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Quando si comincia un nuovo lavoro si sa, si è sempre tesi.
E’ quello che è successo a me in questo periodo, anche se la buona notizia, nonostante il contratto sia a tempo determinato, è che si tratta di un ottimo posto come impiegato in una sede bancaria.

Il colloquio era andato bene: un tipo un po’ ben piazzato, dalla voce bonaria e dallo sguardo sicuro di sé mi aveva garantito i sei mesi all’interno degli uffici. Appena il tempo di rendermi conto di quello che dovevo fare e sono già tre giorni che sto otto ore al pc a elaborare e trascrivere dati.

“La vicedirettrice è tornata dalle vacanze”, sentivo mormorare dai neo-colleghi. Eravamo sul corridoio che stavamo bevendo un caffé alle macchinette, quando sento un passo svelto e ben scandito da tacchi grossi e importanti risuonare per tutto il piano.
Per poco non mi cadde il bicchiere di mano.

Era Maria. Maria D., la mia ex storica degli anni dell’università.
Ancora con quel viso da bambola incorniciato da una chioma riccia e scura fino alle spalle, ribelle come il suo sguardo impertinente e il suo sorriso a trentadue denti sapevano essere. Ancora un culo bello rotondo, esplosivo e muscoloso, ancora un rapporto vita-fianchi da pin-up degli anni quaranta.
Un amore romantico inizialmente, poi lei si staccò sempre di più da me, aveva voglia di arrivare in alto, di emergere. Lei si laureò in economia specialistica a 24 anni, io alla sua età finii la laurea triennale. E abbandonai il percorso successivo. Sì, ci lasciammo un anno prima della sua laurea.
Gli amici malignavano sul fatto della sua rapida carriera universitaria, della serie pompini ai professori, io me ne fregavo, mi ero trovato una tanto per fare chiodo-schiaccia-chiodo, ma la mollai nel giro di qualche mese. E così faccio di tanto intanto.
Nessuno che mi dia piacere a letto come lei. Come sapeva fare lei, come era lei sia con la sua energia, sia quando era in totale passività. Sempre seducente. Sempre consapevole di far tirare il cazzo. E il piacere che ne traeva in questo…

E insomma era lì, davanti a me, gli occhi sgranati e un sorriso divertito.
“Ma cosa ci fai qui? Sei il nuovo assunto?”
Io, con un sorriso tiratissimo ostentando finta sicurezza faccio: “Sì, a quanto pare… siamo colleghi insomma. Anzi meglio andare in ufficio che mi hanno detto che la vicedirettrice è rientrata dalle vacanze”.
Un secondo di silenzio: risata generale.
Credo di capire, cerco di non avvampare in viso.
“Sono io la vicedirettrice. Adesso quindi vai in ufficio Marchetti, che ti metto sotto io a te”.
Un turbinìo di emozioni mi pervase il cuore ma cercai di fare la battuta salutando con un “Sissignora, a dopo”.
Mentre mi voltai sentivo i colleghi chiedere: “Vi conoscete? Come mai?”.

Non riuscivo a lavorare. Ero lì, fisso al computer, la bocca semiaperta, lei la vedevo sempre davanti. Dopo dieci minuti così, tentando di riprendere a lavorare andai in bagno e mi sparai una sega immane.
Immaginavo lei, vestita così, con il tailleur elegante, chiavata sopra la scrivania, con il suo sorriso beffardo e divertito mentre la scopavo. Poi immaginai anche me stesso nudo a quattro zampe, lei vestita sempre così, che mi frustava con il frustino da cavallo e diceva a denti stretti “Ti metto sotto io a te!”.
Che sborrata… che sborrata ragazzi…

Dopo la sega sparatami nel cesso torno in ufficio con una strana sensazione nel cuore.
Torno razionale, mi metto al computer e faccio finta di niente.
Penso lentamente mentre lavoro: “Sono passati ormai sette anni. Siamo adulti, questo è un rapporto di lavoro. Può darsi che ci abbia poco a che fare tra l’altro. Ora lei starà con qualcuno e anche se fosse single ora non riuscirei nemmeno a pensare a una relazione con lei”.

Solo che dopo pensavo tra me e me, con un sorrisetto “Però, quella puttana mi fa esplodere il cazzo…”. E di nuovo la voglia di andare al cesso a spararmi una sega. A volte mi prendevano delle fantasie.. Basta.

Dovevo solo legare un po’ di più con i colleghi, anche se con un tuffo al cuore pensai: cosa avrà detto Maria agli impiegati? Che io lei stavamo insieme? Ha fatto un quadretto di me dal suo punto di vista?.
La cosa non mi piaceva, onestamente, sebbene penso che su queste questioni non sia la persona da sbilanciarsi troppo.

Bussano. E’ Gianfranco, il collega-punto di riferimento dei miei primi giorni, ufficio accanto al mio. “Marchetti, la tua ex ti deve parlare”.
Lo guardo duramente. Lui ridacchia. “Dai non te la prendere, non ho resistito.. Scusa eh!” Mi alzo.
Mentre entra nell’ufficio, Gianfranco mi fa: “Comunque complimenti, gran bella gnocca ti sei bombato”. Ci guardiamo. “Senza offesa eh”, aggiunge.

