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Mamma, papà e l’inseminazione artificiale

By 5 Ottobre 2013Dicembre 16th, 2019No Comments

I miei genitori erano disperati. Dopo 20 anni dalla mia nascita, non erano riusciti a darmi un fratellino. A me era dispiaciuto crescere solo, malgrado tutti i vantaggi dell’essere figlio unico, ma ormai non ci pensavo più.
Papà e mamma invece, malgrado avessero superato i 40, erano determinati più che prima ad avere un altro figlio; spinti probabilmente anche dal fatto che mi stavo ormai facendo grande, &egrave questo gli avrebbe permesso di avere più tempo da dedicare al nuovo erede.
E del fatto che mi stavo facendo grande me ne ero accorto anch’io. Incominciate le medie, incominciai a vedere le ragazze in maniera diversa, a desiderare, stranamente, di starle abbracciato e di baciarle.
Incominciai ad avere le prime erezioni e incominciai a masturbarmi; mi piaceva guardare, con la coda dell’occhio, il fondoschiena o il petto di qualche mia compagna precocemente sviluppata.
Che piacere quando accompagnavo mio padre a prendere mia madre, appena finita la sua ora in palestra! Mio padre aspettava fuori il centro fitness, e mi chiedeva di andare a chiamarla. Quanto mi divertiva ed eccitava intrufolarmi nei locali, cercando di spiare in qualche spiraglio degli spogliatoi femminili. Ricordo ancora quella volta quando una donna ne uscì, e aprendo e chiudendo la porta mi diede la fortuna di vedere una ragazza bellissima, che indossava solo i jeans. Ricordo la sua pelle bianca, la sua schiena, i suoi bellissimi seni, i suoi capelli castani.
E ricordo anche quella volta quando gettavo la coda dell’occhio sullo spiraglio della porta non ben chiusa; e beccai proprio mia madre, pensando “e che palle!”. Proprio lei. Vidi i suoi capelli ricci e neri che contrastavano con il suo corpo bianco e florido. Ricordava la venere di Willendorf, ovviamente un po’ più magra. In quell’occasione non riusci a vederla bene, un po’ perch&egrave non mi andava, un po’ perch&egrave non potevo stare li a fissare spudoratamente la porta dello spogliatoio delle donne.
Ma malgrado l’attività fisica, la vita e il cibo sano e regolare, i frequenti rapporti sessuali, di cui mi capitava spesso di sentire, la notte, qualche bisbiglìo o fruscio ritmico delle lenzuola, il secondo figlio proprio non arrivava.
Finalmente per loro arrivò il momento in cui potevano prendere molto seriamente questa cosa. Decisero quindi di farsi dei controlli seri da specialisti. Analisi dello sperma, dell’utero, degli ovuli e quant’altro. Finch&egrave si scoprì la causa dell’infertilità: un’alterazione anatomica nell’utero di mia madre rendeva difficile l’entrata degli spermatozoi. Non impossibile, ma difficile. Una soluzione era l’inseminazione artificiale.
Me ne parlarono. Mi avevano chiesto se li accompagnavo. Papà non voleva guidare: aveva paura che lo strapazzamento del traffico avrebbe potuto affaticarlo e poteva non essere “in forma” per il servizio che doveva andare a svolgere.
Appena arrivati, mi dissero che avrei anche potuto andare via e che mi avrebbero avvisato loro per il ritorno. Li vidi allontanarsi per sbrigare alcuni documenti. I miei genitori, l’ambiente ospedaliero con le sue stanze e i corridoi, fu una situazione che mi fece accendere dentro il desiderio di giocare al mio gioco preferito! Incominciai a gironzolare nei corridoi, sbirciando qua e la ma stando attento a non far capire le mie intenzioni, camminando quasi con normalità. Vidi una porta aperta a metà. Non so cosa mi prese, ma, assicuratomi che dentro non ci fosse nessuno, decisi di entrare.
Allora &egrave vero che il destino ci muove secondo le sue leggi, quando deponiamo la volontà! Guardavo la stanza. C’era una scrivania, sedie, un lettino e un separ&egrave, vari quadri… una qualunque stanza per visite di controllo. Chissà che credevo di trovarci. Sento delle voci e dei passi avvicinarsi alla porta. “Cavolo” penso e faccio appena in tempo a nascondermi dietro il separ&egrave, pensando a cosa avrei dovuto dire per giustificare la mia presenza non autorizzata la dentro.
