese da dietro sul bracciolo del divano, una mano sul collo (non stringendo, solo tenendola), l’altra che le strofinava il clitoride fino a farla venire urlando il suo nome. Lui finì dentro, di nuovo, fiotti caldi che colarono lungo le cosce di lei mentre restavano ansimanti, abbracciati.
Ogni incontro era più intenso del precedente, come se il desiderio crescesse nutrendosi della colpa. Marco era sempre il primo a cedere al rimorso dopo: si staccava piano, le baciava la fronte, mormorava «non dovremmo continuare così», ma poi la guardava nuda, sudata, con le guance arrossate e gli occhi lucidi, e il ciclo ricominciava.
Giulia, dal canto suo, si sentiva divisa in due. Di giorno era la studentessa diligente, appunti di letteratura, caffè con le amiche, sorrisi forzati. Di notte (o di pomeriggio rubato, o di mattina presto) diventava un’altra: affamata, disinibita, bisognosa di sentirsi riempita, voluta, posseduta da quell’uomo che la faceva sentire al sicuro e allo stesso tempo in pericolo. Ogni orgasmo con lui era catartico, ogni schizzo dentro di lei era una rivendicazione silenziosa: “sono tua, anche se non dovrei”.
Verso la fine di novembre, dopo una sessione particolarmente selvaggia – lei legata ai polsi con la sua stessa sciarpa al montante del letto, lui che la leccava per mezz’ora senza farla venire, portandola al limite decine di volte, fino a quando lei non implorò tra le lacrime «ti prego… fammi venire… ho bisogno di te dentro» – lui la penetrò con lentezza esasperante, poi accelerò fino a scoparla con violenza controllata, facendola venire due volte di fila prima di scaricarsi dentro con un ruggito basso.
Dopo, mentre erano sdraiati nudi sul letto sfatto, sudati, ansimanti, Marco le accarezzò i capelli con una tenerezza che contrastava con tutto quello che era appena successo.
«Giulia… prima o poi dobbiamo fermarci» sussurrò, voce incrinata.
Lei gli appoggiò la testa sul petto, ascoltando il cuore che ancora galoppava.
«Lo so. Ma non oggi.»
E per quel mese, “non oggi” fu la loro unica regola.
Il desiderio non si spegneva. Si alimentava della colpa, della segretezza, del divieto. E loro continuavano a cedere, notte dopo notte, corpo dopo corpo, fino a quando il confine tra sbaglio e necessità si dissolse del tutto.
Ma come tutte le cose era destinato a finire….
Giulia aveva conosciuto Lorenzo per caso, a una festa di compleanno di un amico comune dell’università, nel novembre del 2013. Lui aveva ventun anni, capelli castani un po’ più lunghi di quelli del padre, lo stesso sorriso obliquo, la stessa voce bassa e calma che la faceva sentire protetta. Somigliava a Marco in modo inquietante: stesso modo di tenere la sigaretta tra le dita, stesso modo di ascoltare senza interrompere, stesso odore di pelle calda misto a dopobarba legnoso. All’inizio fu solo attrazione fisica, poi divenne qualcosa di più profondo. Lorenzo era dolce, affidabile, senza il peso della colpa che aveva sempre gravato su Marco. Con lui non c’era il brivido del proibito, solo una normalità che Giulia, dopo mesi di passione clandestina, desiderava come ossigeno.
Marco lo seppe quasi subito. Lorenzo glielo raccontò al telefono, entusiasta: «Papà, ho conosciuto una ragazza fantastica. Si chiama Giulia, studia Lettere… abita nel tuo palazzo, credo». Marco aveva sentito il sangue gelarsi nelle vene. Non disse niente, solo un «bravo, figlio mio» strozzato. Quando li vide insieme sulle scale – lei che rideva, lui che le teneva la mano – capì che era finita. Non ci fu mai un confronto. Solo silenzi. Giulia e Marco continuarono a salutarsi con un “ciao” gentile, un sorriso educato, come due vecchi conoscenti. Il trimestre di desiderio selvaggio, di corpi che si cercavano nel buio, svanì come un sogno febbrile. Rimase un’amicizia quieta, rispettosa, fatta di chiacchiere sul tempo, sul lavoro, sui figli che sarebbero arrivati.
Lorenzo e Giulia si sposarono nel 2021, in una chiesetta di Tivoli. Marco era lì, in terza fila, cravatta blu scuro, sorriso tirato. Un anno dopo nacque Matteo, poi Sofia nel 2024. Giulia smise di lavorare full-time per crescere i bambini; Lorenzo fece carriera in una società di consulenza, viaggiava spesso, tornava stanco. All’inizio era comprensibile. Poi divenne abitudine. Le sere in cui lui rientrava tardi, mangiava davanti alla tv, rispondeva a monosillabi. Le notti in cui lei si girava nel letto e trovava solo il suo cuscino vuoto. Si sentiva invisibile, stanca, sola. Una ragazza madre con un marito che c’era solo sulla carta.
Marco, a sessantatré anni, viveva ancora nello stesso appartamento. Separato ufficialmente da anni, i figli grandi e lontani, la vita scandita da lavoro, palestra tre volte a settimana, partite di calcio in tv. Non aveva più avuto storie serie. Ogni tanto pensava a Giulia, ma solo con tenerezza, mai con desiderio. O almeno così si diceva.
