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Mbaraan

Abdullaye si scusò almeno dieci volte per dover lavorare come carpentiere quella domenica. Io gli ripetei altrettante volte che non c’era nessun problema.
Feci colazione con suo fratello, c’era del cembu jeen avanzato dalla sera prima, lo scaldammo in un pentolone e ci sedemmo contro le pareti bianche e fresche del cortile mentre il sole si alzava implacabile.
Il gusto del pesce speziato nella salsa mi riempiva la bocca, pungente.
Poi mi alzai pigramente, salutai Buba e uscii nel fascino rumoroso e colorato del quartiere Liberté.
Mi misi sul bordo della strada ad aspettare un autobus.
Guardavo il flusso di uomini e donne da dietro i miei occhiali a specchio, seguivo i movimenti sempre sensuali delle madri e delle figlie avvolte nei vestiti variopinti, i capelli raccolti nei foulard dalle tinte accese.
Mezz’ora dopo, camminavo estasiato su una delle mille passeggiate lungomare di Dakar. Senza muovere la testa, il mio sguardo guizzava a destra e sinistra, insaziabile, alla ricerca della prossima venere nera. Ce n’era una ogni cinque secondi. Bellissime, gli occhi grandi e dolci, le labbra carnose e soffici che incorniciavano gli onnipresenti sorrisi, che a loro volta spiccavano sulla pelle iburnea, liscia, levigata.
Pensai distrattamente alle teorie sulla superiorità della razza ariana e mi misi a ridere da solo.
E fu in quel momento che incrociai il suo sguardo.
Fisso su di me, intenso, che mi trapassava da parte a parte.
Le labbra appena increspate in una sorta di malizioso accenno di sorriso.
I capelli sciolti, che le ricadevano fino alle spalle in boccoli manicurati.
E le spalle, liscie, stondate, che emergevano da una maglietta aderente.
Mi veniva incontro e non distoglieva lo sguardo.
Allora mi sfilai con un gesto gli occhiali e ingaggiai i suoi occhi, le dissi -Naka nga def, jongama?- con un mezzo inchino. Lei rallentò l’andatura, si passo la lingua sul labbro superiore e mi sorrise, mi disse che andava bene, poi mi chiese qualcos’altro.
Io confessai che il mio wolof si fermava lì. Parlavo in francese accentuando l’accento italiano, non volevo passare per colonizzatore.
Non potei fare a meno di scorrere con lo sguardo lungo tutto il suo corpo, come per ricapitolare la sua bellezza. Le gambe lunghe e affusolate ma muscolari, liscie e calde persino alla vista, poco nascoste da una minigonna tagliata semplice. La pancia, che faceva capolino al di sotto della maglietta aderente troppo piccola, sembrava ben scolpita ma anche leggermente all’infuori, dolce, femminile. E il seno urlava, gridava, da sotto quella maglietta, sorretto da un reggiseno che mi sembrava di pizzo, sodo e gonfio a formare due archi perfetti. E risalendo ancora mi persi definitivamente nella malizia vaga e dolce dei suoi occhi.
Mi presentai, le chiesi il suo nome.
Fatoumata.
Bel nome, le dissi.
Esotico.
E sebbene fossi un po’ intimorito dall’eredità spirituale di quel nome, non potei fare a meno di associarlo ad un’arte amatoria verace, tramandata per secoli dalle madri alle figlie, coltivata nel segreto afoso delle piccole capanne prima e delle minute camere di Dakar poi.
La invitai a bere un frapp&egrave. Lei mi disse che aveva voglia di un succo di baobab. Mi lasciai guidare fra i chioschetti del lungomare, fra i nugoli di bambini iperattivi che inseguivano palloni sgualciti e spesso improvvisati. Le chiedevo cosa facesse, volevo scoprirla.