“Signor ***, la smetta!”. Era un’infermiera che entrava con mio padre; non sapevo se tirare un sospiro di sollievo o preoccuparmi di più. Ma perch&egrave ce l’aveva con mio padre? Guardai tra gli spiragli del separ&egrave. L’infermiera stava prendendo una specie di bicchiere di plastica, simile a quello per la raccolta delle urine per le analisi. Mio padre era strano, non l’avevo mai visto così. Capivo cosa aveva. Era in quella condizione di quando sei eccitato e hai paura a chiedere alla tua partner quella pratica proibità che lei non farebbe mai e poi mai e tu invece muori dalla voglia di farlo. Me lo confermò la sua voce bassa e le parole dette con non molta sicurezza.
“Mi capisca. Non riesco a masturbarmi se non ho uno stimolo.”
“le porto delle riviste per adulti…”
“ma io non ho 15 anni! Ho bisogno di qualcosa di concreto”
“Posso chiamare sua moglie”
“no, per favore, non voglio che si stanchi, deve anche affrontare l’anestesia totale. Per favore, per me &egrave importante…”
Incominciò a piagnucolare, a dirle di quanto ci teneva ad avere un figlio. La convinse. E a me salì un po’ il sangue alla testa: ma che voleva fare, scoparsela?! Non l’avrei accettato, stavo per intervenire, ma decisi prima di aspettare e capire le loro intenzioni.
“Cosa devo fare?” chiese l’infermiera.
Mio padre si slacciò i pantaloni e se li tirò giù con le mutande, tirando fuori un cazzo di tutto rispetto. Si sedette sul lettino; in una mano aveva il contenitore dello sperma. Con l’altra aveva incominciato a masturbarsi lentamente.
“Alzati il camice e la gonna”. L’infermiera chiuse a chiave la porta dello studio, poi si diresse verso mio padre. Era mezzo metro davanti a lui, ed eseguì. Fredda come il ghiaccio, un volto quasi inespressivo; afferrò i lembi della gonna e del camice e li tirò su, mostrandogli le mutandine bianche. Mio padre iniziò a masturbarsi con più foga. Ansimava, mentre l’infermiera aveva la testa girata dall’altra parte, assorta, come se in quel momento non fosse lì.
Mio padre lasciò per un attimo il bicchiere e allungò la mano verso l’infermiera, passando le punta delle dita proprio dove, evidentissime anche sotto la stoffa dell’indumento intimo, c’erano le labbra e il clitoride.
“no, non toccare” disse l’infermiera tirandosi indietro.
“No, no, scusami… guarda, guardami…” disse alzando la mano verso l’alto “sto fermo…”
Un attimo di silenzio in cui rimasero immobili, quindi l’infermiera si riavvicinò e mio padre riprese a masturbarsi, con un po’ di foga in meno.
“hai capito quel porcello di papà…” pensavo io dietro il paravento, che mi godevo la scena ormai convinto che forse non c’era tanto di male in quello che stavano facendo.
Mio padre, con la voce bassissima “tocco solo piano piano…”. Silenzio; si sentiva solo il rumore del liquido preicotale sul glande di papà, che portava il prepuzio su e giù nel movimento ritmico della masturbazione. Quindi riallungò la mano e incominciò a toccare le mutandine nel punto più caldo e umido, proprio fra le cosce. L’infermiera aveva ancora la testa girata dall’altra parte. Emise solo un espirazione che assomigliava molto a uno sbuffo di rassegnazione.
Dopo quasi un minuto, l’infermiera, sempre fredda e gelida, e nella stessa posizione, decise di calarsi le mutandine. Per mio padre quello fu il permesso per masturbarla a palmo pieno. Le infilò la mano tra le cosce e prese a masturbarla freneticamente. Penso che, dovendo masturbare anche se stesso, mio padre non la masturbarse con un ritmo regolare; sarà stato per questo che lei allungò la sua mano e incominciò a masturbare papà. Sempre con la testa girata dall’altra parte, assorta, usando solo gli occhi dell’immaginazione.
Adesso era una regolare masturbazione reciproca. Lui iniziò a masturbarla fortissimo, velocissimo, si sentiva il rumore del palmo della sua mano che strofinava sulla passera; aveva incominciato anche a palparle il culo e a darle dei bacini sul petto. Lei aveva preso ad ansimare. Non dimenticherò mai il suo viso. Nei momenti in cui non era in estasi, con gli occhi chiusi rivolti verso l’alto, il capo reclinato indietro e la bocca semiaperta, riprendeva un po’ il suo volto freddo, smarrito, con gli occhi che dicevano sia “che bello” sia “che sto facendo”. Era bellissima, ed anche per mio padre provai una strana tenerezza. Non so perch&egrave, ma in quel momento ero felice per loro.
