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Il peso agli occhi si faceva ormai insopportabile. Li chiudo lentamente per riposarli un poco, poggiando la fronte sulla mano e lasciandomi andare con la schiena sulla poltrona dallo schienale alto su cui sono seduto, nascondendo il volto al bagliore dei led del monitor.
Pochi secondi così potrebbero ritemprarmi quel tanto che basta a proseguire il lavoro, almeno sino alla prossima eguale, identica e breve pausa. Giro la testa stancamente, riaprendo gli occhi per cercare la radiosveglia che illumina con il rosso delle sue 4:30 un po’ vintage la libreria su cui è appoggiata.
Appoggio gli occhiali accanto al monitor, sulla moderna scrivania di solido legno color nocciola, e provo a proseguire nella scrittura, maledicendo il vizio quasi ossessivo che mi porta sempre a questo punto: una malcelata ricerca di perfezione che finisce con il rendere tanto splendidamente precisi quanto inutilmente lenti anche lavori che normalmente svolgerei in metà tempo.
Maledico il popup che improvvisamente mi interrompe, aprendo una finestrella di chat: lo sapevo, avrei dovuto chiudere facebook. Ma la gente normale a quest’ora non dorme, anziché scrivere a chi sta ancora lavorando?
La voglia di liquidarti con poche battute sarebbe tanta, ma mi trattengo. Venerdì scorso, quando ti ho conosciuta, ho deciso che avrei approfondito la tua conoscenza. Ma la mia intenzione era assolutamente di attendere oltre la scadenza di domani: e invece un destino alquanto ironico ti ha piazzato proprio qua, in mezzo tra me e l’orario di consegna.
Avevo trascorso l’ennesima serata di vezzeggianti finzioni, in uno strano intreccio di mondanità e pubbliche relazioni che rende pessimo persino il mio tempo libero, trasformandolo in un susseguirsi di ore a discorrere di futilità con persone sempre pronte a compiacerti.
Avevo trascinato le ore una dopo l’altra nel giro dei locali più in voga al momento, sino a finire in un localaccio in cui stavo stancamente concludendo questa grottesca mascherata tra i colori intermittenti delle luci, una musica assordante e identica che mi conciliava il sonno mentre sorseggiavo, finalmente, un cocktail senza più bisogno di dover specificare quale vodka volessi e limitandomi a qualche prodotto dozzinale di quelli che ti fanno sentire vivo, rompendo il velo del finto sfarzo che mi circonda.
Ero sprofondato su questa poltrona di pelle rossa ‘ mentre il fresco tepore della vodka si irradiava lentamente tutto intorno all’esofago ‘ quando ti ho visto dimenarti a pochi metri da me, seguendo il ritmo ossessivo del sound. Ho appoggiato il bicchiere sul tavolino di fronte a me e mi sono soffermato sul tuo corpo elegantemente fasciato da un sensuale vestititino nero che lasciava scoperte, oltre alle spalle, anche buona parte della tua schiena.
I capelli, biondi e lunghi come piacciono a me, anticipavano soffici i tuoi movimenti frenetici, coprendoti buona parte del viso dolce che lasciavi intravedere. Un tacco sensuale ma non così alto da essere volgare mi spingeva a concludere l’analisi chiedendomi ‘ senza trovare risposta ‘ come mai un bocconcino del genere fosse lì verso uno dei lati della pista completamente solo.
A dispetto delle tue apparenze quasi immacolate, in questa trentina di secondi che mi ero preso per osservarti i miei pensieri avevano già proposto una decina di posizioni in cui legarti delle quali, ne sono certo, ignoravi persino l’esistenza.
Mi stavo quasi stupendo della inaspettata svolta positiva che la serata avrebbe potuto prendere, quando mi sono ricordato di questa maledetta scadenza. Avrei dovuto lavorare una volta a casa, di sicuro non avevo alcune ore da impiegare per convincerti ad accogliere la mia virilità in almeno un paio dei tuoi orifizi.
Incrociare per un istante i tuoi occhi chiari, però, mi fece istantaneamente decidere di adottare un piano differente. Mi sono alzato rapido dalla poltrona in pelle rossa su cui stavo sprofondando e mi sono avvicinato con passi rapidi e diretti, fino ad arrivare di fronte a te.