Fatoumata voleva andare in Francia e poi in America. Diventare una modella, magari. Aveva diciannove anni e ormai sentiva sul collo la pressione coniugale. Per cui stava cercando di risparmiare, per iscriversi ad un diploma di design stilistico a Lione o Marsiglia.
Ci fermammo ad un chiosco dove lei ordinò due succhi di baobab, poi si fece da parte e mi guardò eloquente quando si trattò di pagare.
Lasciai una mancia pari al prezzo delle bibite.
Comunque niente, per le mie tasche borghesi ed occidentali.
Ci sedemmo su un paio di sedie un po’ ossidate sul limitare della spiaggia, sorseggiando l’ottimo succo di baobab. Dal chiosco una piccola radio vecchia di vent’anni sputava fuori note gracchianti di Mbalax, il ritmo incandescente di innumerevoli percussioni rendeva ancora più pieno di vita il quadro in cui ero immerso.
Guardavo Fatoumata che ad un certo momento mi chiese se avessi dell’erba. Rise scoprendo i denti bianchi, dritti in fila uno dietro l’altro. Portammo con noi i nostri bicchieri e ci andammo a sedere più vicini alla riva del mare, lontano dalla folla della passeggiata.
Fumammo l’erba bruna, carica del sole del Senegal. La musica ancora batteva i suoi colpi forsennati, e Fatoumata si tolse i sandali da schiava con tacco alto e prese a ballare sulla sabbia, le gambe agili, i fianchi sinuosi, le braccia sciolte ed il viso posseduto, perfettamente adagiata sul ritmo sincopato e cangiante dello mbalax.
Mi guardava fisso negli occhi, io estasiato, rapito dalla sua bellezza e dalla sua danza, che sembrava non costarle sforzo alcuno, sebbene i suoi piedi affusolati non restassero fermi nemmeno per un istante.
Pensai distrattamente a Nurejev e Carla Fracci e mi misi a ridere da solo.
Mi alzai, con lo spinello ancora in mano, e cominciai a danzarle davanti.
Goffo, impacciato.
Per quanto abbronzato, bianco e pallido fino al midollo.
Nonostante cercassi di muovere ogni muscolo, al suo cospetto dovevo sembrare un ombrellone piantato nella sabbia.
Le misi le mani sui fianchi, guardandola negli occhi, lei spinse appena il bacino in avanti e poi mi disse se volevo andare in un posto.
Chiesi che posto, e venne fuori che Fatoumata stava in una piccola casupola a cento metri dal mare, che le aveva lasciato suo fratello Mamadou, temporaneamente in Italia per fare l’operaio e il venditore ambulante.
Camminammo lungo la spiaggia, parlando di musica e danza e fumo e moda. Mi disse che da mesi voleva un completo che aveva visto in un negozio costoso di Liberté 5. Colsi subito un tono appena celato di richiesta. Chiesi il prezzo. Una fortuna, anche per un senegalese agiato. Per me, in piena era euro, il costo di pizza e birra media e profiteroles. Le dissi che l’indomani saremmo andati a comprarlo.
Il suo viso si fece raggiante. Mi mise le braccia al collo e mi baciò. Poi mi prese la mano e cominciò a correre, trascinandomi via con lei fra gli schiamazzi dei gabbiani.

[Mbaaran, lo chiamano. Un fenomeno che porta sempre più donne, giovani e meno giovani, ad avere relazioni “interessate” con uomini benestanti, allo scopo di avere qualche soldo in più, regali, spesso sostegno per i loro figli e la loro educazione.
Mbaraan kat, sono considerate queste donne, donne frivole.
Ma in quel momento, invece di sentirmi vittima di un raggiro, mi sentivo felice.
Che male mi avrebbe fatto spendere un po’ del mio denaro per far felice Fatoumata? Era una creatura bellissima, avevo voglia di farla felice. Non era affatto un problema economico. E la mia vita sarebbe stata solo arricchita dal suo amore. Lei avrebbe avuto un amico, un amante, e qualche regalo per farla felice. Cos’&egrave una relazione disinteressata? Non si cerca forse l’uomo più forte e sicuro e benestante? Non hanno, le donne, sempre guardato al maschio che più di ogni altro potesse proteggerle, dare loro figli sani e prendersene cura con successo?