A un certo punto mio padre incominciò a mugulare dei “oh, oh…”. Lei, riuscendo a mantenere la situazione sottocontrollo ma senza rinunciare al piacere, afferrò il contenitore e raccolse lo sperma che mio padre incominciò a schizzare copiosamente. Dato che mio padre, all’apice del piacere, aveva fermato la mano fra le sue cosce, l’infermiera aveva preso a muovere ritmicamente e velocemente il bacino avanti e indietro, masturbandosi sulla mano ferma di papà.
Il barattolo era bello pieno. L’infermiera l’appoggiò sul lato libero del lettino, e continuò a masturbare papà che ancora godeva; prossima all’orgasmo, continuando a strofinare la passera sulla mano di papà e a masturbargli il cazzo, unì la sua bocca a quella di papà. Mentre le lingue si rotolavano, sentìi un lungo “mmmmm” a bocca chiusa della donna, che presa dall’orgasmo non riuciva a stare in piedi e si piegava sulle ginocchia, mentre le ultime gocce di sperma scivolavano dal cazzo di papà alle nocche dell’infermiera.
Avevano goduto molto. Pian piano staccarono le bocche, che rimasero comunque a pochi centimetri di distanza, unite solo da un filo di saliva; con gli occhi socchiusi, respiravano affannosamente, come il fiatone di chi ha fato una bella corsa e finalmente si ferma.
C’era un silenzio irreale. L’infermiera si girò e si rialzò le mutandine, riassettandosi alla bene e meglio. Mio padre con un fazzoletto di carta si asciugava il cazzo e si rialzava i pantaloni. Cercarono di ritornare paziente e infermiera, come se nulla fosse succeso.
“Ho bisogno di andare al bagno”
“vieni, ti accompagno” disse l’infermiera; e uscirono dalla stanza.

Continua

Se vi va di scrivermi, per condividere con me la passione per l’incesto, il cuckoldismo e il sesso in generale, il mio indirizzo &egrave taboo1987@libero.it A presto! Papà e l’infermiera uscirono dalla stanza. Nell’aria c’erano ancora i loro odori. Il sudore, gli ormoni, gli umori, lo sperma.
Io ero eccitatissimo. E se non fossi stato così eccitato, forse non avrei avuto una curiosità morbosa: vedere lo sperma di papà. Non &egrave una cosa che capita a tutti, scoprire come &egrave lo sperma del proprio padre… quello che si &egrave stati!
Mi avvicinai al lettino. L’eccitazione mi pervadeva, l’adrenalina mi faceva tremare; la vista era offuscata, quasi da sogno. Se a questo ci aggiungi la paura di essere beccato e qualche goccia di sperma e umori sul pavimento, quello che accadde era abbastanza prevedibile: mi cadde il contenitore dalle mani.
La cosa più ovvia da fare era scappare, se il barattolo &egrave caduto, non &egrave detto che l’abbia fatto qualcuno, può essere caduto per caso, ad esempio un colpo di vento. Ma questi sono pensieri che vengono fatti dopo, con più calma. Quando invece vieni preso dal panico, fai sempre la cosa più stupida. Così feci io.
Pulìi con dei fazzolettini di carta lo sperma dal pavimento, e la curiosità di come fosse lo sperma di papà si era trasformata in disgusto. Tirai fuori il cazzo, posizionai il glande sul contenitore e incominciai a liberare lì la mia eccitazione. La mia mano scorreva frenetica sul cazzo, mentre davanti agli occhi rivedevo ciò che avevo visto pochi attimi prima: l’infermiera che mostrava le mutandine, mio padre che sfiorava il suo clitoride, le mutandine che si abbassavano, lei che masturbava papà, i gemiti, lo sperma che fiottava nel barattolo, le lingue che si univano, lei che crollava dal piacere, mutandine e pantaloni che venivano ritirati su. E avevo riempito il barattolo.
Adesso dovevo scappare. Esco dalla stanza e chi mi vedo sbucare in fondo al corridoio? L’infermiera. Avrei potuto tranquillamente tirare avanti, invece il panico ha di nuovo il sopravvento. Feci dietrofront ed entrai in una stanza più avanti, chiudendo la porta dietro di me.