Arrivo all’ufficio di Maria. La porta è semiaperta. La luce è accesa.
La sento chiacchierare, ridacchiare cortesemente tra una frase e l’altra. Come suo solito. Mi emoziono.
Cazzo, lo odio, ma è così. Una tenaglia allo stomaco. Mi tremano le gambe, il cuore mi pulsa sotto la gabbia toracica. E so che per lei non è così.
Accidenti a lei.
Vedo la targhetta a destra della porta: Maria D. – Vicedirettore. Ma allora è proprio così. Lo sapevo, ma quella scritta mi riporta definitivamente alla realtà.

Busso. “Sì? Avanti?”. Mi affaccio.
“Ciao!!” fa a me. E all’altro: “Guarda grazie della visita Alfonso, fa sempre piacere… salutami Parigi eh!” L’altro è un signore sulla sessantina, panciuto, un po’ calvo, sbarbato, con la faccia cadente, pomelli rossi al posto delle guance, sorrisetto da ebete.
“E questo è il nostro nuovo impiegato, il signor Marchetti”. Stringo la mano all’uomo, che sorride. Fa a Maria: “Ecco un altro ammiratore per lei!”
“Ma no Alfonso, questo è un ex-ammiratore…” Alfonso è stupito. “Ci siamo capiti, eravamo compagni di corso all’università”.
“Ah ma guarda” fa lui “che bella cosa, vi siete ritrovati. Levo il disturbo allora”.
“Ma no, non disturbi mai… ciao Alfonso, tante cose”. Alfonso saluta educatamente e chiude la porta dietro di sé.

Lei si risiede. Ha un fare giocoso, divertito. Inizia a parlare con una penna in mano, lo sguardo posato distrattamente sulla scrivania.
“Marchetti, Marchetti, Marchetti… lei è qualificato per lavorare qui?” Mi guarda una volta pronunciata l’ultima parola. Si ferma. Gli occhi scuri spalancati, la bocca, come sempre, semiaperta tra le sue labbra rosse a bocciolo in cui si intravende lo splendore dei denti.

Al mio breve e interrogativo silenzio ridacchia riabbassando lo sguardo, e riprende a parlare con calore, come ai tempi dell’università.
“Dai, sto scherzando… come va? A volte pensavo a che fine avessi fatto, e ora eccoti qua…”
Visto l’interessamento, riacquisto un’improvvisa sicurezza.
“Maria, sono stupito anche se fino a un certo punto, sapevo che avresti fatto bene nel mondo del lavoro, sei stata molto brava a laurearti così in fretta..”
“Come sei falso…” Mi fissa sconsolata come per mettermi alla prova. Li conosco certi giochetti. Ma mi spiazza, perdo la calma, inizio a emozionarmi di nuovo. Mi fissa decisa, con gli occhi sbarrati.
“Perché sei stato tu a mettere in giro quelle voci su di me, vero? Ammettilo almeno se hai le palle!”
Sono interdetto. “No! Mi dispiace.. sì, mi era giunta voce.. purtroppo”
“Ah, ti era giunta voce…”
“Sì, ma guarda, non stavo neanche a sentire. Non me ne fregava, ok?”
Lei mi fissa come se non mi credesse affatto. Poi si rilassa un po’ sulla sedia.
“Beh, anche se fosse ormai il danno è fatto. Perché preoccuparsene?”
Guarda fuori dalla finestra. E mi chiede “Che hai fatto di bello in questi ultimi anni?”
“Oddio… di bello mica tanto.. si cerca di lavorare, sai com’è… non è facile..”
Quella puttana, pensai. Non mi stava a sentire. Ormai aveva soddisfatto la sua curiosità e stava proseguendo la conversazione come se potesse troncarla da un momento all’altro. E infatti lo fece.

Bussarono.

“Maria ci sei?”. Era il direttore, il tipo che mi aveva assunto. Non si era mai visto in questi giorni prima di oggi. “Oh, vedo che sei in compagnia, torno dopo” aggiunge.
“Ma no Pierre, stava giusto andando via, è il nuovo dipendente…”
“Oh! E’ vero, mi scusi”. Mi stringe la mano. “Allora, come va, si trova bene qui?” Non mi lascia il tempo di rispondere: “Con la vicedirettrice più carina della città sicuramente eh?”
“Dai scemo…” Maria finge l’imbarazzo.
Saluto. Neanche mi guardano.
Torno nel mio ufficio.

Piero Antonioni, detto Pierre. Abbastanza giovane, tipico figlio di papà ormai cresciuto che ormai conosce il suo mestiere.
Qualche chilo di troppo ma ben piazzato, classica stazza da grand’uomo d’affari. Alto una spanna più di me e molto più grosso.
Bene, torniamo al lavoro.

Mi sentii turbato per l’accusa che mi aveva fatto Maria. Avevo bisogno di parlarle ancora.
Aspettai quindi qualche minuto dopo l’orario di lavoro. Tutti sgattaiolavano fuori dai loro uffici per andare frettolosamente a casa. Lei ancora era lì.