Era il novembre 2025. Giulia aveva trentuno anni, capelli ancora castani chiari ma con qualche filo grigio precoce, occhiaie che il correttore non nascondeva più. Una sera, dopo che Lorenzo era partito per l’ennesimo viaggio di lavoro di quattro giorni, lasciò i bambini all’asilo e suonò alla porta di Marco. Lui guardò dallo spioncino ed aprì sorpreso.
«Giulia? Tutto bene?»
Lei entrò senza rispondere. Si sedette sul “loro” divano, le mani che tremavano.
«Ho bisogno di parlarti. Non ce la faccio più.»
Marco chiuse la porta, le preparò un tè caldo senza chiedere. Si sedette di fronte a lei, in silenzio.
Giulia parlò per un’ora. Gli raccontò tutto: la stanchezza, la solitudine, le sere in cui piangeva in cucina mentre i bambini dormivano, il marito che la toccava di rado e quando lo faceva sembrava un dovere. «Mi sento una badante, Marco. Una mamma single con un uomo che dorme accanto a me ma non mi vede più.» Le lacrime le rigarono il viso, silenziose. «Non lo tradisco. Non voglio. Ma… ho bisogno di sentirmi desiderata. Di sentirmi donna.»
Marco la ascoltò senza interrompere. Quando finì, le prese la mano. La strinse piano.
«Mi dispiace, Giulia. Non meriti questo.»
Lei lo guardò. Gli occhi verdi, ancora bellissimi nonostante le rughe leggere intorno. «Tu mi hai sempre vista, Marco. Anche quando non dovevi.»
Silenzio pesante.
Poi lei si sporse. Gli sfiorò la guancia con le dita. Lui chiuse gli occhi, inspirò forte.
«Giulia… no. Abbiamo chiuso quella porta.»
«Lo so» sussurrò lei. «Ma sono passati dodici anni. Non sono più una ragazzina. E tu non sei più solo il padre del mio quasi ex marito.»
Marco aprì gli occhi. La guardò davvero. Vide la donna che era diventata: stanca, ferita, ma ancora bellissima. Vide il desiderio che non era mai morto del tutto, solo sepolto sotto strati di vita, di sensi di colpa, di normalità.
Lei gli baciò il palmo della mano. Poi le labbra. Un bacio lento, incerto. Lui non si ritrasse. Ricambiò, piano, come se stesse tastando il terreno.
Poi la passione esplose di nuovo, come se non fosse mai passata.
Marco la prese in braccio – era ancora forte, nonostante gli anni – la portò in camera. La spogliò con calma reverente, baciando ogni centimetro di pelle che scopriva: il collo, le clavicole, il seno un po’ più pieno dopo due gravidanze, la pancia morbida con le smagliature argentate. Lei gemette piano quando lui le succhiò i capezzoli, ormai sensibili in modo diverso. Le tolse le mutandine, la leccò con una devozione che la fece tremare: lingua lenta sul clitoride, dita che entravano piano, curvate per trovare quel punto che ricordava ancora. Giulia venne piangendo, le mani nei suoi capelli brizzolati, sussurrando «Marco… sì… proprio così…».
Lui si spogliò. Il corpo segnato dal tempo – peli grigi sul petto, qualche ruga in più – ma ancora solido, ancora desiderabile. Il cazzo duro come allora, venoso, familiare. Giulia lo prese in bocca per un attimo, solo per assaporarlo, per ricordare. Poi lo guidò dentro di sé, a cavalcioni sul letto.
Entrò piano, entrambi trattennero il fiato. Era ancora stretta, ma diversa: più morbida, più accogliente. Marco spinse lento, profondo, guardandola negli occhi. «Sei bellissima… sempre stata.»
Fecero l’amore con una intensità diversa da allora. Non più rabbiosa, non più clandestina. Tenera, disperata, catartica. Lui la prese da dietro, le mani sui fianchi, baciandole la schiena; poi di nuovo sopra, fronte contro fronte, mentre lei gli graffiava piano le spalle. Quando lei venne di nuovo – un orgasmo lungo, silenzioso, che la fece tremare tutta – Marco la seguì, scaricandosi dentro con un gemito basso, profondo, come se stesse rilasciando dodici anni di attesa.
Restarono abbracciati, sudati, ansimanti. Lei gli appoggiò la testa sul petto, ascoltando il cuore che batteva forte.
«Non so cosa succederà» sussurrò.
«Nemmeno io» rispose lui, accarezzandole i capelli. «Ma stasera… stasera eri desiderata. Eri vista.»
Giulia sorrise tra le lacrime.
«Grazie.»
Non parlarono di futuro. Non parlarono di Lorenzo, dei bambini, di cosa sarebbe successo il giorno dopo.
Per quella mattina, furono solo loro due. Due corpi che si erano ritrovati dopo dodici anni, due anime che avevano tenuto a bada il desiderio troppo a lungo.
E la passione, che non era mai davvero morta, ricominciò a bruciare. Piano, inesorabile, come un fuoco che aveva solo atteso il momento giusto per divampare di nuovo.



Scritto benissimo, complimenti
Mi accodo a STE, il migliore assolutamente. Tanto che non sono riuscita a rinunciarci. Non trovo più la tua mail,…
... e la seconda puntata dov'è? questa è la terza, ieri hai pubblicato la prima...
Complimenti, Gran bei racconti. In ogni capitolo c'è una svolta, anche inaspettata. Molto ben scritti e davvero molto eccitanti. Mi…
Stupendo che continui! Questa parte non l'avevo letta!