Ero appoggiato alla porta, cercando di capire quando sarebbe stato il momento giusto per uscirne fuori. Era una stanza strana, piccola e con una specie di grosso monitor, dal quale si vedeva una specie di sala operatoria.
Guardai meglio il monitor. C’era una donna sdraiata su un lettino, affianco c’era un uomo. In un attimo tutto mi fu più chiaro: non era un monitor. Era uno specchio magico, di quelli che ti permettono di vedere senza essere visti. Se ne vedono tanti in tv, nei telefilm americani. L’attimo che mi rese tutto più chiaro fu quando riconobbi in mia madre la donna sul lettino.
Ed ecco che entrò l’infermiera, con in mano il contenitore con il mio sperma. Fu in quel momento che pensai a quanto ero stato cretino. Cosa avrei dovuto fare? Entrare lì e spiegare la situazione? E mettere papà nei casini per quella sega con l’infermiera? E io fare la figura del depravato?
Rimasi lì, assistendo impotente. Mia madre era sotto anestesia totale; mi spiegarono in seguito che fu necessario, perch&egrave l’alterazione anatomica di mia madre rendeva dolorosissimo l’intervento di inseminazione. L’infermiera aiutò il medico a mettere le gambe di mia madre su uno di quegli affari che si vedono dal ginecologo. Avevo così l’immagine della fica di mia madre oscenamente aperta.
L’origine del mondo; o almeno del mio mondo. Chi l’avrebbe detto. Era una bella pagnottella.
L’infermiera prese il contenitore. Pensai “ecco, ci siamo”. Il medico prese una sorta di cannula, la mise nella figa di mamma, e quasi sicuramente avevo ingravidato mia madre. Immaginavo i miei spermatozoi che picchiettavano l’ovulo di mamma, pensavo a quello spermatozoo che ce l’avrebbe fatta, entrando nell’ovulo.
Il medico estrasse la cannulla. Rimetteva apposto gli strumenti, mentre parla con l’infermiera. Dall’espressione del viso, sembrava che stesse dicendo che ormai il suo lavoro era fatto, che lei poteva andare mentre lui avrebbe rimesso in ordine.
Dopo che l’infermiera fu uscita, il medico si fiondò a chiudere la porta a chiave; un’azione che mi sembrava di aver già visto fare… Di li a pochi secondi avrei avuto il sospetto che forse l’anestesia totale non era proprio necessaria. Infatti lo vidi ritornare sulla figa di mia madre, ancora oscenamente a gambe aperte. Iniziò a ravanare con le dita nella figa di mamma, cosa che aveva fatto anche prima, ma stavolta in maniera più morbosa.
Gli sollevò la maglietta del pigiamino e incominciò a giocare con le sue tette. Non erano affatto male! Grosse e sembravano anche abbastanza morbide. Finch&egrave lo vidi slacciarsi la cinta e calarsi i pantaloni. Aveva sicuramente un cazzo appena più grosso di quello di papà. Si scappellò, punto il glande sulla fessura dalla quale ero venuto al mondo e lo spinse dentro.
Io pensavo “sto figlio di… sta facendo cornuto il babbo!” vedevo quel cazzo che entrava e usciva dalla figa di mamma, le mani del medico appoggiate sulle gambe ben divaricate, le tette che facevano su e giù, seguendo i movimenti ritmici del bacino del medico. Fino a quando il medico innarcò la schiena e scaricò nell’utero di mamma la sua parte di seme. Vedevo i glutei che si contraevano e irrigidivano ad ogni schizzo dell’eiaculazione. Sfilò il cazzo e guardai lo sperma che usciva dalla fessura; il medico la pulì, con una faccia che sembrava dire “con questa sborrata siamo più sicuri della riuscita dell’inseminazione”.
Pensai che avevo visto abbastanza e che era il momento di uscire da quella stanza. Andai nell’ingresso dell’ospedale e aspettai che i miei avessero finito.
Nove mesi dopo nacque una bellissima femminuccia. Non ho mai voluto scoprire se era solo mia sorella o qualcosa di più. Feci come si fa di solito nelle famiglie: non dissi nulla, e tutto ciò che vidi lo tenni per me. Sono felice di avere questa sorellina che mi somiglia parecchio… e con la quale spesso gioco al suo gioco preferito: l’allegro chirurgo.

Se vi va di scrivermi, per condividere con me la passione per l’incesto, il cuckoldismo e il sesso in generale, il mio indirizzo &egrave taboo1987@libero.it A presto!

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