Sei quasi sobbalzata quando ‘ mentre ballavi con la testa china e gli occhi chiusi, senza poterti accorgere che ti stavo raggiungendo ‘ hai sentito la mia bocca sfiorare il tuo orecchio e insieme il mio braccio cingerti il fianco, sfiorando con le dita la candida pelle nuda della schiena.
‘Ti ho visto mentre me ne stavo andando, ti lascio un mio biglietto da visita, fatti viva’.
Tutto mi si può dire, ma non che mi manchi l’audacia, solitamente. Mentre mi fissava tra lo stupito e l’imbambolato per un approccio tanto sfacciato, anziché passare il biglietto da visita che avevo già nella mia mano destra nella mano che mi stavi tenendo, te l’ho fatto lentamente scivolare tra la poca stoffa che copriva la parte inferiore della tua schiena e la pelle ancora più bianca di quanto mi era apparsa inizialmente, incastrandolo con maestria dopo alcuni centimetri nell’elastico degli slip, invisibile alla vista ma fastidioso e presente sulla tua schiena.
Le mie labbra sulla tua guancia in un rapido e casto saluto a una sconosciuta e i tuoi occhi strabuzzati per il mio ardito approccio avrebbero spinto i più a credere che non mi avresti mai sentito. Io, al contrario, mentre mi allontanavo verso l’uscita per tornare a casa, di fronte al pc a scrivere e concludere questo maledetto lavoro che ancora oggi mi assilla, ero già certo che nel giro di qualche ora mi avresti contattato tu, impaziente.
Ho visto la tua richiesta su facebook poche ore dopo, mentre io ancora lavoravo e tu eri probabilmente appena tornata a casa. L’ho lasciata lì un paio di giorni e poi l’ho accettata, permettendo così di scambiarci qualche rapido insieme di banalità. Sei più giovane di me di sette anni, universitaria pendolare e diligente che si era concessa una serata tra amiche, finita per rimanere da sola perché le altre tre con cui ti trovavi erano già finite in qualche bagno o in qualche auto a dimostrare di saper superare con maestria qualsiasi esame orale.
Il fatto che tu non fossi stata della loro partita, sarò sincero, mi ha dapprima turbato e poi intrigato. L’ultima cosa che desideravo, ovviamente, era un’accozzaglia di smancerie. Ma erano ormai alcuni mesi che mi concedevo soltanto del sesso saltuario con ragazze tanto belle quanto incapaci di essere obbedienti come desideravo.
Ed è così che quando ho visto il tuo nome comparire con il rosso della notifica, ho deciso che qualche minuto di interruzione potevo concedermelo.
‘Ciao’. ‘Ciao’. Non sono mai stato un chiacchierone. Anzi, trasformare le parole in un lavoro è stata la mia mossa più geniale, quando esse erano scritte; si è trasformato in un incubo quando invece erano parlate, nonostante l’indubbio successo di entrambi i casi.
Avrei voluto chiederle cosa diavolo ci facesse in piedi alle 4.30 in un giorno infrasettimanale, quando chiaramente il giorno dopo avrebbe avuto qualche corso da seguire, ma ho preferito rimandare l’inopportuna domanda all’appuntamento che le ho dato per cena al giorno dopo ‘ tecnicamente ormai era il giorno stesso.
Una buona media, considerato che tutta l’operazione mi aveva impegnato cinque minuti e mi aveva portato esattamente dovevo volevo, ovvero a incontrarla una volta superata la scadenza odierna.
Le do la buona notte e chiudo facebook quasi automaticamente, per evitare seccature. In mezz’ora il lavoro è ormai finito e inviato, con una buona ora di anticipo rispetto alla scadenza. Faccio aderire la schiena e il capo alla pelle nera della poltrona e chiudo gli occhi stanchi. Nel giro di pochi attimi sento il sonno assalirmi e mi addormento beandomi di immagini tutt’altro che caste, in cui provvedo ad arrossare la bianca pelle di quelle natiche con i colpi decisi e severi del mio palmo, ritmati e incessanti, finché non sprofondo nel sonno.

Autore Pubblicato il: 29 Aprile 2013Categorie: Racconti Erotici Etero0 Commenti

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