E ancora, tenete il conto di quanto le vostre donne vi costano in regali, dividete il tutto per il sesso fatto e vi renderete conto che se queste povere ragazze africane possono essere vittima di epiteti sgradevoli, le vostre fidanzate incapperanno per lo stesso principio in etichette assolutamente inequivocabili…]

Pensavo alle mille ipocrisie della morale quando giungemmo alla casetta piatta, gli spessi muri di calce usurati dal salino dell’oceano.
Entrammo, in una stanza piccola, le tende tirate la rendevano un’oasi di frescura, c’era odore di spezie africane e profumi europei. Un letto sgualcito, una sedia di legno, pochi mobili e molti soprammobili. Fatoumata mi prese la mani, guardandomi negli occhi mi guidò fin sul letto.
Poi d’improvviso mi spinse e si sedette su di me a cavalcioni.
Si chinò per baciarmi, cominciò a carezzarmi il collo, a sussurrarmi nell’orecchio che ero bellissimo. Chissà a quanti l’aveva detto. Ma chissà quanti dei suoi “amichetti” dello mbaraan erano frustrati e bruttini uomini di mezza età.
Dopotutto ero un bel bocconcino.
Almeno all’ottantesimo, ottantacinquesimo percentile.
Mi era sopra, sentivo il suo peso leggero, il suo corpo compatto aderire al mio. Ci baciammo a lungo.
Mi ero appena lasciato con Ingrid la norvegese ed ero estasiato alla pienezza delle labbra di Fatoumata, soffici e da mordere. E la sua lingua imprevedibile guizzava dentro e fuori dalla mia bocca e le sue mani scorrevano su me. Cominciammo a spogliarci l’un l’altro, sorridendoci, impazienti, il respiro che iniziava ad affannarsi.
Il suo corpo statuario, snello e insieme pieno, vero, mi si stagliava davanti come scaturito in quegli stessi istanti dalle mie fantasie ideali. Era perfetta. Mi tuffai fra le sue gambe mentre le mie mani vagavano dalla nuca alle sue mani, lungo la schiena liscia e appena sudata, sui fianchi, e sul suo seno. Cominciai a baciarle lentamente il clitoride, lei emetteva gemiti appena sommessi. Presi a tenerle il pube in pugno nella mano sinistra, le dita della destra a solleticarle le grandi labbra umide, facendosi strada senza fretta. Le leccai l’interno delle cosce, baciandola, giù fino alle caviglie, ai piedi affusolati. Tornai sul clitoride e mi misi a darle piccoli colpi di lingua, ad ognuno dei quali lei reagiva con un gemito, stringendomi sempre più la testa fra le mani e premendomela contro il suo pube. Poi mi disse che mi voleva dentro. Allungò una mano alla ricerca di un preservativo.
Mentre aprivo il pacchetto, me lo prese brevemente in bocca, stringendolo con la calda tenerezza delle sue labbra carnose. Mi mise il cappottino di plastica con fare esperto, nonchalante. Poi mi spinse sulla schiena e si sedette su di me, prendendomi dentro. Roteava il bacino per accogliermi sempre più in profondita, contraeva le chiappe piene ad inaugurare il movimento.
E da quel momento fui completamente preda della sua voglia.
Teneva gli occhi chiusi, la testa reclinata all’indietro, mi incitava a spingere di mio per farla godere ancora di più.
Mi teneva schiacciato al letto con una mano, stuzzicandomi e straziandomi i capezzoli e la peluria del petto.
Con l’altra scorreva all’interno delle mie cosce e mi toccava le palle, con carezze decise.