Mi avvicinai alla porta semiaperta, luce accesa. Stava ancora parlando con Pierre. “Che palle” pensai. O tornavo a casa o aspettavo ancora un po’.
Aspettiamo, dai. Cinque minuti. Ancora lì. Dieci minuti. Ancora lì.
Lasciai perdere.
Mi avviai all’uscita. Nel farlo sentii i due uscire dalla porta continuando a parlare allegramente. Mi girai, era troppo lontana.
Ma vidi una cosa. Che mi fece venire un groppo allo stomaco.

Lei sorridendo lo stava trascinando per una mano verso un altro ufficio. Era… chiara l’intenzione. Io ero.. paralizzato.
E già immaginavo la scena che stava per succedere. Velocissimamente, immagini schizzavano nella mia mente. Immagini forti, erotiche.
Lei, minuta e piena di curve, montata da quel bestione che la trapana fino a farla urlare.
Il cazzo mi scoppiava nei pantaloni. Il cuore pure, sotto il mio petto.
Con passi lenti, incredibilmente silenziosi, mi avvicinai all’ufficio.. che era quello del direttore, ovvio.

Più sentivo le voci ridacchiare e scherzare sempre più distintamente e più l’erezione si faceva enorme, vigorosa, dolorosa, dandomi un piacere sadomasochistico unito al groviglio che sentivo nello stomaco.

“TIENI CAGNA!”
“AHHHHHH!!”

Al sentire questo, il mio cazzo pulsò e uscì una gocciolina dalla cappella, la sentii, come sentivo il cuore battere all’impazzata.
Me lo massaggiai, mentre mi avvicinavo alla porta. Volevo, dovevo VEDERE.
I suoi urletti, sì. Che goduria. Un ronzio all’orecchie mi diceva che il sangue pulsava forte nelle arterie… immensa goduria…

I colpi dati da Piero scuotevano la scrivania e ad ogni colpo, il mio cazzo pulsava.

Ed eccomi dietro la porta. Chiusa.. ma si sentiva tutto. E a sentire certe frasi, mai dette da lei con me, con la sua voce da porca, bellissima, cristallina e vibrante, fui sul punto di venirmente completamente nei pantaloni:

“SIII, USAMI COME UNA TROIA..”
“SI, VACCA SFONDATA ORA SUCCHIAMELO CHE SEI QUI SOLO GRAZIE AI TUOI POMPINI DA PUTTANA IN CALORE”

Ora sentivo succhiare con ampi risucchi…

“ECCO TROIA IO ALLE CAGNE COME TE NON MI STANCO MAI DI DARE DA MANGIARE, TIENI TROIA!!”

Sentivo soffocare, sentivo lei tossire disperata e poi risucchiare come una matta…

“AH PUTTANA… PUTTANA CHE NON SEI ALTRO…”

Sento silenzio improvvisamente. E poi la voce di lei:

“Sono una puttana eh? Lo faccio per soldi allora… ti ricordi quell’aumento che mi volevi dare?”

“Dai non smettere… sì brava, continua a segarmi almeno.. lo sai che non si parla di queste cose adesso…”

“Sì ma se io gioco a fare la puttana tu giochi a fare il PAPPONE e molli i soldi, porco. Se no ti denuncio per molestie!”

“Mi fai incazzare TROIA… ma mi tieni per le palle… e sei brava a fare questo gioco da puttana professionista”…

“SI’, TI TENGO PER LE PALLE!”
“AHHHH!! Mi fai male TROIAAAAHHH!!”

Silenzio.

“Se tu mi dai l’aumento sai io cosa ti do?”
“Non dirmelo…”

Sentii dei rumori, cose che cadevano dalla scrivania.

“SIII… SIII PUTTANA…”
“Prima giura che mi dai l’aumento. Poi ti do il mio culo”.
“Lo sai come sono queste cose… se poi si viene a sapere…”
“Giura… e sarò la tua puttana rottainculo che ti darà il culo ogni volta che vorrai..”
“GIURO PUTTANA SCHIFOSA E ORA TI ALLAGO LE CHIAPPE CARNOSE DA TROIA CHE TI RITROVI!”
“Devi dire: Giuro che ti dò mille euro al mese in più per romperti il culo, porco…”
“GIURO CHE TI DO’ MILLE EURO AL MESE IN PIU’ PER ROMPERTI IL CAZZO DI CULO DA TROIA DA MONTA CHE TI RITROVI!!”

“E’ tuo. Prendilo”
“SII.. CHE CULO STUPENDO….”

Era troppo. Non so cosa mi prese, sarà che a me il culo l’aveva sempre negato, sarà questo suo modo di fare da gran puttana ma persi il controllo e aprii la porta.
Lo spettacolo era osceno, trasgressivo, appagantissimo. Lei messa a pecora sulla scrivania con un culo di un bianco abbagliante, un sole grosso, un fiore carnoso, una visione che mi fece sborarre automaticamente nei pantaloni.

Lui con le braghe calate, sbigottito, perse l’erezione e mi disse: “Ora lei è nella merda, lo sa?”

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