Io, supino, bloccato dalla sua energia, spingevo di bacino quando lei si abbassava per prenderlo in fondo, i suoi succhi cominciavano ad inumidirmi il pube.
I suoi movimenti erano imprevedibili, a volte dolci, rotatori, a tenermi dentro di lei. A volte si metteva sui talloni e cominciava ad andare su e giù sulla mia asta sbattendomi con forza le chiappe sulle gambe, in altri momenti ancora semplicemente si muoveva quasi convulsa, in una trance erotica che mi rendeva totalmente suo schiavo.
La guardavo e non potevo fare a meno di godere ad ogni istante della sua presenza. Mi sentivo in lei come racchiuso da una dea, le carezzavo le chiappe, la rosa tesa del buco già lubrificata dei suoi stessi succhi. Con l’altra mano le agguantavo i seni, mi alzavo a succhiarli e morderli, le stuzzicavo il clitoride.
Dopo un lasso di tempo inquantificabile lei mi stava cavalcando con veloci colpi di reni, la mano nei capelli scarmigliati, le sue urla contenute a labbra serrate ma tradite dall’acuto dei suoi gemiti e del suo pensiero e delle contrazioni del suo volto. Poi si fermò e lasciò cadere il suo peso su di me baciandomi il collo, tremando appena dell’orgasmo che l’aveva squassata. Io continuai a pomparla da sotto, poi lei si alzò e mi sfilò il preservativo si mise in ginocchio davanti al letto. Me lo prese in bocca e cominciò a succhiarlo lentamente, prendendolo in bocca fino alla base, carezzandolo ad ogni affondo con le sue labbra da sogno. Con una mano mi massaggiava le palle gonfie e turgide. Mi guardava dritto negli occhi con i suoi grandi laghi candidi, la mano pompava bene alla base dell’asta e oltre la dolcezza soffice delle sue labbra, la sua lingua compiva miracoli soltanto immaginabili. Quando sentii la scossa cominciare a salire, le misi una mano sulla testa per farle capire di non smettere e presi a muoverla più forte. Cercai anch’io di contenere le mie urla, le venni in bocca e lei non smise di ciucciare, facendomi contorcere e rantolare di piacere. Si staccò finalmente dopo due o tre mie suppliche balbettanti, si passò la lingua sulle labbra e deglutì con gusto mandandomi in brodo di giuggiole.
Restammo a letto per forse un’ora, lei si era addormentata, una brezza leggera e caldissima sventolava le semplici tendine di contone bianco. Io girai uno spinello d’erba in una cartina corta e lo accesi, svegliandola. Lei aprì gli occhi e mi sorrise, io le porsi la sigaretta e lei mi ringraziò. Per cinque minuti ci guardammo, carezzandoci l’un l’altra senza dire una parola, saggiando i contorni e le forme e le consistenze l’una dell’altro. Poi le chiesi se volesse andare in centro a cercare quel vestito.
Lei sembrò stupita. Forse era abituata a dover chiedere. Forse era tutto calcolato, ma non mi importava. Non volevo pagarla, non &egrave quello il punto. Avevo trovato una delle creature più belle del mondo, e sebbene non sapessi quasi nulla di lei, avevo deciso di darle piacere. In qualsiasi modo possibile. Così la portai nel miglior centro commerciale di Dakar e le comprai quel vestito mozzafiato di cui mi aveva parlato.
Naomi Campbell chi? Fatoumata sembrava aver spazzato via dalla mia testa ogni altra bellezza. In quel vestito grigio di vellutino leggero, sfrangiato e sfasato, le sue gambe nere e lunghe e muscolari la proiettavano dalla terra fino ad un eden di bellezza e grazia che raramente avevo immaginato.
E mi trovai così parte dello mbaraan, con la voglia di altre giornate d’amore vicino alla spiaggia, con la voglia di farle altri regali, e con mille altre voglie talmente improvvise e concatenate che per il momento era impossibile sbrogliarle.

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